Categoria: Recensioni dischi

  • The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

    The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

    Dall’incontro con la Kandinsky Records nasce il primo album di Angela Kinczly, raffinata polistrumentista e poliglotta cantautrice Bresciana. Il diploma di conservatorio in chitarra lascia la sua traccia già  nel primo brano, Venus: qualche arpeggio su tappeto di grancassa e synth sfocia in un’esplosione elettrica durante il ritornello strumentale.

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  • Incantu // Agghiastru

    Incantu // Agghiastru

    L’apertura è emblematica: L’ncantu è il brano che dà  il nome all’album e ne riassume le peculiarità . Sono poche le canzoni che rompono gli schemi, esplodendo in una ritmica ossessiva (Sangu), rallentando con un racconto ipnotico (Amorte) o recitando su un accompagnamento tribale (La morti)

    I testi del cantautore siciliano pescano nella cruda realtà , per evocare immagini astratte e oniriche, una poesia fatta di sensazioni che non manca di trasmettere anche quelle meno gradite. Sintomatico della volontà  di Agghiastru di vincolarsi alla concretezza dell’espressione è, alternato alla lingua italiana, l’uso del vernacolo, idioma schietto e diretto per necessità , ruspante e genuino, legato alla terra, che in essa affonda le radici, come quell’ulivo selvatico (agghiastru per l’appunto) in cui il cantautore si immedesima e che ne riassume metaforicamente le intenzioni.

    Spicca tra i brani una notevole predisposizione all’armonia che supera senza dubbio la facilità  melodica: accattivanti i giri di accordi impreziositi dagli arrangiamenti di pianoforte, ma la linea del cantato sembra volersi subordinare al contesto e si concentra sui testi per diventare a volte un ridondante recitativo.

    Tra i brani migliori dell’album, oltre alla già  citata L’incantu, bisogna annoverare Ferru e focu, unica assieme a La stanza ad essere cantata in italiano; Paria, con l’iniziale carillon che si trasforma in un riff d’effetto; Suli, che si sviluppa su un uggioso giro armonico di chitarra acustica per aprirsi sul ritornello come una nube che lascia filtrare un raggio di luce.

  • Structure & Cosmetics // The Brunettes

    Structure & Cosmetics // The Brunettes

    I neozelandesi Heather Mansfield e Jonathan Bree sono al debutto con l’etichetta Sub Pop per il loro quarto lavoro, una sequenza di 9 brani che trasmette fin dal primo ascolto un’acquisita consapevolezza del duo.

    Un synth scandisce quattro accordi iterati per l’intera durata della traccia d’apertura; parallelamente un coro compita le quattro lettere di B-a-b-y. E’ il ritornello volutamente semplice, quasi infantile, di Brunettes Against Bubblegum Youth, un omaggio alla spensieratezza anni sessanta.

    Se il gioco del doppio già  ricorrente nei titoli dei Brunettes fin dai primi album (Holding Hands, Feeding Ducks, Mars Loves Venus), viene enfatizzato in Structure and Cosmetics e diventa esplicito nel secondo brano Stereo (Mono Mono), probabilmente il migliore dell’album. Il concetto spiegato nel testo è qui reso anche musicalmente: per prima cosa si delinea la traccia mono della voce femminile, poi quella maschile, infine avviene l’incontro delle due linee vocali che danno vita alla traccia stereo. Bello lo stacco alla Honey Pie marcato dall’ingresso della batteria.

    Heather canta l’eterea Her Hairagami Set, Credit Card Mail Order è invece un lento riflessivo interpretato da Jonathan, mentre in Obligatory Road Song le due voci si alternano e fondono su una base di chitarra, piano rhodes e batteria.

    D’impatto e molto articolata If You Were Alien: sol levante nella scala iniziale e nel timbro di lei, elaborate costruzioni e stacchi rigorosi per il resto del pezzo. Influenza geograficamente opposta sottende il brano Wall Poster Starl: il vibrato della chitarra è un assaggio dell’atmosfera western che avvolge Structure and Cosmetics, l’eponoma canzone di chiusura che scioglie ogni dubbio circa l’eclettismo dei Brunettes.

  • Strangeways, Here We Come // The Smiths

    Strangeways, Here We Come // The Smiths

    Nell’agosto 1987 aveva fatto scalpore la dichiarazione pubblica di Johnny Marr, che affermಠche avrebbe presto lasciato gli Smiths. I crescenti contrasti tra il chitarrista e Morrissey erano giunti al punto di rottura, andando a sommarsi oltretutto con le tensioni derivanti dagli irrisolti problemi di droga di Rourke. Quando il 28 settembre esce il quarto album Strangeways Here We Come, il gruppo si era di fatto disintegrato.

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  • Our Favourite Shop // Style Council

    Our Favourite Shop // Style Council

    Nella loro terza fatica, Our Favourite Shop, gli Style Council danno un senso compiuto alla vena jazz & soul che si era già  manifestata nell’ottimo, precedente Cafè Bleu. Tematiche già  esemplificate al meglio nella opener Homebreakers, atmosfere cool e fiati in abbondanza per immergersi in quella che è la ormai definita direzione musicale di Paul Weller e Mick Talbot.

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  • Royal Cuba :: Good Vibrations

    Royal Cuba :: Good Vibrations

    Gendrickson Mena (trumpet, flugehorn)//Leonardo Gobin (trombone)//Maurizio Carugno (tenor sax)//Andrea Pollione (piano)//Juan Carlos Calderin (drums)//Valter Rebatta (congas)//Eduardo Cespedes (bass, vocal, arrangements)

    Mantenendo fede alla propria filosofia hic et nunc, anche questo La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey dei Royal Cuba, come le precedenti pubblicazioni della Idos Records, è inciso rigorosamente dal vivo, testimonianza di un concerto tenutosi al Barrio’s Cafè di Milano nell’aprile 2006. Formazione meticcia dedita al latin jazz (e dintorni), promulgatrice di un’arguta miscela cubano/americana dalla comune matrice afro. Va precisato che la musica dei Royal Cuba non è la solita proposta edulcorata da weekend in discoteca o da scuola di ballo latinoamericana, pur se in possesso di tutti quei requisiti necessari per far muovere ogni singolo muscolo, ma un proficuo gemellaggio fra universo afrocubano e jazz, screziato da flessioni blues e funk. Un mood debitore di quella radice atavica, dalla natura percussiva, alla base di ogni linguaggio musicale di derivazione africana; a fronte di questa premessa la propulsione ritmica diviene fondamentale e imprescindibile, influendo sulla pratica compositiva.

    L’effervescente funky-latin La Mulata, biglietto da visita del collettivo, mette in evidenza l’ottimo lavoro in fase d’arrangiamento di Cespedes (incalzante l’orchestrazione dei fiati); le stesse pulsioni funk sottotitolano la rivisitazione dal sapore r&b del classico di Compay Segundo, alias Francisco Repilado, Descarga Chan Chan, avvolta in raffinate armonizzazioni (nonché citazioni) jazz del piano e marcata dalla voce di Cespedes, depositaria inoltre di un breve proto scat. La titletrack è un blues sinuoso dall’incedere lento e inesorabile, a cui sfuggono sussulti destabilizzanti che ne alterano il costante fluire.

    Cuadro Negro recupera quei valori ancestrali collegati a religioni come la Santeria, dove l’ipnotico progredire del ritmo è fonte di tribalismi afrocentrici associati, in questo caso, a sviluppi armonici di stampo moderno. Le sette tracce del disco vedono l’apporto equanime dei musicisti epurato da protagonismi solistici, finalizzato ad un risultato complessivo lastricato di improvvisazioni contenute ma galvanizzanti come quelle presenti su Asi, elegante bossa nova a firma Gendrickson Mena.

    Unico neo, alcune anomalie dinamiche nella ripresa audio che penalizzano in parte l’ascolto dimezzandone l’impatto sonoro, anche se traspare distintamente l’energia, il forte affiatamento e la componente giocosa emerse durante l’esibizione. Custodi dei fondamenti della musica afrocubana, i Royal Cuba rigenerano la tradizione attualizzandone il linguaggio, in una stimolante esposizione dalle fattezze contemporanee.

    La Mulata // You Sou // La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey // Asi // Chush// Cuadro Negro // Descarga Chan Chan