Categoria: Rock

  • Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr

    www.ringostarr.com

    Luogo: Arena civica, Milano
    Data: 3 luglio 2011
    Evento: Milano Jazzin Festival 2011
    Voto: 8

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    Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all’improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po’ suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po’ scosso il mio subconscio.

    Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l’evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell’Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei ‘Fab‘ e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.

    Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday…), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.

    Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don’t come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don’t, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un’altra band…”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.

    Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant’anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po’ di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
    la prossima canzone forse avete sbagliato concerto
    ”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born…”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all’unisono, d’altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.

    Tra un’esibizione e l’altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po’ lo show. Non che il signore in questione non sia all’altezza, ma davvero niente di originale. E’ lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l’ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo…”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l’allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.

    La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C’è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l’idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.

    Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell’artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant’anni…), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.

    Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all’altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.

    Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.

  • Bob Dylan –  Intime distorsioni all’Alcatraz di Milano

    Bob Dylan – Intime distorsioni all’Alcatraz di Milano

    Bob Dylan

    www.bobdylan.com

    Luogo: Alcatraz, Milano
    Data: 22 giugno 2011
    Evento: Tour 2011
    Voto: 9

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    Ha l’effetto di un’onda d’urto dirompente che si propaga alla velocità del suono dell’armonica: il primo respiro di Dylan filtrato dalle ance si trasforma in un incantesimo scagliato sulla folla col cenno di una mano.
    Tutto ha inizio qualche minuto prima. Cappello, giacca nera e camicia bianca, poco dopo le 21.00 l’anti-icona di Duluth si fa largo tra le giacche-bianche-camicie-nere della band, un misto di eleganza dannata e rockabilly. Al centro della scena campeggia la chitarra di Charles Sexton, mentre Bob Dylan si divide tra la postazione alle tastiere e la buia prima linea della ribalta, avvolta (casualmente?) dall’oscurità, al riparo dall’occhio indiscreto dei fari.

    La base blues-rock di Leopard-Skin Pill-Box Hat è il tappeto rosso che porta Dylan al cospetto del pubblico radunatosi da tutta Italia all’Alcatraz di Milano: la voce inizia a graffiare la musica con un timbro attraversato da scaglie di vetro.
    L’attacco del secondo brano è un chiaro indicatore del tenore che avrà la serata: canzoni del primo Dylan si alternano a pezzi più recenti con ritmi sempre più incalzanti, complice il tiro della band che non si ferma nemmeno di fronte a piccole incomprensioni su come far procedere o risolvere i brani.  

    Si ritorna al Blonde On Blonde di Vision Of Johanna, privata ovviamente di ogni tendenza melodica, ma non della magia e del fascino trasognato che continua a trasmettere a decenni dalla sua pubblicazione. Lo spettacolo (sembra impossibile) è ancora in crescendo: Dylan, assieme alla sua band, approda a brani dello spessore di Highway 61 Revisited, si sofferma sulla struggente Forgetful Heart e saluta la prima parte della serata sulle note dell’immensa Ballad Of A Thin Man.

    Durante la pausa un veloce sound-check inietta nel locale una distorsione fino a questo punto inedita. Non c’è tempo per un pronostico sul titolo che segnerà il rientro in scena dei musicisti: l’attacco inconfondibile di Like A Rolling Stone ha già squassato le pareti dell’Alcatraz e lo stomaco dei presenti. L’assolo d’organo passa tra le dita di Dylan che si destreggia tra armonica, tastiera e chitarra con la naturalezza di chi ha alle spalle mezzo secolo di pratica. Come mantenere questo livello?  Bastano due accordi dl brano successivo perché il quesito si sciolga tra note di All Along The Watchtower. Al termine del celeberrimo e iper-coverizzato brano, Dylan, solo alle tastiere, intona (forse per la prima volta nella serata) la presentazione dei componenti della band: la base ritmica è retta da Tony Garnier (basso elettrico e contrabbasso) e George Recile (batteria), Stu Kimball affianca il già citato Charles Sexton alla sei corde mentre Donnie Herron passa dal banjo alle tastiere.

    La chiusura definitiva è affidata ad un pezzo che sa svolgere assai dignitosamente il suo compito, un pezzo celebre almeno quanto i versi con cui apre: “How many roads must a man walk down / Before you call him a man?“.
    La risposta, forse, è scritta proprio nella storia di Bob Dylan.

  • System Of A Down: concerto fantasma

    Arena Concerti Fiera Milano Rho

    L’occasione, storica, è la reunion dei System Of A Down. Il luogo deputato ad accogliere l’evento (già, perchè non di semplice concerto si trattava, data l’unicità delle circostanze) la cosiddetta Arena Concerti Fiera Milano Rho. Il giorno 2 giugno 2011 si è spenta nel modo più indegno, nel parcheggio interno di una squallida ed inadeguata struttura fieristica, l’unica data italiana del tour dei System Of A Down.

    I cancelli aprono la mattina, durante il pomeriggio Anti-Flag, Volbeat, Sick of It All, Danzig preparano l’atmosfera con volumi che rendono difficoltosi anche i più banali rapporti interpersonali; ma sono gruppi validi e i volumi smodati fanno parte dell’argot metal: la situazione lo richiede, sopportiamo di buon grado. Attorno alle 21.00 la massa composta da giovanissimi, da fan di vecchia data e persino da genitori con pargolo da iniziare al metallo si accalca nei pressi del palcoscenico. Il parcheggio interno (chi si ostina a chiamarla Arena, del dizionario italiano non è nemmeno arrivato alla prima lettera) è gremito, si ci siano 40.000 persone, forse 60.000.

    La tensione cresce fino alle 21:30 quando, spaccando il secondo (a quanto pare le stravaganze non rientrano più nei costumi delle rock star!) i SOAD fanno il loro ingresso. Non me ne accorgo. La prima canzone è oltre la metà e non la riconosco se non al secondo ritornello, e solo perchè una ragazza più attenta di me è riuscita a decifrarla e a memoria ci canta sopra. «Qualcosa è andato storto – penso – si saranno rotte le casse». «Sarà per via di qualche legge sulla limitazione dei decibel» bisbiglia qualcuno alla mia destra; «Non è possibile» mugugna mesto qualcun altro qualche fila più avanti. Il fatto che riesca a sentire chiaramente commenti bisbigliati dai compagni di sventura nel bel mezzo di Mezmerize a 30 metri dal palco la dice lunga sulla condizione in cui siamo stati costretti a fruire l’esibizione live dei System Of A Down.

    I quattro continuano a suonare, attorno a me sguardi attoniti, occhi sbarrati: il pubblico incredulo non sa nemmeno come reagire. La musica non è bassa: è indecifrabile, non è intellegibile. Suoni ovattati, non calibrati, dinamica inesistente: sento una buona dose di basi “grazie” al ritorno, ogni tanto un gracchiare in lontananza mi dice che l’ignaro Daron Malakian sta ancora suonando la chitarra, la voce inconfondibile e magnifica di Serj Tankian…beh, ha cantato? Tocchiamo il punto più alto della serata quando Malakian al microfono sfiora le note acute per cui è celebre: le casse friggono. «Quindi – mi ripeto – si è rotto l’impianto». E allora perchè non hanno interrotto il concerto? Tutt’ora una spiegazione non l’ho.

    Non posso scrivere una riga sul live perchè non l’ho sentito, benché abbia percepito assai bene il costo del biglietto.

    Infine, premesso che non è mio compito criticare strutture fieristiche reinventate per ospitare concerti, nè ho le competenze per giudicare l’efficienza dei sistemi di sicurezza di cui devono, mi auguro, essere dotate, propongo un’ulteriore riflessione: un parcheggio che ospita 50.000 persone, un unico cancello da cui far defluire la massa di gente, un’unica strada che costeggia la ferrovia, separata dai binari da un muretto alto 30 cm, su cui si è riversato un fiume di carne; che prontamente ha scavalcato il muretto (i controlli erano pressochè inesistenti) ed ha iniziato ad attraversare i binari. Uno scenario quasi apocalittico: chi può permettere che tutto ciò avvenga?

    Se la musica deve essere un business, che almeno lo sia per i musicisti, non per qualche delinquente (sì, delinquente è chi commette un crimine, chi ha estorto con l’inganno a me ed al altre 40.000 persone 70 euro per un servizio che non ha fornito) che sfrutta in modo fraudolento entusiasmi e passioni altrui per raggiungere il solo obiettivo di un guadagno spropositato e illecito.

    di Martina Bernareggi

  • Roger Waters The Wall

    Roger Waters The Wall

    ROGER WATERS

    www.roger-waters.com

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 4 aprile 2011
    Evento: The Wall Live Tour 2011
    Voto: 8

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    Sapevo che avrei visto cinghiali volare tra gli anelli del Forum, aerei precipitare, giganti mostruosi muoversi sulla scena ed interagire con i musicisti; mi han detto che durante il concerto, mattone dopo mattone, avrebbe preso forma un muro di 70 metri il cui crollo, ovviamente, avrebbe sancito la fine dello show (e riaffermato un ideale); insomma, la storia la si conosce, la musica pure. In definitiva prima di vedere The Wall sapevo tutto, tranne che tutto mi avrebbe stupita.

    In perfetto orario le luci si spengono e il palazzetto si trasforma. Lo spettacolo non si vede dalle tribune: lo spettacolo sono le tribune stesse. Una contraerea circonda la platea con effetto dolby, occhi di bue scandagliano il pubblico nascosto nella penombra, un aereo si abbatte sui pezzi di muro al lato del palco e prende fuoco tra esplosioni pirotecniche: In The Flesh ci spinge a colpi di scena nella ferita di Waters, nel dramma di The Wall.

    Uno schermo tondo appeso al centro della scena è il fulcro delle proiezioni, completate ai lati dal muro utilizzato come megaschermo in divenire. Le immagini che scorrono sono sia tratte dell’opera originale, sia video creati ad hoc per lo show. Di quest’ultima categoria fanno parte i primi piani delle vittime di guerra, militari e civili, che scorrono durante The Thin Ice, il primo dei quali è un omaggio al padre di Waters morto ad Anzio nel 1944.

    Impossibile – penso – che lo spettacolo possa tenere lo stesso tenore per tutta la sua durata; e vengo subito smentita. Le emozioni sono in crescendo, come i personaggi sul palco: il severo e dispotico professore-martello disegnato da Gerald Scarfe si materializza in versione marionetta di 90 metri alla destra del palco. Con movimenti fluidi e perfettamente ritagliati sull’animazione originale il pupazzo oversize sembra minacciare i musicisti finché il monderno coro di bambini freestyle di Another Brick in The Wall lo caccia dal palco.

    A metà serata manca solo un mattone al completamento del muro: è l’unico spiraglio da cui ancora si intravede il palcoscenico prima che Waters, affacciato verso il pubblico, chiuda brano, primo tempo e contatto visivo. Nella seconda parte sono i quindici proiettori puntati sulla parete a dar vita ad uno spettacolo surreale: il muro esplode, implode, si liquefa e riscostruisce grazie ad effetti 3D estremamente suggestivi.

    I musicisti sono celati alla vista del pubblico. Si elevano al di sopra del muro tramite un sistema di montacarichi e pedane mobili solo nei momenti in cui il loro ruolo è centrale (un esempio su tutti, il sacro solo gilmouriano di Confortably Numb). In tutto questo Waters ha il carisma e il phisique du role per non essere oscurato dalle sofisticate ed eccezionali scenografie, è l’assoluto protagonista e si cala perfettamente nei panni del suo alter ego; c’è tuttavia chi paga il prezzo di tutto questo sfoggio: il concerto stesso, lo spirito live, il rapporto intimo ed empatico tra l’artista e il suo pubblico.

    Ma lo scopo dello spettacolo non era certo questo. Waters ribadisce nel 2011 la sua condanna delle dittature, dei soprusi, dei giochi di potere che si abbattono sull’umanità come le bombe che in Goodby Blu Sky prendono simbolicamente la forma di svastica, stella di david, falce e martello, dollaro. Lo scopo dello spettacolo, perfettamente centrato, era stupire, colpire e suscitare una rifilessione attraverso la musica e la metafora immortale di The Wall.

  • Rose spara le ultime cartucce

    Rose spara le ultime cartucce

    GUNS N’ ROSES

    www.gunsnroses.com

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 5 settembre 2010
    Evento: Tour 2010
    Voto: 6

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    Ad essere cattivi, si potrebbe dire che Axl è ridotto ad un patetico e rubicondo signorotto di mezz’età circondato da una manica di giullari che giocano, senza peraltro apprezzabili risultati, a fare i Guns n’ Roses. Ad essere cattivi si potrebbe anche dire che questo simpatico signore, un po’ affaticato ed appesantito dagli anni, farebbe bene a comprarsi un ranch in Texas e piantarla di trascinarsi a su e giù per un misero palcoscenico davanti ad un pubblico che sembra rubato ad un concerto di Paola e Chiara.

    Però essere cattivi in queste circostanze non è per nulla appagante; e poi ci hanno già pensato gli amici dublinesi ad infierire pesantemente sull’ex-icona rock, quindi possiamo tranquillamente evitare.

    Il 5 settembre al Mediolanum Forum di Assago suonano i Guns n’ Roses. Unico superstite della formazione originale è Axl Rose, oltre al fido Dizzy Reed. Si mormora che il vocalist non sia esattamente in piena forma, che la sua voce inizi a dare segni di cedimento (come testimoniato dalla non felicissima performance irlandese), ma al botteghino si segnala comunque il sold-out: altro che patetico!

    Il palazzetto è gremito, si fatica ad accedere alle tribune. All’orario segnalato sul biglietto non inizia a suonare nemmeno il gruppo spalla, tali satanici Murderdolls che si sono impegnati ad ammorbare la platea per un periodo di tempo che suppongo si sia aggirato attorno all’ora…ma percepito da tutti come infinito.

    Il cambio di strumentazione, nonostante l’impegno degli attrezzisti, sfiora i sessanta minuti di lavoro ed il pubblico inizia a scocciarsi. Tuttavia, il temperamento dei fan italiani non è certo quello irlandese, quindi tutti si rassegnano a subire limitando le dimostrazioni di insofferenza a qualche smodato sbadiglio.

    All’alba delle 22.30 le luci miracolosamente si spengono mentre si illuminano gli schermi e le grafiche iniziano a scorrere: ecco i nuovi G n’ R. Chinese Democracy apre il concerto, ma a scaldare gli animi ci pensa la successiva Welcome To The Jungle. Però! Sarà anche appesantito, ma la voce non gli manca di sicuro: il suo inconfondibile timbro sembra inalterato, l’estensione vocale ancora decisamente invidiabile; lo sforzo per tirarli fuori e l’aiutino del tecnico del suono un po’ più consistente rispetto ad un paio di decenni fa.

    Ecco quindi It’s So Easy, Mr. Brownstone e Sorry prima che la scena sia lasciata interamente a Richard Fortus, il cui guitar solo serve più che altro a concedere una tregua ad Axl. Il vocalist torna sul palco sfoggiando una mediocre Live And Let Die, la cui versione McCartiana era preferibile già ai tempi d’oro della band di Los Angeles.

    This I Love e Rocket Queen precedono l’assolo di piano dell’acclamato Dizzy Reed: altra “pausa ristoro” per Mr Rose, il cui rientro in scena avviene sulle struggenti note di Street Of Dreams. Solo un altro pezzo, You Could Be Mine, e di nuovo la ribalta è affidata ad un unico strumentista: è la volta dell’assolo di chitarra di DJ Ashba. Forse la voce di Axl è agli sgoccioli? Neanche per idea, la pausa è servita a ricaricarlo per Sweet Child O’ Mine: gli acuti non si fanno pregare, il leader dei Guns n’ Roses va su, fino alla fine, e non si risparmia nemmeno una nota che il pubblico si aspetta. Il meritato riposo alle corde vocali dopo l’esecuzione del celeberrimo brano dal celeberrimo riff ha il suono di Another Brick In The Wall, eseguita al pianoforte da Axl. La postazione è quella giusta per la successiva <i>November Rain</i>, il cui esplosivo finale è supportato da un gioco pirotecnico. Ecco quindi l’immancabile Knockin’ On Heaven’s Door pochi minuti dopo Ron Thal con un magnifico assolo sul tema di The Pink Panther, condito da wah wah, virtuosissimo tapping e gustosi passaggi su chitarra fretless.
    Nightrain chiude la scaletta prima dei due bis: Madagascar e la canonica Paradise City.

    Chi si aspettava di vedere i Guns n’ Roses anni 90’, sperando di non sbiadire il ricordo dei tempi che furono, oltre che essere partito col piede sbagliato non è sicuramente un individuo particolarmente realista; chi invece è partito prevenuto, ha trovato pane per i suoi denti e la via spianata per sganciare le critiche più selvagge. Tuttavia, se si accetta l’idea di un concerto “soft rock”, con buoni strumentisti (purtroppo costretti ad imitare i loro predecessori) ed un cantante quarantottenne in grado di offrire ancora performances invidiabili, il ricordo della serata può essere più positivo di quanto immaginato.

  • I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    DEEP PURPLE

    www.deeppurple.com

    Luogo: Arena Concerti, Rho (MI)
    Data: 30 agosto 2009
    Evento: I-Day Milano Urban Festival
    Voto: 7

    Ti aspetti gli Oasis e spuntano i Deep Purple. Il paragone, per genere e prestigio, sembra improponibile, ma quando Noel e Liam hanno deciso di anteporre le loro scaramucce familiari ai doveri deontologici, tra cui il rispetto per il pubblico pagante, gli organizzatori del primo Milano Urban Festival, hanno pensato proprio a Ian Gillan e compagni. E’ un po’ come se Robert De Niro prendesse il posto di Scamarcio in Tre metri sopra il cielo, la pellicola guadagnerebbe in spessore, ma molte adolescenti resterebbero sicuramente deluse.

    Ricostruiamo i fatti. I fratelli Gallagher litigano per l’ennesima volta, e Noel decide di lasciare il gruppo, facendo saltare le date conclusive del tour degli Oasis, che prevedeva ancora tre concerti: Parigi, Costanza e Milano.
    La società “Indipendente”, che ha puntato sulla band di Manchester come nome di richiamo per il suo “I-Day”, si affretta a precisare che nessuno sarà rimborsato, e che la presenza degli altri gruppi è confermata (per la cronaca The Hacienda, Expatriate, Twisted Wheel, Kasabian e The Kooks).
    Tra lo sconcerto e la rabbia dei fan, arriva la notizia che a salire sul palco al posto dei fratellini litigiosi saranno i Deep Purple.
    Qualcuno ha il coraggio di non presentarsi, altri addirittura scoprono il cambio di programma solo davanti ai cancelli, e svendono il proprio biglietto a prezzi ridicoli. I più saggi fanno buon viso a cattivo gioco, e pur essendo partiti da casa con l’idea di assistere a una rassegna di musica pop, colgono l’occasione di vedere all’opera i grandi vecchi dell’hard rock britannico, che chiuderanno la serata.

    Tralasciamo per ragioni di spazio tutto ciò che è avvenuto prima, e concentriamoci sui Deep Purple.
    Sobri negli abiti e nei modi, com’è nel loro carattere, i cinque veterani si presentano puntualmente alle 22,30 davanti a un pubblico scremato di coloro che al viaggio nella storia della musica preferiscono quello verso casa. Peggio per loro, perché già dalle prime note di Highway Star, che inaugura la performance, si capisce che hanno fatto la scelta sbagliata.

    Il coro “Deep Purple!” si alza per la prima volta dalla folla, che rapidamente si raggruppa sotto il palco infondendo calore all’ultrasessantenne Gillan, che dopo i primi acuti di assestamento mette in mostra una voce ancora invidiabile. I virtuosismi dei tempi d’oro non ci sono più, ma il tono è ancora sicuro, preciso, e l’entusiasmo con cui coinvolge gli spettatori tanto. Da apprezzare la grinta con cui sfida l’età saltellando sul palco.
    Alla sua destra si muove come sempre con disinvoltura Roger Glover al basso, così come Ian Paice alla batteria, presenza meno visibile ma fondamentale.
    I classici ci sono tutti o quasi, manca Child in Time, ma forse sarebbe chiedere troppo. Tra Strange Kind of a Woman e Smoke on the Water ci sono attimi di gloria personale regalata ai “nuovi”: Steve Morse, che ha raccolto il testimone di Ritchie Blackmore tredici anni fa, e Don Airey, che ha il compito arduo di non far rimpiangere Jon Lord alle tastiere. In effetti non ci riesce, fa il suo, ma i suoi intermezzi a volte sono troppo ironici per i puristi (passi il Nessun dorma, ma la pantera rosa proprio no…), certe atmosfere sacrali non possono essere profanate con la pura esibizione di stile fine a se stessa, a volte è sufficiente l’ordinaria amministrazione. Simpatico, ma niente di più, il duello di assoli con Morse.
    Immancabile la finta chiusura per ottenere l’acclamazione del pubblico, che viene accontentato con i due brani finali: Hush e Black Night, che richiedono il sostegno vocale di tutti i presenti.

    Dopo un’ora e mezzo la band ringrazia, saluta e se ne va, lasciandosi alle spalle una lezione di musica, e di stile. Chiamati all’ultimo minuto sono riusciti ad allestire uno spettacolo di tutto rispetto, senza eccessi, senza spunti memorabili, ma più che dignitoso, hanno dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, ed è già tanto. Grazie ai Deep Purple, e grazie agli Oasis.

  • Più Revival che mai

    Più Revival che mai

    JOHN FOGERTY

    www.johnfogerty.com

    Luogo: Anfiteatro Camerini, Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (PD)
    Data: 28 luglio 2009
    Evento: Piazzola Live Festival
    Voto: 8

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    La facciata della Villa Contarini domina alla sinistra del palcoscenico. Tutti sono seduti. John Fogerty è dell’idea che il modo migliore per spezzare gli indugi sia irrompere con un brano del calibro di Hey Tonight: obiettivo centrato. Il suo inconfondibile timbro, la sua chitarra e un sound eccezionalmente seventy ci sbalzano in men che non si dica quanrant’anni indietro nel tempo, mentre l’autentica anima CCR lentamente si rivela. Il tempo di un saluto al pubblico e un apprezzamento per nostro Paese e Fogerty intona Run Through The Jungle seguita da Susy Q: più Creedence di così si muore. In quest’ultimo brano il vocalist e chitarrista si lascia andare ad un lungo assolo sulla sei corde per poi concludere con l’armonica a bocca. E’ chiaro che, almeno per questa serata, ha intenzione di non far mancare nulla al suo pubblico. Abbraccia quindi l’acustica, annuncia che il brano seguente ha alle spalle una lunga, lunga storia, fa vibrare le corde con qualche decisa pennata ed ecco la nostalgica ballata Who’ll Stop The Rain.
    Fogerty si libera ora della giacca e sfoggia una camicia da perfetto cowboy californiano mentre corre avanti e indietro per il palco con un’energia e una solarità che farebbero invidia ad un ventenne (ricordiamo che l’ex CCR va ormai per i sessantacinque).

    Il livello non cala mai, lo show è un crescendo che incredibilmente regge a pieno regime fino all’ultima nota. Ecco quindi il suono di una chitarra stoppata, “Cheke cheke cheke”, inconfondibile incipit di Lookin’ Out My Back Door che a canzone terminata Fogerty imita scherzosamente con la voce. Un altro lunghissimo assolo riempie la scena per diversi minuti prima che The Midnight Special prenda vita dalle corde vocali di Fogerty. Classico dopo classico è la volta di Cotton Field che questa volta è solo il pubblico ad intonare, seguita dalla tradizionale Big Train (From Memphis), terra di confine tra puro rock e country, in cui trova spazio un efficace assolo di violino. Non bisogna infatti dimenticare che alle spalle di Fogerty c’è una ben assortita schiera di musicisti e polistumentisti: un violinista (che all’occorrenza passa con disinvoltura a percussioni o chitarra), un “hammondista” (anch’egli alle prese con la chitarra, qualora il brano lo richieda), un batterista (il migliore del mondo, a detta di Fogerty…), un bassista e un chitarrista.
    Da buon romantico Fogerty non si lascia sfuggire l’occasione di intonare un lento di epoca post CCR, The Joy Of My Life, scritto per la moglie Judy che, come lui stesso sottolinea, da 23 anni ha portato l’arcobaleno nella sua vita. Quindi è il momento dell’intramontabile Have You Ever Seen The Rain, la quintessenza della canzone rock come oggi la conosciamo, seguita della più selvaggia Keep On Chooglin infarcita da un’inaspettato assolo di Fogerty con tecnica tapping.

    Il pubblico freme; se l’intento dei musicisti era riscaldare gli animi, ci sono riusciti anche fin troppo. Nella perfezione di un concerto così vivo, di una prestazione senza sbavature, l’unica nota stonata è la disposizione del pubblico e la gestione dello spazio attorno al palcoscenico: troppe sedie, troppe restrizioni per uno spettacolo che è, in questo caso più che mai, musica da ballare e da vivere assieme a chi la sta suonando. La zona transennata è così destinata ad essere presto espugnata e in pochi secondi un’orda di fan (tutto sommato molto composti) si riversa ordinatamente sotto il palcoscenico riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle sedie. Il concerto prende ora una piega differente. Fogerty (che già in precedenza non aveva lesinato dimostrazioni di entusiasmo verso il pubblico) sembra a questo punto ancora più galvanizzato. Ripete alcuni classici già suonati e dà fondo a tutto lo storico repertorio CCR. Via una canzone, sotto l’altra, una brevissima pausa e poi ancora sulla scena per i bis. La conclusione è l’attesissima Proud Mary, il degno finale di due stupende ore di puro, verace, autentico rock ‘n’ roll.

  • The Di Maggio Connection live @ Rockantina Inveruno

    The Di Maggio Connection live @ Rockantina Inveruno

    Inveruno è rockabilly

    THE DI MAGGIO CONNECTION

    www.myspace.com/thedimaggioconnection

    Luogo: Il Torchio, Inveruno (MI)
    Data: 17 luglio 2009
    Evento: Rockantina 2009
    Voto: 7

    La serata di venerdì 17 luglio di Rockantina a Inveruno è stata impreziosita dall’esibizione di una straordinaria band toscana, la Di Maggio Connection. In oltre due ore di spettacolo e sotto il crescente consenso di una folta cornice di pubblico, il trio governato da Marco di Maggio ha incantato con le sue avvolgenti atmosfere rockabilly, efficacemente contaminate da flussi di swing, ska e buon vecchio r’n’r.

    Forti di una carriera che li vede protagonisti della scena italiana e non da oltre dieci anni, i tre dominano fin dall’inizio il palco in scioltezza sciorinando un repertorio che comprende molti brani originali, composti dallo stesso Di Maggio, particolarmente tratti dal recente disco The Route Of Life. L’ascolto di queste canzoni permette subito di rendersi conto della tecnica raffinata dei tre, la potenza e la precisione del contrabbassista Matteo Giannetti e la snella inventiva del batterista Marco Bersanti unite alla versatilità del leader creano un cocktail davvero esplosivo. La prima parte del live è dominata da questi pezzi, tra cui i più vivaci ed apprezzati sono certamente Easy For You e All By Myself, (non l’hit di Eric Carmen…),dilungata ed arricchita da sonorità al limite del prog. Le proprietà tecniche del chitarrista sono impressionanti, e giustificati appaiono i numerosi riconoscimenti internazionali che di Maggio può vantare. Col procedere del concerto la band tiene saldamente in mano il pubblico, che si accalca sotto lo stage. Ad un certo momento ho chiuso gli occhi, ho spalancato le orecchie e mi son trovato in pieno Stray- cats boom, oltre vent’anni fa…

    E’ il momento buono per conquistare definitivamente l’audience, ed i tre ci riescono con un collaudato repertorio di cover illustri, che constano di rielaborazioni in chiave del tutto personale ed originale di una gamma di artisti che va da Chet Baker a Brian Setzer. Tra di esse, notevoli le versioni di Every Breath You Take e Don’t Let Me Be Misunderstood. I consensi fioccano, la gente inizia a ballare al ritmo di un’inattesa Twenty Flight Rock. I musicisti, completamente a loro agio, non perdono occasione per dare spazio a qualche simpatica gag, con il contrabbassista nelle vesti di mattatore e showman, mentre di Maggio rifiata e riaccorda. Altro che venerdì 17, una serata totalmente riuscita ed un successo completo e meritato. Vi consiglio di sbirciare il sito web o my space per le prossime date della band ed ovviamente di correre ad ascoltarli.

  • L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    L’artiglio deli U2 cattura San Siro

    METALLICA

    www.metallica.com

    Luogo: Stadio Meazza – San Siro, Milano
    Data: 7 luglio 2009
    Evento: 360° Tour
    Voto: 7

    Per Paul David Hewson (in arte Bono Vox) è un ibrido a mezza strada tra una stazione spaziale e un fiore di cactus; per i quasi 80.000 di San Siro è una fabbrica di sogni pronta a mettersi in funzione. Ufficialmente The Claw (l’artiglio, appunto) è una struttura fantascientifica che ghermisce il palcoscenico permettendo la visione dello show a 360°, da cui il nome del Tour 2009 degli U2.
    La luce naturale scolpisce ancora l’interno dello stadio quando Larry Mullen Jr. fa il suo ingresso e inizia a picchiare sulle pelli accompagnato dal boato del pubblico, boato che diventa assordante quando in scena entra Bono, alle spalle di The Edge e Adam Clayton. Breathe sembra creata apposta per l’apertura di un concerto, grazie ad un crescendo in cui gli strumenti fanno il loro ingresso uno alla volta come nel più classico degli intro. Segue No Line On The Horizon e sul mega schermo a 360° le riprese live dei musicisti lasciano spazio ad una serie di scie luminose che si deformano e sovrappongono. Tutti in piedi, batterista compreso, per Get On Your Boots seguita dall’ormai celebre singolo Magnificent.

    Bono è in ottima forma, niente stecche, voce pulita, giacca di pelle e auricolari; da solo riesce a riempire sia l’immenso palcoscenico circolare, sia la pedana esterna (che delimita il pit), sia i ponti mobili che uniscono i due spazi della scena.
    The Edge imbraccia ora la sua storica Gibson Explorer: è il segnale che preannuncia Beautiful Day, l’ultimo pezzo di recente fattura prima di due brani storici. Le prime note di chitarra delineano inequivocabilmente l’inizio di I Still Haven’t Found What I’m Looking For che sul finire si traforma in Stand By Me (John Lennon) intonata a gran voce da tutto il pubblico. Nella serata delle celebrazioni in diretta mondiale per l’ultimo addio Michael Jackson, Bono ricorda a suo modo il re del pop dedicandogli Angels of Harlem infarcita con un estratto di Don’t Stop ‘Til You Get Enough (di Michel Jackson appunto) nel bel mezzo del brano.

    A questo punto le ritmate pennate della chitarra acustica scandiscono il motivo di Party Girl: Bono si china verso il pubblico, porge una mano ad una ragazza e la fa salire sul palcoscenico incitando tutti ad intonare un “tante-euguri” da dedicare alla signorina; si chiama Eve, è la bella figlia del leader degli U2 e sta brindando con bollicine davanti ad 80.000 spettatori.
    Seguono In A Little While e Unknown Caller quest’ultima accompagnata da una scenografia organizzata dai ragazzi di U2 Place: gli spettatori del secondo anello rosso alzano fogli bianchi e rossi a formare la scritta 3:33, Bono se ne accorge, toglie gli occhiali per vedere meglio e ringrazia gli spalti (3:33 e un riferimento alla bibbia, Geremia 3:33 “Invocami, e io ti risponderò”, numero ricorrente e particolarmente significativo nella discografia degli U2). L’empatia tra Bono e il suo pubblico diventata tangibile, esempio di quel particolare rapporto che il cantante ha instaurato con i fan fin dagli esordi.
    Il momento toccante è spezzato dal crescendo di Unforgettable Fire, City of Blinding Lights e l’esplosiva Vertigo. Il mega schermo, che fino a qualche istante prima si è deformato ed illuminato dando vita a giochi di luci e scenografie mozzafiato, ora mostra i volti in primo piano dei quattro musicisti che si muovono a tempo con uno stile molto “Pop” e fanno da sfondo alla versione dance-techno di I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight in cui Clayton domina la scena a scapito di una prestazione vocale piuttosto scarsa di Bono. In contrapposizione al precedente brano sperimentale ecco che arriva (anche se non dall’inizio) la super rodata Sunday Bloody Sunday con tanto di scritte a caratteri arabi sullo schermo. Quindi i quattro irlandesi danno in pasto al pubblico Pride (In The Name of Love), altro attesissimo classico, e il pubblico non esita a dimostrare la propria riconoscenza intonando all’unanimità il celeberrimo “Oh-oh-oh-oh” del ritornello; il coro di 80.000 voci investe Bono che, con aria stupita e quasi incredula, si toglie l’auricolare per meglio ascoltare e farsi attraversare da tutta l’energia. Viene spontaneo chiedersi se ancora il suo animo possa essere scosso da una simile reazione del pubblico, oppure se la sua sia solo una ben costruita messa in scena…vogliamo credere nella prima ipotesi, se non altro per l’atteggiamento schietto e disinibito che Bono ha sempre dimostrato di avere con i fan e per l’ambientazione d’eccezione che è San Siro.

    Come preannunciato Walk On è dedicata al premio Nobel Aung San Suu Kyi (dal sito degli U2 era possibile scaricare delle maschere con il suo volto da utilizzare per la scenografia della canzone): sulla pedana circolare sfilano delle persone con il volto coperto dall’immagine della donna ed infine lo stesso vocalist accosta l’immagine al suo viso. Bono lascia il canonico discorso sulla pace ad un video proiettato sul mega schermo e si prepara ad intonare il penultimo brano della scaletta pre-bis Where The Streets Have No Name,
    Dopo aver sfoggiato occhiali di bulgari ed un rosario appeso al collo, Bono non si fa sfuggire l’occasione di prendere la parola per il rituale monologo politico. Neanche a dirlo, l’oggetto del discorso è Brlusconi: «Saprete che io e il vostro primo ministro» esordisce Bono «abbiamo avuto alcune divergenze per via di certe promesse che ha fatto e non ha mai mantenuto» afferma riferendosi al tema della povertà nel terzo mondo. Con uno stile che il migliore dei diplomatici gli invidierebbe, Bono continua: «Ma non è ancora troppo tardi per chiudere il capitolo, tra poco ci sarà il G8 e Berlusconi avrà l’occasione per recuperare – e conclude – Gli dedico One». Così, chitarra alla mano, Bono si appresta a chiudere lo show con uno dei lenti più celebri della musica contemporanea.

    Neanche il tempo di rendersi conto che lo spettacolo sta volgendo al termine e Gli U2 tornano sul palco per i bis. Bono, avvolto da un giubbotto spaziale punteggiato da led rossi che disegnano scie di luce attraverso il fumo, intona Ultra Violet (Light My Way). l’immancabile With Or Without You è la scena dell’ennesimo coro unanime del pubblico, mentre il brano prescelto per chiudere definitivamente la serata è Moment Of Surrender, con The Edge che si destreggia tra tastiera e chitarra e Bono che stupisce per la tenuta vocale, arrivando in fondo alla performance con un timbro fresco e integro che, lungi dal dare segni di cedimento, ha regalato proprio sull’ultimo brano uno tra i migliori momenti canori della serata.

  • Il ritorno dei 4 Cavalieri…e che ritorno!!!

    Il ritorno dei 4 Cavalieri…e che ritorno!!!

    METALLICA

    www.metallica.com

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 22 giugno 2009
    Evento: World Magnetic Tour 2009
    Voto: 10

    Recensire un concerto della più influente e famosa heavy-metal band, probabilmente, di tutti i tempi, è un onore nonché un piacere…posso dire con orgoglio “io c’ero”. Sono passati ormai 13 anni da quel 28 settembre 1996, tournè dell’album Load, dall’ultima apparizione milanese dei Quattro Cavalieri e l’assenza si è sentita eccome; osservando le quasi 15.000 persone assiepate nel caldo soffocante del Forum (ci perdoneranno gli sponsor che cambiano ormai ogni anno, se usiamo solo il nome principale…) mi sono chiesto cosa deve fare una band di questo livello per avere lo stadio di San Siro…per chi scrive è davvero deprimente vedere uno stadio del genere dato ultimamente a cantanti che non meriterebbero nemmeno un locale di serie B, ma questa è un’altra storia… Il palco sistemato in mezzo al palazzetto, come usano fare i Metallica da quasi 15 anni, per avere il contatto con i fans su ogni lato (adesso qualcuno lo chiama “360” e sembra che l’abbia inventato lui…mah…), è davvero una grande invenzione perché permette di vedere tutti i componenti della band suonare di fronte a sé…spettacolo!!!

    Prima dei 4 di San Francisco, come band di “spalla” si esibiscono in ordine Mastodon e Lamb Of God, ma complice un suono impastato e poco fluido, delle loro esibizioni si ricorda solo la presenza scenica devastante del cantante dei Lamb e poco altro… Alle 21:05 le luci si spengono improvvisamente e nell’aria riecheggia l’intro per eccellenza della band californiana, abbandonato solo nella tournè di Load, la colonna sonora de Il Buono Il Brutto e Il Cattivo…emozionante con la folla a scandirne la melodia…e poi il battito di cuore che apre il nuovo lavoro Death Magnetic… La band apre con That Was Just Your Life e The End Of The Line…i pezzi che sono anche l’incipit del nuovo cd, dal vivo non deludono…anzi acquistano maggiore forza sparati a mitraglia dagli amplificatori…forse unica pecca dello show…I volumi sono esagerati per il Forum e qualche volta il suono stride per l’eccessiva potenza…
    Ma è con la terza canzone che il concerto “esplode”…”this is an old stuff”…quasi non ci si crede a sentire Disposable Heroes (1986) suonata in maniera devastante…commovente quasi…l’energia è la stessa di 23 anni fa…pazzesco… Ecco poi l’unica traccia proveniente dagli anni “hard-rock-country” della band e cioè uno dei pezzi migliori di quel periodo, The Memory Remains…il pubblico apprezza e si sostituisce a Marianne Faithful nel coro…brividi…che continuano quando dalle casse escono spari ed esplosioni…tutti sanno che sono il preludio ad uno dei pezzi più belli della discografia dei Metallica e cioè One…tecnica velocità e melodia…come 20 anni fa…fantastica..con tanto di fiamme uscite dal mezzo del palco…spettacolari!!! La serata procede con altri due pezzi dell’ultima uscita, Broken Beat & Scarred e My Apocalypse…dal vivo le nuove song non sfigurano e il pubblico sembra averle già metabolizzate alla grande.

    “Do you want heavy?? ‘Tallica give you heavy baby!!” e Sad But True è servita…la voce di Hetfield sembra migliorare con gli anni…si fanno sentire l’astinenza da alcol e la cura delle corde vocali quasi maniacale del singer… La prima cover del concerto è Turn The Page, splendida canzone di Bob Seger poi la band ci regala la più bella traccia di Death Magnetic e cioè All Nightmare Long…secondo chi vi scrive il nuovo classico della band…senza parole!! Dopo un breve ma intenso assolo di Kirk Hammett, si prosegue con il singolo uscito a settembre, The Day That Never Comes e dall’immensa Master Of Puppets, sempre emozionanti gli 8 e passa minuti del pezzo ma è col seguente che la band sorprende il pubblico…una delle canzoni forse più estreme mai composte, Fight Fire With Fire…anche qui il tempo sembra essersi fermato per i 4…perfetta…anche se i volumi forse la rovinano un pochino.
    Dopo un altro intermezzo di Hammett, ispirato come ai vecchi tempi, è il momento dei due capolavori tratti dall’album più conosciuto della band e forse della storia del rock recente, il Black Album: Nothing Else Matters (per chi vi parla la miglior ballad rock della storia assieme a Stairway To Heaven) e Enter Sandman…l’energia del pubblico sembra quasi stupire i Four Horsemen, che chiedono come mai siano passati così tanti anni dall’ultima data milanese…misteri del mondo…
    Una brevissima e consueta pausa consente a Hetfield e soci di rifiatare quel minimo per riproporsi per i bis: Die Die My Darling, Trapped Under Ice e quindi una superveloce Seek & Destroy chiudono lo show in mezzo a enormi palloni da spiaggia neri griffati Metallica, lanciati sulla folla…delirio…
    Citazione positiva per le luci davvero ben fatte e negativa per il suono un po’ troppo “spinto” ma per il resto uno show davvero energico e devastante come solo i Four Horsemen sanno fare…rimane il rammarico per non aver visto un tale spettacolo in una cornice più consona alla loro grandezza…e cioè quel San Siro regalato in questi anni ad “artisti” che non lo meriterebbe affatto…ma l’Italia musicale è anche questa purtroppo. In conclusione una serata riuscitissima, per una band che ha ancora tanto da insegnare ai giovani e alla musica rock…potenti veloci e trascinanti come pochi al mondo and nothing else matters.