Autore: Martina Bernareggi

  • Soldati // Andrea Parodi

    La lezione dei cantautori nostrani è stata assorbita e metabolizzata da Andrea Parodi, che non si limita a rimaneggiare la più tradizionale canzone d’autore, ma dissemina lungo i 16 brani dell’album indizi di tradizioni, culture e generi ricercati in luoghi e tempi lontani. Storie e persone sono dipinte dal giovane cantautore con un occhio cinematografico: impossibile non percepire la dichiarazione d’intenti nel brano iniziale, quel Pane, arance e fortuna che ricalca, se non altro nell’assonanza, il celebre titolo di Comencini.

    Yuri è il primo protagonista che incontriamo, un soldato, che Andrea Parodi ci racconta sbalzandoci nei primi anni ’70 a colpi di hammond. I soldati sono soli, le guerre non uniscono, scindono e isolano. Parodi ce lo spiega trascinandoci nel Fiume solitario che dà  il nome al secondo brano: un tuffo oltreoceano con chitarra spagnola e ritmo latino per la storia di un ideale di anarchia. La ricerca della solitudine diventa paura della stessa nelle parole di denuncia di Per non sentirsi soli, uno dei brani più impegnati dell’album, un crescendo di musica e concitazione che si stempera nel finale assolo di saxofono. I Sussurri e grida del brano successivo sono quelli di un soldato al fronte: Parodi entra nel vivo della tematica e conclude la canzone citando la celeberrima poesia di Ungaretti: Si sta come d’autunno, sugli alberi le foglie.

    La rockeggiante e spiritosa Quando Maria non c’era spezza l’aulicità  del momento e dà  il via ad una serie di canzoni dedicate a personaggi femminili: oltre a Maria, Andrea Parodi ci presenta Rosa, madre di famiglia, Lolita, prostituta di New Orleans, Anna, giovane che si smarrisce a Milano e, figura chiave dell’album, Tania la guerrigliera, protagonista dell’omonima canzone. Tania, morta in un’imboscata a 29 anni, musicista e antropologa, è l’unica donna ad essersi unita alla spedizione boliviana guidata dal Che. Parodi le rende omaggio duettando con Suni Paz: le voci si alternano e sovrappongono su una base di pianoforte, chitarra e percussioni, amalgamandosi al suono della tromba.

    Se il debito nei confronti di De Andrè non passa inosservato fino a questo punto, con Tresenda 43 diventa quasi citazione; ancora una canzone in cui la tematica bellica è esplorata tramite personaggi “in carne ed ossa”, quotidianità  e vita vissuta.

    Il brano che chiude l’album è una ballata chitarra, voce e violino dedicata al nonno del cantautore che assurge al ruolo di spirito guida, un soldato che veglia sulla vita e l’arte del nipote.

  • Eno: ancora Coldplay

    Dopo aver prodotto gli album più recenti della band, Viva La Vida Or Death And All His Friends, ed aver lavorato con gli U2 all’album No Line On The Horizon, Brian Eno torna in studio con la band di Chris Martin per un paio di settimane, come annunciato ieri su Twitter. Nel frattempo i Cold Play si stanno preparando al tour Japponese cui seguiranno le date in Nuova Zelanda e Australia.

  • Bob Dylan a luci soffuse, nella sacralità del teatro, esclude le distrazioni e ci regala un ascolto intimo

    Bob Dylan a luci soffuse, nella sacralità del teatro, esclude le distrazioni e ci regala un ascolto intimo

    Paolo Brillo - www.paolobrillo.eu

    Martedì 4 luglio, ore 21. Si spengono puntuali le luci del Teatro degli Arcimboldi di Milano e si accendono quelle di scena: inizia lo spettacolo del menestrello più famoso e influente nella «storia della canzone moderna» trasformatosi – in occasione del tour che ha accompagnato l’ingresso nei suoi 80 anni – da cantastorie a talentuoso pianista, centro gravitazionale di una serata blues memorabile.

     

    Attorno a Dylan, disposti e attratti come satelliti in un moto sospeso, i musicisti dell’ensemble danno vita ad un sound fuori dallo spazio e dal tempo: chitarra blues, elettrica e acustica sono affidate ai due strumentisti in prima linea, Bob Britt e Doug Lancio; la steel guitar (alternata all’occorrenza a mandolino e violino) scivola sotto le sapienti dita di Donnie Herron, mentre il bassista elettrico e contrabbassista Tony Garnier veglia alle spalle di Dylan, coordinando la sezione ritmica, che forma insieme al giovane Charley Drayton. In questa atmosfera sonora, accarezzato da una luce fioca e calda, punteggiata dai faretti agganciati ai leggii, avvolto dai velluti rossi del teatro, Bob Dylan sembra decisamente a proprio agio, sereno, quasi di buon umore. È proprio vero «che le cose non sono più come prima».

     

    La scaletta, ormai ampiamente sviscerata, prevede una serie di classici stravolti, come da tradizione, fin quasi all’irriconoscibilità, alternati a brani dell’album Rough and Rowdy Ways (2020). Cultura alta e bassa, amare riflessioni sulla condizione umana e sui tempi che viviamo, sono al centro della ricerca dell’ultimo Dylan, portata in scena con modi tutt’altro che «rozzi e turbolenti» in una chiave blues cupa, ipnotica a tratti ossessiva, non priva, tuttavia, di momenti brillanti e scherzosi, vissuti a colpi di note ben piazzate, botta e risposta decisi tra sei corde e pianoforte.

     

    Watching the River Flow apre il concerto mentre Dylan prende le misure seduto al pianoforte; è sulle note di Most Likely You Go Your Way and I’ll Go Mine che si alza in piedi (lo farà durante tutto il concerto, pur tenendo le mani ben ancorate ai tasti bianchi e neri, sempre inibiti alla vista della platea) quasi a voler cercare un contatto col pubblico. Sarà forse l’evidenza anagrafica ad aver smussato gli angoli di uno degli interpreti più incompresi dai suoi stessi fan, ma sentir uscire dalle sue labbra «Grazie, grazie, vi ringrazio» in modo così spontaneo e cortese, è stato estremamente toccante.

     

    I Contain Multitudes riporta alla riflessione, la pacatezza dell’esecuzione rapisce gli astanti, grazie anche ad una performance vocale irreprensibile. Attacco honky-tonk per il blues nostalgico della nuova False Prophet, prima di tornare agli anni ‘70 di When i Paint my Masterpiece.

    I brani in scaletta scivolano tra rhythm and blues e accenni rock-n’-roll, arpeggi e riff che si intrecciano, scontrano e poi procedono all’unisono, assoli di chitarra blues e steel, da cui emergono, dirompenti e a tratti dissonanti, le note del pianoforte. A momenti trascendenti, quasi mistici, si alternano siparietti in cui l’imprevedibilità di Dylan è sottolineata dall’atteggiamento dei musicisti intenti, nei passaggi più concitati, a scrutarne l’imperscrutabilità, per interpretare correttamente uno stacco trascinato o la chiusura del brano.

     

    Di una cosa sicuramente saremo tutti grati al severo e intransigente Zimmerman: averci evitato il supplizio dei telefonini alzati, degli schermi luminosi, delle distrazioni che ci impediscono di godere in modo autentico dei momenti straordinari. Costringendoci ad ascoltare Dylan ci ha fatto il più regalo più bello, imprimendo indelebilmente questa esperienza nelle nostre memorie (non in quelle sintetiche e caduche dei dispositivi elettronici “usa e dimentica”).

     

    Every Grain of Sand chiude l’esibizione, facendo esplodere il pubblico sulle note di armonica dell’assolo finale: sentire il respiro di Dylan che attraversa le lamelle è qualcosa che immancabilmente fa vibrare un fan nel profondo.

    Ecco che tra gli applausi si alza e, non senza fatica, si porta alla destra del pianoforte per un saluto al pubblico. Subito dopo, le luci accese e il gran affaccendarsi degli attrezzisti sono un chiaro segnale: Bob Dylan non concederà alcun bis e ci dovremo “accontentare” di quanto concesso fino a quel momento, il privilegio di un accesso riservato, di un viaggio nel tempo e nell’intimità del suo universo sonoro.

  • Paolo Conte fa vibrare la Scala

    Paolo Conte fa vibrare la Scala

    AMA Music

    È proprio un pianoforte da concerto quello che separa il pubblico del Teatro alla Scala di Milano da Paolo Conte e suoi undici scudieri quando, la sera del 19 febbraio 2023, le luci si accendono sulle prime note di Aguaplano.

     

    Una data da ricordare, non tanto per il presunto debutto delle “canzonette” sul palco scaligero, ma per la messa in scena della raffinata riflessione di un cantautore sulla performance, espressa attraverso una ricercata poetica e un’esecuzione ineccepibile, proprio in un luogo iconico.

     

    La scelta dei brani in scaletta nel primo tempo del concerto sembra voler dire questo, è l’affermazione di più di 50 anni di ricerca e messa in scena, rivendicate attraverso brani quali Come di, Recitando, Sotto le stelle del jazz, e culminate nell’esecuzione in solitaria di Conte di Dal loggione, indossando un paio di occhiali da sole da dietro i quali sembra dichiarare: “Io so di cosa sto parlando. Voi?”.

     

    Facciamo però un passo indietro per accedere gradualmente allo spettacolo svelato dai drappi rossi che scivolano verso le quinte. La scenografia è assente a parte le luci che colorano a tema i brani della scaletta: lo spettacolo fornito da Paolo Conte e il suo ensemble è più che sufficiente a riempire il palcoscenico.

    Il discorso su musica, esibizione e generi prosegue, dopo Aguaplano, con l’immancabile Sotto le stelle del jazz, in cui in cui brilla l’arrangiamento per ottoni, seguita dal ritmo incalzante di Come di, che scorre veloce sotto le pennate manouche di Luca Enipeo e Nunzio Barbieri.

    La luce verde che pian piano irradia i componenti della sezione ritmica e l’incedere pacato delle prime battute del brano successivo sono un chiaro segnale: siamo Alle prese con una Verde Milonga. A svelarne l’origine d’Africa è il darabouka percosso da Lucio Caliendo, mentre ad uno ad uno gli altri strumenti si accendono in un crescendo che porta alla repentina variazione ritmica. fino allo sfumare sul finale, letteralmente soffiato via da Conte nell’imitazione del fruscio del vento. 

     

    Cambio di postazione e il cantautore astigiano si alza per una balzellante – forse troppo – Ratafià, scandita dal pizzicato del violino e dai battenti sulla marimba sapientemente agitati da Daniele Di Gregorio. Gli occhiali da sole tornano sul viso di Conte per l’esecuzione di Recitando: in piedi davanti al microfono ci ricorda che l’innovazione avviene (anche) profanando. Un battito di mani e Conte stacca sul motivo strumentale eseguito all’unisono dagli strumentisti, conferendogli un’assoluta intensità; la sua voce, che tanto i critici amano definire “ruggine”, suona in questo brano limpida come mai. Stessa voce che, per la successiva Uomo Camion, si sporca e distorce sostituendosi al kazoo. A proposito di strumenti imitati e che imitano, è il sassofono con la sua parlata grassa il protagonista del botta e risposta growl nella successiva La Frase.

    Ed eccoci quindi al brano che chiude il primo tempo, una sublime Dal loggione eseguita in solo al pianoforte: impossibile non immedesimarsi e perdersi nell’atmosfera più intima del Teatro.  

     

    Dopo l’intervallo il tono cambia radicalmente, la riflessione cede spazio all’esecuzione e i musicisti si esprimono con assoli coinvolgenti, trascinando il pubblico (tutto il pubblico, anche chi non se l’aspettava) in un entusiasmante, ma composto, turbine musicale.

    Chi non immaginava che la rumba fosse solo un’allegria del tango, può accorgersene grazie ad un’esplosiva Dancing e all’infuocato assolo di sax di Luca Velotti; chi conosce Gioco d’Azzardo può riscoprirne la sensualità grazie agli intrecci melodici tra voce, violino e flauto e all’assolo di sax baritono di Massimo Pitzianti in chiusura.

    Arriva quindi il momento di un altro classico imprescindibile, Gli Impermeabili, arricchito dall’assolo di sax contralto di Claudio Chiara; poi, come da tradizione, Conte è in piedi per Madeleine prima del brano che tutti attendono, Via con me. Parte il consueto accompagnamento del pubblico che prova a battere le mani a tempo, ma…No, alla Scala non si può (sarà Conte a chiedere, nel bis, con il solito cenno del capo, la partecipazione del pubblico: allora tutti si sentiranno legittimati). L’arrangiamento ormai classico del violino pizzicato che punteggia il brano è stupendo quando resta solo col bandoneon e alcune note di pianoforte.

    Non resta che il perpetuo crescendo di Max, prima del ritmo febbrile di Diavolo Rosso, su cui i musicisti sono davvero chiamati a dannarsi le dita. La sezione ritmica pedala ossessivamente per la durata dell’intero brano, incalzata dagli accenti del rullante e da un irriducibile Daniele dall’Omo, come sempre osannato alla fine del brano. Su questa carreggiata sicura e senza ostacoli fluiscono gli assoli indiavolati e ipnotici di Luca Velotti al clarinetto, Massimo Pitzianti alla fisarmonica e Piergiorgio Rosso al violino. Un autentico godimento.

    Le chic et le charme ripristina la quiete e chiude il concerto.

     

    Quando le tende si riaprono per i bis, sono tre coriste ad attendere il pubblico per intonare Il Maestro, una singolare e insolita dichiarazione d’amore alla musica, all’orchestra, al teatro. Arriva quindi il finale consueto, Via con me in versione leggermente più allegra; poi gli inchini, i ringraziamenti, le tende che si chiudono e si riaprono l’ultima volta su Paolo Conte che, solo, ringrazia e taglia corto, uscendo definitivamente di scena.

    Chi aveva dubbi sull’opportunità di questo evento, probabilmente si è dovuto ricredere; per chi non ne aveva, è stata un’occasione unica di vivere la pienezza di una performance musicale.

     

    FORMAZIONE

    Paolo Conte

    Nunzio Barbieri: Chitarra e Chitarra Elettrica
    Lucio Caliendo: Oboe, Fagotto, Percussioni e Tastiere
    Claudio Chiara: Sax Contralto, Sax Tenore, Sax Baritono, Flauto, Fisarmonica, Basso e Tastiere
    Daniele Dall’Omo: Chitarre
    Daniele Di Gregorio: Batteria, Percussioni, Marimba e Piano
    Luca Enipeo: Chitarre
    Francesca Gosio: Violoncello
    Massimo Pitzianti: Fisarmonica, Bandoneon, Clarinetto, Sax Baritono, Piano e Tastiere
    Piergiorgio Rosso: Violino
    Jino Touche: Contrabbasso, Basso elettrico e Chitarra Elettrica
    Luca Velotti: Sax Soprano, Sax Tenore, Sax Contralto, Sax Baritono e Clarinetto

     

    SCALETTA

    Aguaplano
    Sotto le stelle del jazz
    Come di
    Alle prese con una verde milonga
    Ratafià
    Recitando
    Uomo camion
    La frase
    Dal loggione

     

    Dancing
    Gioco d’azzardo
    Gli impermeabili
    Madeleine
    Via con me
    Max
    Diavolo rosso
    Le chic et le charme

     

    Il maestro
    Via con Me

     

     

  • Cesare G. Romana. Un faro, un amico

    Cesare G. Romana. Un faro, un amico

    AMAmusic

    «Grazie degli auguri sempre graditi. Io non sto benissimo mentre i mici stanno molto bene».

     

    Nei primi giorni di novembre cade il suo compleanno. Ci scambiamo ogni anno qualche battuta in questa e, ormai, poche altre occasioni. I mici sono la sua priorità: più del suo stato di salute gli interessa che stiano bene gli amici felini, una compagnia a lui molto gradita; più di quella degli esseri umani.

     

    Quando ho conosciuto Cesare – era il dicembre del 2007 – era prossimo al pensionamento, «un Eden» l’avrebbe definito qualche mese più tardi quando lo ricontattai per un parere, seguendo una sua indicazione di cui conservo ancora lo scritto originale:: «Sono io a dirle […] – sinceramente, fuor di prammatica – che se mai le fosse utile un parere o un consiglio non deve esimersi dal sollecitarmelo: sarò felice di esserle utile. Cordialità e molti auguri».

     

    Da quel momento, fino a pochi giorni fa, non mi ha mai fatto mancare né mi ha fatto attendere una sua risposta: ogni qualvolta per i motivi più disparati ho avuto bisogno di un suo consiglio o, semplicemente, di una sua battuta in risposta ad un mio sms, l’ho avuto nel giro di pochi minuti.

     

    Cesare era capace, con i suoi racconti, di trasportarmi in epoche e situazioni eccezionali, mitiche, estremamente distanti dalla realtà in cui vivevo, con una lucidità ed una narrazione impeccabili ed incredibilmente coinvolgenti. Avete presente quando il protagonista di «Midnight in Paris» (Woody Allen) si trova ad ascoltare affascinato le storie di vita di Ernest Hemingway narrate dallo stesso scrittore? Ecco, con la stessa forza e lo stesso entusiasmo ero rapita mentre Cesare ricordava appassionato una serata al Premio Tenco o un bicchiere in compagnia di Francesco Guccini; amava ripetermi di uno scambio di battute nell’ufficio di Indro Montanelli, sottolineandone sempre la grandezza; o, ancora, aveva a cuore le avventure dei suoi primi anni dopo il liceo, periodo in cui ha voluto ad ogni costo – mettendo a repentaglio la sua stessa esistenza – intraprendere il mestiere che avrebbe svolto con devozione per il resto della sua vita; ricordava con nostalgia, ma molto divertito, le nottate trascorse assieme agli operai che facevano “il lavoro sporco” della tipografia, tra un’imprecazione e l’altra, formando le sequenze con i caratteri mobili in piombo: i lavori più importanti ed affascinanti, secondo lui, erano quelli umili; e delle occupazioni più umili ha sempre avuto grandissimo rispetto. 

     

    Anarchico, generoso, integerrimo ed estremamente coerente, preferiva la compagnia di chi frequentava i bassifondi a quella dei salotti bene. Le sue avventure di vita vissuta erano ambientate tra i caruggi di Genova, la Borsa di Arlecchino, i trani («a gogò», avrebbe cantato Giorgio Gaber) e tutti gli ambienti in cui gli incontri si facevano autentici.

     

    Non amava mettersi in mostra e se lo faceva era solo per qualche suo articolo che gli era proprio impossibile far passare inosservato. (Forse quello di cui andava più fiero riguardava Edith Piaf: era stato pubblicato su Il Giornale all’epoca della direzione di Maurizio Belpietro, mi pare; campeggiava incorniciato all’ingresso di casa sua e ne parlava spesso). Infatti, ogni volta che c’era da prendersi un merito, a lui piaceva che il merito fosse di qualcun altro: di «Nicoletta» (Patty Pravo) che gli aveva fornito l’ottimo materiale di cui scrivere e che gli avrebbe fatto vincere un importante premio, o di Belpietro che gli aveva dato la libertà di scrivere quell’articolo su Edith Piaf, solo per citare un paio di casi.

     

    Questo era il suo carattere. Cesare era schivo ed estremamente sicuro di sé; talmente sicuro da non aver bisogno di altri riscontri. 

     

    La sua professione è stata tutto per lui. Mi diceva: «è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una penna», senza ovviamente attribuirsi la paternità dei versi. Dalla canzone «Amico fragile» aveva anche preso ispirazione per il titolo di uno dei suoi libri su Fabrizio De Andrè, amico fraterno e artista stimatissimo. 

     

    Tra i racconti di Cesare, i più intensi erano indubbiamente quelli in cui condivideva il ricordo di «Fabrizio»; in queste occasioni non riusciva a contenere la commozione. Ricordava i dettagli dei loro incontri, senza omettere – e senza mai giudicare – i pregi e i difetti di quello che considerava un genio. 

     

    Grandissima la stima che nutriva verso «Dori» (Ghezzi); credo abbia avuto modo di dirglielo anche di recente, quando nel film «Fabrizio De André – Principe libero» ha voluto inserire il suo personaggio in un breve passaggio. La cosa gli aveva fatto un immenso piacere.

     

    La sua compagna e compagnia era la musica classica. Quando mi raccontava il libretto di un’opera sapeva far rivivere i personaggi come fossero stati realmente parte della sua vita; e, in un certo senso, lo sono stati nell’ultimo decennio che ha trascorso tra l’ascolto di musica classica (criticava Fabio Fazio quando la chiamava «musica d’arte») e la lettura e rilettura dei romanzi che lo appassionavano.

     

    Già, perché dopo una vita passata a «dover ascoltare canzonette», non voleva più sentirne nemmeno parlare (c’erano ovviamente alcune eccezioni). Tra i suoi racconti più esilaranti, ricordo quelli delle serate Sanremesi: con tutta l’ironia di cui sono capaci i grandi, mi parlava del Festival – soprattutto negli ultimi anni di attività – come di un supplizio, alleviato dai compagni d’avventura (Mario Luzzatto Fegiz, Marinella Venegoni, Gino Castaldo erano i più citati), per i quali riservava sempre belle parole.

     

    Per chi non ha avuto la fortuna di ascoltare le parole di Cesare “dal vivo”, ci sono queste Storie di Musica che, di comune accordo, abbiamo deciso di ripubblicare su AMAmusic. Anche in questo caso – a dimostrazione del fatto che la coerenza fosse indubbiamente un tratto inconfondibile del suo carattere – il merito di questa rubrica non era suo: «Grazie – mi disse – per aver dato alle mie storie l’opportunità di rivivere». Incorreggibile.

     

    Se fossi stata una brava giornalista (o almeno avessi raccolto i suoi numerosi incoraggiamenti) avrei preso nota, giorno dopo giorno, di tutti i suoi racconti e avrei scritto un pezzo più accurato. 

    Il mio scopo, ora, è solo rendergli omaggio e aiutare qualcuno a ricordarlo. Il mio pensiero va a suo fratello, cui sono vicina.

  • Pharrell Williams // Locarno 2016 – Moon and Stars

    Pharrell Williams // Locarno 2016 – Moon and Stars

    La fredda serata di Locarno si scalda sulle note di Pharrell Williams, che riesce a muovere e smuovere il pubblico della Piazza Grande con il ritmo intenso dei suoi brani.

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  • Ellie Goulding // Locarno 2016 – Moon and stars

    Ellie Goulding // Locarno 2016 – Moon and stars

    Pura energia britannica, Ellie Goulding tiene in pugno la Piazza Grande di Locarno.

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  • Marco Mengoni // Locarno 2016 – Moon and Stars

    Marco Mengoni // Locarno 2016 – Moon and Stars

    Apprezzatissimo, acclamatissimo e, come al solito, impeccabile, Marco Mengoni è adorato dal pubblico ticinese. Special guest nella serata che vede protagonista Ellie Goulding, ritaglia anche il tempo per una piacevole performance al kazoo.

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  • Moon and Stars 2016

    Moon and Stars 2016

    http://www.moonandstars.ch/

    Per la dodicesima volta la Piazza Grande di Locarno si trasforma in un palcoscenico per i migliori interpreti internazionali del rock e pop. Dal 8 al 18 luglio il Festival Moon&Stars ospita le grandi stelle dell’olimpo musicale, in una cornice di 120’000 spettatori per tutti i dieci giorni.

     

    Gli ospiti del Festival hanno la possibilità di vivere e assaporare da vicino i concerti, gli artisti, e di lasciarsi trasportare dalle emozioni.

     

    Per gli artisti, il Festival Moon& Stars costituisce una delle tappe più amate nelle loro tournée. Sono affascinati sia dalla spettacolare Piazza Grande che dalla vicinanza del loro pubblico.
    La Piazza Grande a Locarno si trova solo a 500 metri dalla stazione, e a 300 metri dall’imbarcadero del Lago Maggiore.

     

    Lasciatevi incantare dal più bel Festival della Svizzera!

     

    PROGRAMMA

     

    VENERDI, 08. LUGLIO 2016, ORE 20.30
    ELLIE GOULDING SPECIAL GUEST MARCO MENGONI

     

    SABATO, 09. LUGLIO 2016, ORE 20.00
    POOH / MODÀ

    MERCOLEDI, 13. LUGLIO 2016, ORE 20.30 
    PHARRELL WILLIAMS / SPECIAL GUEST BREITBILD

    GIOVEDI, 14. LUGLIO 2016, ORE 20.00
    EARTH, WIND & FIRE / TOM JONES

    VENERDI, 15. LUGLIO 2016, ORE 20.30
    LANA DEL REY / SPECIAL GUEST ALOE BLACC

    SABATO, 16. LUGLIO 2016, ORE 20.00
    CRO MTV UNPLUGGED / GENTLEMAN & KY-MANI MARLEY

    DOMENICA, 17. LUGLIO 2016, ORE 19.45
    77 BOMBAY STREET / PEGASUS / PATENT OCHSNER

  • Addio a David Bowie

    Addio a David Bowie

    Ci ha abituati ad uscite di scena eclatanti,  suicidi simbolici, morti inscenate, risurrezioni altrettanto sconvolgenti. Anche questa volta – mi dico – è la stessa cosa: “la sua arte vive e rinasce, oggi e per sempre”. Anche questa volta – mi dico – ma non è così.

     

    La stella nera del suo ultimo album, impronunciabile, senza caratteri, senza colori, senza gioia, sembrava preannunciarlo. Le atmosfere tetre, il sapore acre degli arrangiamenti dissonanti, la sua voce (la solita) e i video intrisi di sofferenza si fondono nell’ennesimo capolavoro che Bowie ci ha regalato, festeggiando con l’uscita del videoclip Lazarus il giorno del suo sessantanovesimo compleanno, tre giorni prima della sua morte.

     

    Anche questa volta ci ha stupiti – mi dico – ma sarà l’ultima.