Tag: rock

  • Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

    Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

     

     

     

     

    Per la sua rentrèe nel music biz dopo quattro anni d’inattività, sulla quale si è parlato quasi sempre a sproposito, John sceglie una formula inattesa, cioè l’alternare il proprio materiale a quello della mogliettina orientale. E malgrado non sia semplice analizzare con obiettività un prodotto che vede la luce ventidue giorni prima dell’omicidio del suo autore, a parere di chi scrive si tratta d’ un disco brillante di luce propria, indipendentemente dai fatti dell’8 dicembre.

     

    Le canzoni di Lennon sono intimiste ed emozionanti; l’ex-baronetto mostra, forse con un po’ di pudore, il suo lato sentimentale riuscendo, opportunamente, a non scivolare nella melassa. Si comincia con il singolo trainante, (Just like) starting over, un tuffo nelle atmosfere patinate delle dance hall anni ’50, che contiene la dichiarazione d’intenti espressa nel titolo, una bella pietra sopra, ripartire da capo, andarsene lontano. Cleanup time è invece un esercizio mid-tempo nel quale il concetto di rinascita si amplia affrontando il tema della rinuncia all’alcool e alle droghe, con rivelazioni sulla vita coniugale della coppia post-’75: “The queen is in the counting house/Counting out the money/The king is in the kitchen/Making bread and honey”.

    Ad appesantire il clima idilliaco provvede il rock cupo di I’m losing you. Lennon affida a un sincopato lamento in minore, liricamente assai valevole, il timore di perdere Yoko, una volta riconquistatala con fatica a metà decennio. Sarà purtroppo lei a perdere lui. E’comunque l’unico momento tetro: il pezzo successivo, Beautiful boy è un’incantevole dedica a Sean, che vanta un middle eight d’alto spessore melodico e alcune frasi che è impossibile ascoltare senza un doloroso sentimento d’afflizione:“life is what happens to you/while you’re busy making other plans”.

     

    Watching the wheels, il punto più notevole dell’intero lavoro è una sognante marcetta dominata dal pianoforte, con la quale John si rivolge al suo pubblico, razionalizzando con leggerezza di spirito la lunga assenza dalle scene. Musicalmente sarebbe stato il punto di partenza perfetto, per il suo futuro artistico. Livello mantenuto alto anche dalla successiva Woman, il brano di maggior successo di Double Fantasy, love song d’intensità maccartiana, colma d’elogi e onori diretti alla metà giapponese, che ha pochi uguali, nel genere, nell’intera produzione di Lennon. Sempre Yoko la destinataria inconfutabile dell’ultima sua traccia, un’allegra cantilena sostenuta dall’armonica a bocca, con invocazioni vagamente iettatorie, visto quanto sarebbe poi successo, (“Your spirit s’ watching over me, Dear Yoko“…) e positività a mille.

     

    Le espressioni della succitata Yoko sono pregne d’accenti new wave, il che la porta a cavalcare l’onda, se non addirittura a originarla (le opinioni divergono) di bands come B’52 o la Lovich. Tra di esse, la più accessibile è certamente il rock scattante, deciso di I’m moving on, che funziona quasi come da risposta ai fantasmi di I’m losing you, alla quale segue senza soluzione di continuità. 

    Kiss kiss kiss, col coitus ininterruptus da sol levante che ne occupa l’intero minuto finale e Give me something, nevrotiche e frastagliate, suonano in effetti più moderne (il che non è quasi mai sinonimo di migliori) rispetto alle proposte del marito. La meglio Ono la troviamo peraltro in Beautiful boys, ove si veste da donna del mistero e cesella una melodia fosca e intrigante, con più d’una frase evidentemente autobiografica (“Don’t be afraid to go to hell and back“).

     

    I’m your angel è un valzerotto piuttosto abusato che par preso di peso da un musical dimenticato; meglio lo ska rallentato di Everyman has a woman who loves him. Chiude l’album un brano il cui titolo è tutto un programma, la corale, quadrata, Hard times are over, che riporta alla mente il Bowie di Young Americans. In essa, l’autrice dichiara che i tempi duri erano finiti, almeno per un pò. Esattamente per 22 giorni.

     

    Al netto d’ogni emozionalità, un’opera ragguardevole, questa dei coniugi Lennon; per John sarebbe stato un nuovo inizio, il destino ha voluto diversamente. Lo sfruttamento comincerà presto e durerà almeno un trentennio: da John Lennon collection del 1982 a (per ora) Double Fantasy Stripped (!) nel 2010.

     

     

     

     

  • Cloud 9  // George Harrison

    Cloud 9 // George Harrison

    Il dato più significativo rapportabile a quest’undicesima prova da solista di Harrison, che vede la luce cinque anni dopo il leggero Gone Troppo, è che, come risulta chiaro fin dal titolo, George fa finalmente pace con sé stesso e il suo passato. E crea musica definitivamente scevra da solenni attestazioni filosofico-religiose, che farcivano, non sempre in modo del tutto opportuno, i solchi dei suoi dischi della prima metà  degli anni settanta, ma anche da livorosi riferimenti alla golden age di vent’anni prima.

     

    Le intenzioni sono chiare sin dal blues d’apertura, la claptoniana Cloud 9, sodo e coprente omaggio a Lennon, di cui prende in prestito una delle espressioni preferite, che diverrà  uno dei caposaldi della tourneé giapponese di qualche stagione più avanti. L’amore, dunque, la gioia; ecco le muse ispiratrici di Cloud 9. Grazie anche all’ aiuto di Jeff Lynne (Electric Light Orchestra), amico e coautore dei due brani, il nostro fornisce esempi davvero belli in This Is Love and When We Was Fab, specialmente nella seconda, un affettuoso tributo alla beatle-era che riesce a non cadere mai nel patetico. Tra i fumi di un primitivo sogno psichedelico, un pizzico di flower-power e l’inconfondibile tocco di Mr. Starkey alla batteria, il muro tra il signor Harrison e il cucciolo George viene definitivamente sbriciolato. La disperazione è un qualcosa d’intangibile, che non abita (più) qui. Ulteriore dimostrazione la presenza a fine album della vecchia hit di Rudi Clark, Got My Mind Set On You, un twist seducente che risale ai tempi di Amburgo, che completa il restauro d’immagine del ragazzo (e gli restituisce una hit mondiale sei anni dopo All Those Years Ago. N.1 in America e Canada e 2 in patria). Ma anche Fish On The Sand, Wreck Of The Hesperus e sopratutto il rock possente di That’s What It Takes sono fresche e coinvolgenti.

     

    Momenti di riflessione, in ogni caso, non ne mancano. Il lirismo di Just For Today è manifesto di una nuova, saggia semplicità . E Someplace Else, in versione riveduta e corretta (e migliorata) rispetto alla soundtrack di Shangai Surprise, si candida ad essere una delle espressioni melodiche più riuscite del suo intero catalogo solista. Palma del brano migliore alla straordinaria Devil’s Radio, fremente rock da strada che si risolve in un attacco frontale al gossip e al male derivante da certe disinvolte insinuazioni, con più di un riferimento a un certo insistito eclissarsi di Harrison dalle luci dello star system («You wonder why I don’t hang »˜round much, I wonder how you can’t see..»), risalente ad esempio agli anni delle sue controversie giudiziarie della metà  del decennio precedente. Un pezzo che non avrebbe mal figurato in nessun’ opera del George migliore (1968- 1971), sia coi tre soci che in autonomia.

     

    L’eterea, soffice Breath Away From Heaven completa un quadro idilliaco, nel punto in cui inopinatamente è l’intera carriera solistica dell’ex beatle a chiudersi. Negli anni novanta per lui ci sarà  ampio spazio per collaborazioni di successo (L’avventura dei Traveling Wilburys e la riunione con Paul e Ringo per Anthology), ma a livello solistico non riuscirà  a portare a termine il lavoro per Brainwashed, i cui ritocchi saranno a cura dei suoi collaboratori e del figlio Dhani Anche alla luce di quest’ultimo lavoro, che uscirà  postumo nel novembre del 2002, Cloud 9 resta comunque il miglio disco di George dai tempi di All Things Must Pass. Con la sostanziale differenza che in quell’occasione il capolavoro scaturiva dall’amarezza, dalla disillusione, dal fatalismo. Qui siamo invece di fronte a toni rinfrancati, positivi, divertiti addirittura, e il materiale resta costantemente pressoché privo di sbavature. Una prova che svela una maturità  ormai metabolizzata, senza più risentimenti, giustamente premiata da critica e pubblico.

  • Tormato // Yes

    Tormato // Yes

    Edito nel momento in cui la golden age del prog europeo (Italia compresa) andava malauguratamente sbiadendo, sfiancata dall’ ondata punk prima e disco poi, questo nono album degli Yes, Tormato, nasce con un doppio, ambizioso fine. Quello di proseguire comunque una tradizione che l’anno prima aveva inanellato un nuovo, considerevole tassello con Going For The One, senza rinunciare ad arricchire la fortunata vena di pezzi brevi e potenzialmente scalatori di charts, inaugurata da Wonderous Stories, estratta proprio da quel penultimo lavoro.

    Il primo di questi due passi viene portato a compimento aggiungendo alla sonorità  peculiarmente seventy della band una ventata di toni nuovi, che strizzano l’occhio alla new age, come salta all’ orecchio dall’ascolto della opener Future Times, creativamente l’ unica espressione collettiva del gruppo, quasi a dimostrare una precisa unità  d’intenti nel procedere verso una direzione del genere.

    Sempre in questo settore, più classicheggiante suona un brano come Circus Of Heaven, colmo di visioni oniriche, divinità , animali e personaggi fantastici, il «circo» del prog riproposto nella sua eccezione più tipica e forse talvolta un po’ kitsch.

    La più peculiare messa in pratica del secondo scopo è la presenza del potente stomp animalista di Don’t Kill The Whale, che gioca le sue carte in cento secondi, dando poi ampio spazio alle articolate scale di Steve Howe seguite dai gotici arzigogoli di Wakeman (e da un ridondante corettino inserito nel finale). Il rinnovamento in corso s’arricchisce d’un senso di «spazialità », che pervade l’intera opera, con particolare riferimento in alcuni testi (Arriving UFO o Madrigal) e in certi arrangiamenti (Future Times/Rejoice). Non mancano raccolti momenti di devoto lirismo, come la succitata Madrigal, nostalgica ode a un’ anima pura che «ci guidi verso un era nuova»(!), cui l’harpsicord e la chitarra spagnola forniscono un delicato tappeto pastorale. Oppure Onward, il momento in cui le luci convergono su Chris Squire per il suo raccolto canto di amore, dove non c’è nulla da sviscerare, da iperprodurre: solo una melodia riflessiva su poche semplici, intime righe.

    Spazio a parte per Release Release, atletico rock caratterizzato da nutrite variazioni di tempo, il cui refrain è introdotto da uno snello giro tricorde, e che avrebbe regalato agli Yes una hit minore in madrepatria. Atmosfere da stadio per un consistente solo del drummer Alan White, prima che Squire e Howe riportino il brano sui binari iniziali, una delle manifestazioni più convincenti di Tormato.

    Meglio anche del finale, On The Silent Wings Of Freedom, cooperazione Anderson/Squire, che associa frenetiche modernità  (con dilatato uso del wah-wah), ad un pensoso intermezzo che pare riecheggiare perdute tracce psichedeliche.

    All’epoca fans e critica avevano storto il naso sino quasi a spaccarselo di fronte a quest’album, adducendo ad esempio imprecisioni di produzione (come il timbro del basso di Squire, meno robusto del solito), oppure il mancato sviluppo, in qualche caso, delle buone idee che germogliavano in studio. In effetti certo materiale avrebbe potuto prendere una direzione più compiuta e omogenea, (Vedi Don’t Kill The Whale o anche Circus of Heaven). Senza contare che il 1978 vedeva serpeggiare piccole tensioni nell’ambito della band, che trovavano spunti di disaccordo persino sulla sede delle registrazioni. Il futuro riserverà  qualche mutamento nella line-up.

    Ma Tormato resta un’opera in grado di reggere il passare del tempo e delle mode; il gruppo si ricicla decorosamente da alfieri del rock progressivo al rock puro e semplice, (come diverrà  lampante negli anni ottanta) e il risultato è almeno discreto, purchè non ci si attenda più, in futuro, un nuovo Fragile o Close To The Edge. (La versione rimasterizzata »“ 2004 »“ di Tormato contiene ben otto canzoni aggiuntive, di cui la più pregevole è la deliziosa Abilene, all’epoca pubblicata come retro del singolo Don’t Kill The Whale).

  • ERM-78 // Invisibles

    ERM-78 // Invisibles

    Sarebbe facile liquidare la faccenda con un semplice «Bell’album, ma già  sentito», oppure tentare di spiegarsi il fascino del primo ascolto con un lapidario «Orecchiabile». Perché se l’impatto è quello di una musica piacevolmente familiare, le motivazioni non sono certo così superficiali.

     

    Quando ascolterete gli Invisibles non cercate di decifrare influenze, somiglianze, non tentate di incasellarli in definizioni di genere né di cadere nella facile tentazione di un paragone con una lunga serie di più celebri cugini d’oltremanica: potreste averli già  persi vista.

     

    Piuttosto bisogna lasciarsi trasportare dal timbro limpido e vibrante del vocalist e polistrumentista Vincenzo Firrera: fin dall’opener Gunny la linea della voce, staccandosi senza conflittualità  da una base elettronica di suoni aspri, distorti e all’occasione dissonanti, crea una sorta di rapporto confidenziale con l’ascoltatore; il finale swingato è una bella sorpresa a conclusione di un brano che già  non ne era privo.

     

    Away,, pop esemplare, scorre via con la più classica delle strutture compositive. Con Cabaà§a ci troviamo decisamente più ad est: le scale, sostenute dalle sonorità , si spostano su intervalli mediorientali mentre le chitarre si alternano ed intrecciano in arrangiamenti sofisticati.
    Per non farsi mancare nulla arriva anche la lingua francese su una vecchia giostra di valzer musette: «c’est finit» chiosa Vincenzo sullo spegnersi di Interludio.

     

    L’ascolto di Good Dream Bad Dream, brano notevole e ruffiano, è un piacere: doppia voce con salto in falsetto di un’ottava, aperture spudoratamente melodiche a pieni strings; e l’effetto è assicurato.

     

    Semplicemente chitarra acustica e due voci, passa senza dare troppo nell’occhio Frame. Nella successiva Looser, tra una strofa l’altra, mentre la linea melodica si muove su una struttura decisamente articolata, fa capolino addirittura una tromba, cui poi è affidato il finale: una sorta di botta e risposta free.

     

    MIDI file è una sorta di track-spia la cui unica funzione sembra essere sottolineare l’importante componente sintetica dell’album; subito dopo, il classico arpeggio di Leaf prepara al congedo finale. La voce di un homeless ringrazia per gli spiccioli e arriva l’effettiva conclusione con la ghost Brother

     

    Fortunatamente Simone Pomini, Matteo Marmonti e Vincenzo Firrera di cose da dire ne hanno ancora parecchie ed è così che trovano uno spazio bonus altre due tracce: la stupenda Emigration Song e una meno esaltante The Army.

     

    Ad accrescere il valore di questa scarna formazione, tuttavia, è un elemento che purtroppo non si puಠevincere dall’ascolto di un album: durante l’esibizione dal vivo le idee e i suoni degli Invisibles prendono forma con la massima naturalezza ed espressività  e il riscontro del publico ne è una prova più che soddisfacente.

  • Blur // Blur

    Blur // Blur

    In caso sussistano ancora dubbi sul fatto che i Blur rappresentino una delle più creative bands provenienti dal regno di Sua Maestà  tra gli Ottanta e i Novanta, è vivamente consigliato l’ascolto dell’opera omonima del 1997, in genere poco celebrata ma imbevuta di variegate innovazioni che la distaccano dalla massa informe dei gruppi indie-rock dell’epoca.
    E’un piacevolissimo viaggio in un genere più colto, più maturo da parte dei quattro trentenni, evidentemente stufi dell’idolatria da teenager, sempre inversamente proporzionata alla considerazione degli addetti ai lavori, per quanto potesse importar loro.

     

    Si apre con il middle rock di Beetle Bum, che va oltre il risaputo omaggio ai fab four, creando una melodia coprente e affascinante che non avrebbe ad esempio sfigurato tra i solchi del White Album. Il trash metal di Song 2, la cui sequenza d’accordi ricalca tortuosi sentieri garage punk, e della gemella Chinese bombs, è un gancio sul muso a chi definisce Coxon e soci come i fratellini gentili degli Oasis. In verità , la crescita versatile dei ragazzi, l’ ampliamento della ricerca tecnica, è in quest’ opera lampante. MOR strizza l’occhio al glam epocale di vent’anni prima senza perdersi in vani scimmiottamenti. E dato che dalla casa discografica avranno fatto notare che per campare ci vuole l’hit single, il gruppo sforna l’allegro tricorde di On Your Own, con quel fare goliardico che trasforma il brano in inno nel refrain. Ironicamente sarà  Song 2 ad avere più successo.

     

    Il genio spesso sottostimato di Graham Coxon s’esprime nei 218 secondi di You’re So Great, ballata acustico-distorta interpretata in modo sinistramente anticonvenzionale dal chitarrista. Pare che lo stesso sia stato il più acceso promotore di un progresso stilistico non più rimandabile e questo suo pezzo ne rappresenta brillante prototipo. Per il resto, le caratteristiche melodiche insite nel complesso sono presenti in toto. Vedi la colorata fantasia degli arrangiamenti, la dissonanza delle armonie, talvolta agli antipodi delle basi melodiche del brano eppure sempre magistralmente funzionali, vedi la «spazialità » aggiunta al piccolo blues di Country Sad Ballad Man, o la macchina del tempo di Theme From Retro arricchita di un Hammond profumato di psichedelia, o i tocchi trip-hop e la fuzz guitar della malinconia ipnotica di Death Of A Party. Ancora, la dilatazione della pacata Strange News From Another Star, trasportata su un’altra dimensione da un tappeto d’ effetti sonori repentinamente disarmonici, che lascia campo al rock caustico di I’m Just A Killer For Your Love, con wah-wah, distorsioni e riffs gracchianti, cesellati insieme in una sorta di caos organizzato.

     

    Look inside America rischia uno stridente auto plagio tramite una strofa troppo ammiccante a Country House, prima di virare su un inciso di tutt’altro spessore musicale, corroborato da una piacente parte di piano e arpa nel bridge. Il finale è tutto nel rock elettrico di Movin on. E naturalmente nell’ossessiva Essex Dogs, che riduce a brandelli l’immagine della popband sorridente e inutile con una mini picture soundtrack in minore, che se aspettavano tre anni potevano chiedere ai Radiohead d’inserirla in Kid A, con tanto di ghost track finale.

     

    L’eclettismo della band permette ai quattro di evadere dal golden pop corner in cui lo stesso successo di Great Escape li aveva confinati e di assumere finalmente la meritata dimensione internazionale, a livello di critica intendo, perché di pubblico ce l’avevano già  da un decennio ormai, che meritavano. E il meglio doveva ancora venire, anche se sarebbe durato poco.

  • Back To The Light // Brian May

    Back To The Light // Brian May

    Se questa è stata un’operazione commerciale con molta lana di pelo sullo stomaco prima che un reale prodotto solista della chitarra dei Queen, da pochi mesi orfani del proprio carismatico leader, non sta a chi scrive giudicare. Quello che salta all’occhio, o meglio all’orecchio, è che questo è un disco davvero soddisfacente, con un unico protagonista conclamato, ossia l’hard rock nella sua forma più grezza e meno affettata possibile; priva d’elettronica e affrancata, nella sua semitotalità, da schemi logori e abusati.

     

    Gli esempi si succedono senza sosta, in un crescendo davvero entusiasmante. Dopo l’introduzione in chiaroscuro di The dark, la title track Back To The Light dispone chiarissime carte in tavola, col suo refrain corale e potente. Meglio ancora Love token, dall’originalità sorprendente e gli sviluppi intricati. Un divertissement dove tutto s’interseca alla perfezione, e il nostro si permette goliardie assortite (Mama’s hangin’ on to every word that’s spoken/ But Papa’s hangin’ on to his old love token). Tripletta completata da Resurrection, dove la “vittima della cospirazione” reitera assolini in scala su sequenze d’accordi spaziali, con coretti sepolcrali (Whitesnake? Ronnie James?) ad accompagnarli.

     

    E la carica non s’esaurisce col trascorrere dell’album. L’energica, scanzonata Driven by You guida l’ascoltatore lungo sentieri d’armonie elementari, forse troppo presto dimenticati, e rivitalizzati da un’ atmosfera frizzante, quasi naif. Brian stava lavorando alla canzone negli ultimi giorni di vita di Freddie, e la leggenda narra che Mercury urgesse l’amico a produrre in fretta il brano, la sua scomparsa l’avrebbe poi spinto enormemente come singolo… I’m Scared ammicca al trash nella strofa e diventa un r’n’r veloce nell’inciso, in efficace contrasto con le liriche che dipingono un May preda di paranoie assortite e contrastanti, con punte di divertita ironia (Scared of Steven Berkhoff). Se a livello emozionale il periodo non era dei migliori, il nostro, insomma, reagiva rocchettando. Verso la fine dell’opera, May si concede una parentesi piuttosto inusuale per lui, ovvero il bluegrass di Let your Heart Rule Your Head, con arguti suggerimenti affinchè il “ritorno alla luce” sia efficace e permanente.

     

    E’ quasi sorprendente la leggerezza che pervade i solchi di Back to the light, non v’è in esso ombra di lugubre negatività o sofferenza, che il nostro ha evidentemente deciso di lasciarsi alle spalle, e ne guadagna assai la qualità della proposta. Il rock party è chiusa da Rollin over, cover omaggio di Brian a due tra i suoi più cari amici, Ronnie Lane e Steve Marriot, prestante e vitale tributo a due musicisti che avrebbero meritato maggior visibilità in campo internazionale.

     

    Trattandosi di un album essenzialmente rock, poco spazio per le ballads, le quali però hanno il merito di mantenere elevato il livello. Too Much Love Will Kill You è la versione cantata da Brian del pezzo che apparirà tre anni dopo su Made in heaven con Mercury alla voce, forse meno solenne e più intimista, con l’intermezzo di chitarra classica a farla da padrone. Perla della sezione “soft” è però l’intermezzo strumentale di Lost Horizon, riff ardente di nostalgia, talmente pregno di significati scevri da parole ridondanti, che il ricciolone lo proporrà persino come singolo. E’ questa la sezione a più alto rischio emotivo, che comprende anche il sommesso ricordo di MercuryNothin’ but Blue, ove May è raggiunto da John Deacon al basso. Mansueta, desolata, fortunatamente priva di pompose celebrazioni, la canzone esprime il semplice rammarico (“No I can’t stop my wondering/’bout all those things that might have been…”), di un futuro negato sia umanamente e che artisticamente, appartenendo in tal senso a ogni fan dei Queen sparso in giro per la Terra. Sentimenti che si riverberano, infine, in Just One Life, che mantiene un tono sobrio e toccante nel portare a termine il primo viaggio solista di Brian. Viaggio invero notevole, che frutterà al suo autore meritati riconoscimenti di critica e pubblico, prima che lo stesso si ricongiunga agli altri due superstiti per la discussa operazione di Made in heaven.

     

  • We Can’t Dance // Genesis

    We Can’t Dance // Genesis

    Ultima prova in studio dei Genesis con Collins a voce e batteria, “We can’t dance” invade i negozi sul finire del 1991 con il non difficile compito di far dimenticare il rozzo e svogliato “Invisible touch“. Compito assolto con lode, nel senso che far meglio non era difficile, però questo nuovo prodotto è un disco piuttosto piacevole, forse non indimenticabile, ma quanto meno dimostra che il trio sapeva ancora produrre le lunghe suite progressive che avevano costellato l’epoca d’oro, suite che, non poteva essere diversamente, rappresentano la parte migliore dell’opera.

     

    Il riferimento va in particolar modo a “Fading lights”, guarda caso parto pressoché uniforme del solo Banks, che include anche una potente sezione strumentale, e a “Driving the last spike”, forse la miglior espressione della raccolta, con rimandi ai tempi epici di “One for the Vine”. La canzone esprime un’accorata celebrazione degli uomini che contribuirono alla costruzione delle ferrovie britanniche, a fine’800, molti dei quali lasciarono la vita allo scopo. Striato di venature funky-rock, è composto da numerose sezioni melodiche che si ripresentano ad intervalli diversificati, combinando alla perfezione presente e passato della band.

     

    Molti dei testi, in genere firmati da Collins, sono di denuncia sociale. Il problema è che talvolta si dimostrano piuttosto superficiali (“Way of the world”), o vagamente ruffiani (“Tell me why”), il che non era infrequente nemmeno nelle sue uscite solistiche. Tanto per stare sul negativo, la parte meno interessante di “We can’t dance” è rappresentate dalle nenie amoreggianti e del tutto superflue di cui i propri autori (Collins e Rutherford) avevano già lordato altri dischi, con armonie stucchevoli e risapute: “Hold on my heart”e “Never a time” In genere però questi difetti non gravano poi tanto sulla valutazione media di “We can’t dance”. Sono assai più rilevanti, infatti, i risvolti positivi. Primo tra essi, al dà del recupero della vena progressive, il fatto che, lasciata finalmente alle spalle la spanciata elettronica, questo è un album corredato di rock convincente. Numerosi gli episodi in tal senso. “No son of mine”, cronaca d’uno struggente rifiuto famigliare, ha un ritmo sferzante e un impatto violento, lontano dalle produzioni patinate dell’epoca di cui è figlio. Sprigiona un’atmosfera cupa, cosparsa di tensione, che investe anche “Dreaming while you sleep”, dal tema altrettanto scottante, stavolta si parla di investimenti stradali, mancato soccorso e successivo percorso di pentimento. In entrambe le occasioni, in gran spolvero sono le usuali scudisciate di tom e cassa a cura di Filippone nostro e i ruggiti dell’elettrica di Rutherford, a corollario di refrain trascinanti e scala classifiche, il che in genere non guasta.

     

    Di natura differente, ma altrettanto valido, l’argomento che sostiene la traccia seconda, “Jesus He knows me”. Sotto i riflettori stavolta vanno le grossolane, gradasse millantazioni dei santoni da quattro soldi che infestano le strade del mondo, espresse e dileggiate tramite un gustoso skiffle, con un intermezzo reggae e una ripresa vigorosa del tema, mentre il televangelista le spara sempre più grosse e i creduloni abboccano a grappoli. Forte e intensa anche “Living forever”, con rimbombanti tastiere in primo piano e l’eterno quesito della vita infinita e via elucubrando. Tanto per insistere, impossibile non apprezzare il brano d’apertura, “I can’t dance”, che, al di là del video divertente, rappresenta uno bizzarro miscuglio heavy-pop arricchito da colorati effetti di moog. Giocato su di un riff reiterato e ipnotico, risulterà gradito dal pubblico e dalle charts, come molti, del resto, dei singoli tratti da questo long-playing.

     

    Infine, da registrare un riuscito attimo di raccoglimento, altamente emozionale, che non corre tuttavia il pericolo di impiantarsi nella melassa e spostare verso il basso la valutazione di “We can’t dance”. Risponde al nome di “Since I lost you”, mesto pensiero che il gruppo dedica a Conor, figlio di Eric Clapton tragicamente scomparso. Interpretazione coprente e sentita, poco (niente era impossibile…) spazio alla drammatizzazione: l’omaggio è servito, ed è un bell’omaggio. Così come questo album, canto del cigno dei Genesis nella loro classica formazione post-Gabriel e Hackett, è un ottimo congedo, che riscatta in parte i grigiori del decennio appena terminato.

     

  • Vivere o Niente // Vasco Rossi

    Vivere o Niente // Vasco Rossi

    Chi vi scrive è un fan di Vasco Rossi; ma non dell’ultimo Vasco, quello dei mille greatest hits , dei jingle pubblicitari e delle canzoni tamarre finto-rock o elettroniche degli ultimi due lavori. Sono cresciuto con Vado al Massimo, Vado a gonfie vele e ritrovarmi questi versi mitici a sorpresa in quella che è forse la sua migliore canzone dal 1993 capirete che mi provoca brividi ed emozioni molto molto forti.

    Partiamo col dire che dopo una pausa “commerciale” di almeno 15 anni, il Blasco nazionale è tornato con un lavoro pieno di rock, di chitarre (il lavoro di Stef Burns in particolare è da urlo), di ironia, di melodie semplici come solo lui sa o sapeva fare.
    Vasco è da sempre così: o si ama o si odia, non ci sono mezzi termini. Però è innegabile che nel povero panorama italiano dominato da cosiddetti artisti “creati” dalla tv è sempre lui l’unico vero cantautore che trascina col suo rock ironico e diretto, ma mai banale, con canzoni d’amore mai patetiche o melense, con citazioni filosofiche mai troppo serie, con lezioni di vita e aforismi che da sempre segnano i suoi lavori.

    Già dalle prime note della prima canzone, Vivere non è facile, il buon Blasco ritorna dopo 15 anni alla grande una canzone che inizia lenta, con la sua voce roca sempre unica e con versi che ti toccano subito: ”io sono qui e vivo come pare a me”, ”non mi so difendere da me”, per poi salire e incalzare subito con un bel rock orecchiabile, ma è la fusione di parole e musica che da sempre marchiano a fuoco la sua musica. E anche questo pezzo. Ma è dalla seconda traccia che si capisce la differenza con gli altri. Il Manifesto Futurista della Nuova Umanità è Vasco al 101%: un rock che trascina da subito, da urlare e cantare dal vivo, un groove che non esce dalla testa con un testo ironico e ispirato come un pezzo degli anni 80. ”Ti prego perdonami se non ho più la fede in te / ti faccio presente che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza di te” è quasi chiudere un cerchio iniziato con Portatemi Dio e la voce con cui la canta vale da sola l’ascolto del pezzo. Bellissima.

    Starò meglio di così, il pezzo seguente, forse è l’unico anello debole dell’intero cd; dico forse perchè contiene anch’esso spunti notevoli, scie country-blues molto interessanti, ma forse il testo non è così ispirato come il resto dell’album.

    Menomale che la canzone che segue è la prima sorpresa positiva del disco: Prendi la strada è una canzone sottovalutata nei primissimi ascolti, ma che poi ti prende sempre più con un ritmo leggero e allegro, ma con un testo blaschiano “e quando arriverà la domenica e sarà sempre colpa tua / avrai almeno la soddisfazione di dire che sei stato il peggiore” e citazioni impegnate “non aspettare Godot / la vita è tua”. Tutto perfetto, anche il bridge di piano che non esce più dalla testa.

    Qualcosa degli ultimi due album riaffiora con la seguente Dici che, intro elettronico, rock che cresce sempre di più e testo d’amore non banale come solo lui sa scrivere. Non un capolavoro ma un bel pezzo e bellissime parole: ma l’amore così non è un progetto non è mai come vuoi tu / e l’amore così è maledetto non sai mai se durerà ”.

    Il primo singolo del disco, la nota Eh già, non uscirà più dalle nostre teste. Non un pezzo da 10 e lode, intendiamoci, ma un capolavoro di ironia e leggerezza che è una piccola lezione ai suoi detrattori che non perdono occasione per attaccarlo:sembrava la fine del mondo / ma sono ancora qua / ci vuole abilità e ha detto tutto.
    Dopo una canzone così non poteva che esplodere un rock ‘n’ roll che suonerà alla grande in quel di San Siro. Sei Pazza di me sembra proseguire idealmente nella musica e nel testo il discorso iniziato con Cosa vuoi da me, descrive l’uomo ideale per una donna a letto, ideale appunto e non realizzabile. Meditate donne, un po’ maschilista se vogliamo ma ci sta; da urlare e cantare dal vivo.

    E poi? e poi arrivano le due gemme del disco, gemme nel vero senso della parola, due capolavori che rimarranno nella storia delle sue grandi canzoni come non si sentiva da Gli Angeli e Sally.

    La prima è la title track, che inizia sussurata con un arpeggio pulito ”brividi sento quando guardo i lividi” non so come ci riesce, ma non puoi non sentirli pensando ai lividi che la vita ti lascia. E’ così, non si può negare, ma poi esplode la rabbia con un urlo Vaschiano al 101% ”io non voglio fare finta che / che vada tutto bene perchè “è” / guardami, io sono qui e te le voglio urlare / IO STO MALE” un urlo liberatorio senza ipocrisie inutili: nella vita non va tutto bene e lui te lo fa urlare al mondo. Capolavoro. Il Blasco è qui, o vivi o ti arrendi, Vivere o niente.

    Segue il vero capolavoro del disco, un brano che è la canzone migliore di Vasco da non so neppure quanto, un intro che ricorda il Tango degli anni d’oro, ma che vive di vita propria. Ma è nella fusione col testo che non si riesce a non riflettere e a trattenere le emozioni. Quante volte ci si chiede (io lo faccio sempre) se tutta “questa scienza” serva davvero a vivere meglio? “sai che si potrebbe restare per dei mesi appesi ad un aquilone guardando il cielo che si muove e il sole che muore?”. Forse solo su quell’aquilone, distaccati dal nostro mondo riusciremmo a capire. O no? Oppure dal Messico, “vado al massimo / vado a gonfie vele” ci fa tornare alla memoria che lui queste cose ce le dice da tanto e se le chiede da tanto. Ma le risposte sono ancora lontane. Chapeu!

    Poi ancora rock, rock ironico, Non sei quella che eri, ironia sulla coppia che scoppia, sulla donna a cui non va bene mai nulla e che cambia sempre ”prima dici qui / poi volevi lì / poi che non dovevo neanche fare così / tu non sei quella che eri”. Divertente con un riff accattivante.

    Stammi vicino è una canzone d’amore vasco-style dolce, ma amara, con una musica sopraffina (la prima scritta per Vasco da quel grande artista che è Stef Burns). Vale la pena ascoltarla solo per “faremo così come fossimo solo io e te in questo mondo ipocrita che non ha domani”. Non una delle migliori, ma impreziosita anche dall’assolo di chitarra meraviglioso.

    E siamo arrivati alla fine, alle due canzoni “riempitivo” se vogliamo riassumerle, ma che sono proprio il manifesto del disco, un ritorno agli anni 80-90 nelle musiche e nei testi. Maledetta ragione, uno scarto di Liberi Liberi è divertente, rock anni ’80 con un testo da presa in giro. E Mary Louise un ritorno di Susanna dopo 31 anni di oblìo, due chicche che vanno prese come due regali in più in un disco che comunque rimane il miglior disco italiano degli ultimi anni e di Vasco degli ultimi 15.
    Il Blasco è tornato davvero, quasi non ci credevo, avevo perso le speranze di ritrovarlo ancora così ispirato in uno studio di registrazione. Ma invece è capitato e ha cancellato in un batter d’occhio tutti i dubbi musicali che mi avevano lasciato (pur essendo sopra la media della musica italiana) gli ultimi due lavori mediocri con all’interno alcuni, ma solo alcuni, spunti memorabili. Blasco c’è e speriamo che Dio ce lo conservi per un bel po’.

  • Station To Station // David Bowie

    Station To Station // David Bowie

    Ultimo album prima della celebre trilogia berlinese, che fortunatamente consta di opere ben più consistenti di questa, Station To Station vede un Bowie non al massimo della forma dare vita ad un lavoro poco fantasioso, con testi ammiccanti al nonsense ed in più parti eccessivamente diluito.
    La title track registra una lunghezza inusitata, oltre dieci minuti, ma il dipanarsi della canzone non pare, a livello puramente stilistico, giustificare una tale dilatazione. Il riff di base occupa l’intera prima parte del brano, il ritornello ribadito ossessivamente (It’s Too Late) tutta la seconda. In mezzo giacciono accenni prog non adeguatamente sviluppati ed il tutto si risolve poi in una goliardica festa rock impeccabilmente suonata e con almeno tre minuti di troppo. Una session in scioltezza tra musicisti generosamente trasportata su vinile. Segue il funky lento di Golden Years, che mantiene un tono minore per l’intera durata, offrendo variazioni poco immaginative e mancando dell’intuizione di qualità, del guizzo vincente a far decollare la canzone. Perché un mood tanto dimesso per un testo tutto sommato fiducioso e ottimista? Golden Years dimostrò un buon potenziale commerciale: offerta ad Elvis Presley, venne poi pubblicata dallo stesso Bowie come singolo allorchè il re del rock rigettò l’offerta; nel corso degli anni sarebbe stata tuttavia abbastanza ignorata dal vivo.

    Il punto più alto di Station To Station è, facilmente, il caldo lirismo di Word On A Wing, manifesto della nuova dimensione religiosa raggiunta dal Duca, affascinante nel contrasto tra la linearità strutturale della strofa e le complicate intersecazioni delle altre parti. Un deciso step further nella ricerca stilistica del nostro, qui felicemente in grado di sposare gli elementi prog tipici del periodo con il proprio, personalissimo stile creando una delle sue più significative espressioni.

    Peccato che la qualità di Word On A Wing abbia scarsi riscontri nelle altre zone di Station To Station. Il Rhythm & blues di TVC 15 è piuttosto insipido, ed anche in questo caso pretestuosamente dilatato e ripetitivo. Il ritornello, nonché il corettino ad opera dello stesso Duca, delinea un pezzo assai poco stimolante, piuttosto indegno del brano che ha seguito; la parte più divertente è il testo stravagante e allucinogeno, che almeno funziona a livello di scherzo.

    Appena meglio la track successiva, l’ultima originale, ossia l’hard rock di Stay, che fa parte di quella categoria di pezzi urban nella quale potremmo catalogare tra gli altri i successivi Loving The Alien o This Is Not America; ma anche in questo caso non rappresenta molto di più di un brano d’atmosfera che sfila via senza suscitare particolare impressione.

    Oscillante tra il funky rock di Young Americans, le vecchie tensioni glam e gli albori del nascente movimento punk, Station To Station non rappresenta insomma un’opera particolarmente ispirata; tra l’altro Bowie regala solo una trentina di minuti di materiale proprio, scegliendo poi di terminare il tutto con la cover di Wild Is The Wind, che detto per inciso è una delle più memorabili tracce nel disco, ma che ovviamente nulla toglie o aggiunge alla valutazione tecnica dello stesso. Poteva benissimo chiuderlo con Stay, anche se, volendo trovarne un risvolto positivo nella presenza del brano di Dimitri Tiomkin e Ned Washington , il Duca riesce quantomeno ad esaltare (memore di Pin Ups) le proprie qualità interpretative.

    Teoricamente sarebbe un buon lavoro di un buon artigiano, ma la valutazione resta bassa in quanto da un David del 1976 si era già abituati a ben altre emozioni. Si rifarà subito, infilando poi una serie di capolavori (Low, Heroes, Lodger Scary Monsters), fino alla svolta brillantina di Let’s dance.

  • All That You Can’t Leave Behind // U2

    All That You Can’t Leave Behind // U2

    Affacciatisi al terzo decennio della loro fulminante carriera, Paul, Edge, Adam & Larry devono essersi guardati intorno e aver realizzato che c’era, evidentemente, qualcosa da aggiustare. La parentesi cosiddetta “sperimentale” di Zooropa, pur apprezzata dalla critica, era stata mal digerita dal pubblico; i nostri avevano reagito con il successivo, oscuro Pop, che invece ha messo tutti d’accordo, in negativo. Come ripartire? Magari liberandosi dalle influenze techno/trip hop che avevano in parte attecchito nel sound della band finendo per annacquare anche materiale in sé valido. E così il nuovo millennio si apre, finalmente, con un rock semplice e ordinato (ordinario) che prende il nome di Beautiful Day e che dà il via ad un disco formato da suoni che vanno oltre stravaganze ed eccentricità. Devono aver pensato, opportunamente, che il non aver più niente da dimostrare non è un motivo valido per rinunciare a produrre buona musica.

    All That You Can’t Leave Behind ricomincia sulle ceneri di Achtung Baby; scusate il ritardo. La dichiarazione d’intenti viene ribadita subito, durante la dedica appassionata allo sfortunato amico Michael Hutchence: “I’m just trying to find/ a decent melody. Per inciso, proprio durante uno dei picchi melodici dell’opera, Stuck In A Moment You Can‘t Get Out Of. Un ottimo inizio, e con Elevation arriviamo subito al brano più elettrizzante della raccolta. Finalmente un elettrorock convincente, una modernità convogliata su binari sonori intriganti, sensati. (E nella colonna sonora di Tomb Raider l’effetto è assicurato).

    Un break di energia, prima di un altro sentito omaggio. Il riff struggente di Walk On scandisce un incoraggiamento delicato, affettuoso: “You’re packing a suitcase for a place none of us has been – a place that has to be believed to be seen“, destinatario: Aun San Suu Kyi. Superfluo sottolineare la messa al bando della canzone in Birmania. E le atmosfere proseguono poi placide e pensose, il tenue sventolio dei violini introduce il canto d’addio di Kyte: “Non ho paura di morire, non ho paura di vivere“, definitivo magari ma non disperato. Paul confermerà il pezzo come dedicato al padre. E’ un momento meditativo del disco, e prosegue con la dolcezza di In A Little While, una delle melodie più seducenti dell’intero lavoro. Sono questa, insieme a Wild Honey le track più leggere dell’album, ma mantengono uno spessore di cura e di classe che fa piacere (ri)trovare in materiale U2 dopo un certo tempo.

    Perché poi c’è un’ultima parte di All That You Can Leave Behind dove uno la leggerezza se la scorda. Perché dietro la mesta, gentile armonia di Peace On Earth si cela la tragedia del terrorismo, (Real IRA, Omagh, Northern Ireland, 1998). E a rivestire questa melodia troviamo un testo amaro, senza speranza, forse inopportuno nel citare i nomi di alcune delle vittime del massacro, retorico in certi passaggi (“le persone che non incontreremo mai“), magari atipico, quasi smarrito nella sua desolata negatività (Pace sulla terra…lo cantiamo a Natale, ma speranza e realtà storica non si sposano mai“). Ma certamente ad alta densità emozionale, in particolar modo quando dal vivo veniva presentato in coppia con Walk On.

    A questo punto s’insinuano le ipnotiche sequenze ritmiche di When I Look At The World, nenia in apparenza priva di pretese, e che invece solleva nuovi interrogativi scottanti, non necessariamente religiosi nonostante il riferimento alla Bibbia, che sono destinati a rimanere, come sempre per uomini troppo piccoli quali siamo noi, senza risposta. I toni dell’opera ondeggiano dunque tra fiducia e sconforto, sublimazione e afflizione, intimo e pubblico, in una parola è la vita viva che torna ad essere protagonista, al di là di utopie ed astrazioni. E il disco attraversa la cruda urbanità di New York, numero richiestissimo on stage, per poi chiudersi quietamente, con la buonanotte di Grace, protagonista eterea e positiva che, tramite un timido bluesino accarezzato dalla slide di Edge, “si prende tutte le colpe e le vergogne“, “ha tempo per parlare” e “trova la divinità in qualsiasi cosa“. Il Messia che si ripresenta per guarire questi tempi martoriati? Non saprei, ma sicuramente la chiosa ideale per un’opera che gli U2 non potevano più esimersi dal pubblicare.