La Union Jack che sventola tra le fila dei fans accalcati sotto il palcoscenico celebra a buon diritto l’abbondante dose di “britannicità” che scorre orgogliosa nelle vene dei Kaiser Chiefs.

La Union Jack che sventola tra le fila dei fans accalcati sotto il palcoscenico celebra a buon diritto l’abbondante dose di “britannicità” che scorre orgogliosa nelle vene dei Kaiser Chiefs.


E’ un viaggio trasversale, un attraversare strade e piazze, entrare in sale, fuori e dentro, nel tempo, nella memoria e nell’immaginazione. Si incontrano amiche e si vedono amiche incontrarsi dopo anni, anime solitarie, indipendenti, turbate, libere tanto da essere prigioniere, tanto donne da agire da uomini.

Evidentemente Davide Bernasconi, pensando a questo spettacolo, non voleva trarre ispirazione dal teatro canzone, che dopo i suoi padri illustri ha vuto seguaci degni e messe in scena di tutto rispetto; è altrettanto chiaro che lo spunto non sia arrivato nemmeno quel teatro di narrazione reso nobile dai monologhi di alcuni grandi che hanno fatto dell’uso del dialetto (mi viene in mente in particolare quello veneto…) una cifra stilistica e uno stumento pratico usato per il riesame di valori universali.
E’ tuttavia un dato di fatto che Terra e Acqua non sia stato ispirato nemmeno dal cantautore Van De Sfroos, ma piuttosto dai fantasmi nascosti nella mente del “bambino Davide” che a parere di chi scrive non avevamo bisogno di essere liberati più di quanto non lo fossero già stati, in modo eccelso, dalla musica e dai versi di Davide Van De Sfroos.

“Can you feel my heartbeat” sussura il predicatore solenne, sporto verso il pubblico, sorretto dalle mani dei fan devoti che premono contro il suo petto. Si sentiva, eccome, quel battito. Si tastava, con le dita, tra le prime file e si percepiva, fisicamente, fino alle ultime, spinte fino alla parete opposta di un Alcatraz sold out. Nick Cave, si sa, è ieratico, domina la folla col solo gesto di una mano e la fa vibrare a suo piacimento. Ma Cave è anche uno della folla, non ha paura di mescolarsi al pubblico, di partecipare ai suoi sussulti, aizzandolo come un condottiero carismatico al grido noise scatenato dai suoi Bad Seeds. E quando il muro sonoro si infrange ecco affiorare il lato più introspettivo di Cave, capace di picchi si estremo lirismo, che seducono con la profondità di una voce suadente.
L’attacco di We No Who U R è già di per sè sconvolgente: il pubblico è in balìa di Cave e pronto ad essere trasportato attraverso Jubilee Street nel vivo di una performance che lascerà il segno. Il crescendo noise arriva al climax sulle note finali del brano, quando la tensione viene sciolta dalle parole del cantante che invita i fotografi a lasciare le loro postazioni con un ironico “Arrivederci fotografi“.

Accade a volte che le idee giuste si uniscano al buon gusto, che la classe faccia il paio con la professionalità e che da un progetto in cui si crede scaturisca un successo. Accade anche che una vecchia filanda dismessa, nel cuore di Cernusco sul Naviglio, si trasformi in un locale raffinato dove gustare suoni e sapori selezionati da una mano sapiente, e che questo luogo d’incontro faccia la scelta coraggiosa di programmare una rassegna jazz che porterà tra i suoi tavoli, ogni giovedì sera, un’ensemble tra le migliori in circolazione. Accade infine che la combinazione di questi elementi si traduca in un “tutto esaurito” per la serata jazz del neonato Bluè, e in un successo per il quartetto capitanato del direttore artistico della rassegna, Felice Clemente, protagonista dell’ottavo appuntamento di Bluè JAZZ Night.

Uno dei gruppi più longevi del punk rock italiano porta al Phenomenon la sua folgorante miscela di punk e patchanka

Sono storie di disagio e di povertà, la povertà che arricchisce e riscatta lo spirito, da cui fluiscono note che parlano direttamente al cuore, senza intermediari. Sono storie d’amore (non ricambiato) e di società allo sbando. E’ in questa condizione che l’uomo, abbandonato a se stesso e senza via d’uscita, trova nell’espressione musicale la valvola di sfogo: la canzone è motivo di aggregazione, la collettività e il sociale si riuniscono attorno al rebetiko, la musica dei “negri greci, aspra come la retzina” – afferma Vinicio Capossela nel film-documentario Indebito – , che con quella afroamericana, con il blues delle origini, ha in comune le tematiche e il bisogno ineluttabile di fantasticare.
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E’ infatti Capossela ad accompagnarci per i vicoli di una Grecia disastrata dalla crisi attuale, attraverso i luogi dei mangas (i musicisti di rebetko), pizzicando note di vecchie canzoni sul suo baglamas (minuto strumento a sei corde che “non è in grado di suonare” – confesserà il cantautore durante la cerimonia di inaugurazione del festival).
E che invece Capossela suona e risuona, durante le passeggiate solitarie riprese in Indebito e poi sul palco dell’auditorium FEVI, assieme ai suoi rebetes, mangas di oggi e compagni di viaggio, galvanizzati dal bouzouki virtuoso di Manolis Pappos.
Scelto come film di apertura del festival, Indebito vuole accompagnare il pubblico di Locarno in una riflessione sull’attuale situazione ellenica, un gioco di parole per ricordare come tutta l’Europa abbia in realtà un grandissimo debito, civile e culturale, nei confronti della Grecia, oggi indebitata economicamente nei confronti dell’Europa. Perchè scopo del festival è «unire i popoli – afferma Carlo Chatrian, direttore artistico del Festival – che devono essere trattati come tali e non come numeri».
E sicuramente l’obiettivo è stato raggiunto, grazie ad un film che ha coinvolto ed emozionato ed un concerto a seguire che ha ulteriormente rafforzato l’empatia tra il pubblico cosmopolita e i rebetes, dapprima immagine e suono sullo schermo, poi carne e ossa in sala.
Partendo dai solchi di un album, Rebetiko Gymnastas (2012), che affonda le sue radici in una ricerca musicale di Capossela di diversi anni fa, il concerto apre sulle note di Misirlou. Canzone popolare incisa per la prima volta nel 1927 da Michalis Patrinos, riportata all’attenzione del grande pubblico grazie al successo di Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1995) di cui è colonna sonora, Misirlou, cantata nell’album da Kaiti Ntali, è una scossa di adrenalina per il pubblico del FEVI che, forse per la prima volta, ascolta quel motivo rivestito dei colori originali del rebetiko.
L’indisciplinata è Atakti (Markos Vamvakaris) con testo di Capossela: sui decisi sapori mediorientali del brano si alternano il greco della versione originale, intonata da Manolis Pappos, e l’italiano della rivisitazione testuale del cantautore.
Operazione simile per il successivo brano di Vamvakaris: ascoltato per caso il tema di Fragosirianis eseguito al pianoforte – correva l’anno 1998 – Capossela decide di farla sua ricavandone Contratto per Karelias.
Meno felice la resa di Primo Ministro (ancora Vamvakaris) su cui viene innestato il testo della blueseggiante Quello che (non) ho di Fabrizio De Andrè. Sarà perchè l’orecchio è troppo allenato ad ascoltare quelle parole, pronunciate da quella voce, su quella quella musica, sarà per la consapevolezza della cura maniacale con cui De Andrè associava ogni singola sillaba alla sua battuta, ma le strofe in lingua originale e i solo di bouzuki e fisarmonica offrivano in quel contesto un’esperienza acustica decisamente più appagante della parte in italiano.
E’ con la successiva Il mio rebetiko che, fatti propri gli stilemi del genere, con la padronanza di chi sa esattamente da dove arriva e dove vuole andare a parare, Capossela confeziona un brano irresistibile e perfettamente riuscito. Impossibile per il pubblico non seguire il ritmo col battito di mani.
Ecco quindi un tuffo nel passato con un brano – Scivola vai via – tratto dal suo primo album: languido e sofferente è intonato per l’occasione dal chitarrista su testo in lingua greca.
A chiudere l’esibizione è Billy Bud, canzone presente in Marinai, Profeti e Balene e scelta anche come congedo nell’album Rebetiko Gymnasta. Giocata quasi interamente su un unico accordo ostinato, prende sul finale le sembianze di un canto tribale, cantato in coro da tutti i musicisti ellenici.
La forza di questo concerto, che ha seguito un film documentario altrettanto coinvolgente, fa riflettere sul ruolo del musicista nel panorama odierno: in un momento in cui proporre qualcosa di originale senza il rischio di cadere (e scadere) nella banalità più becera è molto alto, l’abilità del musicista potrebbe stare proprio nella ricerca e nella riscoperta: suo il compito di non far dimenticare e rivisitare con consapevolezza. Vinicio Capossela ci ha offerto esattamente questo.

Nella serata di apertura di Jazz Ascona 2013, avvicinarsi al lungolago significa calarsi, passo dopo passo, in un’intima e festante fiaba musicale, il cui protagonista assoluto e discreto è il jazz.

Una collaborazione inedita arricchisce il già importante cast di artisti del JazzAscona festival Venerdì 21 e sabato 22 giugno, ospite delle Midnight Sessions sarà la nota cantante italiana Karima Ammar.

MITOFringe diverte con la musica nell’orario della pausa pranzo. Martedì 11 giugno, in Corso Vittorio Emanuele nei pressi di via San Paolo si potranno ascoltare le musiche di Thelonius Monk, Duke Ellington, Kurt Weill e altri padri della musica jazz e non solo, suonate dai Four For Sax, quartetto di Sassofoni di Milano Civica Scuola di Musica che presenta un repertorio che spazia dal jazz, al ragtime fino alla classica.
Un programma classico viene proposto invece dal Trio Khora, un trio d’archi tutto al femminile che per il suo nome si è ispirato a un alto concetto filosofico: secondo Platone Khora descrive il luogo fisico dove si produce il divenire e si genera la possibilità. A MITOFringe, nello Spazio Ovale di via Durando al Politecnico di Milano Bovisa alle ore 13, presentano un programma in cui si avvicendano le musiche di Schubert, Beethoven e von Dohnányi.
Corso Vittorio Emanuele, ang. via San Paolo
ore 13
Four For Sax
Mauro Cassinari, sax alto e soprano
Alessandro Prà, sax alto
Pino Sormani, sax tenore
Federico De Zottis, sax baritono
Quartetto di sassofoni Four For Sax di Milano Civica Scuola di Musica. Il gruppo, tra le formazioni stabili dell’istituzione, è spesso presente in importanti rassegne musicali sul territorio milanese (MITOFringe, Musei a Cielo Aperto) e si contraddistingue per un percorso musicale che si muove tra jazz, swing, ragtime, funky, classica. Nel repertorio del quartetto spiccano brani di Duke Ellington, Charles Mingus, Fats Waller, Thelonius Monk, Beatles.
Politecnico di Milano Bovisa
Spazio Ovale, via Durando
ore 13
Trio Khora
Flor Theresa Weidmann, violino
Susanna Tognella, viola
Chiara Torselli, violoncello
Recentemente formatosi, il Trio Khora studia attualmente sotto la guida del Quartetto Prometeo.
Le componenti del Trio Khora in qualità di membri del Quartetto Ulisse hanno suonato al LongLake Festival di Lugano e presso SteinMaur a Zurigo. Da subito si distingue per le squisite abilita’ tecniche e la musicalità raffinata, dettate da una cura attenta e meticolosa del dettaglio.Desiderio comune è quello di coltivare quotidianamente la passione per la musica, ricercando nel linguaggio musicale la strada espressiva del proprio essere. Trio in perenne ricerca, insegue un ideale di preziosa libertà e raffinata personalità.
Per informazioni al pubblico:
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