Tag: Giacomo puccini

  • Manowar // Gods of Metal 2012

    Manowar // Gods of Metal 2012

    Il ritorno dei re

    Luogo: Arena Fiera Milano di Rho (MI)
    Data: 21 giugno 2012
    Evento:  Gods Of Metal
    Voto: 8

    Eric Adams – voce

    Karl Logan – chitarra

    Joey DeMaio – basso

    Donnie Hamzik – batteria

     

    Nel 1997 i Manowar inauguravano la prima edizione del Gods of Metal, il primo e il più longevo dei festival estivi italiani che esordiva al mitico PalaSharp di Milano. Oggi i Manowar sono tornati sul luogo del delitto, o quasi, per aprire la quindicesima edizione del Gods of Metal all’Arena Fiera Milano di Rho (MI).

    Le ricorrenze da celebrare non si esauriscono qua: dieci anni fa usciva Warriors of the World e da quel 2002 i Manowar non avevano più fatto ritorno in Italia, in più, proprio in questi giorni, si brinda all’uscita del nuovo lavoro della band, The Lord of Steel. Eppure sarà per il caldo asfissiante, sarà che è un giovedi lavorativo e che nei prossimi tre giorni di festival sono previsti grandi nomi del hard rock e del metal decisamente più accattivanti per il grande pubblico, oppure sarà per i costi dei biglietti, ma oggi all’arena non si registra il pienone.

    I Manowar, d’altronde, non sono tipi da folle oceaniche, Grammy o MTV: fieri, integralisti, lontani da ogni moda, sempre fedeli al proprio stile, a quel marchio di fabbrica che ha costituito la loro fortuna ma al tempo stesso, dopo 30 anni di carriera, li ha relegati a una forma caricaturale, una sorta di trappola dalla quale sarebbe impossibile uscire senza farsi male. Come potrebbero infatti gli unici e veri “kings of metal” tradire la lealtà di quello stesso zoccolo duro di fan che li ha incoronati re diversi anni or sono?

    Così, quando sono passate da poco le 22, la band newyorkese esce sul palco appena abbandonato da Amon Amarth e Children of Bodom e dà inizio a uno show di due ore e mezza circa, tiratissimo, potente e senza troppi fronzoli. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare la scenografia è sobria, per non dire inesistente: giusto uno stendardo a nascondere il backstage ma niente maxi-schermi, niente Harley rombanti, niente comparse in abiti medievali o fuochi d’artificio. L’unica concessione allo spettacolo è il divertente siparietto tra il bassista Joey DeMaio e un giovane ragazzo scelto tra il pubblico delle prime file per unirsi alla band nell’esecuzione di un brano e portarsi a casa, come souvenir, una delle chitarre di Karl Logan.

    A parte questo momento e il classico monologo sconclusionato e, per l’occasione, in italiano di Joey DeMaio, per il resto i protagonisti indiscussi della serata sono l’heavy metal e l’impressionante impianto audio fortemente voluto dalla “band più rumorosa del mondo” che, finalmente, ha fatto tremare l’asfalto dell’arena e implorare pietà alle nostre orecchie.

    La prima parte del live è segnata dai grandi classici del gruppo come Manowar, Gates of Valhalla, Kill With Power, Sign of the Hammer, Fighting the World, Kings of Metal, Metal Warriors e dall’incontenibile entusiasmo del pubblico. Poi, senza soluzione di continuità, si passa ad alcuni pezzi della produzione più recente dei Manowar e, inevitabilmente, si assiste a un calo di tensione.

    Il susseguirsi di brani dai ritmi serratissimi, come Hand of Doom, King of Kings, The Gods Made Heavy Metal, Thunder in the Sky e The Power, dove il basso di DeMaio raggiunge volumi devastanti e la doppia cassa di Donnie Hamzik si fa ossessiva e quasi fastidiosa, viene intervallato, per fortuna, dalle liriche coinvolgenti e dai toni epici di Call to Arms e Warriors of the World United.

    Dopo un breve break, prima del gran finale con le mitiche Hail and Kill e Black Wind, Fire and Steel, arriva l’omaggio di Eric Adams all’Italia. Nata quasi per gioco alcuni anni fa, la rivisitazione della celeberrima romanza di Giacomo Puccini, Nessun dorma, è ormai diventata un classico delle esibizioni live della band e l’occasione per il singer di ribadire, ancora una volta, che la miglior voce in circolazione in ambito heavy metal è sempre la sua.

    Mancano all’appello, a mio avviso, almeno un paio di pezzi storici come Battle Hymn e Courage che avrebbero potuto dare, tra l’altro, un bel cambio di ritmo alla seconda parte della scaletta un po’ troppo monotona. A parte questo dettaglio c’è poco da aggiungere, i Manowar sono una di quelle band che dal vivo non tradisce mai.

    Tematiche fantasy, vocabolario scarno, vestiario in pelle, muscoli pompati, cuore, sudore, suoni possenti e nessun compromesso sono gli ingredienti essenziali dei loro show, come dire: poche idee ma ben chiare! E se qualcuno non volesse stare al gioco farebbe bene a starsene alla larga come sentenzia il testo di Metal Warriors: “… whimps and posers leave the hall!“.

    ————————-

    Scaletta:

    Manowar

    Gates of Valhalla

    Kill With Power

    Sign of the Hammer

    Fighting the World

    Kings of Metal

    Metal Warriors

    Sun of Death

    Brothers Of Metal

    Call to Arms

    The Gods Made Heavy Metal

    Sons of Odin

    Hand of Doom

    King of Kings

    Sting of the Bumblebee

    Joey’s Speech

    Warriors of the World United

    Thunder in the Sky

    The Power

     

    Encore:

    Hail and Kill

    Nessun Dorma

    Black Wind, Fire and Steel

     

     

  • Manowar // Gods of Metal 2012

    Manowar // Gods of Metal 2012

    Il ritorno dei re

    Luogo: Arena Fiera Milano di Rho (MI)
    Data: 21 giugno 2012
    Evento:  Gods Of Metal
    Voto: 8

    Eric Adams – voce

    Karl Logan – chitarra

    Joey DeMaio – basso

    Donnie Hamzik – batteria

     

    Nel 1997 i Manowar inauguravano la prima edizione del Gods of Metal, il primo e il più longevo dei festival estivi italiani che esordiva al mitico PalaSharp di Milano. Oggi i Manowar sono tornati sul luogo del delitto, o quasi, per aprire la quindicesima edizione del Gods of Metal all’Arena Fiera Milano di Rho (MI).

    Le ricorrenze da celebrare non si esauriscono qua: dieci anni fa usciva Warriors of the World e da quel 2002 i Manowar non avevano più fatto ritorno in Italia, in più, proprio in questi giorni, si brinda all’uscita del nuovo lavoro della band, The Lord of Steel. Eppure sarà per il caldo asfissiante, sarà che è un giovedi lavorativo e che nei prossimi tre giorni di festival sono previsti grandi nomi del hard rock e del metal decisamente più accattivanti per il grande pubblico, oppure sarà per i costi dei biglietti, ma oggi all’arena non si registra il pienone.

    I Manowar, d’altronde, non sono tipi da folle oceaniche, Grammy o MTV: fieri, integralisti, lontani da ogni moda, sempre fedeli al proprio stile, a quel marchio di fabbrica che ha costituito la loro fortuna ma al tempo stesso, dopo 30 anni di carriera, li ha relegati a una forma caricaturale, una sorta di trappola dalla quale sarebbe impossibile uscire senza farsi male. Come potrebbero infatti gli unici e veri “kings of metal” tradire la lealtà di quello stesso zoccolo duro di fan che li ha incoronati re diversi anni or sono?

    Così, quando sono passate da poco le 22, la band newyorkese esce sul palco appena abbandonato da Amon Amarth e Children of Bodom e dà inizio a uno show di due ore e mezza circa, tiratissimo, potente e senza troppi fronzoli. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare la scenografia è sobria, per non dire inesistente: giusto uno stendardo a nascondere il backstage ma niente maxi-schermi, niente Harley rombanti, niente comparse in abiti medievali o fuochi d’artificio. L’unica concessione allo spettacolo è il divertente siparietto tra il bassista Joey DeMaio e un giovane ragazzo scelto tra il pubblico delle prime file per unirsi alla band nell’esecuzione di un brano e portarsi a casa, come souvenir, una delle chitarre di Karl Logan.

    A parte questo momento e il classico monologo sconclusionato e, per l’occasione, in italiano di Joey DeMaio, per il resto i protagonisti indiscussi della serata sono l’heavy metal e l’impressionante impianto audio fortemente voluto dalla “band più rumorosa del mondo” che, finalmente, ha fatto tremare l’asfalto dell’arena e implorare pietà alle nostre orecchie.

    La prima parte del live è segnata dai grandi classici del gruppo come Manowar, Gates of Valhalla, Kill With Power, Sign of the Hammer, Fighting the World, Kings of Metal, Metal Warriors e dall’incontenibile entusiasmo del pubblico. Poi, senza soluzione di continuità, si passa ad alcuni pezzi della produzione più recente dei Manowar e, inevitabilmente, si assiste a un calo di tensione.

    Il susseguirsi di brani dai ritmi serratissimi, come Hand of Doom, King of Kings, The Gods Made Heavy Metal, Thunder in the Sky e The Power, dove il basso di DeMaio raggiunge volumi devastanti e la doppia cassa di Donnie Hamzik si fa ossessiva e quasi fastidiosa, viene intervallato, per fortuna, dalle liriche coinvolgenti e dai toni epici di Call to Arms e Warriors of the World United.

    Dopo un breve break, prima del gran finale con le mitiche Hail and Kill e Black Wind, Fire and Steel, arriva l’omaggio di Eric Adams all’Italia. Nata quasi per gioco alcuni anni fa, la rivisitazione della celeberrima romanza di Giacomo Puccini, Nessun dorma, è ormai diventata un classico delle esibizioni live della band e l’occasione per il singer di ribadire, ancora una volta, che la miglior voce in circolazione in ambito heavy metal è sempre la sua.

    Mancano all’appello, a mio avviso, almeno un paio di pezzi storici come Battle Hymn e Courage che avrebbero potuto dare, tra l’altro, un bel cambio di ritmo alla seconda parte della scaletta un po’ troppo monotona. A parte questo dettaglio c’è poco da aggiungere, i Manowar sono una di quelle band che dal vivo non tradisce mai.

    Tematiche fantasy, vocabolario scarno, vestiario in pelle, muscoli pompati, cuore, sudore, suoni possenti e nessun compromesso sono gli ingredienti essenziali dei loro show, come dire: poche idee ma ben chiare! E se qualcuno non volesse stare al gioco farebbe bene a starsene alla larga come sentenzia il testo di Metal Warriors: “… whimps and posers leave the hall!“.

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    Scaletta:

    Manowar

    Gates of Valhalla

    Kill With Power

    Sign of the Hammer

    Fighting the World

    Kings of Metal

    Metal Warriors

    Sun of Death

    Brothers Of Metal

    Call to Arms

    The Gods Made Heavy Metal

    Sons of Odin

    Hand of Doom

    King of Kings

    Sting of the Bumblebee

    Joey’s Speech

    Warriors of the World United

    Thunder in the Sky

    The Power

     

    Encore:

    Hail and Kill

    Nessun Dorma

    Black Wind, Fire and Steel

     

     

  • Carmen // Teatro Coccia, Novara

    Carmen // Teatro Coccia, Novara

    CARMEN

    Musica: George Bizet
    Libretto: Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 30 marzo / 1 aprile 2012

    Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Beppe De Tomasi

    {gallery}concerti/carmen{/gallery}

    Se è vero che dai titoli di testa lo spettatore può intuire quale sarà lo stile, il senso e il ritmo di un film, lo è ancor di più per l’arte che del cinema è un’antica e illustre antenata, l’opera, anticipata dalla sua overture. Solo che, in questo caso, la dichiarazione d’intenti non è solo quella espressa dal compositore; è una dichiarazione che viene riscritta ad ogni rappresentazione e si affianca a quella che era l’originale intenzione: è l’impronta del direttore d’orchestra.

    A luci spente e sipario abbassato ecco quindi che l’overture ci svela, attraverso i suoi celebri  temi, il tocco giovane e deciso di Valerio Galli, abile a gestire la dinamica dell’orchestra facendola risultare persino più grande di quella che la buca del Coccia può contenere: fraseggio ampio e intenso, toni smorzati all’occorrenza.

    Quando il sipario scorre ai lati del palcoscenico, il teatro è già immerso nella torrida atmosfera di Siviglia: un drappello di guardie assieme ad un gruppo di candide operaie preparano l’elettizzante entrata in scena di Carmen. Tiziana Carraro, scalza e perfettamente a proprio agio nei panni del personaggio, intona una delle arie più famose della storia dell’opera (Habanera) con sicurezza spavalda, in un continuo saliscendi dal grosso tavolo di legno posto al centro della scenografia, assecondando il bisogno di dinamicità imposto dalle scelte registiche.
    Sul finire della scena, Carmen lancia un fiore raccolto dallo sprovveduto Don Josè nel momento in cui è raggiunto da Micaela: la passione abbandona il palcoscenico assieme alla bella sigaraia e i due intonano un duetto più incline alla tenerezza, senza che l’intensità e il trasporto dell’interpretazione di Elena Rossi subiscano per questo alcuna incrinatura.

    Nel secondo atto – il contesto è l’osteria di Lillas Pastia – Carmen parla e danza con le amiche, circondate dagli avventori che fanno baldoria. L’azione si immobilizza sulle note che fanno presagire l’arrivo di Escamillo, il torero che incanta tutti (Carmen a parte) con la sua Votre toast je peux vous le rendre. Nell’interpretazione del baritono Gezim Myshketa sembra mancare, accanto ad una bella timbrica, quel pizzico di chiaroscuro che avrebbe permesso di trasmettere con maggior incisività il fascino del personaggio.  Subito dopo Don Josè, scontata la galera per aver aiutato Carmen a sfuggire all’arresto, dichiara il suo amore alla protagonista e passa così da gendarme a fuorilegge.

    Tra le montagne del terzo atto si sgretola l’amore effimero tra i Carmen e Don Josè: lo spirito indomito e libertino della donna l’ha già condotta verso un nuovo amante, Escamillo, e Don Josè, beanchè consapevole fin dall’inizio dell’indole di Carmen, non accetta l’allontanamento e giura vendetta.

    Nell’ultimo atto Don Josè, sopraffatto dalla gelosia, pone fine a modo suo alla relazione tra Escamillo e Carmen che, incurante degli avvertimenti delle amiche, decide di incontrarlo, andando in realtà incontro alla morte. L’attenzione dello spettatore, per tutta la durata della scena, è catalizzata da una sorta di cassaforte collocata sullo sfondo del quadro: la serratura ha la forma di un cuore. Quando si raggiunge il clou della drammaticità la porta della cassaforte si apre e al suo interno troviamo una statua della Madonna da cui Don Josè estrae l’arma del delitto. Non è del tutto chiaro cosa abbia voluto dire Beppe De Tommasi con questo espediente, ma sicuramente un testimone di quel calibro sulla scena del crimine ha sortito l’effetto di amplificarne la tragicità.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Carmen (sop.) TIZIANA CARRARO
    Don Josè (ten.) ENRIQUE FERRER
    Micaela (sop.) ELENA ROSSI
    Escamillo (bar.) GEZIM MYSHKETA
    Frasquita (sop.) ESTHER ANDALORO
    Mercédès (m.s.) MONICA TAGLIASACCHI
    Il Dancaïre (bar.) DAVIDE ROCCA
    Il Remenado (ten.) MARCO VOLERI
    Zuniga (basso) VEIO TORCIGLIANI
    Moralès (bar.) LUCA LUDOVICI

     

    CARMEN

    Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy Musica di
    Georges Bizet

    Maestro Concertatore e Direttore d’orchestra
    Valerio Galli

    Regia e scene
    Beppe De Tomasi

    Disegno luci
    Jean Paul Carradori

    Maestro Del Coro
    Gianmario Cavallaro

    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro della Fondazione Teatro Coccia – Corpo di ballo Giovane Compagnia Dancehaus

  • Carmen // Teatro Coccia, Novara

    Carmen // Teatro Coccia, Novara

    CARMEN

    Musica: George Bizet
    Libretto: Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 30 marzo / 1 aprile 2012

    Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Beppe De Tomasi

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    Se è vero che dai titoli di testa lo spettatore può intuire quale sarà lo stile, il senso e il ritmo di un film, lo è ancor di più per l’arte che del cinema è un’antica e illustre antenata, l’opera, anticipata dalla sua overture. Solo che, in questo caso, la dichiarazione d’intenti non è solo quella espressa dal compositore; è una dichiarazione che viene riscritta ad ogni rappresentazione e si affianca a quella che era l’originale intenzione: è l’impronta del direttore d’orchestra.

    A luci spente e sipario abbassato ecco quindi che l’overture ci svela, attraverso i suoi celebri  temi, il tocco giovane e deciso di Valerio Galli, abile a gestire la dinamica dell’orchestra facendola risultare persino più grande di quella che la buca del Coccia può contenere: fraseggio ampio e intenso, toni smorzati all’occorrenza.

    Quando il sipario scorre ai lati del palcoscenico, il teatro è già immerso nella torrida atmosfera di Siviglia: un drappello di guardie assieme ad un gruppo di candide operaie preparano l’elettizzante entrata in scena di Carmen. Tiziana Carraro, scalza e perfettamente a proprio agio nei panni del personaggio, intona una delle arie più famose della storia dell’opera (Habanera) con sicurezza spavalda, in un continuo saliscendi dal grosso tavolo di legno posto al centro della scenografia, assecondando il bisogno di dinamicità imposto dalle scelte registiche.
    Sul finire della scena, Carmen lancia un fiore raccolto dallo sprovveduto Don Josè nel momento in cui è raggiunto da Micaela: la passione abbandona il palcoscenico assieme alla bella sigaraia e i due intonano un duetto più incline alla tenerezza, senza che l’intensità e il trasporto dell’interpretazione di Elena Rossi subiscano per questo alcuna incrinatura.

    Nel secondo atto – il contesto è l’osteria di Lillas Pastia – Carmen parla e danza con le amiche, circondate dagli avventori che fanno baldoria. L’azione si immobilizza sulle note che fanno presagire l’arrivo di Escamillo, il torero che incanta tutti (Carmen a parte) con la sua Votre toast je peux vous le rendre. Nell’interpretazione del baritono Gezim Myshketa sembra mancare, accanto ad una bella timbrica, quel pizzico di chiaroscuro che avrebbe permesso di trasmettere con maggior incisività il fascino del personaggio.  Subito dopo Don Josè, scontata la galera per aver aiutato Carmen a sfuggire all’arresto, dichiara il suo amore alla protagonista e passa così da gendarme a fuorilegge.

    Tra le montagne del terzo atto si sgretola l’amore effimero tra i Carmen e Don Josè: lo spirito indomito e libertino della donna l’ha già condotta verso un nuovo amante, Escamillo, e Don Josè, beanchè consapevole fin dall’inizio dell’indole di Carmen, non accetta l’allontanamento e giura vendetta.

    Nell’ultimo atto Don Josè, sopraffatto dalla gelosia, pone fine a modo suo alla relazione tra Escamillo e Carmen che, incurante degli avvertimenti delle amiche, decide di incontrarlo, andando in realtà incontro alla morte. L’attenzione dello spettatore, per tutta la durata della scena, è catalizzata da una sorta di cassaforte collocata sullo sfondo del quadro: la serratura ha la forma di un cuore. Quando si raggiunge il clou della drammaticità la porta della cassaforte si apre e al suo interno troviamo una statua della Madonna da cui Don Josè estrae l’arma del delitto. Non è del tutto chiaro cosa abbia voluto dire Beppe De Tommasi con questo espediente, ma sicuramente un testimone di quel calibro sulla scena del crimine ha sortito l’effetto di amplificarne la tragicità.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Carmen (sop.) TIZIANA CARRARO
    Don Josè (ten.) ENRIQUE FERRER
    Micaela (sop.) ELENA ROSSI
    Escamillo (bar.) GEZIM MYSHKETA
    Frasquita (sop.) ESTHER ANDALORO
    Mercédès (m.s.) MONICA TAGLIASACCHI
    Il Dancaïre (bar.) DAVIDE ROCCA
    Il Remenado (ten.) MARCO VOLERI
    Zuniga (basso) VEIO TORCIGLIANI
    Moralès (bar.) LUCA LUDOVICI

     

    CARMEN

    Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy Musica di
    Georges Bizet

    Maestro Concertatore e Direttore d’orchestra
    Valerio Galli

    Regia e scene
    Beppe De Tomasi

    Disegno luci
    Jean Paul Carradori

    Maestro Del Coro
    Gianmario Cavallaro

    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro della Fondazione Teatro Coccia – Corpo di ballo Giovane Compagnia Dancehaus

  • Bohème // Teatro Coccia, Novara

    Bohème // Teatro Coccia, Novara

    LA BOHÈME

    Musica: Giacomo Puccini
    Libretto: Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 10/12/14 febbraio 2012

    Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Vittorio Borrelli

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    Le quinte del teatro, negli attimi che precedono la messa in scena di un’opera, celano un microcosmo che si rifiuta di sottostare alle regole del tempo: personaggi in costume si aggirano tra gli angusti corridoi, scalini e ballatoi di legno scricchiolano sotto il passeggiare blando di un attore che ripassa la parte, vocalizzi sopranili filtrano ovattati da dietro le pareti. L’atmosfera che si respira tra il viavai di cantanti, orchestrali e maestranze, non sembra essere diversa da quella che impregnava quei locali alla fine dell’Ottocento, quando il Teatro Coccia venne inaugurato. Al di là del sipario, velluti, ceselli e inserti di oro zecchino attendono solo che il pubblico prenda posto, prima che il maestro Giuseppe Acquaviva inizi a far rivivere la Bohéme, per l’occasione nell’allestimento del Teatro Regio di Torino.

    La tenda rossa svela alla sala una rivisitazione della storica scenografia firmata da Eugenio Guglielminetti: nelle intenzioni del grande scenografo, rendere adattabile l’impianto ad ogni palcoscenico grazie ad una pedana girevole sulla quale sono montati gli elementi che creano i tre ambienti dell’opera. Un cenno del direttore e siamo già nella soffitta parigina in cui Rodolfo e Marcello, scrittore e pittore squattrinati dediti alla vita bohemièn, si angustiano tanto per coltivare la propria arte quanto per raccimolare di che scaldarsi.

    I due amici sono presto raggiunti da Schaunard, musicista, e Colline, filosofo: i serrati scambi di battute del primo quadro sono permeati, nonostante la situazione non proprio idilliaca, da spensieratezza e humor, che raggiungerà l’apice all’entrata in scena di Benoît, il padrone di casa beffato dai quattro tra le risa soffocate del pubblico.

    Humor e versi scanzonati lasciano spazio al sentimento quando alla porta bussa Mimì, giovane fioraia in cerca di fuoco per riaccendere la candela. Rimasto solo, Rodolfo l’accoglie e il buio diventa il pretesto perchè le mani dei dui si sfiorino, dando il via a due delle arie più celebri del melodramma: Che gelida manina, se la lasci riscaldar, canta Rodolfo tracciando una sorta di autoritratto; Mi chiamo Mimì, risponde la neo-amata con lo stesso intento.

    Il secondo quadro si apre sulla scena corale dell Caffè Momus: le voci di venditori ambulanti, bambini e artigiani si intrecciano e sovrappongono dando vita, assieme all’orchestra, ad un dipinto d’ambiente in cui anche il pubblico sembra coinvolto, tanto è forte l’impatto scenico. Quando men vo‘, la celebre romanza in tempo di valzer intonata da Musetta vale alla raffinata soprano uno scrosciare di applausi entusiasti.

    La stupenda scenografia innevata del terzo atto fa da sfondo alla gelida decisione dei due amanti di lasciarsi: Mimì è malata di tisi e Rodolfo non ha i soldi per curarla; con la fine dell’inverno finitrà anche la loro storia d’amore.

    La soffitta dell’inizio è la cornice in cui si svolge l’ultimo, tragico, atto. Rodolfo e Marcello ripensano ai loro amori ormai lontani quando Colline e Schaunard rientrano con un pasto prelibato: un’aringa. La situazione si trasforma in gioco e i quattro amici si lasciandno andare a scherzi e danze (minuetto, pavanella, quadriglia, fandango): è la quiete prima della tempesta. Ad un tratto dalla porta entra Musetta trascinando Mimì morente, coi capelli sciolti e il volto emaciato (Fin dal camerino, durante il trucco prima del quarto atto, inizio a calarmi nella parte: mentre mi avvicino alla soffitta in un certo senso sto già morendo ci cofesserà Elena Rossi alla fine dello spettacolo). Nel disperato tentativo di trovare i soldi per curarla, Musetta e Colline vanno ad impegnare rispettivamente gioielli e zimarra (Vecchia zimarra senti/ io resto al pian, tu ascendere/ al sacro monte or devi) ma il gesto sarà vano, Mimì è ormai alla fine.
    I due innamorati hanno tempo per un ultimo duetto d’amore in cui rievocano la loro storia prima che la giovane protagonista spiri e il lamento straziato di Rodolfo faccia calare il sipario.

    L’irrompere inatteso della tragedia, in contrasto con l’atmosfera scapigliata e, appunto, bohemienne del quadro ambientato nella soffitta parigina, ci offre un esempio del genio pucciniano della melodia e dell’orchestrazione: l’ampio respiro delle arie e i colori screziatissimi dell’orchestra, uniti all’interpretazione intensa e brillante dei cantanti, fanno sì che lo spettacolo coinvolga e commuova chiunque tra il pubblico, dai cultori fino ai bambini che, certo, non hanno molta dimestichezza col linguaggio operistico.

     

    Incontriamo Mimì

    Mimì – ci ricorda Cesare G. Romana – è tra i personaggi di Bohème quello che meglio sintetizza le peculiarità della musica e della poetica pucciniane. Che in quest’opera tocca i vertici di compenetrazione tra atmosfere crepuscolari, umorismo, pathos spinto all’occorrenza fino al tragico, scanzonatezza, lirismo, pittura d’ambiente, romanticismo, comicità.

    Mimì è un’eroina tragica che esprime anchee i toni della commedia e del dramma borghese, e in questo senso rispecchia meglio degli altri personaggi l’indole particolarissima del repertorio pucciniano, che suole appunto spaziare dalla commedia alla tragedia all’interno di una stessa opera, mescolando in modo personalissimo spunti derivanti dall’Opéra comique e dall’Opéra lyrique francesi, dall’ultimissimo Verdi (Falstaff), dalla romanza da camera, dal romanticismo tedesco e austriaco, etc. Sempre però con un’autonomia inventiva e culturale che non si abbandona mai all’imitazione di modelli altrui.

    Dunque per interpretare Mimì occorre saper spaziare caratterialmente e localmente tra psicologie ben diverse, conoscendo il sorriso e la lacrima, il sospiro e l’ironia, l’innocenza e il disincanto.

    Ed infatti, proprio per l’intensità e la particolarità del ruolo e forse anchee per una sfida personale, Elena Rossici spiega come la parte di Mimì sia, assieme a quella di Violetta (Traviata), la sua prediletta: «Sono due personaggi appassionati della vita e dell’amore. E’ giusto, quasi un dovere, far rivivere le emozioni che un ruolo come Mimì ti permette di trasmettere. La lirica va svecchiata e alcune opere meglio di altre ti permettono di farlo: la Bohème è sicutamente tra queste».

    Compito arduo, dato che l’impegno della soprano per arrivare al risultato che abbiamo potuto apprezzare al Teatro Coccia, non è stato da poco: «Mi sono ispirata soprattutto a Mirella Freni: ho ascoltato e riascoltato i suoi nastri fino a memorizzarne ogni dettaglio, sono arrivata a conoscere esattamente i punti in cui prende fiato in una strofa o nell’altra». Una simile dedizione non può che portare ad una resa eccellente. Per questo motivo anch noi ci auguriamo, come Elena Rossi, che questa rappresentazione possa essere tenuta in vita ancora a lungo e portata ed esportata nei teatri italiani e non.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Mimì, Elena Rossi (soprano)
    Musetta, Maya Dashuk (soprano)
    Rodolfo, poeta, Niels Jørgen Riis (tenore)
    Marcello, pittore, Domenico Balzani (baritono)
    Schaunard, musicista, Francesco Paolo Vultaggio (baritono)
    Colline, filosofo, Andrea Mastroni (basso)
    Benoît, il padrone di casa / Alcindoro, consigliere di Stato, Luca Ludovici (baritono)
    Parpignol, venditore ambulante, Mauro Scalzini (tenore)
    Sergente dei doganieri, Gilles Armani (baritono)
    Doganiere, Pier Marco Viñas (basso)
    Il venditore di prugne di Tours, Filiberto Ricciardi (tenore)

     

    LA BOHÈME

    Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro del Teatro Coccia, diretto dal Maestro Gianmario Cavallaro
    Coro delle voci bianche dell’accademia di canto e musica da camera “M. Langhi”, diretto dal Mestro Alberto Veggiotti
    Regista: Vittorio Borrelli
    Bozzetti e figurini: Eugenio Guglielminetti
    Disegno luci: Jean Paul Carradori
    Scene: Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
    Costumi: Laura Viglioni
    Allestimento del Teatro Regio di Torino
    Produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Torino

     

     

     

  • Bohème // Teatro Coccia, Novara

    Bohème // Teatro Coccia, Novara

    LA BOHÈME

    Musica: Giacomo Puccini
    Libretto: Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 10/12/14 febbraio 2012

    Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Vittorio Borrelli

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    Le quinte del teatro, negli attimi che precedono la messa in scena di un’opera, celano un microcosmo che si rifiuta di sottostare alle regole del tempo: personaggi in costume si aggirano tra gli angusti corridoi, scalini e ballatoi di legno scricchiolano sotto il passeggiare blando di un attore che ripassa la parte, vocalizzi sopranili filtrano ovattati da dietro le pareti. L’atmosfera che si respira tra il viavai di cantanti, orchestrali e maestranze, non sembra essere diversa da quella che impregnava quei locali alla fine dell’Ottocento, quando il Teatro Coccia venne inaugurato. Al di là del sipario, velluti, ceselli e inserti di oro zecchino attendono solo che il pubblico prenda posto, prima che il maestro Giuseppe Acquaviva inizi a far rivivere la Bohéme, per l’occasione nell’allestimento del Teatro Regio di Torino.

    La tenda rossa svela alla sala una rivisitazione della storica scenografia firmata da Eugenio Guglielminetti: nelle intenzioni del grande scenografo, rendere adattabile l’impianto ad ogni palcoscenico grazie ad una pedana girevole sulla quale sono montati gli elementi che creano i tre ambienti dell’opera. Un cenno del direttore e siamo già nella soffitta parigina in cui Rodolfo e Marcello, scrittore e pittore squattrinati dediti alla vita bohemièn, si angustiano tanto per coltivare la propria arte quanto per raccimolare di che scaldarsi.

    I due amici sono presto raggiunti da Schaunard, musicista, e Colline, filosofo: i serrati scambi di battute del primo quadro sono permeati, nonostante la situazione non proprio idilliaca, da spensieratezza e humor, che raggiungerà l’apice all’entrata in scena di Benoît, il padrone di casa beffato dai quattro tra le risa soffocate del pubblico.

    Humor e versi scanzonati lasciano spazio al sentimento quando alla porta bussa Mimì, giovane fioraia in cerca di fuoco per riaccendere la candela. Rimasto solo, Rodolfo l’accoglie e il buio diventa il pretesto perchè le mani dei dui si sfiorino, dando il via a due delle arie più celebri del melodramma: Che gelida manina, se la lasci riscaldar, canta Rodolfo tracciando una sorta di autoritratto; Mi chiamo Mimì, risponde la neo-amata con lo stesso intento.

    Il secondo quadro si apre sulla scena corale dell Caffè Momus: le voci di venditori ambulanti, bambini e artigiani si intrecciano e sovrappongono dando vita, assieme all’orchestra, ad un dipinto d’ambiente in cui anche il pubblico sembra coinvolto, tanto è forte l’impatto scenico. Quando men vo‘, la celebre romanza in tempo di valzer intonata da Musetta vale alla raffinata soprano uno scrosciare di applausi entusiasti.

    La stupenda scenografia innevata del terzo atto fa da sfondo alla gelida decisione dei due amanti di lasciarsi: Mimì è malata di tisi e Rodolfo non ha i soldi per curarla; con la fine dell’inverno finitrà anche la loro storia d’amore.

    La soffitta dell’inizio è la cornice in cui si svolge l’ultimo, tragico, atto. Rodolfo e Marcello ripensano ai loro amori ormai lontani quando Colline e Schaunard rientrano con un pasto prelibato: un’aringa. La situazione si trasforma in gioco e i quattro amici si lasciandno andare a scherzi e danze (minuetto, pavanella, quadriglia, fandango): è la quiete prima della tempesta. Ad un tratto dalla porta entra Musetta trascinando Mimì morente, coi capelli sciolti e il volto emaciato (Fin dal camerino, durante il trucco prima del quarto atto, inizio a calarmi nella parte: mentre mi avvicino alla soffitta in un certo senso sto già morendo ci cofesserà Elena Rossi alla fine dello spettacolo). Nel disperato tentativo di trovare i soldi per curarla, Musetta e Colline vanno ad impegnare rispettivamente gioielli e zimarra (Vecchia zimarra senti/ io resto al pian, tu ascendere/ al sacro monte or devi) ma il gesto sarà vano, Mimì è ormai alla fine.
    I due innamorati hanno tempo per un ultimo duetto d’amore in cui rievocano la loro storia prima che la giovane protagonista spiri e il lamento straziato di Rodolfo faccia calare il sipario.

    L’irrompere inatteso della tragedia, in contrasto con l’atmosfera scapigliata e, appunto, bohemienne del quadro ambientato nella soffitta parigina, ci offre un esempio del genio pucciniano della melodia e dell’orchestrazione: l’ampio respiro delle arie e i colori screziatissimi dell’orchestra, uniti all’interpretazione intensa e brillante dei cantanti, fanno sì che lo spettacolo coinvolga e commuova chiunque tra il pubblico, dai cultori fino ai bambini che, certo, non hanno molta dimestichezza col linguaggio operistico.

     

    Incontriamo Mimì

    Mimì – ci ricorda Cesare G. Romana – è tra i personaggi di Bohème quello che meglio sintetizza le peculiarità della musica e della poetica pucciniane. Che in quest’opera tocca i vertici di compenetrazione tra atmosfere crepuscolari, umorismo, pathos spinto all’occorrenza fino al tragico, scanzonatezza, lirismo, pittura d’ambiente, romanticismo, comicità.

    Mimì è un’eroina tragica che esprime anchee i toni della commedia e del dramma borghese, e in questo senso rispecchia meglio degli altri personaggi l’indole particolarissima del repertorio pucciniano, che suole appunto spaziare dalla commedia alla tragedia all’interno di una stessa opera, mescolando in modo personalissimo spunti derivanti dall’Opéra comique e dall’Opéra lyrique francesi, dall’ultimissimo Verdi (Falstaff), dalla romanza da camera, dal romanticismo tedesco e austriaco, etc. Sempre però con un’autonomia inventiva e culturale che non si abbandona mai all’imitazione di modelli altrui.

    Dunque per interpretare Mimì occorre saper spaziare caratterialmente e localmente tra psicologie ben diverse, conoscendo il sorriso e la lacrima, il sospiro e l’ironia, l’innocenza e il disincanto.

    Ed infatti, proprio per l’intensità e la particolarità del ruolo e forse anchee per una sfida personale, Elena Rossici spiega come la parte di Mimì sia, assieme a quella di Violetta (Traviata), la sua prediletta: «Sono due personaggi appassionati della vita e dell’amore. E’ giusto, quasi un dovere, far rivivere le emozioni che un ruolo come Mimì ti permette di trasmettere. La lirica va svecchiata e alcune opere meglio di altre ti permettono di farlo: la Bohème è sicutamente tra queste».

    Compito arduo, dato che l’impegno della soprano per arrivare al risultato che abbiamo potuto apprezzare al Teatro Coccia, non è stato da poco: «Mi sono ispirata soprattutto a Mirella Freni: ho ascoltato e riascoltato i suoi nastri fino a memorizzarne ogni dettaglio, sono arrivata a conoscere esattamente i punti in cui prende fiato in una strofa o nell’altra». Una simile dedizione non può che portare ad una resa eccellente. Per questo motivo anch noi ci auguriamo, come Elena Rossi, che questa rappresentazione possa essere tenuta in vita ancora a lungo e portata ed esportata nei teatri italiani e non.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Mimì, Elena Rossi (soprano)
    Musetta, Maya Dashuk (soprano)
    Rodolfo, poeta, Niels Jørgen Riis (tenore)
    Marcello, pittore, Domenico Balzani (baritono)
    Schaunard, musicista, Francesco Paolo Vultaggio (baritono)
    Colline, filosofo, Andrea Mastroni (basso)
    Benoît, il padrone di casa / Alcindoro, consigliere di Stato, Luca Ludovici (baritono)
    Parpignol, venditore ambulante, Mauro Scalzini (tenore)
    Sergente dei doganieri, Gilles Armani (baritono)
    Doganiere, Pier Marco Viñas (basso)
    Il venditore di prugne di Tours, Filiberto Ricciardi (tenore)

     

    LA BOHÈME

    Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro del Teatro Coccia, diretto dal Maestro Gianmario Cavallaro
    Coro delle voci bianche dell’accademia di canto e musica da camera “M. Langhi”, diretto dal Mestro Alberto Veggiotti
    Regista: Vittorio Borrelli
    Bozzetti e figurini: Eugenio Guglielminetti
    Disegno luci: Jean Paul Carradori
    Scene: Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
    Costumi: Laura Viglioni
    Allestimento del Teatro Regio di Torino
    Produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Torino