Autore: Martina Bernareggi

  • L’Hard Bop vola tra le immagini

    L’Hard Bop vola tra le immagini

    MAURO BRUNINI JAZZ QUINTET

    www.maurobrunini.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
    Data: 5 ottobre 2009
    Evento: Fly Jazz – mostra fotografica
    Voto: 6

    Un appuntamento jazzistico importante per chi ami vivere questo genere di musica a 360°; un ensemble di cinque elementi unito ad una mostra fotografica; insomma, un’esperienza completa. all’Art Blakey Jazz club di Busto.

    {gallery}concerti/brunini{/gallery}
    Sul palco è già schierato il quintetto capitanato da Mauro Bruni mentre tutto attorno, sulle pareti del locale, decine di altri musicisti sfilano immortalati negli scatti di Fiorenzo Pellegatta. Vibrano le prime note del tema di Johnny Comes Lately (Billy Strayhorn), sax e tromba si susseguono nell’assolo per poi intavolare un colorito dialogo con la batteria. Nessuno stacco nel passaggio ad A Nice Friend, composizione originale di Brunini che vede tutti i musicisti prendere la scena per il rituale assolo di introduzione: il compositore è alla tromba, Tullio Ricci al sax tenore, Michele Franzini al pianoforte, Roberto Mattei al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

    Dopo la presentazione degli interpreti e dei brani suonati fino a questo punto, è la volta di Daahoud (Clifford Brown) e della ballata di Freddie Hubbard Brigitte. Seguono quindi Moontrane di Woody Shaw, in cui è la batteria a rendersi protagonista dopo un vivace scambio con sax e tromba, e la latineggiante Stablemates di Benny Golson, mentre sulle pareti della stanza splendide istantanee di Stefano Bagnoli, Fabrizio Ottaviucci, Marco Zanoli, Fabrizio Bosso (solo per citarne alcuni) in atteggiamento meditativo sembrano vivere la musica suonata dal quintetto. Caratteristica degli scatti di Pellegatta, infatti, è saper cogliere l’espressione che dà adito all’introspezione dell’artista, ritratto non necessariamente nell’atto della mera esecuzione e neppure nel più esplosivo momento interpretativo, per quanto vi siano sicuramente importanti esemplari anche di questo genere nel suo archivio fotografico. Quello che fa la differenza, tuttavia, sono quelle immagini che catturano il musicista in atteggiamento contemplativo, quasi rapito da un’esperienza mistica. Mille parole faticano a rendere l’idea, vedere per credere!

    Prima della pausa è il momento del blues Birdlike, ancora Freddie Hubbard, cui è dedicata anche la ripresa: sulle note di Tribute to Hubbard di Michele Franzini i musicisti tornano sulla scena a pieno regime. Second Line si inserisce come diretta conseguenza della precedente sia a livello sonoro che autoriale, mentre si cambia registro sulla successiva ballata You Go To My Head cui è affidata la chiusura ufficiale della performance.

    A questo punto non può mancare il bis, la frizzante e articolata composizione di Brunini Fats & Curios: tromba e sassofono all’unisono corrono sul tema principale, mentre i fasci di luce degli scatti più sperimentali di Pellegatta, che ricordano a tratti la vivacità espressiva di Pollock, sembrano agitarsi a ritmo di jazz.

  • L’Hard Bop vola tra le immagini

    L’Hard Bop vola tra le immagini

    MAURO BRUNINI JAZZ QUINTET

    www.maurobrunini.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
    Data: 5 ottobre 2009
    Evento: Fly Jazz – mostra fotografica
    Voto: 6

    Un appuntamento jazzistico importante per chi ami vivere questo genere di musica a 360°; un ensemble di cinque elementi unito ad una mostra fotografica; insomma, un’esperienza completa. all’Art Blakey Jazz club di Busto.

    {gallery}concerti/brunini{/gallery}
    Sul palco è già schierato il quintetto capitanato da Mauro Bruni mentre tutto attorno, sulle pareti del locale, decine di altri musicisti sfilano immortalati negli scatti di Fiorenzo Pellegatta. Vibrano le prime note del tema di Johnny Comes Lately (Billy Strayhorn), sax e tromba si susseguono nell’assolo per poi intavolare un colorito dialogo con la batteria. Nessuno stacco nel passaggio ad A Nice Friend, composizione originale di Brunini che vede tutti i musicisti prendere la scena per il rituale assolo di introduzione: il compositore è alla tromba, Tullio Ricci al sax tenore, Michele Franzini al pianoforte, Roberto Mattei al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

    Dopo la presentazione degli interpreti e dei brani suonati fino a questo punto, è la volta di Daahoud (Clifford Brown) e della ballata di Freddie Hubbard Brigitte. Seguono quindi Moontrane di Woody Shaw, in cui è la batteria a rendersi protagonista dopo un vivace scambio con sax e tromba, e la latineggiante Stablemates di Benny Golson, mentre sulle pareti della stanza splendide istantanee di Stefano Bagnoli, Fabrizio Ottaviucci, Marco Zanoli, Fabrizio Bosso (solo per citarne alcuni) in atteggiamento meditativo sembrano vivere la musica suonata dal quintetto. Caratteristica degli scatti di Pellegatta, infatti, è saper cogliere l’espressione che dà adito all’introspezione dell’artista, ritratto non necessariamente nell’atto della mera esecuzione e neppure nel più esplosivo momento interpretativo, per quanto vi siano sicuramente importanti esemplari anche di questo genere nel suo archivio fotografico. Quello che fa la differenza, tuttavia, sono quelle immagini che catturano il musicista in atteggiamento contemplativo, quasi rapito da un’esperienza mistica. Mille parole faticano a rendere l’idea, vedere per credere!

    Prima della pausa è il momento del blues Birdlike, ancora Freddie Hubbard, cui è dedicata anche la ripresa: sulle note di Tribute to Hubbard di Michele Franzini i musicisti tornano sulla scena a pieno regime. Second Line si inserisce come diretta conseguenza della precedente sia a livello sonoro che autoriale, mentre si cambia registro sulla successiva ballata You Go To My Head cui è affidata la chiusura ufficiale della performance.

    A questo punto non può mancare il bis, la frizzante e articolata composizione di Brunini Fats & Curios: tromba e sassofono all’unisono corrono sul tema principale, mentre i fasci di luce degli scatti più sperimentali di Pellegatta, che ricordano a tratti la vivacità espressiva di Pollock, sembrano agitarsi a ritmo di jazz.

  • Il MiTo dei Diavoli

    Il MiTo dei Diavoli

    PAOLO FRESU DEVIL QUARTET

     

    www.paolofresu.it

    Luogo: Villa Simonetta, Milano
    Data: 7 settembre 2009
    Evento: MiTo
    Voto: 9

    Così è scritto: l’inferno è nato per mano di un angelo, un angelo trasformatosi in diavolo. E’ quindi lecito pensare che la naturale evoluzione dell’Angel’s Quartet, storica formazione capitanata da Paolo Fresu, sia il Devil Quartet: «dopo gli angeli non potevano mancare i diavoli» afferma il trombettista di Berchidda, riferendosi ai suoi tre compagni “infernali”, Stefano Bagnoli, Bebo Fera e Paolino Dalla Porta.

    Il quartetto viene presentato dallo stesso Fresu come un gruppo molto circolare in cui non c’è un vero e proprio ruolo. Di fatto, le personalità sul palcoscenico non sembrano adatte ad interpretare una parte marginale ed è per questo che il dialogo tra di loro si fa così interessante. Nell’introdurre concerto e progetto, Fresu risponde ad una domanda sul ruolo che ha per lui l’ascolto e lo studio dei grandi jazzisti del passato: «Vengo dalla scuola di Davis e Backer» afferma «la tradizione è per me un pilastro imprescindibile. Loro mi hanno insegnato la filosofia delle note, anche di quelle sbagliate, suonate al momento giusto”.
    Ed è proprio la filosofia delle note a prendere corpo, alcuni istanti dopo il discorso introduttivo, con Another Road To Timbuctù: un’esplosione di suoni, effetti e sensazioni, un continuo dialogo tra le distorsioni lisergiche della chitarra di Bebo Ferra e il flicorno di Fresu, mentre il contrabbasso si diverte a seguire e imitare le note degli assoli. Atmosfera totalmente diversa si crea sull’apertura di Mimì, onirica composizione di Paolino Dalla Porta: gli effetti del flicorno e l’archetto sulle corde del contrabbasso si fondono preparando l’avvio morbido del brano, le spazzole di Bagnoli completano l’esperienza sognante che si estingue nell’assolo pizzicato di contrabbasso fino quasi a spegnersi. Il tutto prepara il terreno per l’esplosione sonora al momento del rientro degli altri strumentisti, scroscio di applausi sulle squillanti note del flicorno cui è anche affidata la chiusura del brano in respirazione circolare.

    Game 7, ancora Paolino Dalla Porta, inizia col ritmo tribale delle spazzole sulle pelli senza cordiera e continua con l’ingresso all’unisono di tutti altri strumenti. Un lungo assolo di chitarra con distorsioni roccheggianti porta il brano verso il medley con il successivo Elogio del discount, brano velocissimo che diverte sia i musicisti che un pubblico in estasi. Cambio di registro con la successiva Giovedì, sinuosa ballata di Bebo Ferra resa ancora più sensuale dalla tromba sordinata di Fresu; completano in quadro l’archetto di Dalla Porta e il fruscio finale delle spazzole di Bagnoli agitate accanto al microfono.

    Un picchiettio insolito cattura a questo punto l’attenzione del pubblico, il suono delle dita che percuotono flicorno, corde del contrabbasso e chitarra dichiarano l’inconfondibile inizio di Moto perpetuo. Brano composto da Fresu per il documentario Percorsi di Pace del regista Ferdinando Vicentini Orgnani è caratterizzato da uno spettacolare gioco di effetti sul suono del flicorno e rimandi ad atmosfere mediorientali.

    Il concerto si chiude con una sorta di rituale che tocca a tutti i «papà-jazz». Fresu, dopo aver passato parecchi anni a suonare le ninna-nanne dedicate ai figli degli altri musicisti, vuole ora la sua parte, essendo sul palco il papà più recente, e introduce, scherzando con la sua solita (auto)ironia sull’originalità dei titoli, le due ballate Ninna nanna per Andrea, eseguita alla tromba sordinata, e Inno alla vita, esempi eclatanti della metodicità di cui Paolo Fresu è capace.

  • Il MiTo dei Diavoli

    Il MiTo dei Diavoli

    PAOLO FRESU DEVIL QUARTET

     

    www.paolofresu.it

    Luogo: Villa Simonetta, Milano
    Data: 7 settembre 2009
    Evento: MiTo
    Voto: 9

    Così è scritto: l’inferno è nato per mano di un angelo, un angelo trasformatosi in diavolo. E’ quindi lecito pensare che la naturale evoluzione dell’Angel’s Quartet, storica formazione capitanata da Paolo Fresu, sia il Devil Quartet: «dopo gli angeli non potevano mancare i diavoli» afferma il trombettista di Berchidda, riferendosi ai suoi tre compagni “infernali”, Stefano Bagnoli, Bebo Fera e Paolino Dalla Porta.

    Il quartetto viene presentato dallo stesso Fresu come un gruppo molto circolare in cui non c’è un vero e proprio ruolo. Di fatto, le personalità sul palcoscenico non sembrano adatte ad interpretare una parte marginale ed è per questo che il dialogo tra di loro si fa così interessante. Nell’introdurre concerto e progetto, Fresu risponde ad una domanda sul ruolo che ha per lui l’ascolto e lo studio dei grandi jazzisti del passato: «Vengo dalla scuola di Davis e Backer» afferma «la tradizione è per me un pilastro imprescindibile. Loro mi hanno insegnato la filosofia delle note, anche di quelle sbagliate, suonate al momento giusto”.
    Ed è proprio la filosofia delle note a prendere corpo, alcuni istanti dopo il discorso introduttivo, con Another Road To Timbuctù: un’esplosione di suoni, effetti e sensazioni, un continuo dialogo tra le distorsioni lisergiche della chitarra di Bebo Ferra e il flicorno di Fresu, mentre il contrabbasso si diverte a seguire e imitare le note degli assoli. Atmosfera totalmente diversa si crea sull’apertura di Mimì, onirica composizione di Paolino Dalla Porta: gli effetti del flicorno e l’archetto sulle corde del contrabbasso si fondono preparando l’avvio morbido del brano, le spazzole di Bagnoli completano l’esperienza sognante che si estingue nell’assolo pizzicato di contrabbasso fino quasi a spegnersi. Il tutto prepara il terreno per l’esplosione sonora al momento del rientro degli altri strumentisti, scroscio di applausi sulle squillanti note del flicorno cui è anche affidata la chiusura del brano in respirazione circolare.

    Game 7, ancora Paolino Dalla Porta, inizia col ritmo tribale delle spazzole sulle pelli senza cordiera e continua con l’ingresso all’unisono di tutti altri strumenti. Un lungo assolo di chitarra con distorsioni roccheggianti porta il brano verso il medley con il successivo Elogio del discount, brano velocissimo che diverte sia i musicisti che un pubblico in estasi. Cambio di registro con la successiva Giovedì, sinuosa ballata di Bebo Ferra resa ancora più sensuale dalla tromba sordinata di Fresu; completano in quadro l’archetto di Dalla Porta e il fruscio finale delle spazzole di Bagnoli agitate accanto al microfono.

    Un picchiettio insolito cattura a questo punto l’attenzione del pubblico, il suono delle dita che percuotono flicorno, corde del contrabbasso e chitarra dichiarano l’inconfondibile inizio di Moto perpetuo. Brano composto da Fresu per il documentario Percorsi di Pace del regista Ferdinando Vicentini Orgnani è caratterizzato da uno spettacolare gioco di effetti sul suono del flicorno e rimandi ad atmosfere mediorientali.

    Il concerto si chiude con una sorta di rituale che tocca a tutti i «papà-jazz». Fresu, dopo aver passato parecchi anni a suonare le ninna-nanne dedicate ai figli degli altri musicisti, vuole ora la sua parte, essendo sul palco il papà più recente, e introduce, scherzando con la sua solita (auto)ironia sull’originalità dei titoli, le due ballate Ninna nanna per Andrea, eseguita alla tromba sordinata, e Inno alla vita, esempi eclatanti della metodicità di cui Paolo Fresu è capace.

  • Più Revival che mai

    Più Revival che mai

    JOHN FOGERTY

    www.johnfogerty.com

    Luogo: Anfiteatro Camerini, Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (PD)
    Data: 28 luglio 2009
    Evento: Piazzola Live Festival
    Voto: 8

    {gallery}concerti/fogerty{/gallery}

    La facciata della Villa Contarini domina alla sinistra del palcoscenico. Tutti sono seduti. John Fogerty è dell’idea che il modo migliore per spezzare gli indugi sia irrompere con un brano del calibro di Hey Tonight: obiettivo centrato. Il suo inconfondibile timbro, la sua chitarra e un sound eccezionalmente seventy ci sbalzano in men che non si dica quanrant’anni indietro nel tempo, mentre l’autentica anima CCR lentamente si rivela. Il tempo di un saluto al pubblico e un apprezzamento per nostro Paese e Fogerty intona Run Through The Jungle seguita da Susy Q: più Creedence di così si muore. In quest’ultimo brano il vocalist e chitarrista si lascia andare ad un lungo assolo sulla sei corde per poi concludere con l’armonica a bocca. E’ chiaro che, almeno per questa serata, ha intenzione di non far mancare nulla al suo pubblico. Abbraccia quindi l’acustica, annuncia che il brano seguente ha alle spalle una lunga, lunga storia, fa vibrare le corde con qualche decisa pennata ed ecco la nostalgica ballata Who’ll Stop The Rain.
    Fogerty si libera ora della giacca e sfoggia una camicia da perfetto cowboy californiano mentre corre avanti e indietro per il palco con un’energia e una solarità che farebbero invidia ad un ventenne (ricordiamo che l’ex CCR va ormai per i sessantacinque).

    Il livello non cala mai, lo show è un crescendo che incredibilmente regge a pieno regime fino all’ultima nota. Ecco quindi il suono di una chitarra stoppata, “Cheke cheke cheke”, inconfondibile incipit di Lookin’ Out My Back Door che a canzone terminata Fogerty imita scherzosamente con la voce. Un altro lunghissimo assolo riempie la scena per diversi minuti prima che The Midnight Special prenda vita dalle corde vocali di Fogerty. Classico dopo classico è la volta di Cotton Field che questa volta è solo il pubblico ad intonare, seguita dalla tradizionale Big Train (From Memphis), terra di confine tra puro rock e country, in cui trova spazio un efficace assolo di violino. Non bisogna infatti dimenticare che alle spalle di Fogerty c’è una ben assortita schiera di musicisti e polistumentisti: un violinista (che all’occorrenza passa con disinvoltura a percussioni o chitarra), un “hammondista” (anch’egli alle prese con la chitarra, qualora il brano lo richieda), un batterista (il migliore del mondo, a detta di Fogerty…), un bassista e un chitarrista.
    Da buon romantico Fogerty non si lascia sfuggire l’occasione di intonare un lento di epoca post CCR, The Joy Of My Life, scritto per la moglie Judy che, come lui stesso sottolinea, da 23 anni ha portato l’arcobaleno nella sua vita. Quindi è il momento dell’intramontabile Have You Ever Seen The Rain, la quintessenza della canzone rock come oggi la conosciamo, seguita della più selvaggia Keep On Chooglin infarcita da un’inaspettato assolo di Fogerty con tecnica tapping.

    Il pubblico freme; se l’intento dei musicisti era riscaldare gli animi, ci sono riusciti anche fin troppo. Nella perfezione di un concerto così vivo, di una prestazione senza sbavature, l’unica nota stonata è la disposizione del pubblico e la gestione dello spazio attorno al palcoscenico: troppe sedie, troppe restrizioni per uno spettacolo che è, in questo caso più che mai, musica da ballare e da vivere assieme a chi la sta suonando. La zona transennata è così destinata ad essere presto espugnata e in pochi secondi un’orda di fan (tutto sommato molto composti) si riversa ordinatamente sotto il palcoscenico riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle sedie. Il concerto prende ora una piega differente. Fogerty (che già in precedenza non aveva lesinato dimostrazioni di entusiasmo verso il pubblico) sembra a questo punto ancora più galvanizzato. Ripete alcuni classici già suonati e dà fondo a tutto lo storico repertorio CCR. Via una canzone, sotto l’altra, una brevissima pausa e poi ancora sulla scena per i bis. La conclusione è l’attesissima Proud Mary, il degno finale di due stupende ore di puro, verace, autentico rock ‘n’ roll.

  • Più Revival che mai

    Più Revival che mai

    JOHN FOGERTY

    www.johnfogerty.com

    Luogo: Anfiteatro Camerini, Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (PD)
    Data: 28 luglio 2009
    Evento: Piazzola Live Festival
    Voto: 8

    {gallery}concerti/fogerty{/gallery}

    La facciata della Villa Contarini domina alla sinistra del palcoscenico. Tutti sono seduti. John Fogerty è dell’idea che il modo migliore per spezzare gli indugi sia irrompere con un brano del calibro di Hey Tonight: obiettivo centrato. Il suo inconfondibile timbro, la sua chitarra e un sound eccezionalmente seventy ci sbalzano in men che non si dica quanrant’anni indietro nel tempo, mentre l’autentica anima CCR lentamente si rivela. Il tempo di un saluto al pubblico e un apprezzamento per nostro Paese e Fogerty intona Run Through The Jungle seguita da Susy Q: più Creedence di così si muore. In quest’ultimo brano il vocalist e chitarrista si lascia andare ad un lungo assolo sulla sei corde per poi concludere con l’armonica a bocca. E’ chiaro che, almeno per questa serata, ha intenzione di non far mancare nulla al suo pubblico. Abbraccia quindi l’acustica, annuncia che il brano seguente ha alle spalle una lunga, lunga storia, fa vibrare le corde con qualche decisa pennata ed ecco la nostalgica ballata Who’ll Stop The Rain.
    Fogerty si libera ora della giacca e sfoggia una camicia da perfetto cowboy californiano mentre corre avanti e indietro per il palco con un’energia e una solarità che farebbero invidia ad un ventenne (ricordiamo che l’ex CCR va ormai per i sessantacinque).

    Il livello non cala mai, lo show è un crescendo che incredibilmente regge a pieno regime fino all’ultima nota. Ecco quindi il suono di una chitarra stoppata, “Cheke cheke cheke”, inconfondibile incipit di Lookin’ Out My Back Door che a canzone terminata Fogerty imita scherzosamente con la voce. Un altro lunghissimo assolo riempie la scena per diversi minuti prima che The Midnight Special prenda vita dalle corde vocali di Fogerty. Classico dopo classico è la volta di Cotton Field che questa volta è solo il pubblico ad intonare, seguita dalla tradizionale Big Train (From Memphis), terra di confine tra puro rock e country, in cui trova spazio un efficace assolo di violino. Non bisogna infatti dimenticare che alle spalle di Fogerty c’è una ben assortita schiera di musicisti e polistumentisti: un violinista (che all’occorrenza passa con disinvoltura a percussioni o chitarra), un “hammondista” (anch’egli alle prese con la chitarra, qualora il brano lo richieda), un batterista (il migliore del mondo, a detta di Fogerty…), un bassista e un chitarrista.
    Da buon romantico Fogerty non si lascia sfuggire l’occasione di intonare un lento di epoca post CCR, The Joy Of My Life, scritto per la moglie Judy che, come lui stesso sottolinea, da 23 anni ha portato l’arcobaleno nella sua vita. Quindi è il momento dell’intramontabile Have You Ever Seen The Rain, la quintessenza della canzone rock come oggi la conosciamo, seguita della più selvaggia Keep On Chooglin infarcita da un’inaspettato assolo di Fogerty con tecnica tapping.

    Il pubblico freme; se l’intento dei musicisti era riscaldare gli animi, ci sono riusciti anche fin troppo. Nella perfezione di un concerto così vivo, di una prestazione senza sbavature, l’unica nota stonata è la disposizione del pubblico e la gestione dello spazio attorno al palcoscenico: troppe sedie, troppe restrizioni per uno spettacolo che è, in questo caso più che mai, musica da ballare e da vivere assieme a chi la sta suonando. La zona transennata è così destinata ad essere presto espugnata e in pochi secondi un’orda di fan (tutto sommato molto composti) si riversa ordinatamente sotto il palcoscenico riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle sedie. Il concerto prende ora una piega differente. Fogerty (che già in precedenza non aveva lesinato dimostrazioni di entusiasmo verso il pubblico) sembra a questo punto ancora più galvanizzato. Ripete alcuni classici già suonati e dà fondo a tutto lo storico repertorio CCR. Via una canzone, sotto l’altra, una brevissima pausa e poi ancora sulla scena per i bis. La conclusione è l’attesissima Proud Mary, il degno finale di due stupende ore di puro, verace, autentico rock ‘n’ roll.

  • L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    METALLICA

    www.metallica.com

    Luogo: Stadio Meazza – San Siro, Milano
    Data: 7 luglio 2009
    Evento: 360° Tour
    Voto: 7

    Per Paul David Hewson (in arte Bono Vox) è un ibrido a mezza strada tra una stazione spaziale e un fiore di cactus; per i quasi 80.000 di San Siro è una fabbrica di sogni pronta a mettersi in funzione. Ufficialmente The Claw (l’artiglio, appunto) è una struttura fantascientifica che ghermisce il palcoscenico permettendo la visione dello show a 360°, da cui il nome del Tour 2009 degli U2.
    La luce naturale scolpisce ancora l’interno dello stadio quando Larry Mullen Jr. fa il suo ingresso e inizia a picchiare sulle pelli accompagnato dal boato del pubblico, boato che diventa assordante quando in scena entra Bono, alle spalle di The Edge e Adam Clayton. Breathe sembra creata apposta per l’apertura di un concerto, grazie ad un crescendo in cui gli strumenti fanno il loro ingresso uno alla volta come nel più classico degli intro. Segue No Line On The Horizon e sul mega schermo a 360° le riprese live dei musicisti lasciano spazio ad una serie di scie luminose che si deformano e sovrappongono. Tutti in piedi, batterista compreso, per Get On Your Boots seguita dall’ormai celebre singolo Magnificent.

    Bono è in ottima forma, niente stecche, voce pulita, giacca di pelle e auricolari; da solo riesce a riempire sia l’immenso palcoscenico circolare, sia la pedana esterna (che delimita il pit), sia i ponti mobili che uniscono i due spazi della scena.
    The Edge imbraccia ora la sua storica Gibson Explorer: è il segnale che preannuncia Beautiful Day, l’ultimo pezzo di recente fattura prima di due brani storici. Le prime note di chitarra delineano inequivocabilmente l’inizio di I Still Haven’t Found What I’m Looking For che sul finire si traforma in Stand By Me (John Lennon) intonata a gran voce da tutto il pubblico. Nella serata delle celebrazioni in diretta mondiale per l’ultimo addio Michael Jackson, Bono ricorda a suo modo il re del pop dedicandogli Angels of Harlem infarcita con un estratto di Don’t Stop ‘Til You Get Enough (di Michel Jackson appunto) nel bel mezzo del brano.

    A questo punto le ritmate pennate della chitarra acustica scandiscono il motivo di Party Girl: Bono si china verso il pubblico, porge una mano ad una ragazza e la fa salire sul palcoscenico incitando tutti ad intonare un “tante-euguri” da dedicare alla signorina; si chiama Eve, è la bella figlia del leader degli U2 e sta brindando con bollicine davanti ad 80.000 spettatori.
    Seguono In A Little While e Unknown Caller quest’ultima accompagnata da una scenografia organizzata dai ragazzi di U2 Place: gli spettatori del secondo anello rosso alzano fogli bianchi e rossi a formare la scritta 3:33, Bono se ne accorge, toglie gli occhiali per vedere meglio e ringrazia gli spalti (3:33 e un riferimento alla bibbia, Geremia 3:33 “Invocami, e io ti risponderò”, numero ricorrente e particolarmente significativo nella discografia degli U2). L’empatia tra Bono e il suo pubblico diventata tangibile, esempio di quel particolare rapporto che il cantante ha instaurato con i fan fin dagli esordi.
    Il momento toccante è spezzato dal crescendo di Unforgettable Fire, City of Blinding Lights e l’esplosiva Vertigo. Il mega schermo, che fino a qualche istante prima si è deformato ed illuminato dando vita a giochi di luci e scenografie mozzafiato, ora mostra i volti in primo piano dei quattro musicisti che si muovono a tempo con uno stile molto “Pop” e fanno da sfondo alla versione dance-techno di I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight in cui Clayton domina la scena a scapito di una prestazione vocale piuttosto scarsa di Bono. In contrapposizione al precedente brano sperimentale ecco che arriva (anche se non dall’inizio) la super rodata Sunday Bloody Sunday con tanto di scritte a caratteri arabi sullo schermo. Quindi i quattro irlandesi danno in pasto al pubblico Pride (In The Name of Love), altro attesissimo classico, e il pubblico non esita a dimostrare la propria riconoscenza intonando all’unanimità il celeberrimo “Oh-oh-oh-oh” del ritornello; il coro di 80.000 voci investe Bono che, con aria stupita e quasi incredula, si toglie l’auricolare per meglio ascoltare e farsi attraversare da tutta l’energia. Viene spontaneo chiedersi se ancora il suo animo possa essere scosso da una simile reazione del pubblico, oppure se la sua sia solo una ben costruita messa in scena…vogliamo credere nella prima ipotesi, se non altro per l’atteggiamento schietto e disinibito che Bono ha sempre dimostrato di avere con i fan e per l’ambientazione d’eccezione che è San Siro.

    Come preannunciato Walk On è dedicata al premio Nobel Aung San Suu Kyi (dal sito degli U2 era possibile scaricare delle maschere con il suo volto da utilizzare per la scenografia della canzone): sulla pedana circolare sfilano delle persone con il volto coperto dall’immagine della donna ed infine lo stesso vocalist accosta l’immagine al suo viso. Bono lascia il canonico discorso sulla pace ad un video proiettato sul mega schermo e si prepara ad intonare il penultimo brano della scaletta pre-bis Where The Streets Have No Name,
    Dopo aver sfoggiato occhiali di bulgari ed un rosario appeso al collo, Bono non si fa sfuggire l’occasione di prendere la parola per il rituale monologo politico. Neanche a dirlo, l’oggetto del discorso è Brlusconi: «Saprete che io e il vostro primo ministro» esordisce Bono «abbiamo avuto alcune divergenze per via di certe promesse che ha fatto e non ha mai mantenuto» afferma riferendosi al tema della povertà nel terzo mondo. Con uno stile che il migliore dei diplomatici gli invidierebbe, Bono continua: «Ma non è ancora troppo tardi per chiudere il capitolo, tra poco ci sarà il G8 e Berlusconi avrà l’occasione per recuperare – e conclude – Gli dedico One». Così, chitarra alla mano, Bono si appresta a chiudere lo show con uno dei lenti più celebri della musica contemporanea.

    Neanche il tempo di rendersi conto che lo spettacolo sta volgendo al termine e Gli U2 tornano sul palco per i bis. Bono, avvolto da un giubbotto spaziale punteggiato da led rossi che disegnano scie di luce attraverso il fumo, intona Ultra Violet (Light My Way). l’immancabile With Or Without You è la scena dell’ennesimo coro unanime del pubblico, mentre il brano prescelto per chiudere definitivamente la serata è Moment Of Surrender, con The Edge che si destreggia tra tastiera e chitarra e Bono che stupisce per la tenuta vocale, arrivando in fondo alla performance con un timbro fresco e integro che, lungi dal dare segni di cedimento, ha regalato proprio sull’ultimo brano uno tra i migliori momenti canori della serata.

  • L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    METALLICA

    www.metallica.com

    Luogo: Stadio Meazza – San Siro, Milano
    Data: 7 luglio 2009
    Evento: 360° Tour
    Voto: 7

    Per Paul David Hewson (in arte Bono Vox) è un ibrido a mezza strada tra una stazione spaziale e un fiore di cactus; per i quasi 80.000 di San Siro è una fabbrica di sogni pronta a mettersi in funzione. Ufficialmente The Claw (l’artiglio, appunto) è una struttura fantascientifica che ghermisce il palcoscenico permettendo la visione dello show a 360°, da cui il nome del Tour 2009 degli U2.
    La luce naturale scolpisce ancora l’interno dello stadio quando Larry Mullen Jr. fa il suo ingresso e inizia a picchiare sulle pelli accompagnato dal boato del pubblico, boato che diventa assordante quando in scena entra Bono, alle spalle di The Edge e Adam Clayton. Breathe sembra creata apposta per l’apertura di un concerto, grazie ad un crescendo in cui gli strumenti fanno il loro ingresso uno alla volta come nel più classico degli intro. Segue No Line On The Horizon e sul mega schermo a 360° le riprese live dei musicisti lasciano spazio ad una serie di scie luminose che si deformano e sovrappongono. Tutti in piedi, batterista compreso, per Get On Your Boots seguita dall’ormai celebre singolo Magnificent.

    Bono è in ottima forma, niente stecche, voce pulita, giacca di pelle e auricolari; da solo riesce a riempire sia l’immenso palcoscenico circolare, sia la pedana esterna (che delimita il pit), sia i ponti mobili che uniscono i due spazi della scena.
    The Edge imbraccia ora la sua storica Gibson Explorer: è il segnale che preannuncia Beautiful Day, l’ultimo pezzo di recente fattura prima di due brani storici. Le prime note di chitarra delineano inequivocabilmente l’inizio di I Still Haven’t Found What I’m Looking For che sul finire si traforma in Stand By Me (John Lennon) intonata a gran voce da tutto il pubblico. Nella serata delle celebrazioni in diretta mondiale per l’ultimo addio Michael Jackson, Bono ricorda a suo modo il re del pop dedicandogli Angels of Harlem infarcita con un estratto di Don’t Stop ‘Til You Get Enough (di Michel Jackson appunto) nel bel mezzo del brano.

    A questo punto le ritmate pennate della chitarra acustica scandiscono il motivo di Party Girl: Bono si china verso il pubblico, porge una mano ad una ragazza e la fa salire sul palcoscenico incitando tutti ad intonare un “tante-euguri” da dedicare alla signorina; si chiama Eve, è la bella figlia del leader degli U2 e sta brindando con bollicine davanti ad 80.000 spettatori.
    Seguono In A Little While e Unknown Caller quest’ultima accompagnata da una scenografia organizzata dai ragazzi di U2 Place: gli spettatori del secondo anello rosso alzano fogli bianchi e rossi a formare la scritta 3:33, Bono se ne accorge, toglie gli occhiali per vedere meglio e ringrazia gli spalti (3:33 e un riferimento alla bibbia, Geremia 3:33 “Invocami, e io ti risponderò”, numero ricorrente e particolarmente significativo nella discografia degli U2). L’empatia tra Bono e il suo pubblico diventata tangibile, esempio di quel particolare rapporto che il cantante ha instaurato con i fan fin dagli esordi.
    Il momento toccante è spezzato dal crescendo di Unforgettable Fire, City of Blinding Lights e l’esplosiva Vertigo. Il mega schermo, che fino a qualche istante prima si è deformato ed illuminato dando vita a giochi di luci e scenografie mozzafiato, ora mostra i volti in primo piano dei quattro musicisti che si muovono a tempo con uno stile molto “Pop” e fanno da sfondo alla versione dance-techno di I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight in cui Clayton domina la scena a scapito di una prestazione vocale piuttosto scarsa di Bono. In contrapposizione al precedente brano sperimentale ecco che arriva (anche se non dall’inizio) la super rodata Sunday Bloody Sunday con tanto di scritte a caratteri arabi sullo schermo. Quindi i quattro irlandesi danno in pasto al pubblico Pride (In The Name of Love), altro attesissimo classico, e il pubblico non esita a dimostrare la propria riconoscenza intonando all’unanimità il celeberrimo “Oh-oh-oh-oh” del ritornello; il coro di 80.000 voci investe Bono che, con aria stupita e quasi incredula, si toglie l’auricolare per meglio ascoltare e farsi attraversare da tutta l’energia. Viene spontaneo chiedersi se ancora il suo animo possa essere scosso da una simile reazione del pubblico, oppure se la sua sia solo una ben costruita messa in scena…vogliamo credere nella prima ipotesi, se non altro per l’atteggiamento schietto e disinibito che Bono ha sempre dimostrato di avere con i fan e per l’ambientazione d’eccezione che è San Siro.

    Come preannunciato Walk On è dedicata al premio Nobel Aung San Suu Kyi (dal sito degli U2 era possibile scaricare delle maschere con il suo volto da utilizzare per la scenografia della canzone): sulla pedana circolare sfilano delle persone con il volto coperto dall’immagine della donna ed infine lo stesso vocalist accosta l’immagine al suo viso. Bono lascia il canonico discorso sulla pace ad un video proiettato sul mega schermo e si prepara ad intonare il penultimo brano della scaletta pre-bis Where The Streets Have No Name,
    Dopo aver sfoggiato occhiali di bulgari ed un rosario appeso al collo, Bono non si fa sfuggire l’occasione di prendere la parola per il rituale monologo politico. Neanche a dirlo, l’oggetto del discorso è Brlusconi: «Saprete che io e il vostro primo ministro» esordisce Bono «abbiamo avuto alcune divergenze per via di certe promesse che ha fatto e non ha mai mantenuto» afferma riferendosi al tema della povertà nel terzo mondo. Con uno stile che il migliore dei diplomatici gli invidierebbe, Bono continua: «Ma non è ancora troppo tardi per chiudere il capitolo, tra poco ci sarà il G8 e Berlusconi avrà l’occasione per recuperare – e conclude – Gli dedico One». Così, chitarra alla mano, Bono si appresta a chiudere lo show con uno dei lenti più celebri della musica contemporanea.

    Neanche il tempo di rendersi conto che lo spettacolo sta volgendo al termine e Gli U2 tornano sul palco per i bis. Bono, avvolto da un giubbotto spaziale punteggiato da led rossi che disegnano scie di luce attraverso il fumo, intona Ultra Violet (Light My Way). l’immancabile With Or Without You è la scena dell’ennesimo coro unanime del pubblico, mentre il brano prescelto per chiudere definitivamente la serata è Moment Of Surrender, con The Edge che si destreggia tra tastiera e chitarra e Bono che stupisce per la tenuta vocale, arrivando in fondo alla performance con un timbro fresco e integro che, lungi dal dare segni di cedimento, ha regalato proprio sull’ultimo brano uno tra i migliori momenti canori della serata.

  • Ron Asheton RIP

    Assieme al fratello Scott e all’Iguana Iggy Pop aveva dato vita, sul finire degli anni sessanta, al sound protopunk degli Stooges. Oggi, all’età di 60 anni, Ron Asheton muore per cause naturali nella sua casa di Ann Arbor. Il suono distorto della sua chitarra, marca distintiva della band, lo ha portato al ventinovesimo posto della classifica dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, stilata da Rolling Stone nel 2003.

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    Assieme al fratello Scott e all’Iguana Iggy Pop aveva dato vita, sul finire degli anni sessanta, al sound protopunk degli Stooges. Oggi, all’età di 60 anni, Ron Asheton muore per cause naturali nella sua casa di Ann Arbor. Il suono distorto della sua chitarra, marca distintiva della band, lo ha portato al ventinovesimo posto della classifica dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, stilata da Rolling Stone nel 2003.