Categoria: Rock

  • Kaiser Chiefs // Magazzini Generali di Milano

    Kaiser Chiefs // Magazzini Generali di Milano

    AMAmusic

    La Union Jack che sventola tra le fila dei fans accalcati sotto il palcoscenico celebra a buon diritto l’abbondante dose di “britannicità” che scorre orgogliosa nelle vene dei Kaiser Chiefs.

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  • Nick Cave infiamma l’Alcatraz di Milano

    Nick Cave infiamma l’Alcatraz di Milano

    AMA music

    “Can you feel my heartbeat” sussura il predicatore solenne, sporto verso il pubblico, sorretto dalle mani dei fan devoti che premono contro il suo petto. Si sentiva, eccome, quel battito. Si tastava, con le dita, tra le prime file e si percepiva, fisicamente, fino alle ultime, spinte fino alla parete opposta di un Alcatraz sold out. Nick Cave, si sa, è ieratico, domina la folla col solo gesto di una mano e la fa vibrare a suo piacimento. Ma Cave è anche uno della folla, non ha paura di mescolarsi al pubblico, di partecipare ai suoi sussulti, aizzandolo come un condottiero carismatico al grido noise scatenato dai suoi Bad Seeds. E quando il muro sonoro si infrange ecco affiorare il lato più introspettivo di Cave, capace di picchi si estremo lirismo, che seducono con la profondità di una voce suadente.
    L’attacco di We No Who U R è già di per sè sconvolgente: il pubblico è in balìa di Cave e pronto ad essere trasportato attraverso Jubilee Street nel vivo di una performance che lascerà il segno. Il crescendo noise arriva al climax sulle note finali del brano, quando la tensione viene sciolta dalle parole del cantante che invita i fotografi a lasciare le loro postazioni con un ironico “Arrivederci fotografi“.

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  • Paul McCartney all’Arena di Verona

    Paul McCartney all’Arena di Verona

    AMAmusic

    Questa volta sono preparato, non posso più soffrire dell’emozione della prima volta, Paul McCartney live non è più una novità per me, il palco è lo stesso dell’On the Run Tour, giuro che resisterò e non frignerò come un bimbo il primo giorno di scuola quando vede la mamma allontanarsi.

     

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  • Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    Correvano gli anni Novanta, Kurt Cobain ci aveva lasciato da poco, in Europa si affermavano nuovi fenomeni pop destinati, nelle loro diverse declinazioni, a prendersi la scena, mentre a Seattle si continuava a suonare, ma il movimento grunge si era già lasciato alle spalle il suo periodo d’oro.

    Più a sud, a Los Angeles, una ragazza canadese poco più che ventenne provava a emergere in quel mondo che frequentava già da un po’, ma che non le aveva ancora regalato grandi soddisfazioni. E’ in questo contesto che nel 1995 viene pubblicato Jagged Little Pill, primo album di successo di Alanis Morissette, che conquista rapidamente il favore del pubblico e dà il via alla scalata dell’artista dal ruolo di semisconosciuta a quello di rockstar. Un timbro riconoscibile, testi espliciti, sonorità trasmissibili anche dalle radio, un uso sapiente dei videoclip e tanta grinta ne favoriscono l’ascesa, e la aiutano a ritagliarsi il suo spazio in un decennio povero di grandi personalità femminili.

    Diciassette anni dopo sono tra gli spettatori all’Ippodromo di San Siro, dove la Morissette si ripropone ai milanesi a quattro anni di distanza dall’ultima apparizione italiana, con qualche settimana d’anticipo rispetto all’uscita del suo nuovo lavoro Havoc and Bright Lights.

    Le luci si spengono con tre quarti d’ora di ritardo, ma una signora val bene l’attesa, soprattutto se l’oscurità può essere funzionale allo spettacolo (non sarà così). La band prende posizione e inizia a suonare l’intro di I Remain, quando arriva la voce da dietro le quinte. E’ solo un assaggio, il brano si interrompe, i riflettori esplodono e con lo stesso fragore, sulle note di Woman Down, fa il suo ingresso Alanis: sorriso sulle labbra, pantaloni glitterati, canottiera bianca e gilet nero.

    Inizia a macinare chilometri, da un lato all’altro del palco, con lo sguardo sempre rivolto al pubblico, come i bravi attori. La mia attenzione, come sempre all’inizio di un concerto, è più sul quadro generale e sulle movenze dell’artista che sulla performance canora. Il flusso musicale è continuo, sicuro, senza sussulti, non sento niente di strano, ed è proprio questa mancanza di alti e bassi che già alla terza canzone insinua nella mia mente un dubbio che si fa subito insistente, ma che al momento tento di reprimere.

    Continuo a pormi le stesse domande durante You Learn e il nuovo singolo Guardian, per il quale la ragazza di Ottawa imbraccia una chitarra elettrica. La voce c’è, è precisa, quasi perfetta, il volume è costante, perfino quando scosta la bocca dal microfono per cambiare accordo non c’è mai un calo. Anche i cori sovrapposti sono altrettanto impeccabili (non ci sono altri vocalist). Potrei anche aver assistito a un’esibizione ineccepibile, nonché al lavoro altrettanto magistrale di un tecnico del suono capace di aggiungere e togliere effetti in tempo reale senza la minima sbavatura, ma il sospetto che in realtà i meriti siano da attribuire quanto meno a un piccolo aiuto registrato mi resta.

    Seguono Flinch, Forgiven ed Hands Clean, prima della seconda parte di I Remain. In generale lo show non si contraddistingue per originalità, la protagonista ripete sempre lo stesso movimento, cammina da destra a sinistra, da sinistra a destra, sorride, e ogni tanto concede alla platea un “thank you so much”, niente di più. I musicisti alle sue spalle provano a dare un po’ di movimento: da citare le scrollate di capo del tastierista Michael Farrell e le piroette del bassista Cedryc Lemoyne, che oltre a svolgere il suo compito, mi accorgo, riscuote consensi tra il pubblico femminile.

    La svolta arriva con Ironic, quando finalmente riesco a interrompere i miei tentativi un po’ maliziosi di cogliere ogni minima asincronia per avvalorare la mia tesi. Adesso finalmente c’è l’interpretazione, non solo l’esecuzione, ci sono variazioni melodiche, e la grande partecipazione della folla quando Alanis gira il microfono verso di noi. Posso rilassarmi e godermi la musica, che da questo punto in poi cambia e diventa più umana, in linea con quello che ci si aspetta da un live. Dopo è la volta di un’altra novità, Havoc, prima di

    Head Over Feet, 21 Things I Want in a Lover e di una nuova ondata d’entusiasmo scatenata da You Oughta Know.

    Chiude la scaletta, prima dei bis, Numb, che culmina in un headbanging che per un breve istante mostra quel lato indisciplinato della Morissette che colpiva all’inizio della sua carriera, e del quale ora è rimasto poco. A volte l’esuberanza giovanile si trasforma in carisma e autorevolezza, altre più semplicemente svanisce per lasciare solo il ricordo.

    Dopo i finti saluti due bis: Hand In My Pocket e Uninvited, un’altra breve pausa e la conclusione con Thank You, ringraziamento finale dopo un’ora e mezza fin troppo ordinaria.

  • Manowar // Gods of Metal 2012

    Manowar // Gods of Metal 2012

    Il ritorno dei re

    Luogo: Arena Fiera Milano di Rho (MI)
    Data: 21 giugno 2012
    Evento:  Gods Of Metal
    Voto: 8

    Eric Adams – voce

    Karl Logan – chitarra

    Joey DeMaio – basso

    Donnie Hamzik – batteria

     

    Nel 1997 i Manowar inauguravano la prima edizione del Gods of Metal, il primo e il più longevo dei festival estivi italiani che esordiva al mitico PalaSharp di Milano. Oggi i Manowar sono tornati sul luogo del delitto, o quasi, per aprire la quindicesima edizione del Gods of Metal all’Arena Fiera Milano di Rho (MI).

    Le ricorrenze da celebrare non si esauriscono qua: dieci anni fa usciva Warriors of the World e da quel 2002 i Manowar non avevano più fatto ritorno in Italia, in più, proprio in questi giorni, si brinda all’uscita del nuovo lavoro della band, The Lord of Steel. Eppure sarà per il caldo asfissiante, sarà che è un giovedi lavorativo e che nei prossimi tre giorni di festival sono previsti grandi nomi del hard rock e del metal decisamente più accattivanti per il grande pubblico, oppure sarà per i costi dei biglietti, ma oggi all’arena non si registra il pienone.

    I Manowar, d’altronde, non sono tipi da folle oceaniche, Grammy o MTV: fieri, integralisti, lontani da ogni moda, sempre fedeli al proprio stile, a quel marchio di fabbrica che ha costituito la loro fortuna ma al tempo stesso, dopo 30 anni di carriera, li ha relegati a una forma caricaturale, una sorta di trappola dalla quale sarebbe impossibile uscire senza farsi male. Come potrebbero infatti gli unici e veri “kings of metal” tradire la lealtà di quello stesso zoccolo duro di fan che li ha incoronati re diversi anni or sono?

    Così, quando sono passate da poco le 22, la band newyorkese esce sul palco appena abbandonato da Amon Amarth e Children of Bodom e dà inizio a uno show di due ore e mezza circa, tiratissimo, potente e senza troppi fronzoli. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare la scenografia è sobria, per non dire inesistente: giusto uno stendardo a nascondere il backstage ma niente maxi-schermi, niente Harley rombanti, niente comparse in abiti medievali o fuochi d’artificio. L’unica concessione allo spettacolo è il divertente siparietto tra il bassista Joey DeMaio e un giovane ragazzo scelto tra il pubblico delle prime file per unirsi alla band nell’esecuzione di un brano e portarsi a casa, come souvenir, una delle chitarre di Karl Logan.

    A parte questo momento e il classico monologo sconclusionato e, per l’occasione, in italiano di Joey DeMaio, per il resto i protagonisti indiscussi della serata sono l’heavy metal e l’impressionante impianto audio fortemente voluto dalla “band più rumorosa del mondo” che, finalmente, ha fatto tremare l’asfalto dell’arena e implorare pietà alle nostre orecchie.

    La prima parte del live è segnata dai grandi classici del gruppo come Manowar, Gates of Valhalla, Kill With Power, Sign of the Hammer, Fighting the World, Kings of Metal, Metal Warriors e dall’incontenibile entusiasmo del pubblico. Poi, senza soluzione di continuità, si passa ad alcuni pezzi della produzione più recente dei Manowar e, inevitabilmente, si assiste a un calo di tensione.

    Il susseguirsi di brani dai ritmi serratissimi, come Hand of Doom, King of Kings, The Gods Made Heavy Metal, Thunder in the Sky e The Power, dove il basso di DeMaio raggiunge volumi devastanti e la doppia cassa di Donnie Hamzik si fa ossessiva e quasi fastidiosa, viene intervallato, per fortuna, dalle liriche coinvolgenti e dai toni epici di Call to Arms e Warriors of the World United.

    Dopo un breve break, prima del gran finale con le mitiche Hail and Kill e Black Wind, Fire and Steel, arriva l’omaggio di Eric Adams all’Italia. Nata quasi per gioco alcuni anni fa, la rivisitazione della celeberrima romanza di Giacomo Puccini, Nessun dorma, è ormai diventata un classico delle esibizioni live della band e l’occasione per il singer di ribadire, ancora una volta, che la miglior voce in circolazione in ambito heavy metal è sempre la sua.

    Mancano all’appello, a mio avviso, almeno un paio di pezzi storici come Battle Hymn e Courage che avrebbero potuto dare, tra l’altro, un bel cambio di ritmo alla seconda parte della scaletta un po’ troppo monotona. A parte questo dettaglio c’è poco da aggiungere, i Manowar sono una di quelle band che dal vivo non tradisce mai.

    Tematiche fantasy, vocabolario scarno, vestiario in pelle, muscoli pompati, cuore, sudore, suoni possenti e nessun compromesso sono gli ingredienti essenziali dei loro show, come dire: poche idee ma ben chiare! E se qualcuno non volesse stare al gioco farebbe bene a starsene alla larga come sentenzia il testo di Metal Warriors: “… whimps and posers leave the hall!“.

    ————————-

    Scaletta:

    Manowar

    Gates of Valhalla

    Kill With Power

    Sign of the Hammer

    Fighting the World

    Kings of Metal

    Metal Warriors

    Sun of Death

    Brothers Of Metal

    Call to Arms

    The Gods Made Heavy Metal

    Sons of Odin

    Hand of Doom

    King of Kings

    Sting of the Bumblebee

    Joey’s Speech

    Warriors of the World United

    Thunder in the Sky

    The Power

     

    Encore:

    Hail and Kill

    Nessun Dorma

    Black Wind, Fire and Steel

     

     

  • Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds

    Luogo: Alcatraz, Milano
    Data: 28 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 5

    Inizio dalla fine. I concerti di Paul McCartney durano quasi tre ore, quello di Noel Gallagher una e mezzo, e chi ha visto più live degli Oasis mi spiega che era un’abitudine dei fratellini anche quando suonavano insieme. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vederli dal vivo perché l’unica volta che ho acquistato un biglietto hanno deciso di sciogliersi due giorni prima, mandando a monte le ultime due date senza preoccuparsi troppo dei fan. Pazienza, questo non sarebbe di per sé un grande problema se alla durata dimezzata dell’evento corrispondesse almeno metà del talento dell’ex Beatle (che Noel ha seguito in prima fila la sera prima), ma è forse ridondante puntualizzare che non è questo il caso, sebbene non si riesca proprio a liberarsi di certi paragoni blasfemi.

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  • PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    Rock e Immaginazione

    PFM

    Luogo: Phenomenon Music Club, Fontaneto d’Agogna (NO)
    Data: 25 novembre 2011
    Voto: 8

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    L’incontro con Fabrizio De Andrè (da cui scaturì il celebre tour che tra il 1978 e il 1979 fece tappa in tutte le principali città italiane) è stata un’esperienza tra le più significative nella carriera artistica della PFM e, probabilmente, anche a livello umano ha lasciato il segno tra i componenti della storica band rock progressive, tanto che il pensiero di Franz Di Cioccio ad inizio concerto va proprio a lui: «Fabrizio ci ha fatto capire cos’è la poesia, e noi lo abbiamo aiutato ad acquisire la consapevolezza che la sua musica fosse meglio di quanto lui stesso credesse».

    Prima che le note di basso inizino a scandire l’attacco di Come ti va, Di Cioccio termina le presentazione anticipando che il concerto avrà due anime: una più cantautoriale e una puramente progressive, cui appartiene lo zoccolo duro del loro repertorio.

    Il salto d’ottava che richiede il brano d’apertura è superato senza esitazioni dal cantante-batterista della PFM e basta poco perché il suo carisma incontenibile, unito agli ottimi suoni e ad un’acustica in grado di valorizzarli, catturino la platea. Dallo stesso album di inizio anni ‘80 è tratta la successiva Quartiere 8 seguita da 46: l’assolo elettrico di Lucio “violino” Fabbri con distorsioni ed effetto wha-wha travolge il pubblico esaltato.

    E’ quindi la volta di La Rivoluzione, brano balzellante estratto da Serendipity, che vede la collaborazione di Daniele Silvestri come autore del testo. Il passaggio ai tempi dispari di Traveler, puro progressive datato ‘77, segna uno stacco netto tra prima e seconda parte del concerto. «Non la suonavamo da chissà quanto tempo» spiega Di Cioccio e continua «E’ un pezzo corale, come in una partita ci calcio, la voce passa la palla al basso, che poi serve il violino che infine passa sulla fascia sinistra verso la chitarra».

    Quando infine Di Cioccio siede alla batteria il sound della serata svolta decisamente (senza nulla togliere all’ottimo Roberto Gualdi): stacchi, controtempi e tom a profusione fanno scattare un’intesa viscerale tra i componenti della band che danno libero sfogo alla loro originaria estrazione prog.

     

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    Si cambia ancora genere con Suonare, suonare, impreziosita dall’assolo di basso di Patrick Djivas e cadenzata nel finale dai battiti di mani del pubblico. Seguono la terzinata Maestro della voce e Si può fare, mentre Di Cioccio, sempre più scatenato, corre per il palco, salta, brandisce il tamburello o estrae dai pantaloni una delle tante bacchette che ha infilate nella cintola per colpire il crash alle sue spalle. Franco Mussida, sotto tono per via di un malanno stagionale, inizia a mettere in guardia le prime file “Non ho voce. E vedrete quando dovrò cantare Impressioni di settembre”.

    Ed infatti il brano-bandiera della Premiata Forneria Marconi, intonato a fatica dal chitarrista che cerca di sopperire al problema alle corde vocali alternano un recitativo al cantato, è eseguito in versione ridotta e troncato subito dopo l’assolo di tastiere di Gianluca Tagliavini. Il gran finale è affidato ad una versione estesa di Celebration con tanto di citazione, nel mezzo, di Volta la carta: il gioioso fraseggio di violino in stile Irish impone qualche passo di danza anche ai più riluttanti.

    Non resta che completare la serata con uno spettacolare assolo a quattro mani di Gualdi-Di Cioccio che sembra divertire molto i due batteristi e, di riflesso, anche la platea ammirata. Come non esserlo, d’altra parte, di fronte a uno show di questo calibro, portato in uno sperduto paesino tra i colli novaresi con la stessa convinzione, professionalità e partecipazione di quando Di Cioccio e soci spopolavano guadagnandosi il titolo di rock band italiana di maggior successo nel mondo. 

  • Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Sotto il palco

    Questa non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.

    L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.

    Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.

    Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.

    Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.

    Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.

    Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.

    Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).

    Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.

    Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.

    Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.

    La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.

    Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.

    L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.

     

    Leggi il live report + scaletta


     

  • Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 27 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 10

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    Paul McCartney – voce/chitarra/basso/mandolino/ukulele/pianoforte  |  Rusty Anderson – chitarra |  Brian Ray – basso / chitarra |  Paul “Wix” Wickens – tastiere | Abe Laboriel Jr  – batteria


    Erano passate quasi tre ore e tutti sul palco iniziavano a dare segni di cedimento: gli occhi di Rusty Anderson erano sempre più infossati, Abe Laboriel Jr aveva donato alla spettacolo anche l’ultima goccia di sudore, ma lui, Paul McCartney, continuava a mantenere l’aplomb di un baronetto invitato a Buckingham Palace nell’ora del te. Tra le sue mani è passata almeno una mezza dozzina di strumenti musicali e su ciascuno il suo tocco è stato pressoché impeccabile. Toglieva il fiato sentirlo intonare, solo sul palco con la sua acustica, Blackbird o Yesterday, con quel timbro limpido dall’intonazione innata e totalmente incurante del tempo che passa.

    Sono le nove spaccate e McCartney saluta il pubblico del Mediolanum Forum con Hello, Goodby dichiarando, basso Höfner alla mano, l’impronta beatlesiana che avrà la serata; servono per questo musicisti parecchio ferrati con cori e doppie voci, come risulta chiaro fin dalle prime note di All My Loving, introdotta da qualche parola in italiano dell’ex Beatle.

    Dopo Jat, McCarney abbandona la giacca nera profilata in rosso per restare avvolto nel bianco della sua camicia, spezzato solo dalle linee sottilissime delle bretelle. All’esplosiva Drive My Car segue un estratto dell’ultimo album firmato Fireman e The Night Before, suonata per la prima volta in Italia.

    Per il riff graffiante di Let Me Roll It (Wings) McCartney affida a Brian Ray l’accompagnamento al basso e impugna la chitarra elettrica che sostituirà nel brano successivo con quella utilizzata per la registrazione originale di Paperback Writer: canti, controcanti su un ritmo serrato mettono a dura prova i musicisti che tuttavia non sbagliano un colpo. Il “THANKS” scritto con lo scotch sul retro della chitarra che a fine canzone Rusty Anderson esibisce al pubblico sembra voler dire: «Ce l’abbiamo fatta».

    Quasi per dare tregua alla sua band, Paul siede al pianoforte e attacca senza esitazione la struggente The Long And Winding Road, seguita da Nineteen Hundred and Eighty-Five («per i fan dei Wings» – dice) e Baby I’m Amazed, facendo sfoggio di un’estensione vocale incredibile. Tra un brano e l’altro c’è spazio per alcuni micro-siparietti intrisi di brit humor allo stato puro e qualche accenno alla canzone italiana: Piove (Ciao Ciao Bambina) di Modugno mentre saluta gli spalti più lontani e O sole mio quando sotto le sue dita passano le otto corde di un mandolino.

    Torna quindi all’acustica e, con un tocco invidiabile e la quasi perfezione esecutiva, Paul McCartney intona I Will, poi ricorda le lotte per i diritti civili vissute in prima persona negli anni ‘60 con Blackbird (peccato che migliaia di battiti di mani non abbiano compreso la solennità del momento) ed infine dedica (in italiano) Here Today al suo amico John.

    La scanzonata Everybody’s Gonna Dance Tonigth mette fine al momento più toccante dello spettacolo, complice un balletto irridente del gigante Abe Laboriel Jr che, mentre tiene il tempo con la grancassa, agita le braccia in stile “Saturdaynight Fever” conquistandosi l’applauso divertito dei 12 mila del Forum prima di sostenere l’impegnativa backingvoice di Eleanor Rigby.

    Da polistrumentista irriducibile, Macca fa l’omaggio più bello all’amico George Harrison, accompagnando con l’ukulele le prime strofe di Something «perchè – spiega – è così che molti anni fa l’avevamo suonata assieme e così ora la voglio suonare per voi». Quando la chitarra elettrica fa breccia nel brano e il riff si accompagna alle immagini in bianco e nero di Harrison, le vibrazioni in fondo allo stomaco non sono dovute al volume dell’impianto…

    Ecco quindi Band On The run, Ob-la-di, Ob-la-da e una propulsiva Back in USSR, sostenuta da una combinazione di immagini e luci che fino a questo momento non era stata all’altezza dello show; McCartney può permettersi variazioni sul tema originale sfiorando note dell’ottava superiore.

    C’è ancora spazio per I’ve Got A Feeling e il medley A Day In The Life /Give Peace a Chance prima del gran finale al pianoforte: tra Let it Be e Hey Jude esplode Live And Let Die con giochi pirotecnici e musicisti scatenati per il palcoscenico.

    Rientrando per il bis, McCartney e la sua strepitosa band sfoderano il tris All You Need Is Love – Day Tripper – Get Back e, al secondo richiamo del pubblico, dopo una Yesterday da pelle d’oca, l’attacco inconfondibile è quello di Helter Skelter. Paul McCartney chiude il concerto al pianoforte, parlando con il suo pubblico: è lucido, composto, la voce identica all’inizio del concerto (e a trent’anni fa).

    Chiunque abbia pensato «meglio andare questa volta a vederlo perchè non so quante occasioni avrò ancora per farlo», di fronte ad un talento del genere e a quel perfetto stato di conservazione, dovrà necessariamente ricredersi.

    Leggi “Sotto il palco” di Marco Signorelli


     

    SCALETTA

     

    Hello, Goodbye (Beatles)
    Junior’s Farm (Wings)
    All My Loving (Beatles)
    Jet (Wings)
    Drive My Car (Beatles)
    Sing the Changes (Fireman)
    The Night Before (Beatles)
    Let Me Roll It (Wings)
    Paperback Writer (Beatles)
    The Long and Winding Road (Beatles)
    Come and Get It
    Nineteen Hundred and Eighty-Five (Wings)
    Maybe I’m Amazed
    I’ve Just Seen a Face (Beatles)
    I Will (Beatles)
    Blackbird (Beatles)
    Here Today
    Dance Tonight
    Mrs Vandebilt (Wings)
    Eleanor Rigby (Beatles)
    Something (Beatles)
    Band on the Run (Wings)
    Ob-La-Di, Ob-La-Da (Beatles)
    Back in the U.S.S.R. (Beatles)
    I’ve Got A Feeling (Beatles)
    A Day in the Life / Give Peace A Chance (Beatles)
    Let It Be (Beatles)
    Live and Let Die (Wings)
    Hey Jude (Beatles)

    All You Need Is Love/She Loves You (Beatles)
    Day Tripper (Beatles)
    Get Back (Beatles)

    Yesterday (Beatles)
    Helter Skelter (Beatles)
    Golden Slumbers / Carry That Weight / The End (Beatles)

     

  • Chieti in jazz festival 2011

    Chieti in jazz festival 2011

    Tra spirito da bottega e professionalità, un seminario che germoglia

    di Lorenzo Manfredini

    E’ in una delle prime “serate da cappotto” che Chieti respira l’aria calda del Jazz. Nei palchetti dello splendido teatro “Marrucino”, mezzo pieno (e non mezzo vuoto), si fa strada la voce di Stefano Zenni, presidente della Sidma e organizzatore del progetto Chieti in Jazz. Dalle sue parole si evince una forte soddisfazione quando, presentando i musicisti della Sidma Jazz Orchestra, fa leva sul fatto che la maggior parte di questi siano giovani abruzzesi; testimoni ultimi di un fermento che sotto sotto scuote l’ignoranza e il disinteresse da cui spesso siamo circondati.

    A luci spente, è Roberto Spadoni che spiega la particolarità del progetto, di come sul palco saranno due distinte formazioni (Combo e Big Band) a suonare gli arrangiamenti dei ragazzi partecipanti al seminario. Ed è subito musica.

    Il piccolo gruppo comincia a far sentire ciò che ha da dire, forse per l’emozione, solo dopo il primo impatto. Ma il tono è pacato, non spento. Non c’è bisogno di scintille per far suonare come si deve l’evanescente There Is No Greater Love, e in Au Private già si cominciano a schioccare le dita. Ma è con la Big Band che le orecchie vengono soddisfatte. L’impatto sonoro con la sezione di fiati accende l’aria in uno spassoso arrangiamento di To Totò. Le percussioni entrano in scena e ritmano i lavori degli “allievi” che con una bella miscela di brani fanno cenni ammiccanti alle loro influenze. In I Mean You fa eco il Jungle Style. L’arpa in September Song si fa spazio dal piccolo centro del palco e rende per un attimo intima l’atmosfera.

    Il maestro Spadoni dirige nel clima disteso che ha contribuito a creare e fa gli onori di casa presentando i vari musicisti che si alternano sul palco. E’ magnetico il trio di voci femminili nel quale “le belle” della serata cantano So in Love, ed è a dir poco azzeccato il finale, un trionfante arrangiamento della colonna sonora di Ritorno al Futuro. E’ dunque tra i sinceri e calorosi applausi del pubblico che si conclude quest’edizione del Chieti in Jazz Festival, una realtà vera, di quelle che mancano da noi. La scioltezza con cui sono trascorsi gli otto giorni di programma (nei quali oltre al concerto finale e alle lezioni del seminario si è svolta la Masterclass con Javier Girotto e il suo relativo concerto) è una chiara testimonianza di quanta cura sia stata messa nell’organizzazione.

    Ciò che forse è mancato e andrebbe rivisto nelle prossime edizioni, è il dare l’opportunità ai compositori dei pezzi per Combo di dirigere i loro stessi arrangiamenti. “Di lui è stato detto…” che forse era pomposo chiamarlo festival; ma lo spirito della parola stessa e quello dello svolgimento del progetto, lo rendono tale molto più di tante altre realtà ben più blasonate.

    Alla fine non è solo la grandezza che rende “grande” qualcosa.