Categoria: Cantautori

  • Paolo Conte fa vibrare la Scala

    Paolo Conte fa vibrare la Scala

    AMA Music

    È proprio un pianoforte da concerto quello che separa il pubblico del Teatro alla Scala di Milano da Paolo Conte e suoi undici scudieri quando, la sera del 19 febbraio 2023, le luci si accendono sulle prime note di Aguaplano.

     

    Una data da ricordare, non tanto per il presunto debutto delle “canzonette” sul palco scaligero, ma per la messa in scena della raffinata riflessione di un cantautore sulla performance, espressa attraverso una ricercata poetica e un’esecuzione ineccepibile, proprio in un luogo iconico.

     

    La scelta dei brani in scaletta nel primo tempo del concerto sembra voler dire questo, è l’affermazione di più di 50 anni di ricerca e messa in scena, rivendicate attraverso brani quali Come di, Recitando, Sotto le stelle del jazz, e culminate nell’esecuzione in solitaria di Conte di Dal loggione, indossando un paio di occhiali da sole da dietro i quali sembra dichiarare: “Io so di cosa sto parlando. Voi?”.

     

    Facciamo però un passo indietro per accedere gradualmente allo spettacolo svelato dai drappi rossi che scivolano verso le quinte. La scenografia è assente a parte le luci che colorano a tema i brani della scaletta: lo spettacolo fornito da Paolo Conte e il suo ensemble è più che sufficiente a riempire il palcoscenico.

    Il discorso su musica, esibizione e generi prosegue, dopo Aguaplano, con l’immancabile Sotto le stelle del jazz, in cui in cui brilla l’arrangiamento per ottoni, seguita dal ritmo incalzante di Come di, che scorre veloce sotto le pennate manouche di Luca Enipeo e Nunzio Barbieri.

    La luce verde che pian piano irradia i componenti della sezione ritmica e l’incedere pacato delle prime battute del brano successivo sono un chiaro segnale: siamo Alle prese con una Verde Milonga. A svelarne l’origine d’Africa è il darabouka percosso da Lucio Caliendo, mentre ad uno ad uno gli altri strumenti si accendono in un crescendo che porta alla repentina variazione ritmica. fino allo sfumare sul finale, letteralmente soffiato via da Conte nell’imitazione del fruscio del vento. 

     

    Cambio di postazione e il cantautore astigiano si alza per una balzellante – forse troppo – Ratafià, scandita dal pizzicato del violino e dai battenti sulla marimba sapientemente agitati da Daniele Di Gregorio. Gli occhiali da sole tornano sul viso di Conte per l’esecuzione di Recitando: in piedi davanti al microfono ci ricorda che l’innovazione avviene (anche) profanando. Un battito di mani e Conte stacca sul motivo strumentale eseguito all’unisono dagli strumentisti, conferendogli un’assoluta intensità; la sua voce, che tanto i critici amano definire “ruggine”, suona in questo brano limpida come mai. Stessa voce che, per la successiva Uomo Camion, si sporca e distorce sostituendosi al kazoo. A proposito di strumenti imitati e che imitano, è il sassofono con la sua parlata grassa il protagonista del botta e risposta growl nella successiva La Frase.

    Ed eccoci quindi al brano che chiude il primo tempo, una sublime Dal loggione eseguita in solo al pianoforte: impossibile non immedesimarsi e perdersi nell’atmosfera più intima del Teatro.  

     

    Dopo l’intervallo il tono cambia radicalmente, la riflessione cede spazio all’esecuzione e i musicisti si esprimono con assoli coinvolgenti, trascinando il pubblico (tutto il pubblico, anche chi non se l’aspettava) in un entusiasmante, ma composto, turbine musicale.

    Chi non immaginava che la rumba fosse solo un’allegria del tango, può accorgersene grazie ad un’esplosiva Dancing e all’infuocato assolo di sax di Luca Velotti; chi conosce Gioco d’Azzardo può riscoprirne la sensualità grazie agli intrecci melodici tra voce, violino e flauto e all’assolo di sax baritono di Massimo Pitzianti in chiusura.

    Arriva quindi il momento di un altro classico imprescindibile, Gli Impermeabili, arricchito dall’assolo di sax contralto di Claudio Chiara; poi, come da tradizione, Conte è in piedi per Madeleine prima del brano che tutti attendono, Via con me. Parte il consueto accompagnamento del pubblico che prova a battere le mani a tempo, ma…No, alla Scala non si può (sarà Conte a chiedere, nel bis, con il solito cenno del capo, la partecipazione del pubblico: allora tutti si sentiranno legittimati). L’arrangiamento ormai classico del violino pizzicato che punteggia il brano è stupendo quando resta solo col bandoneon e alcune note di pianoforte.

    Non resta che il perpetuo crescendo di Max, prima del ritmo febbrile di Diavolo Rosso, su cui i musicisti sono davvero chiamati a dannarsi le dita. La sezione ritmica pedala ossessivamente per la durata dell’intero brano, incalzata dagli accenti del rullante e da un irriducibile Daniele dall’Omo, come sempre osannato alla fine del brano. Su questa carreggiata sicura e senza ostacoli fluiscono gli assoli indiavolati e ipnotici di Luca Velotti al clarinetto, Massimo Pitzianti alla fisarmonica e Piergiorgio Rosso al violino. Un autentico godimento.

    Le chic et le charme ripristina la quiete e chiude il concerto.

     

    Quando le tende si riaprono per i bis, sono tre coriste ad attendere il pubblico per intonare Il Maestro, una singolare e insolita dichiarazione d’amore alla musica, all’orchestra, al teatro. Arriva quindi il finale consueto, Via con me in versione leggermente più allegra; poi gli inchini, i ringraziamenti, le tende che si chiudono e si riaprono l’ultima volta su Paolo Conte che, solo, ringrazia e taglia corto, uscendo definitivamente di scena.

    Chi aveva dubbi sull’opportunità di questo evento, probabilmente si è dovuto ricredere; per chi non ne aveva, è stata un’occasione unica di vivere la pienezza di una performance musicale.

     

    FORMAZIONE

    Paolo Conte

    Nunzio Barbieri: Chitarra e Chitarra Elettrica
    Lucio Caliendo: Oboe, Fagotto, Percussioni e Tastiere
    Claudio Chiara: Sax Contralto, Sax Tenore, Sax Baritono, Flauto, Fisarmonica, Basso e Tastiere
    Daniele Dall’Omo: Chitarre
    Daniele Di Gregorio: Batteria, Percussioni, Marimba e Piano
    Luca Enipeo: Chitarre
    Francesca Gosio: Violoncello
    Massimo Pitzianti: Fisarmonica, Bandoneon, Clarinetto, Sax Baritono, Piano e Tastiere
    Piergiorgio Rosso: Violino
    Jino Touche: Contrabbasso, Basso elettrico e Chitarra Elettrica
    Luca Velotti: Sax Soprano, Sax Tenore, Sax Contralto, Sax Baritono e Clarinetto

     

    SCALETTA

    Aguaplano
    Sotto le stelle del jazz
    Come di
    Alle prese con una verde milonga
    Ratafià
    Recitando
    Uomo camion
    La frase
    Dal loggione

     

    Dancing
    Gioco d’azzardo
    Gli impermeabili
    Madeleine
    Via con me
    Max
    Diavolo rosso
    Le chic et le charme

     

    Il maestro
    Via con Me

     

     

  • Franco Battiato // Teatro Arcimboldi, Milano // Up Patriots to Arms 2012

    Franco Battiato // Teatro Arcimboldi, Milano // Up Patriots to Arms 2012

    FRANCO BATTIATO

    www.battiato.it

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano
    Data: 15 marzo 2012
    Evento: Tour Up Patriots to Arms
    Voto: 9,5

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    Eppure il tour è lo stesso: Un Patriots To Arms ha portato per le città d’Italia un Battiato versione T-Shirt e scarpe da tennis, balzellante al grido di pump up the volume! E ora? Ora la scena si apre su quartetto d’archi e pianoforte a coda: si sa, Franco Battiato non è mai “lo stesso”. E se ripetersi non è proprio nelle sue corde, stupirci sì. Al Teatro degli Arcimboldi lo fa nel modo più sublime e al contempo disarmante, aprendo con L’addio.

     

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    «Si si, ho capito» ironizza subito per interrompere il frastuono degli applausi; «Ma quanto casino che fate» ribadirà prima dei bis. Chiaramente è una di quelle serate in cui bisogna restare in ascolto col fiato sospeso, perché la meraviglia del repertorio di Battiato potrebbe mostrarsi anche nei suoi lati più riposti. Dalla sedia il cantante ci delizia con una parentesi Fleur assieme a Brel, Endrigo, De Andrè: La Chanson des Vieux Amants, Te lo leggo negli occhi, Aria di Neve e Ma tu che vai, ma tu rimani, in cui si insinua la chitarra acustica di Davide Ferrario.

    Con l’ensemble al completo è ora possibile spaziare attraverso generi e epoche, un andirivieni continuo tra gli anni 80 di No Time, no space, Un’altra vita e I treni di Tozeur , gli anni 90 di Cafè de La Paix e il nuovo millennio di Tra sesso e castità; poi ancora a ritroso con l’esoterismo de Il re del mondo.

    Il momento più alto del concerto arriva con Segnali di vita, seguita da Lode all’inviolato e La cura: Davide Ferrario è sempre più scatenato e inappropriato, bravo quanto fastidioso nel suo agitarsi nevrotico e fuori luogo. Quindi Prospettiva Nevski, con i suoi arrangiamenti eterei, i suoi risvolti rock e alcuni tra i versi più significativi dell’intera discografia del cantante e compositore catanese, è seguita da uno strascico di applausi che non accenna ad afievolirsi.

    La coppia Tutto l’universo obbedisce all’amore e La stagione dell’amore sono gli ultimi brani che consentono agli spettatori una fruizione canonica del concerto: sulle note di La danza, L’era del cinghiale bianco e Summer on a solitary beach è impossibile impedire il rituale accalcarsi dei fan sotto al palcoscenico (operazione parzialmente riuscita, in questo contesto, per via della buca dell’orchestra).

    I bis sono ormai più che rodati: Magic Shop, L’Animale, Cucuruccuccù e Un patriots to arms; quindi Stranizza d’amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente.

  • Ivano Fossati // Concerto al Teatro Strehler di Milano, Decadancing Tour 2012

    Ivano Fossati // Concerto al Teatro Strehler di Milano, Decadancing Tour 2012

    IVANO FOSSATI

    www.ivanofossati.com

    Luogo: Teatro Strehler, Milano
    Data: 19 marzo 2012
    Evento: Decadancing Tour

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    C’è un’intrigante schizofrenia, quasi un gradito ossimoro quando il congedo d’un grande artista assomiglia piuttosto a un ritrovarsi, la melanconia di un addio svela la speranza d’un arrivederci e così è stato nel concerto ultimo di Ivano Fossati, che nel teatro intitolato a Giorgio Strehler ha annunciato il suo non negoziabile ritiro dalle scene. Due ore di commozione ma senza dolore, anzi sorridenti, con guizzi d’autentica festa: così il pubblico milanese ha salutato uno dei protagonisti più colti, ispirati e soprattutto più schivi, e anche perciò più amati della nostra canzone d’autore.

    Il quale ha ricambiato tracciando, per l’ultima volta, l’autoritratto d’un autore-interprete rigoroso, austero e tuttavia ben più comunicativo di quanto implichi la nativa, ligustica renitenza all’ammiccamento. Con un passato creativo insidiato da qualche intellettualismo, ma senza che l’intensità ne risenta più di tanto. E nell’ultima tratta, da Lampo viaggiatore in poi, svoltato verso una semplicità molto accessibile, e tuttavia meno prodiga di genialità. Forse meno ispirata, ma mai disponibile alla frivolezza.

    Con questo curriculum alle spalle il “Viaggiatore d’occidente” si appresta a partire per un viaggio che sarà, d’ora in poi, rigorosamente privato, niente più microfoni e platee plaudenti. Ma intanto ecco riaffacciarsi sul palco capolavori lontani (VentilazioneUna notte in Italia, La musica che gira intorno) e pagine recenti, da La decadenza a Quello che manca al mondo, tuttora attualissime le prime, un po’ pleonastiche le seconde ma che importa: la classe dell’autore, la sua chitarra versatile, il suo pianoforte impressionista e la sua band – molto complice, organizzata e capitanata da Piero Cantarelli – non rinunciano a rifulgere. E spesso a commuoverci, ché Ivano Fossati è artista per niente incline all’impudicizia emozionale, e tuttavia sempre disponibile all’emozione profonda, seppure discreta.

    Di più: ecco un concerto che oltre a elargire vibrazioni autentiche non rinuncia a essere anche piacevole. E vario: ché il suo fluire s’agghinda di citazioni preziose, Bach (al violoncello di Martina Merchiori) e Boris Vian (Le déserteur), i Led Zeppelin e il minuetto settecentesco, i Procol Harum e il Medio Oriente. Con momenti di contagiosa squisitezza “sociale”, come Mio fratello che guardi il mondo dove il tappeto di dissonanze non compromette la purezza della melodia, e Stella benigna, la ragazza irachena sfuggita a Saddam Hussein, storia vera.

    Insomma c’è in tutto il concerto un senso molto fossatiano del viaggio tra solitudini e latitudini diverse, ma intime, luoghi dell’animo più che della geografia. Donde il simbolismo volatile che alimenta via via Lindbergh («E la voglio fare tutta questa strada/ fino al punto esatto in cui si spegne»), L’orologio americano, Ho sognato una strada nonché, sempre più magiche, Ventilazione, I treni a vapore, La pianta del tè. Con inflessioni che apparirebbero, d’acchito, privatissime, ma nel progredire dell’ascolto sfoderano un’oggettività che le fa diventare di tutti: La costruzione di un amore, per esempio, raramente così toccante. Ora certo la canzone italiana perde uno dei suoi grandi. Un talento non certo minore, se uno stuolo di cantanti e cantantesse, da Celentano a Mina eppoi De Gregori, De André, Patty Pravo, e ancora le Berté, Mannoia, Zucchero hanno attinto alla sua vena sghemba, refrattaria alle “piccole cose rassicuranti”, diceva Dalla, della canzonetta usa e getta. Alla levità futile della cosiddetta musica leggera: ché se di leggerezza s’ha da parlare, in Fossati, non è certo quella della dell’esilità, dell’occasionalità, della banalità programmatica: ed ecco perché il suo canto scabro, i testi asciutti eppur complessi, le musiche armonicamente inconsuete e mai biecamente orecchiabili hanno resistito sulla ribalta per quarant’anni.

    Ed è anche per questo che l’arte di un moderno trovatore può congedarsi dal pubblico senza però abbandonarci: perché nulla c’è di meno transeunte della genuinità pregnante e della profondità pudica, che sono tra i tratti salienti del canzoniere di Ivano. E il concerto ce lo ha rammentato, pur nell’ampiezza di un arco cronologico che va dai fecondi anni Settanta a questo oggi di ambigue restaurazioni politiche, insicurezze sociali, sgomenti esistenziali, ribellismi velleitari.

     

     


     

    MUSICISTI

     

    • Pietro Cantarelli (produzione artistica e arrangiamenti, pianoforte, tastiere, Hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce)
    • Claudio Fossati e Andrea Fontana (batteria e percussioni)
    • Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola)
    • Fabrizio Barale (chitarre elettriche e acustiche, voce)
    • Max Gelsi (basso elettrico e acustico)
    • Martina Marchiori  (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere, percussioni)
    • Mercedes Martini (voce recitante).

     

  • Francesco De Gregori // Clubs and Pubs tour 2011 @ Live Music Club di Trezzo d’Adda

    Francesco De Gregori // Clubs and Pubs tour 2011 @ Live Music Club di Trezzo d’Adda

    Sergione Infuso

    Qualunque cantautore farebbe carte false per avere nel proprio repertorio un brano come Generale, chiusura perfetta di un concerto, finale d’effetto con pubblico in tripudio. Invece, chi ha effettivamente firmato quel pezzo può permettersi di utilizzarlo, con ritmo più agile e scanzonato, per rompere il ghiaccio: una cordiale stretta di mano ad una nuova platea.

    (altro…)

  • Daniele Silvestri: concerto in Villa Arconati

    Daniele Silvestri: concerto in Villa Arconati

    DANIELE SILVESTRI

    www.danielesilvestri.it

    Luogo: Villa Arconati, Bollate (MI)
    Data: 14 giugno 2011
    Evento: Festival Villa Arconati
    Voto: 7,5

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    di Eugenio Peralta

    Dalla prima apparizione a Sanremo con L’uomo col megafono ai successi più recenti, il leit motiv che accompagna la carriera di Daniele Silvestri è immutabile: bravo, ma gli manca il capolavoro. Una discografia traboccante di pezzi eccellenti e con pochissime cadute di stile, priva però del “cinque stelle”, dell’acuto definitivo. Il luogo comune ha indubbiamente un fondo di verità; ma l’apparente handicap si trasforma in un asso nella manica nella dimensione live, dove Silvestri può permettersi di sfoderare un brano dopo l’altro virtualmente all’infinito, potendo contare su un’elevatissima qualità media. Ed è andata proprio così nella scenografica cornice di Villa Arconati, dove il cantautore romano si è esibito per quasi due ore e mezza con la consueta generosità, incurante della stanchezza e delle zanzare, di fronte a un pubblico tanto entusiasta quanto disciplinato (ci torneremo).

    Se c’è una cosa che Silvestri sa fare benissimo è arruffianarsi gli ascoltatori, con il suo atteggiamento ironico e autoironico, con le dichiarazioni di appartenenza politica (poche settimane fa è stato tra i protagonisti del concerto in onore di Giuliano Pisapia) e persino mettendo in scena una presunta “improvvisazione” della scaletta. Ma anche con la musica: si vedano gli ammiccanti ritmi latini garantiti dalla presenza del percussionista cubano Ramon José Caraballo, per esempio ne La paranza, ma ancora più spesso gli sconfinamenti nel reggae e nello ska, come nei nuovi arrangiamenti di Monetine o Me fece mele a chepa. Mosse furbette? Può darsi, ma va detto che l’altro elemento da sempre presente nel DNA di Silvestri è la capacità di muoversi con disinvoltura (e grande divertimento) da un genere musicale all’altro: lo ha dimostrato anche a Bollate, saltando senza affanno dalla ballad Acqua stagnante alla sincopata Fifty fifty, fino al quasi-rap di Le cose in comune, anche se la velocità non è più quella di una volta.

    Nella lunga scaletta dello spettacolo, del resto, c’è stato spazio praticamente per ogni cosa: quasi tutti i brani dell’ultimo disco, forse meno riuscito dei precedenti ma sempre ben oltre la soglia della gradevolezza, a qualche “perla” tirata fuori dal dimenticatoio come la bellissima Strade di Francia e addirittura il rock naif di Datemi un benzinaio, uno dei primi brani incisi dal cantante di Roma. Spiazzante la pausa a metà concerto: dieci minuti di musica techno – piuttosto datata – per introdurre i brani più movimentati come la grottesca S con Dario, altro cavallo di battaglia degli esordi, ma anche Manifesto o Salirò. Tra i momenti più intensi da segnalare anche il duetto con il milanese Diego Mancino per l’onirica e ispirata Acqua che scorre.

    Il neo della serata è facile da individuare: la posizione del pubblico, irrigidito in posti a sedere troppo lontani dal palco e impossibilitato a vivere il concerto con la dovuta partecipazione. Vero che Silvestri è un cantautore a tratti intimista, ma così si esagera. Dopo quasi un’ora e mezza, infatti, gli spettatori hanno finalmente infranto il tabù e si sono riversati in massa nelle prime file, in tempo per un finale ad alto tasso di emotività: il rock progressivo di Aria, i beffardi stornelli di Testardo con tanto di coro “..de li mortacci tua”, e soprattutto l’attesissima Cohiba dedicata a Che Guevara, ormai trasformata in un inno generazionale. Certo, a rifletterci c’è qualcosa che non torna nel sentire Silvestri enunciare che “lo slogan è fascista di natura” (Voglia di gridare, il singolo con cui esordì nel 1994) per poi lanciarsi, pochi secondi dopo, nel coro “Venceremos adelante, o victoria o muerte”. Ma in fondo cambiare idea non è vietato e anche questa è una dimostrazione di sincerità, una dote che al cantautore romano non è davvero mai mancata.


  • Gli eroi sono tutti giovani e belli

    Gli eroi sono tutti giovani e belli

    FRANCESCO GUCCINI

    www.francescoguccini.it

    Luogo: Mediolanum Forum,Assago
    Data: 10 dicembre 2010
    Evento: Tour 2010
    Voto: 9

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    Se anarchia implica disordine, qualcuno mi dovrà spiegare cosa ci faceva buona parte delle dodici mila anime inneggianti alla A cerchiata seduta in modo composto sul pavimento del Forum di Assago, senza che nessun’autorità cercasse di imporre una qualsivoglia norma comportamentale.
    Già, perché un concerto di Guccini bisogna goderselo seduti in terra, con le gambe incrociate ed una bottiglia di vino tra le mani, non importa che si abbia 10 o 70 anni (tanto era vario il pubblico che il cantautore emiliano, generazione dopo generazione, continua ad ammaliare).
    Inizia lo show, via al monologo: ciascuno ascolta rapito il protagonista della serata che si presenta sempre allo stesso modo, giovane e bello (chi trovasse questa affermazione strampalata probabilmente si sarà limitato ad un superficiale e fuorviante colpo d’occhio). Attualità, politica, una battuta per introdurre del il primo brano “a sorpresa” e Canzone per un’amica già risuona all’interno del palazzetto. Si prosegue con un salto temporale di un paio di lustri, Lettera, per poi ritornare alla leggenda di Noi non ci saremo.

    Spazio quindi a brani dei primi album, alcuni dei quali insoliti per la scaletta live: sulla scena sfilano, quasi fossero reali, personaggi appartenuti alla storia di Francesco Guccini: ecco Il frate , Amerigo e, sublime, Il pensionato, introdotti, come si fa tra amici, con racconti, aneddoti e un velo di nostalgia. Seguono canzoni del calibro di Autogrill, Canzone per Piero e Quattro stracci, gridata e vissuta dal pubblico più giovane con una passione quasi commovente. E non poteva essere altrimenti, data l’interpretazione di Guccini, che si abbandona flusso vigoroso del sue composizioni facendole vibrare ed urlare come fossero giovani erinni. A farne le spese sono i suoi fidi musici che devono talvolta rincorrersi e saltare qualche accordo per riallineare metrica e battute. Nessun problema naturalmente per strumentisti del calibro di Bandini, Tempera, Manuzzi, Mingotti, Marangolo e l’inseparabile Flaco che riescono, con uno sguardo ed un sorriso, a mettere ogni cosa al posto giusto.

    Il momento di più alta partecipazione e coinvolgimento arriva con la “nuova” Su in collina, interpretata in modo quasi solenne e seguita da Canzone dei dodici mesi. Poche note dell’arpeggio di chitarra bastano ad identificare la successiva Canzone di notte n. 2: ora è sicuro, nessun rimpianto per questa serata.

    Tutti in piedi, sempre con creanza, per i classici di coda: Eskimo, Cyrano, Dio è morto; quindi i musicisti depongono gli strumenti e lasciano la scena al cantautore che impugna la sei corde ed allo stesso modo tiene in pugno le migliaia di anime in ascolto. Le prime strofe chitarra e voce de La locomotiva racchiudono tutto Guccini, tutta la sua potenza, la sua fermezza eroica, la sua lucida e giovane bellezza.

  • La suggestione della semplicità

    La suggestione della semplicità

    LEONARD COHEN

     

    Luogo: Lucca, Piazza Napoleone

    Data: 28 luglio 2008

    Evento: Summer festival

    Lucca, Piazza Napoleone, un bicchiere di vino rosso, un posto a sedere: lo scenario è impeccabile, il palcoscenico imponente. L’aria si carica di un misto di eccitazione e misticismo, sembra che nulla possa intaccare la perfetta atmosfera che precede l’ingresso di Leonard Cohen. Tuttavia, una pecca c’è: il cantautore canadese, puntuale come l’orologio che tiene al polso, inizia lo show come da programma, ma è il sistema ad incepparsi e qualche centinaio di persone restano bloccate all’esterno dell’area con i posti numerati. Riesco solo ad intuire le splendide Dance Me To The End Of Love e the The Future tra le urla della gente infuriata accalcata agli ingressi che non vorrebbe perdersi neanche una nota di un incipit così importante. Ancora qualche attimo di sofferenza e finalmente riesco a prendere posto; bastano pochi secondi perchè il timbro di Cohen spazzi via ogni traccia di nervosismo dal mio stomaco per riempirlo di pace ed emozioni positive.

    Chitarra a tracolla (come accadrà per l’esecuzione di altri classici degli inizi) Cohen intona Bird on A Wire: l’interpretazione è da pelle d’oca, l’incantesimo completo. La scaletta non si abbassa mai di tono e l’ensamble dà il via a Everybody Knows subito seguita da In My Secret Life, un’escalation di successi che provoca ripetuti scrosci di applausi tra il pubblico entusiasta. Cohen non perde occasione per presentare la formazione composta da eccellenti musicisti. Sembra compiaciuto ed allo stesso tempo ammirato quando, alla fine di ogni assolo, si toglie il cappello e umilmente accenna un inchino per ringraziare l’esecutore che ricambia il gesto di stima.

    E’ il momento di Who By Fire, intonata come da copione duettando con la corista, e Hey, That’s No Way To Say Goodbye prima che Anthem chiuda la prima parte del concerto, tenuto in perfetto equilibrio dall’alternanza di brani del primo Cohen e quelli tratti dalla sua discorafia più recente.

    Dopo la pausa il menestrello settantaquattrenne torna sulla ribalta saltellando e il pubblico viene deliziato da brani del calibro di Suzanne, The Gypsy’s Wife e Halleluja, la cui interpretazione, così densa e toccante, non avrebbe lasciato indifferente nemmeno l’animo più arido. La seconda parte del concerto trova conclusione (e un’altra occasione per nominare i musicisti) sulle note di I’m Your Man.

    Cohen è molto disponibile all’interazione col pubblico, raccoglie i complimenti e risponde con cortesia, gioca con l’audience promettendo risposte che finiscono in suoni giocosi e privi di senso. Si instaura un rapporto quasi confidenziale che riesce a mettere a proprio agio l’una e l’altra parte dopo quattordici anni di lontananza.

    So Long Marianne dà inizio alla lunga serie di bis, in cui Cohen lascia molto spazio alle brave e affascinanti coriste e agli assoli di Neil Larsen (tastiere, strumenti a fiato), Bob Metzger (chitarre e voci), Javier Mas (chitarre acustiche), Rafael Gayol (batteria e percussioni) e Dino Soldo (tastiera, sassofoni e voci). Sister Of Mercy è l’ennesimo successo che ci viene proposto, ma la terza ora di concerto sta quasi per scadere e tutti si aspettano ancora qualcosa. Alcune voci si alzano dal pubblico invocando Chelsea Hotel, mentre io continuo a sperare in Famous Blue Raincoat. Il tempo avanza rapidamente e senza accorgercene siamo nel mezzo di Closing Time un titolo che non lascia adito a dubbi circa l’imminente e definitiva chiusura dello show. Il palcoscenico si svuota rapidamente e a noi non resta che un senso di appagamento e il ricordo di un evento unico, venato dal rammarico per il vuoto lasciato da quel brano, un vuoto che difficilmente avrà un’altra occasione per essere colmato.

  • Haiku

    Haiku

    FRANCO BATTIATO

     

    Luogo: Parco della Pellerina, Torino

    Data: 7 Luglio 2007

    Evento: Traffic Festival

    Voto: 7

    Incipit: Haiku. Cosa? Ci aspettavamo un’apertura punkabbestia, mentre Franco dalla sua sedia ci sorprende e ci stende con il più sublime dei brani. Il seguito non è da meno, dato che Povera Patria è un capolavoro sociale e riflessivo. Il pubblico sente il brano, ricontestualizza il testo adeguandolo all’attualità e sottolinea i passaggi fondamentali a suon di 80 mila battiti di mani. Seguono tre brani di Fleurs: Amore che vieni, amore che vai (De Andrè), La canzone dei vecchi amanti (Jaques Brel), Ruby Tuesday (Rolling Stones).

    Prevedibilmente il Battiato “pianoforte a coda e quartetto d’archi” deve ora lasciare spazio alla sua anima sperimentale e rockeggiante, ma quelle quattro pseudo-punk-sardo-londinesi trascinano lo show un po’ troppo sulla soglia del ridicolo. Sgalambro completa l’opera. Chiudono l’esibizione i classici imprescindibili, il bis ci serba L’era del cinghile bianco e Centro di gravità permanente.

    E’ ora il momento dei Subsonica, una sferzata di adrenalina live: a Disco labirinto segue una rivisitazione di Patriots con Battiato ai cori che cerca, leggio alla mano, di non sbagliare le entrate; il maestro (qui sembra più uno studentello) segue attento i movimenti di Samuel, questi lo guarda con un misto di ammirazione, stupore, tenerezza e divertimento. Un ultimo brano, si spengono le luci del palco e un fiume di persone si riversa ai Murazzi.

  • Paolo Conte tra luce e poesia

    Paolo Conte tra luce e poesia

    PAOLO CONTE

    www.paoloconte.it

    Luogo: Anfiteatro Giovanni Paolo II, Sordevolo (BI)
    Data: 29 giugno 2007
    Evento: Libra Festival
    Voto: 9

    Alla destra del palcoscenico la luce naturale di una perfetta luna piena cui si affianca quella più flebile di Giove; alla sinistra lo sfavillio delle illuminazioni cittadine che i 600 metri di altitudine di Sordevolo permettono di scorgere in lontananza. Fanno il loro ingresso chitarrista e altri sei polistrumentisti rigorosamente in smoking che si posizionano alle rispettive postazioni; pochi attimi ancora e questo scenario diventerà contorno: Paolo Conte entra dalla sinistra, un cenno per salutare il folto pubblico, si siede al suo pianoforte e immobile attende la prima nota dello xilofono: Sparring partner. Termina il brano di apertura, i musicisti corrono per il palco e si scambiano i ruoli come in una danza che accompagnerà tutto il concerto. Via al secondo pezzo, Come-dì.

    Tra le gambe del pianoforte si muovono quelle di Conte, un piede si agita freneticamente, l’altro sembra seguire le note; un accenno di kazoo e il pubblico è in tripudio. Il ritmo si allenta sulle strofe de La casa cinese e si fa cadenzato quand’è il momento di Sotto le stelle del jazz, particolarmente apprezzata dagli spettatori che si divertono ad imitare il cantautore a suon di “zzz”. Le luci della scena si tingono di verde e i suoni si fanno esotici: è il momento di Alle prese con una verde Milonga che scivola via sinuosa per lasciare spazio alla fumosa e accattivante Boogie.

    Come da copione i musicisti escono di scena e Conte esegue solo al pianoforte Parole d’amore scritte a macchina; quando termina il brano anche l’ultimo sassofonista abbandona il palco ed ecco Genova per noi, troppo grande, troppo celebre, non può essere rappresentata che su un palcoscenico sgombro. Conte termina quasi frettolosamente la popolare canzone e per la prima volta si alza e si porta al microfono alla sinistra del pianoforte: a chiudere la prima parte dello show è la splendida Molto lontano, il piano suonato a quattro mani, il bandoneon che soffia alle sue spalle.

    Un motivo sentito e risentito apre la seconda parte del concerto, ma non è immediato che si tratti di Bartali: la prima strofa è lenta, forzatamente lenta, ma d’un tratto arriva la ripresa ritmica che asseconda le aspettative di tutti. Un’atmosfera calda e rilassante riempie l’aria con Sonno elefante, poi è la volta di Lo zio, Max e Diavolo Rosso che si trasforma piano piano in quella che sembra un’improvvisazione klezmer. Conte esce di scena, il solito rituale gridato lo fa rientrare per il bis. Due ragazzi si lanciano sotto al palco, subito la folla li imita e balla al ritmo de La vecchia giacca nuova. Via con me è intonata all’unanimità prima che le luci si spengano definitivamente