«Se non li avete visti nel 2007 li avete persi» afferma con tono perentorio il manager di Jimmy Page che non sembra lasciare adito a dubbi: non ci sarà un altro tour o un nuovo album con la formazione Page/Jones/figlio-di-Bonham. Tuttavia, pochi giorni fa, lo stesso manager è tornato sulla questione rimescolando le carte in tavola. Non ci è dunque dato sapere cosa sarà del futuro di questi pseudo Led Zeppelin, ma resta la speranza di non dover assistere a decrepiti show che cavalcano l’onda dell’ossessione da reunion, verso cui siamo spinti da un’insaziabile e nostalgica fame di buona musica, ma che potrebbero finire per rompere un incantesimo durato decenni.
Autore: Martina Bernareggi
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Ancora Led Zeppelin?
«Se non li avete visti nel 2007 li avete persi» afferma con tono perentorio il manager di Jimmy Page che non sembra lasciare adito a dubbi: non ci sarà un altro tour o un nuovo album con la formazione Page/Jones/figlio-di-Bonham. Tuttavia, pochi giorni fa, lo stesso manager è tornato sulla questione rimescolando le carte in tavola. Non ci è dunque dato sapere cosa sarà del futuro di questi pseudo Led Zeppelin, ma resta la speranza di non dover assistere a decrepiti show che cavalcano l’onda dell’ossessione da reunion, verso cui siamo spinti da un’insaziabile e nostalgica fame di buona musica, ma che potrebbero finire per rompere un incantesimo durato decenni.
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Ron Asheton RIP
Assieme al fratello Scott e all’Iguana Iggy Pop aveva dato vita, sul finire degli anni sessanta, al sound protopunk degli Stooges. Oggi, all’età di 60 anni, Ron Asheton muore per cause naturali nella sua casa di Ann Arbor. Il suono distorto della sua chitarra, marca distintiva della band, lo ha portato al ventinovesimo posto della classifica dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, stilata da Rolling Stone nel 2003.
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Ron Asheton RIP
Assieme al fratello Scott e all’Iguana Iggy Pop aveva dato vita, sul finire degli anni sessanta, al sound protopunk degli Stooges. Oggi, all’età di 60 anni, Ron Asheton muore per cause naturali nella sua casa di Ann Arbor. Il suono distorto della sua chitarra, marca distintiva della band, lo ha portato al ventinovesimo posto della classifica dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, stilata da Rolling Stone nel 2003.
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Sharrock-Gallagher: c’è feeling
Sembra andare a genio a Liam Gallagher il nuovo batterista degli Oasis, Chris Sharrock, entrato nella formazione a sostituire il figlio d’arte Zak Starkey. Oltre al lato tecnico, il facinoroso cantante della band di Manchester apprezza del nuovo arrivato l’attitudine etilica: «Mi piace, tiene l’alcol e beve birra» avrebbe dichiarato Liam. Unica pecca, il batterista ha suonato in passato per Robbie Williams, acerrimo nemico dei fratelli Gallagher, ma questo non sembra importare a Liam che considera il nuovo arrivato l’unica cosa positiva legata all’ex Take That.
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Sharrock-Gallagher: c’è feeling
Sembra andare a genio a Liam Gallagher il nuovo batterista degli Oasis, Chris Sharrock, entrato nella formazione a sostituire il figlio d’arte Zak Starkey. Oltre al lato tecnico, il facinoroso cantante della band di Manchester apprezza del nuovo arrivato l’attitudine etilica: «Mi piace, tiene l’alcol e beve birra» avrebbe dichiarato Liam. Unica pecca, il batterista ha suonato in passato per Robbie Williams, acerrimo nemico dei fratelli Gallagher, ma questo non sembra importare a Liam che considera il nuovo arrivato l’unica cosa positiva legata all’ex Take That.
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Addio a Freddy Hubbard
Con lui se ne va pezzo di storia, quella storia che Hubbard, assieme a colleghi del calibro di John Coltrane, Art Blakey, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Eric Dolphy, Herbie Hancock, ha contribuito a scrivere. La sua consacrazione nell’olimpo del jazz avviene all’inizio degli anni ’60, in piena stagione hard bop; la sua carriera prosegue attraverso il free jazz fino a sfiorare le prime propaggini fusion. All’età di 70 anni, in un ospedale della California, Fredie Hubbard dice addio ad una vita ricca di successi ma segnata dalla sofferenza, rivivendo per sempre nel suono della sua tromba grazie alle sue incisioni in capolavori come <i>Free Jazz</i> (Ornette Coleman), <i>Blues and the Abstract Truth</i> (Oliver Nelson), <i>Ascension</i> (Coltrane), <i>Out To Lunch</i> (Eric Dolphy) e <i>Maiden Voyage</i> (Herbie Hancock)
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Addio a Freddy Hubbard
Con lui se ne va pezzo di storia, quella storia che Hubbard, assieme a colleghi del calibro di John Coltrane, Art Blakey, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Eric Dolphy, Herbie Hancock, ha contribuito a scrivere. La sua consacrazione nell’olimpo del jazz avviene all’inizio degli anni ’60, in piena stagione hard bop; la sua carriera prosegue attraverso il free jazz fino a sfiorare le prime propaggini fusion. All’età di 70 anni, in un ospedale della California, Fredie Hubbard dice addio ad una vita ricca di successi ma segnata dalla sofferenza, rivivendo per sempre nel suono della sua tromba grazie alle sue incisioni in capolavori come <i>Free Jazz</i> (Ornette Coleman), <i>Blues and the Abstract Truth</i> (Oliver Nelson), <i>Ascension</i> (Coltrane), <i>Out To Lunch</i> (Eric Dolphy) e <i>Maiden Voyage</i> (Herbie Hancock)
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Gli Afterhours ammazzano il sabato
AFTERHOURS
Luogo: Pala Sharp, Milano
Data: 20 dicembre 2008
Evento: Tour 2008
Voto: 5
{gallery}concerti/afterhours{/gallery}
Alla destra del palcoscenico la luce naturale di una perfetta luna piena cui si affianca quella più flebile di Giove; alla sinistra lo sfavillio delle illuminazioni cittadine che i 600 metri di altitudine di Sordevolo permettono di scorgere in lontananza. Fanno il loro ingresso chitarrista e altri sei polistrumentisti rigorosamente in smoking che si posizionano alle rispettive postazioni; pochi attimi ancora e questo scenario diventerà contorno: Paolo Conte entra dalla sinistra, un cenno per salutare il folto pubblico, si siede al suo pianoforte e immobile attende la prima nota dello xilofono: Sparring partner. Termina il brano di apertura, i musicisti corrono per il palco e si scambiano i ruoli come in una danza che accompagnerà tutto il concerto. Via al secondo pezzo, Come-dì.
Tra le gambe del pianoforte si muovono quelle di Conte, un piede si agita freneticamente, l’altro sembra seguire le note; un accenno di kazoo e il pubblico è in tripudio. Il ritmo si allenta sulle strofe de La casa cinese e si fa cadenzato quand’è il momento di Sotto le stelle del jazz, particolarmente apprezzata dagli spettatori che si divertono ad imitare il cantautore a suon di “zzz”. Le luci della scena si tingono di verde e i suoni si fanno esotici: è il momento di Alle prese con una verde Milonga che scivola via sinuosa per lasciare spazio alla fumosa e accattivante Boogie.
Come da copione i musicisti escono di scena e Conte esegue solo al pianoforte Parole d’amore scritte a macchina; quando termina il brano anche l’ultimo sassofonista abbandona il palco ed ecco Genova per noi, troppo grande, troppo celebre, non può essere rappresentata che su un palcoscenico sgombro. Conte termina quasi frettolosamente la popolare canzone e per la prima volta si alza e si porta al microfono alla sinistra del pianoforte: a chiudere la prima parte dello show è la splendida Molto lontano, il piano suonato a quattro mani, il bandoneon che soffia alle sue spalle.
Un motivo sentito e risentito apre la seconda parte del concerto, ma non è immediato che si tratti di Bartali: la prima strofa è lenta, forzatamente lenta, ma d’un tratto arriva la ripresa ritmica che asseconda le aspettative di tutti. Un’atmosfera calda e rilassante riempie l’aria con Sonno elefante, poi è la volta di Lo zio, Max e Diavolo Rosso che si trasforma piano piano in quella che sembra un’improvvisazione klezmer. Conte esce di scena, il solito rituale gridato lo fa rientrare per il bis. Due ragazzi si lanciano sotto al palco, subito la folla li imita e balla al ritmo de La vecchia giacca nuova. Via con me è intonata all’unanimità prima che le luci si spengano definitivamente
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Gli Afterhours ammazzano il sabato
AFTERHOURS
Luogo: Pala Sharp, Milano
Data: 20 dicembre 2008
Evento: Tour 2008
Voto: 5
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Alla destra del palcoscenico la luce naturale di una perfetta luna piena cui si affianca quella più flebile di Giove; alla sinistra lo sfavillio delle illuminazioni cittadine che i 600 metri di altitudine di Sordevolo permettono di scorgere in lontananza. Fanno il loro ingresso chitarrista e altri sei polistrumentisti rigorosamente in smoking che si posizionano alle rispettive postazioni; pochi attimi ancora e questo scenario diventerà contorno: Paolo Conte entra dalla sinistra, un cenno per salutare il folto pubblico, si siede al suo pianoforte e immobile attende la prima nota dello xilofono: Sparring partner. Termina il brano di apertura, i musicisti corrono per il palco e si scambiano i ruoli come in una danza che accompagnerà tutto il concerto. Via al secondo pezzo, Come-dì.
Tra le gambe del pianoforte si muovono quelle di Conte, un piede si agita freneticamente, l’altro sembra seguire le note; un accenno di kazoo e il pubblico è in tripudio. Il ritmo si allenta sulle strofe de La casa cinese e si fa cadenzato quand’è il momento di Sotto le stelle del jazz, particolarmente apprezzata dagli spettatori che si divertono ad imitare il cantautore a suon di “zzz”. Le luci della scena si tingono di verde e i suoni si fanno esotici: è il momento di Alle prese con una verde Milonga che scivola via sinuosa per lasciare spazio alla fumosa e accattivante Boogie.
Come da copione i musicisti escono di scena e Conte esegue solo al pianoforte Parole d’amore scritte a macchina; quando termina il brano anche l’ultimo sassofonista abbandona il palco ed ecco Genova per noi, troppo grande, troppo celebre, non può essere rappresentata che su un palcoscenico sgombro. Conte termina quasi frettolosamente la popolare canzone e per la prima volta si alza e si porta al microfono alla sinistra del pianoforte: a chiudere la prima parte dello show è la splendida Molto lontano, il piano suonato a quattro mani, il bandoneon che soffia alle sue spalle.
Un motivo sentito e risentito apre la seconda parte del concerto, ma non è immediato che si tratti di Bartali: la prima strofa è lenta, forzatamente lenta, ma d’un tratto arriva la ripresa ritmica che asseconda le aspettative di tutti. Un’atmosfera calda e rilassante riempie l’aria con Sonno elefante, poi è la volta di Lo zio, Max e Diavolo Rosso che si trasforma piano piano in quella che sembra un’improvvisazione klezmer. Conte esce di scena, il solito rituale gridato lo fa rientrare per il bis. Due ragazzi si lanciano sotto al palco, subito la folla li imita e balla al ritmo de La vecchia giacca nuova. Via con me è intonata all’unanimità prima che le luci si spengano definitivamente