Tag: George Harrison

  • HELP! // The Beatles

    HELP! // The Beatles

    L’attraversamento della frontiera della beatlemania, la fine delle concessioni al pubblico isterismo, una nuova colonna sonora e un’opera credibile a livello artistico: svariati sono i traguardi che il quinto disco dei Fab si propone arrivando alle stampe nell’agosto del 1965. E bisogna dire che la title track, piazzata in apertura, mette subito sulla buona strada. Lennon racconta la spossatezza di anni vissuti in adorazione planetaria, di insicurezze da celare dietro sorrisi stampati sul volto, persino della voglia di rifugiarsi nel limbo dell’adolescenza, per non parlare della gabbia dorata che l’imprigiona:  “my indipendence seems to vanish in the haze” . Il tutto in due minuti di rock veloce, corale e coinvolgente! Forse il messaggio subliminale sarà passato in secondo piano…Armato di chitarra acustica e cappellaccio à-la Dylan, Lennon prova a ribadire il concetto due solchi più tardi, con “You’ve got to hide your love away”, ballata minimalista tanto sconsolata quanto piacevole, che introduce ufficialmente la versione cantautoriale del chitarrista. E tutte le patinate certezze dello stardom?

     

    Tocca a McCartney riportare un po’ di leggerezza, e lo fa con due pezzi in particolare: l’egoistica (e del tutto appropriata al tipo) “Another girl”, un pezzo notabile per il cambio di terza nel bridge e il duetto di chitarra solista tra lui e George. Meglio ancora suona “The night before”, forse perché qui è lui che soccombe rispetto all’amata; si registra un insolita ed efficace parte di piano elettrico da parte di Lennon e l’uso massiccio delle armonie vocali “a risposta”.

     

    Che l’entusiasmo e i toni un po’ naif delle prime registrazioni abbiano lasciato il posto ad umori più riflessivi e tenui, è tuttavia palese anche negli episodi

    apparentemente di minor spessore, come nella corale “Tell me what you see”, altra introspettiva digressione folk, con un break di piano elettrico a separare le strofe. Oppure in “It’s only love”, pensierosa e incantevole nella grazia della melodia, dove John divaga e indugia ancora sugli spasimi post-adolescenziali, come se il suo status acquisito di re mida del rock mondiale non pretendesse ormai da lui (e dagli altri) contenuti e performance di tutt’altro genere, ma per il momento è ancora bello e possibile, rifugiarsi in rassicuranti ambiti yeh-yeh.

     

    La carta vincente di Paul, inutile a dirsi, è la stra-tutto “Yesterday”, (stra-reinterpretata, stra-idolatrata, stra-sopravvalutata…), per la quale il neo baronetto si veste il faccino d’una maschera afflitta e piange sull’ombra che è diventato mentre lei se ne va, rivestendo la sofferenza di viola, violino e violoncello. Una bella canzone, di fatto la prima registrazione solista in un disco dei Beatles, ma da qui a farne una pietra miliare, povero me. Per quel che mi riguarda trovo più interessante “Ticket to ride”, il primo tentativo dei Fab, forse stimolati da “All day and all of the night” dei Kinks, pubblicata sei mesi prima, di cimentarsi in un riff hard rock con un notevole, moderno lavoro di Ringo alla batteria. Un John leggermente esagerato proclamò subito dopo che la canzone rappresentava il primo esempio in assoluto di heavy metal. Dichiarazione se vogliamo discutibile, tuttavia il passo in avanti è evidente.

     

    Anche la sezione delle seconde linee (leggi Ringo e George) contribuisce materiale d’un qualche interesse. Il cucciolo incide due sue composizioni, le prime da due anni a questa parte. “You like me too much” si segnala per l’atmosfera vagamente retrò suscitata dal pianoforte, suonato a quattro mani da George Martin e Paul; “I need you”, che a differenza della prima fu poi selezionata per la pellicola, è un innocente canto d’amore, leggero come una piuma, che dalla prossima “Think for yourself” pare lontano quattro anni invece che quattro mesi. Per George ancora ampi saranno i margini di miglioramento. Per quanto riguarda il nostro serafico batterista, va sottolineato come “Act naturally” sia un numero allegro e divertente, con un testo decisamente calzante all’indole del “naso” ed al suo ruolo nel film. Trattasi di puro country ad opera di Johnny Russell and Van Morrison, che il pubblico beatlesiano mostrerà di gradire, viste le ripetute proposte dal vivo, con un ottimo controcanto sul finale. L’unica altra cover della raccolta, l’ultima in assoluto presente in un’opera del quartetto, è la scatenata “Dizzy miss lizzy”, di Larry Williams, con John che gode come un riccio a cantare a squarciagola mentre il povero Harrison ripete il riff all’infinito.

     

    Le proposte più mature di “Help!” restano,  a parere di chi scrivere, il guardingo bluegrass di “I’ve just seen a face”, ballata mid-tempo di McCartney giocata su tre chitarre e le maracas, e l’entusiasmante “You’re going to lose that girl”, in cui John esprime al meglio la forza e il carisma che ne avevano contraddistinto la figura nei primi tre anni di carriera dei gruppo. E’ la canzone più adatta ad introdurre il “ricambio artistico” della band, che prenderà forma definitiva nelle tre prove successive da studio.

  • All Things Must Pass // George Harrison

    All Things Must Pass // George Harrison

    Il merito principale di “All things must pass”, ufficialmente terzo disco solista di George Harrison, ma da lui stesso definito il primo vero suo lavoro, fu quello di svelare al mondo il cristallino talento artistico del suo autore, troppo a lungo mascherato dietro la facciata iridescente del carrozzone-beatles e soffocato dallo smisurato ego della coppia creativa (peraltro già scoppiata da qualche anno) di Lennon e McCartney.

     

    Arrivato al nuovo decennio con un bagaglio irripetibile di sensazioni ed emozioni assortite (vivere da padroni del mondo suscitando isterie di massa), profonde catarsi (l’esperienza indiana), rancori e piccolezze del tutto “terrestri” (l’inferno domestico di Savile Row, le “gelide” sessioni di “Let it be”) fino alla scioccante seppur inevitabile separazione, George riempie i solchi di questo lavoro con melodie che puntellano la straordinaria esperienza vissuta senza mai sconfinare nella rabbia, il che non era per nulla scontato o, peggio, nella retorica.

     

    Inevitabilmente, una buona parte delle canzoni aveva visto la luce, almeno a livello embrionale, proprio negli anni in cui nominalmente i quattro formavano ancora un complesso, e le proposte di Harrison venivano quasi sistematicamente cassate dai due boss. E ad un ascoltatore appena imparziale salta subito all’orecchio l’assurdità di scelte di questo genere. Impossibile pensare che un brano sublime come “All things must pass” non raggiungesse il livello del materiale registrato all’epoca del concerto sul tetto. O forse a dar fastidio furono certe parti del testo (“It’s not always going to be this grey”) che mettevano spietatamente e fastidiosamente la band di fronte alla propria presente nullità ed alla più desolante mancanza di prospettive.

     

    La mafia dei Beatles rifiutava, in quel nefasto 1969, altri episodi eccellenti. “Let it down”, ad esempio, con la palesata conflittualità tra il richiamo della carne e quello dello spirito, oppure le quiete, cosmiche considerazioni di “Isn’t it a pity”, assai toccante, con la semplicissima parte di piano a dominare il tutto, qui proposta in due versioni. Le parole potrebbero essere parimenti dedicate ai compagni piuttosto che al resto dell’universo: “Isn’t it a pity, isn’t it a shame / How we take each other’s love without thinking anymore / Forgetting to give back, now isn’t it a pity”. Bocciato anche l’inno solenne di “Hear me lord”, il tributo gospel che con “My sweet lord” costituisce la parte più sacrale dell’album e di fatto lo chiude, visto che le famose parti 5 e 6 del vinile altro non sono che una scatenata jam session registrata in piena souplesse.

     

    I messaggi che traspaiono da “All things must pass” non riguardano necessariamente, per fortuna, il quartetto ormai alla fine. L’hard rock di “Art of dying”, sulla quale George lavorava sin dal 1966, e le questioni annose ed irrisolvibili che sprigiona su reincarnazione, vita e morte sono quanto di più lontano si possa esprimere dalla cosiddetta cultura superficiale del pop. Rappresenta una delle massime vette del disco, così pesante elettrificata e drammatizzata, con parti-monster di Preston e Clapton, e persino un diciottenne Phil Collins alle percussioni.

     

    Il resto del materiale è stato concepito in studio a partire dal maggio 1970. E anche in questo caso, la peculiarità più evidente è l’elevato standard qualitativo. La collaborazione con Dylan, “I’d have you anytime”, apre l’opera con atmosfere soft ed appaganti, tanto più sorprendenti se si considera che i rapporti del cucciolo con i propri riferimenti affettivi, dai Beatles a Patty Boyd, stavano attraversando crisi irreversibili. Di Zimmermann, Harrison propone una versione di “If not for you” davvero struggente, con armonica ed organino natalizio a toccare i cuori dei più sensibili e un middle eight di spettrale bellezza. Delicata anche “From behind that locked door”, che allo stesso Bob è dedicata, uno dei rari, forse l’unico dell’intero suo territorio, sconfinamenti nel country & western, impreziosita dal pedal-steel guitar hero Peter Drake. La parte morbida di “All things must pass” culmina nella eterea “Let it roll”, la ballata più quieta e onirica della raccolta, e l’omaggio a sir Frankie Crisp, originario possessore della tenuta harrisoniana di Friar Park, è solo un pretesto per sfogare la mai sopita tendenza del chitarrista alla meditazione e al sogno. “Beware of darkness”, infine, riprende i concetti già espressi in “Within you without you”, opportunamente senza sitar, bensì con un leggiadro duetto di chitarra e piano a modellare sequenze di accordi complesse ed originali.

     

    Altrettanto eccellenti sono le tracks più energiche. “What is life”, un rock grintoso ed il secondo grande successo tratto dall’album, gioca su un riff particolarmente efficace e memorizzabile, al pari dell’altrettanto mossa “Wah wah”, con la differenza che la prima è un messaggio d’amore dai destinatari intercambiabili (mistici o terreni che siano), mentre la seconda è l’amara, per quanto movimentata, certificazione della fine dei suoi rapporti con gli ormai ex-compagni, con una certa dose di mortificato vittimismo: ” You don’t see me crying / you don’t hear me sighing…”. D’ispirazione inconfondibile è l’esuberanza di “Apple scruffs”, con l’uso eccezionale dell’armonica a bocca e del backing vocals: la scanzonata, amabile rappresentazione delle fans che attendevano i quattro in ogni stagione e condizioni meteo fuori dalla porta sprangata della “Apple”. Il Gospel-rock di “Awaiting on you all”, da parte sua, affronta temi decisamente più scottanti, quali la politicizzazione della Chiesa e la miseria di ogni pseudo-religioso che non sappia semplicemente “chant to the Lord” e “open up his heart”. Slide guitar in grande spolvero invece per la opener della side four, “I dig love”, che irradia dissolutezza assortita, messaggi in singolare constrasto con l’anima mistico-seriosa del disco.

     

    Spazio a parte per gli ultimi due brani. La stracelebrata “My sweet lord”, il più acclamato trionfo internazionale di Harrison ma anche il più diretto ed inequivocabile dialogo dello stesso ex-beatle con un Dio, (“I really want to know you – Really want to go with you / Really want to show you, Lord, that it won’t take long, my Lord “), che non facesse questioni di confessione, rendendo così la preghiera fruibile da ogni tipo di credente. La melodia è la più coinvolgente che abbia mai scritto, dall’assolo accattivante al coro, ossessivo ed osannante, il che frutterà anche una chilometrica serie di covers. Del preteso plagio non è questa la sede di questionare. Resta il dubbio che, probabilmente, se il pezzo non avesse avuto l’enorme risonanza dell’epoca, la causa non sarebbe nemmeno stata intentata.

     

    Eppure, a parere di chi scrive, la palma del brano migliore spetta ad una canzone piuttosto dimessa, condotta malinconicamente dalla chitarra e dalla discreta accoppiata pianoforte/tastiera, un episodio celato al termine della facciata due e che risponde al nome di “Run of the mill”. E’ il vero punto centrale dell’intero progetto, a metà tra il congedo definitivo: (“ It’s you that decides / Which way will you turn /While feeling that our love’s not your concern”), e la dichiarazione di una nuova partenza: “I may decide to get out with your blessing…”. Il fatto è che i distacchi non sono mai indolori, (“Only you’ll arrive at your own made end / With no one but yourself to be offended…”, ed è questa la semplice, ineluttabile constatazione che nulla potrà mai tornare come prima.

     

    L’apple jam che orna i lati 5 e 6 del vinile, senza peraltro originarne un sovrapprezzo, nulla toglie o aggiunge a un’opera invariabilmente toccata dalla grazia, e per potenza emozionale eguagliata soltanto dal contemporaneo “John Lennon/Plastic Ono Band”. Ci vorrà un pò, per il Cucciolo, per raggiungere un livello di questo tipo, ci riuscirà comunque dopo la metà del decennio.

  • Cinquant’anni dalla conquista dell’America

    Cinquant’anni dalla conquista dell’America

    Il sette febbraio 1964, venerdì come ieri, i Bealtes sbarcavano in America, per la prima volta nella loro carriera, accolti a braccia aperte da un mare umano di folla estasiata: due giorni dopo sarebbero stati ospiti del notissimo “Ed Sullivan show”.

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  • Rubber Soul // The Beatles

    Rubber Soul // The Beatles

    Cinque album in tre anni, tournées, interviste, apparizioni, vacanze per modo di dire: un bel mattino dell’ottobre 1965 Epstein si presenta dai ragazzi e dice: «Sapete che c’è? Serve un album di inediti per Natale».

     

    C’erano due possibilità: licenziarlo o obbedire. I ragazzi, freschi baronetti, ancora apparentemente veleggianti sulle dolci onde della beatlemania, optarono per la seconda. E malgrado qualche inevitabile ripescaggio, riuscirono nel compito, presentando alle stampe il 3 dicembre questo Rubber Soul, che riafferma l’elevato standard delle prove precedenti.

     

    Ad aprire è McCartney e lo fa con uno dei suoi pezzi più convincenti: Drive my car, resa con una voce black che sfodererà solo in poche altre occasioni, doppiata egregiamente dal compare Lennon e sublimata dal piano groovy suonato dallo stesso autore. Replica subito John, con la prima traccia in assoluto a vantare una parte di sitar nella discografia beatlesiana (a cura del Cucciolo Indiano George), un sarcastico valzerino intitolato Norwegian wood. Sitar che duetta con la leggiadra acustica di Lennon, il quale riconferma il proprio gusto per la corrente folk-rock, bandiera dei poeti d’oltremanica, Phil Ochs e Dylan in primis. Il tutto per un’innocente scappatella. 

    You won’t see me scava ancora nel personale, è McCartney che comincia a farsi domande sul proprio rapporto con la Asher al di là del volersi tener la mano sotto la luna piena; affida le riflessioni a un sound tipicamente motown e si riserva (caso più unico che raro) le armonie vocali più basse. Povero Paul, mesto mesto, aveva capito che Jane non era poi una groupie qualsiasi. Da mestizia a tristezza, segue John con Nowhere Man, una delle sue migliori proposte in assoluto, da Beatle e da solo. Un inno a tre voci (Ringo si rifarà più tardi) per magnificare l’inquietudine e la solitudine del venticinquenne miliardario che ha perso la direzione. Un malessere già germogliato mesi prima, col singolo Help e che lo porta ad ammettere di essere «un uomo inesistente che fa piani inesistenti per nessuno», pur citandosi in terza persona. Poesia e melodia si fondono in un risultato superbo. Per Harrison, subito dopo, un compito duro: non far rimpiangere che la puntina del giradischi abbia cambiato solco. E lui, insomma, ci riesce anche, con la sua Think for yourself rude e incazzata, altro che meditazioni e le chete acque del Gange che saranno. Il Piccolo lamenta di slealtà, ottusità e cattiverie assortite da parte del mondo circostante, e il fratello maggiore Paul lo sostiene e rincuora con una parte di fuzz bass duro come un’elettrica distorta.

     

    The word è senza tema di smentita uno dei tre/quattro capolavori del lavoro; frutto d’una collaborazione pressoché paritaria, ha un suono terribilmente moderno ed eccitante, ed è quanto di più vicino al sogno di Lennon/McCartney di comporre canzoni su di una sola nota sia mai stato registrato. Chitarre in levare rilucenti, hammond dilagante (perché tutta quella fretta nello sfumarlo?), cori gioiosi e flower power a go-go. Un trionfo, ragazzi. Incredibile che merce così dovesse attendere 46 anni (!) per una presentazione dal vivo (McCartney a Bologna, 2011). Il lato A termina con Paul il figo che sbatte gli occhioni e mormora parole dolci alla sua Michelle, mentre gli ascoltatori sprofondano in poltrona a sonnecchiare. Il seguito di Yesterday è servito, col finger-picking in primo piano (costruirà così anche Blackbird ed altro) ed un indegno tuffo nella melassa, ovviamente stra-premiato e stra-reinterpretato. Vabbè, bisogna pur vendere.

     

    Lato B. Arriva Ringo: è ora del western, come ha insegnato Act naturally. Attenzione: il nasotto vuol creare, e chiede un little help dai suoi friends. Il risultato è la country ballad che risponde al nome di What goes on, uno stile godereccio e simpatico che sarà il marchio di fabbrica dello Starr compositore. Atmosfere allegrotte spazzate via dalla tensione di Girl, canzone di spettrale bellezza, unica con i quattro ognuno ai propri posti (leggi = strumenti), con più di una frase rivelatrice dell’umore dell’autore, («fame would lead to pleasure…») ed una struttura tutt’altro che semplice, frutto dei continui approfondimenti tecnici dei quattro. La crisi affettiva di McCartney raggiunge il suo culmine in «I’m looking through you», che è invece semplice è diretta e presenta un ritmo allegro e scanzonato, in curioso contrasto con l’amarezza delle parole.

    Ma un nuovo portento è dietro l’angolo: trattasi di In my life, guidato da uno straordinario piano in stile barocco suonato da George Martin. E’ un tenero spaccato della giovinezza di Lennon, in cui ricorda gli amici, che sono e che furono, celebrando la metamorfosi tra il passato e l’incredibile presente, forte d’una melodia davvero struggente, plasmata a quattro mani con PaulWait è un brano eseguito completamente a doppia voce, tranne per il middle eight maccartiano, dal messaggio trascurabile ma con notevoli armonie vocali nella strofa e nel refrain. Poi torna Harrison, che dev’essersi calmato nel corso dei solchi, presentando If I needed someone ed il suo luminoso riff chitarristico; sarà subito coverizzata dagli Hollies (tra parentesi, la loro versione farà storcere il naso al suo autore), e rappresenta bene la dimensione più che rispettabile che il Cucciolo ha assunto da songwriter. E chiude Lennon con la birbantella Run for your life, del cui testo si vergognava mica poco, e infatti è misogino e piuttosto stupido, però il contesto skiffle in cui i versi sono inseriti la rendono più digeribile, persino apprezzabile, a livello strumentale.

     

    Rubber soul centrò il proprio obiettivo; le vetrine di dischi erano di nuovo invase dai volti zazzeruti dei quattro da piazzare sotto l’albero per un nuovo Beatlenatale. Per l’ultima volta, i fab registravano materiale inedito a comando per ragioni commerciali; il livello qualitativo fece però in modo che nessun ascoltatore se ne accorgesse. E con il 1966 sarebbero finalmente iniziati gli “studio years”…

  • Revolver // Beatles

    Revolver // Beatles

    Eccola, inevitabile, imponente, impetuosa, dopo gli assestamenti e gli accenni di Robber Soul, la chiave di volta della produzione beatlesiana: risiede in questo disco dall’anonima copertina in bianco e nero, approdato nei negozi il 5 agosto del 1966. In trentacinque minuti di musica l’ampliamento e la ricerca stilistici portano a risultati tali da mettere d’accordo i critici più scettici e probabilmente mal disposti dagli echi della beatlemania, ancora al di là da sbiadire. Una crescita che si palesa sin dalle tracce più semplci, direi basilari dell’album: Taxman, She said she said, Dr. Robert e And your bird can sing sono vivaci, energiche espressioni rock, e quasi sempre dietro ad esse c’è l’anima vibrante di John Lennon, praticamente autore unico dei brani più movimentati di Revolver, pregni di immagini tanto colorate (per non dire allucinate..) quanto sgargiantemente vitali.

     

    La vena lirica di Paul McCartney tocca in quest’occasione vette di nevi perenni, offrendo un contributo poetico che negli anni successivi avrebbe faticato persino solo ad approcciare. Le storie di strazianti solitudini di Eleanor Rigby e For no one sono letteratura eccelsa, accompagnate con la dovuta discrezione da impeccabili sezioni classiche. L’immagine della ragazza che raccoglie il riso in una chiesa vuota dopo un matrimonio, ed il delicato suono del corno che dissolve “lacrime senza amore piante per nessuno” certificano e suggellano un livello assoluto, e forse inimmaginabile solo un paio d’anni prima. Ennesimo punto di forza di Revolver è la definitiva consacrazione come autore di George Harrison, che sarà il primo a stupirsi d’aver ben tre sue composizioni sul disco. Oltre alla succitata Taxman, ritmato e sarcastico piagnisteo d’un ricco contribuente soggetto al vorace sistema di tassazione britannico, il ventitreenne baronetto propone I want to tell you, una sorta di blues veloce guidato dal piano, in uno stile che ispirerà anche la successiva Old brown shoe, nonché la karmica, fatalista Love you to, che sdoganerà definitivamente, dopo la breve comparsa su Norwegian wood, l’esotica presenza del sitar nel materiale dei fab four.

     

    Il sentiero innovativo percorso da Revolver segna una nuova, significativa tappa nell’inno soul di Got to get you into my life, trionfo uptempo di fiati assortiti, cartuccia Motown sparata da un McCartney che aveva appena finito di rilassare l’ascoltatore con la regina delle love song, la melliflua, ruffiana ed intrigante Here there and everywhere. E ancora, altre brillanti tonalità di colore arricchiscono la tavolozza di Revolver: c’è la deliziosamente retrò Good day Sunshine, che non poteva essere che di Paul, così come solo John poteva scrivere una canzone come I’m only sleeping, affascinante laude all’ozio totale e senza condizioni, con quel sound cantilenante, surreale nel suo interrompersi a metà cammino per poi riprendere stancamente e lanciare all’ascoltatore perle di attualissima, rovinosa saggezza: “Running everywhere in such a speed – till they find there’s no need…

     

    Poi? Fine delle sperimentazioni? Insomma. Potremmo aggiungere che l’ultima traccia di Revolver rappresenta il codice d’accesso alla Nuova Epoca: Psichedelia, Flower Power, Estate dell’amore. Il messaggio, forte e chiaro, è racchiuso nei tre minuti di Tomorrow Never Knows, che ne distilla le peculiarità con un incedere ipnotico, tanto impersonale quanto avvolgente: “Spegni la mente, rilassati, lasciati trascinare dalla corrente…non è morire.. arrenditi al vuoto…gioca il gioco dell’esistenza fino alla fine del principio…”. Tra lampi di rullante in controtempo, effetti sonori, nastri al contrario e quant’altro, l’ex Beatle sorridente John Lennon conduce i suoi tre amici e noi con loro al di là di ogni vetusto residuo yeh yeh.

     

    Cosa dite? Non ho citato Yellow submarine? E’ vero, ma i quattro erano ormai adulti e potevano anche permettersi una canzone per bambini, (tanto a cantarla è il più bambino di tutti), il che evidentemente nulla toglie o aggiunge ad uno delle quattro/cinque opere fondamentali della storia del rock.

  • Paul McCartney all’Arena di Verona

    Paul McCartney all’Arena di Verona

    AMAmusic

    Questa volta sono preparato, non posso più soffrire dell’emozione della prima volta, Paul McCartney live non è più una novità per me, il palco è lo stesso dell’On the Run Tour, giuro che resisterò e non frignerò come un bimbo il primo giorno di scuola quando vede la mamma allontanarsi.

     

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  • Cloud 9  // George Harrison

    Cloud 9 // George Harrison

    Il dato più significativo rapportabile a quest’undicesima prova da solista di Harrison, che vede la luce cinque anni dopo il leggero Gone Troppo, è che, come risulta chiaro fin dal titolo, George fa finalmente pace con sé stesso e il suo passato. E crea musica definitivamente scevra da solenni attestazioni filosofico-religiose, che farcivano, non sempre in modo del tutto opportuno, i solchi dei suoi dischi della prima metà  degli anni settanta, ma anche da livorosi riferimenti alla golden age di vent’anni prima.

     

    Le intenzioni sono chiare sin dal blues d’apertura, la claptoniana Cloud 9, sodo e coprente omaggio a Lennon, di cui prende in prestito una delle espressioni preferite, che diverrà  uno dei caposaldi della tourneé giapponese di qualche stagione più avanti. L’amore, dunque, la gioia; ecco le muse ispiratrici di Cloud 9. Grazie anche all’ aiuto di Jeff Lynne (Electric Light Orchestra), amico e coautore dei due brani, il nostro fornisce esempi davvero belli in This Is Love and When We Was Fab, specialmente nella seconda, un affettuoso tributo alla beatle-era che riesce a non cadere mai nel patetico. Tra i fumi di un primitivo sogno psichedelico, un pizzico di flower-power e l’inconfondibile tocco di Mr. Starkey alla batteria, il muro tra il signor Harrison e il cucciolo George viene definitivamente sbriciolato. La disperazione è un qualcosa d’intangibile, che non abita (più) qui. Ulteriore dimostrazione la presenza a fine album della vecchia hit di Rudi Clark, Got My Mind Set On You, un twist seducente che risale ai tempi di Amburgo, che completa il restauro d’immagine del ragazzo (e gli restituisce una hit mondiale sei anni dopo All Those Years Ago. N.1 in America e Canada e 2 in patria). Ma anche Fish On The Sand, Wreck Of The Hesperus e sopratutto il rock possente di That’s What It Takes sono fresche e coinvolgenti.

     

    Momenti di riflessione, in ogni caso, non ne mancano. Il lirismo di Just For Today è manifesto di una nuova, saggia semplicità . E Someplace Else, in versione riveduta e corretta (e migliorata) rispetto alla soundtrack di Shangai Surprise, si candida ad essere una delle espressioni melodiche più riuscite del suo intero catalogo solista. Palma del brano migliore alla straordinaria Devil’s Radio, fremente rock da strada che si risolve in un attacco frontale al gossip e al male derivante da certe disinvolte insinuazioni, con più di un riferimento a un certo insistito eclissarsi di Harrison dalle luci dello star system («You wonder why I don’t hang »˜round much, I wonder how you can’t see..»), risalente ad esempio agli anni delle sue controversie giudiziarie della metà  del decennio precedente. Un pezzo che non avrebbe mal figurato in nessun’ opera del George migliore (1968- 1971), sia coi tre soci che in autonomia.

     

    L’eterea, soffice Breath Away From Heaven completa un quadro idilliaco, nel punto in cui inopinatamente è l’intera carriera solistica dell’ex beatle a chiudersi. Negli anni novanta per lui ci sarà  ampio spazio per collaborazioni di successo (L’avventura dei Traveling Wilburys e la riunione con Paul e Ringo per Anthology), ma a livello solistico non riuscirà  a portare a termine il lavoro per Brainwashed, i cui ritocchi saranno a cura dei suoi collaboratori e del figlio Dhani Anche alla luce di quest’ultimo lavoro, che uscirà  postumo nel novembre del 2002, Cloud 9 resta comunque il miglio disco di George dai tempi di All Things Must Pass. Con la sostanziale differenza che in quell’occasione il capolavoro scaturiva dall’amarezza, dalla disillusione, dal fatalismo. Qui siamo invece di fronte a toni rinfrancati, positivi, divertiti addirittura, e il materiale resta costantemente pressoché privo di sbavature. Una prova che svela una maturità  ormai metabolizzata, senza più risentimenti, giustamente premiata da critica e pubblico.

  • Abbey Road // The Beatles

    Abbey Road // The Beatles

    Più ancora che in Sgt.Pepper’s, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall’ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell’elevatissimo standard raggiunto dà l’impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l’ultima espressione del genio collettivo dei quattro di Liverpool.

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  • Thirty Three & 1/3 // George Harrison

    Thirty Three & 1/3 // George Harrison

    Ex non è solo un avverbio. E’ anche una disgrazia epica, se te lo applicano a 27 anni, ossia quando sei ancora ragazzino per lo show business della musica, ma soprattutto se accanto ti aggiungono la parola: Beatle. George aveva risposto da par suo, uscendosene col pluripremiato All Things Must Pass.
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  • Ricordo di George

    Ricordo di George

    Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

    Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi “All things must pass” e Living in the material world” è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l’onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi (“Dark Horse” e “Extra texture”) eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s’aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del ’75 e il settembre del ’76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con “Thirty three and a third”, l’omonimo “George Harrison” (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e “Somewhere in England”.

    Dopo il mediocre “Gone Troppo” del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con “Cloud Nine”,l’opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto “Traveling Wilburys”, le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all’opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell’amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.