Tag: John Lennon

  • HELP! // The Beatles

    HELP! // The Beatles

    L’attraversamento della frontiera della beatlemania, la fine delle concessioni al pubblico isterismo, una nuova colonna sonora e un’opera credibile a livello artistico: svariati sono i traguardi che il quinto disco dei Fab si propone arrivando alle stampe nell’agosto del 1965. E bisogna dire che la title track, piazzata in apertura, mette subito sulla buona strada. Lennon racconta la spossatezza di anni vissuti in adorazione planetaria, di insicurezze da celare dietro sorrisi stampati sul volto, persino della voglia di rifugiarsi nel limbo dell’adolescenza, per non parlare della gabbia dorata che l’imprigiona:  “my indipendence seems to vanish in the haze” . Il tutto in due minuti di rock veloce, corale e coinvolgente! Forse il messaggio subliminale sarà passato in secondo piano…Armato di chitarra acustica e cappellaccio à-la Dylan, Lennon prova a ribadire il concetto due solchi più tardi, con “You’ve got to hide your love away”, ballata minimalista tanto sconsolata quanto piacevole, che introduce ufficialmente la versione cantautoriale del chitarrista. E tutte le patinate certezze dello stardom?

     

    Tocca a McCartney riportare un po’ di leggerezza, e lo fa con due pezzi in particolare: l’egoistica (e del tutto appropriata al tipo) “Another girl”, un pezzo notabile per il cambio di terza nel bridge e il duetto di chitarra solista tra lui e George. Meglio ancora suona “The night before”, forse perché qui è lui che soccombe rispetto all’amata; si registra un insolita ed efficace parte di piano elettrico da parte di Lennon e l’uso massiccio delle armonie vocali “a risposta”.

     

    Che l’entusiasmo e i toni un po’ naif delle prime registrazioni abbiano lasciato il posto ad umori più riflessivi e tenui, è tuttavia palese anche negli episodi

    apparentemente di minor spessore, come nella corale “Tell me what you see”, altra introspettiva digressione folk, con un break di piano elettrico a separare le strofe. Oppure in “It’s only love”, pensierosa e incantevole nella grazia della melodia, dove John divaga e indugia ancora sugli spasimi post-adolescenziali, come se il suo status acquisito di re mida del rock mondiale non pretendesse ormai da lui (e dagli altri) contenuti e performance di tutt’altro genere, ma per il momento è ancora bello e possibile, rifugiarsi in rassicuranti ambiti yeh-yeh.

     

    La carta vincente di Paul, inutile a dirsi, è la stra-tutto “Yesterday”, (stra-reinterpretata, stra-idolatrata, stra-sopravvalutata…), per la quale il neo baronetto si veste il faccino d’una maschera afflitta e piange sull’ombra che è diventato mentre lei se ne va, rivestendo la sofferenza di viola, violino e violoncello. Una bella canzone, di fatto la prima registrazione solista in un disco dei Beatles, ma da qui a farne una pietra miliare, povero me. Per quel che mi riguarda trovo più interessante “Ticket to ride”, il primo tentativo dei Fab, forse stimolati da “All day and all of the night” dei Kinks, pubblicata sei mesi prima, di cimentarsi in un riff hard rock con un notevole, moderno lavoro di Ringo alla batteria. Un John leggermente esagerato proclamò subito dopo che la canzone rappresentava il primo esempio in assoluto di heavy metal. Dichiarazione se vogliamo discutibile, tuttavia il passo in avanti è evidente.

     

    Anche la sezione delle seconde linee (leggi Ringo e George) contribuisce materiale d’un qualche interesse. Il cucciolo incide due sue composizioni, le prime da due anni a questa parte. “You like me too much” si segnala per l’atmosfera vagamente retrò suscitata dal pianoforte, suonato a quattro mani da George Martin e Paul; “I need you”, che a differenza della prima fu poi selezionata per la pellicola, è un innocente canto d’amore, leggero come una piuma, che dalla prossima “Think for yourself” pare lontano quattro anni invece che quattro mesi. Per George ancora ampi saranno i margini di miglioramento. Per quanto riguarda il nostro serafico batterista, va sottolineato come “Act naturally” sia un numero allegro e divertente, con un testo decisamente calzante all’indole del “naso” ed al suo ruolo nel film. Trattasi di puro country ad opera di Johnny Russell and Van Morrison, che il pubblico beatlesiano mostrerà di gradire, viste le ripetute proposte dal vivo, con un ottimo controcanto sul finale. L’unica altra cover della raccolta, l’ultima in assoluto presente in un’opera del quartetto, è la scatenata “Dizzy miss lizzy”, di Larry Williams, con John che gode come un riccio a cantare a squarciagola mentre il povero Harrison ripete il riff all’infinito.

     

    Le proposte più mature di “Help!” restano,  a parere di chi scrivere, il guardingo bluegrass di “I’ve just seen a face”, ballata mid-tempo di McCartney giocata su tre chitarre e le maracas, e l’entusiasmante “You’re going to lose that girl”, in cui John esprime al meglio la forza e il carisma che ne avevano contraddistinto la figura nei primi tre anni di carriera dei gruppo. E’ la canzone più adatta ad introdurre il “ricambio artistico” della band, che prenderà forma definitiva nelle tre prove successive da studio.

  • Cinquant’anni dalla conquista dell’America

    Cinquant’anni dalla conquista dell’America

    Il sette febbraio 1964, venerdì come ieri, i Bealtes sbarcavano in America, per la prima volta nella loro carriera, accolti a braccia aperte da un mare umano di folla estasiata: due giorni dopo sarebbero stati ospiti del notissimo “Ed Sullivan show”.

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  • Rubber Soul // The Beatles

    Rubber Soul // The Beatles

    Cinque album in tre anni, tournées, interviste, apparizioni, vacanze per modo di dire: un bel mattino dell’ottobre 1965 Epstein si presenta dai ragazzi e dice: «Sapete che c’è? Serve un album di inediti per Natale».

     

    C’erano due possibilità: licenziarlo o obbedire. I ragazzi, freschi baronetti, ancora apparentemente veleggianti sulle dolci onde della beatlemania, optarono per la seconda. E malgrado qualche inevitabile ripescaggio, riuscirono nel compito, presentando alle stampe il 3 dicembre questo Rubber Soul, che riafferma l’elevato standard delle prove precedenti.

     

    Ad aprire è McCartney e lo fa con uno dei suoi pezzi più convincenti: Drive my car, resa con una voce black che sfodererà solo in poche altre occasioni, doppiata egregiamente dal compare Lennon e sublimata dal piano groovy suonato dallo stesso autore. Replica subito John, con la prima traccia in assoluto a vantare una parte di sitar nella discografia beatlesiana (a cura del Cucciolo Indiano George), un sarcastico valzerino intitolato Norwegian wood. Sitar che duetta con la leggiadra acustica di Lennon, il quale riconferma il proprio gusto per la corrente folk-rock, bandiera dei poeti d’oltremanica, Phil Ochs e Dylan in primis. Il tutto per un’innocente scappatella. 

    You won’t see me scava ancora nel personale, è McCartney che comincia a farsi domande sul proprio rapporto con la Asher al di là del volersi tener la mano sotto la luna piena; affida le riflessioni a un sound tipicamente motown e si riserva (caso più unico che raro) le armonie vocali più basse. Povero Paul, mesto mesto, aveva capito che Jane non era poi una groupie qualsiasi. Da mestizia a tristezza, segue John con Nowhere Man, una delle sue migliori proposte in assoluto, da Beatle e da solo. Un inno a tre voci (Ringo si rifarà più tardi) per magnificare l’inquietudine e la solitudine del venticinquenne miliardario che ha perso la direzione. Un malessere già germogliato mesi prima, col singolo Help e che lo porta ad ammettere di essere «un uomo inesistente che fa piani inesistenti per nessuno», pur citandosi in terza persona. Poesia e melodia si fondono in un risultato superbo. Per Harrison, subito dopo, un compito duro: non far rimpiangere che la puntina del giradischi abbia cambiato solco. E lui, insomma, ci riesce anche, con la sua Think for yourself rude e incazzata, altro che meditazioni e le chete acque del Gange che saranno. Il Piccolo lamenta di slealtà, ottusità e cattiverie assortite da parte del mondo circostante, e il fratello maggiore Paul lo sostiene e rincuora con una parte di fuzz bass duro come un’elettrica distorta.

     

    The word è senza tema di smentita uno dei tre/quattro capolavori del lavoro; frutto d’una collaborazione pressoché paritaria, ha un suono terribilmente moderno ed eccitante, ed è quanto di più vicino al sogno di Lennon/McCartney di comporre canzoni su di una sola nota sia mai stato registrato. Chitarre in levare rilucenti, hammond dilagante (perché tutta quella fretta nello sfumarlo?), cori gioiosi e flower power a go-go. Un trionfo, ragazzi. Incredibile che merce così dovesse attendere 46 anni (!) per una presentazione dal vivo (McCartney a Bologna, 2011). Il lato A termina con Paul il figo che sbatte gli occhioni e mormora parole dolci alla sua Michelle, mentre gli ascoltatori sprofondano in poltrona a sonnecchiare. Il seguito di Yesterday è servito, col finger-picking in primo piano (costruirà così anche Blackbird ed altro) ed un indegno tuffo nella melassa, ovviamente stra-premiato e stra-reinterpretato. Vabbè, bisogna pur vendere.

     

    Lato B. Arriva Ringo: è ora del western, come ha insegnato Act naturally. Attenzione: il nasotto vuol creare, e chiede un little help dai suoi friends. Il risultato è la country ballad che risponde al nome di What goes on, uno stile godereccio e simpatico che sarà il marchio di fabbrica dello Starr compositore. Atmosfere allegrotte spazzate via dalla tensione di Girl, canzone di spettrale bellezza, unica con i quattro ognuno ai propri posti (leggi = strumenti), con più di una frase rivelatrice dell’umore dell’autore, («fame would lead to pleasure…») ed una struttura tutt’altro che semplice, frutto dei continui approfondimenti tecnici dei quattro. La crisi affettiva di McCartney raggiunge il suo culmine in «I’m looking through you», che è invece semplice è diretta e presenta un ritmo allegro e scanzonato, in curioso contrasto con l’amarezza delle parole.

    Ma un nuovo portento è dietro l’angolo: trattasi di In my life, guidato da uno straordinario piano in stile barocco suonato da George Martin. E’ un tenero spaccato della giovinezza di Lennon, in cui ricorda gli amici, che sono e che furono, celebrando la metamorfosi tra il passato e l’incredibile presente, forte d’una melodia davvero struggente, plasmata a quattro mani con PaulWait è un brano eseguito completamente a doppia voce, tranne per il middle eight maccartiano, dal messaggio trascurabile ma con notevoli armonie vocali nella strofa e nel refrain. Poi torna Harrison, che dev’essersi calmato nel corso dei solchi, presentando If I needed someone ed il suo luminoso riff chitarristico; sarà subito coverizzata dagli Hollies (tra parentesi, la loro versione farà storcere il naso al suo autore), e rappresenta bene la dimensione più che rispettabile che il Cucciolo ha assunto da songwriter. E chiude Lennon con la birbantella Run for your life, del cui testo si vergognava mica poco, e infatti è misogino e piuttosto stupido, però il contesto skiffle in cui i versi sono inseriti la rendono più digeribile, persino apprezzabile, a livello strumentale.

     

    Rubber soul centrò il proprio obiettivo; le vetrine di dischi erano di nuovo invase dai volti zazzeruti dei quattro da piazzare sotto l’albero per un nuovo Beatlenatale. Per l’ultima volta, i fab registravano materiale inedito a comando per ragioni commerciali; il livello qualitativo fece però in modo che nessun ascoltatore se ne accorgesse. E con il 1966 sarebbero finalmente iniziati gli “studio years”…

  • Revolver // Beatles

    Revolver // Beatles

    Eccola, inevitabile, imponente, impetuosa, dopo gli assestamenti e gli accenni di Robber Soul, la chiave di volta della produzione beatlesiana: risiede in questo disco dall’anonima copertina in bianco e nero, approdato nei negozi il 5 agosto del 1966. In trentacinque minuti di musica l’ampliamento e la ricerca stilistici portano a risultati tali da mettere d’accordo i critici più scettici e probabilmente mal disposti dagli echi della beatlemania, ancora al di là da sbiadire. Una crescita che si palesa sin dalle tracce più semplci, direi basilari dell’album: Taxman, She said she said, Dr. Robert e And your bird can sing sono vivaci, energiche espressioni rock, e quasi sempre dietro ad esse c’è l’anima vibrante di John Lennon, praticamente autore unico dei brani più movimentati di Revolver, pregni di immagini tanto colorate (per non dire allucinate..) quanto sgargiantemente vitali.

     

    La vena lirica di Paul McCartney tocca in quest’occasione vette di nevi perenni, offrendo un contributo poetico che negli anni successivi avrebbe faticato persino solo ad approcciare. Le storie di strazianti solitudini di Eleanor Rigby e For no one sono letteratura eccelsa, accompagnate con la dovuta discrezione da impeccabili sezioni classiche. L’immagine della ragazza che raccoglie il riso in una chiesa vuota dopo un matrimonio, ed il delicato suono del corno che dissolve “lacrime senza amore piante per nessuno” certificano e suggellano un livello assoluto, e forse inimmaginabile solo un paio d’anni prima. Ennesimo punto di forza di Revolver è la definitiva consacrazione come autore di George Harrison, che sarà il primo a stupirsi d’aver ben tre sue composizioni sul disco. Oltre alla succitata Taxman, ritmato e sarcastico piagnisteo d’un ricco contribuente soggetto al vorace sistema di tassazione britannico, il ventitreenne baronetto propone I want to tell you, una sorta di blues veloce guidato dal piano, in uno stile che ispirerà anche la successiva Old brown shoe, nonché la karmica, fatalista Love you to, che sdoganerà definitivamente, dopo la breve comparsa su Norwegian wood, l’esotica presenza del sitar nel materiale dei fab four.

     

    Il sentiero innovativo percorso da Revolver segna una nuova, significativa tappa nell’inno soul di Got to get you into my life, trionfo uptempo di fiati assortiti, cartuccia Motown sparata da un McCartney che aveva appena finito di rilassare l’ascoltatore con la regina delle love song, la melliflua, ruffiana ed intrigante Here there and everywhere. E ancora, altre brillanti tonalità di colore arricchiscono la tavolozza di Revolver: c’è la deliziosamente retrò Good day Sunshine, che non poteva essere che di Paul, così come solo John poteva scrivere una canzone come I’m only sleeping, affascinante laude all’ozio totale e senza condizioni, con quel sound cantilenante, surreale nel suo interrompersi a metà cammino per poi riprendere stancamente e lanciare all’ascoltatore perle di attualissima, rovinosa saggezza: “Running everywhere in such a speed – till they find there’s no need…

     

    Poi? Fine delle sperimentazioni? Insomma. Potremmo aggiungere che l’ultima traccia di Revolver rappresenta il codice d’accesso alla Nuova Epoca: Psichedelia, Flower Power, Estate dell’amore. Il messaggio, forte e chiaro, è racchiuso nei tre minuti di Tomorrow Never Knows, che ne distilla le peculiarità con un incedere ipnotico, tanto impersonale quanto avvolgente: “Spegni la mente, rilassati, lasciati trascinare dalla corrente…non è morire.. arrenditi al vuoto…gioca il gioco dell’esistenza fino alla fine del principio…”. Tra lampi di rullante in controtempo, effetti sonori, nastri al contrario e quant’altro, l’ex Beatle sorridente John Lennon conduce i suoi tre amici e noi con loro al di là di ogni vetusto residuo yeh yeh.

     

    Cosa dite? Non ho citato Yellow submarine? E’ vero, ma i quattro erano ormai adulti e potevano anche permettersi una canzone per bambini, (tanto a cantarla è il più bambino di tutti), il che evidentemente nulla toglie o aggiunge ad uno delle quattro/cinque opere fondamentali della storia del rock.

  • Paul McCartney all’Arena di Verona

    Paul McCartney all’Arena di Verona

    AMAmusic

    Questa volta sono preparato, non posso più soffrire dell’emozione della prima volta, Paul McCartney live non è più una novità per me, il palco è lo stesso dell’On the Run Tour, giuro che resisterò e non frignerò come un bimbo il primo giorno di scuola quando vede la mamma allontanarsi.

     

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  • Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

    Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

     

     

     

     

    Per la sua rentrèe nel music biz dopo quattro anni d’inattività, sulla quale si è parlato quasi sempre a sproposito, John sceglie una formula inattesa, cioè l’alternare il proprio materiale a quello della mogliettina orientale. E malgrado non sia semplice analizzare con obiettività un prodotto che vede la luce ventidue giorni prima dell’omicidio del suo autore, a parere di chi scrive si tratta d’ un disco brillante di luce propria, indipendentemente dai fatti dell’8 dicembre.

     

    Le canzoni di Lennon sono intimiste ed emozionanti; l’ex-baronetto mostra, forse con un po’ di pudore, il suo lato sentimentale riuscendo, opportunamente, a non scivolare nella melassa. Si comincia con il singolo trainante, (Just like) starting over, un tuffo nelle atmosfere patinate delle dance hall anni ’50, che contiene la dichiarazione d’intenti espressa nel titolo, una bella pietra sopra, ripartire da capo, andarsene lontano. Cleanup time è invece un esercizio mid-tempo nel quale il concetto di rinascita si amplia affrontando il tema della rinuncia all’alcool e alle droghe, con rivelazioni sulla vita coniugale della coppia post-’75: “The queen is in the counting house/Counting out the money/The king is in the kitchen/Making bread and honey”.

    Ad appesantire il clima idilliaco provvede il rock cupo di I’m losing you. Lennon affida a un sincopato lamento in minore, liricamente assai valevole, il timore di perdere Yoko, una volta riconquistatala con fatica a metà decennio. Sarà purtroppo lei a perdere lui. E’comunque l’unico momento tetro: il pezzo successivo, Beautiful boy è un’incantevole dedica a Sean, che vanta un middle eight d’alto spessore melodico e alcune frasi che è impossibile ascoltare senza un doloroso sentimento d’afflizione:“life is what happens to you/while you’re busy making other plans”.

     

    Watching the wheels, il punto più notevole dell’intero lavoro è una sognante marcetta dominata dal pianoforte, con la quale John si rivolge al suo pubblico, razionalizzando con leggerezza di spirito la lunga assenza dalle scene. Musicalmente sarebbe stato il punto di partenza perfetto, per il suo futuro artistico. Livello mantenuto alto anche dalla successiva Woman, il brano di maggior successo di Double Fantasy, love song d’intensità maccartiana, colma d’elogi e onori diretti alla metà giapponese, che ha pochi uguali, nel genere, nell’intera produzione di Lennon. Sempre Yoko la destinataria inconfutabile dell’ultima sua traccia, un’allegra cantilena sostenuta dall’armonica a bocca, con invocazioni vagamente iettatorie, visto quanto sarebbe poi successo, (“Your spirit s’ watching over me, Dear Yoko“…) e positività a mille.

     

    Le espressioni della succitata Yoko sono pregne d’accenti new wave, il che la porta a cavalcare l’onda, se non addirittura a originarla (le opinioni divergono) di bands come B’52 o la Lovich. Tra di esse, la più accessibile è certamente il rock scattante, deciso di I’m moving on, che funziona quasi come da risposta ai fantasmi di I’m losing you, alla quale segue senza soluzione di continuità. 

    Kiss kiss kiss, col coitus ininterruptus da sol levante che ne occupa l’intero minuto finale e Give me something, nevrotiche e frastagliate, suonano in effetti più moderne (il che non è quasi mai sinonimo di migliori) rispetto alle proposte del marito. La meglio Ono la troviamo peraltro in Beautiful boys, ove si veste da donna del mistero e cesella una melodia fosca e intrigante, con più d’una frase evidentemente autobiografica (“Don’t be afraid to go to hell and back“).

     

    I’m your angel è un valzerotto piuttosto abusato che par preso di peso da un musical dimenticato; meglio lo ska rallentato di Everyman has a woman who loves him. Chiude l’album un brano il cui titolo è tutto un programma, la corale, quadrata, Hard times are over, che riporta alla mente il Bowie di Young Americans. In essa, l’autrice dichiara che i tempi duri erano finiti, almeno per un pò. Esattamente per 22 giorni.

     

    Al netto d’ogni emozionalità, un’opera ragguardevole, questa dei coniugi Lennon; per John sarebbe stato un nuovo inizio, il destino ha voluto diversamente. Lo sfruttamento comincerà presto e durerà almeno un trentennio: da John Lennon collection del 1982 a (per ora) Double Fantasy Stripped (!) nel 2010.

     

     

     

     

  • Walls and Bridges // John Lennon

    Walls and Bridges // John Lennon

    La pubblicazione, il 5 ottobre 1974, del quinto disco solista di Lennon, Walls And Bridges sarebbe stata l’ ultima prima della pausa quinquennale che il leader dei Beatles si sarebbe concesso prima della (tragicamente) breve rentrée. E val la pena subito di dire che si tratta di un eccellente modo di lasciarsi alle spalle il music business, con quello che sarebbe stato in assoluto il suo disco migliore, non fosse stato per l’irripetibile Plastic Ono Band.

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  • Abbey Road // The Beatles

    Abbey Road // The Beatles

    Più ancora che in Sgt.Pepper’s, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall’ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell’elevatissimo standard raggiunto dà l’impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l’ultima espressione del genio collettivo dei quattro di Liverpool.

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  • Plastic Ono Band // John Lennon/Plastic Ono Band

    Plastic Ono Band // John Lennon/Plastic Ono Band

    Sarebbe potuto essere tranquillamente il titolo, o il sottotitolo, della prima vera opera da solista di Lennon, pubblicata l’11 dicembre 1970, ossia otto mesi dopo l’ufficiale dissoluzione del complesso.

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  • Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr

    www.ringostarr.com

    Luogo: Arena civica, Milano
    Data: 3 luglio 2011
    Evento: Milano Jazzin Festival 2011
    Voto: 8

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    Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all’improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po’ suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po’ scosso il mio subconscio.

    Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l’evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell’Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei ‘Fab‘ e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.

    Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday…), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.

    Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don’t come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don’t, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un’altra band…”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.

    Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant’anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po’ di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
    la prossima canzone forse avete sbagliato concerto
    ”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born…”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all’unisono, d’altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.

    Tra un’esibizione e l’altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po’ lo show. Non che il signore in questione non sia all’altezza, ma davvero niente di originale. E’ lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l’ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo…”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l’allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.

    La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C’è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l’idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.

    Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell’artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant’anni…), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.

    Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all’altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.

    Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.