Tag: Teatro Regio di Torino

  • Carmen // Teatro Coccia, Novara

    Carmen // Teatro Coccia, Novara

    CARMEN

    Musica: George Bizet
    Libretto: Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 30 marzo / 1 aprile 2012

    Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Beppe De Tomasi

    {gallery}concerti/carmen{/gallery}

    Se è vero che dai titoli di testa lo spettatore può intuire quale sarà lo stile, il senso e il ritmo di un film, lo è ancor di più per l’arte che del cinema è un’antica e illustre antenata, l’opera, anticipata dalla sua overture. Solo che, in questo caso, la dichiarazione d’intenti non è solo quella espressa dal compositore; è una dichiarazione che viene riscritta ad ogni rappresentazione e si affianca a quella che era l’originale intenzione: è l’impronta del direttore d’orchestra.

    A luci spente e sipario abbassato ecco quindi che l’overture ci svela, attraverso i suoi celebri  temi, il tocco giovane e deciso di Valerio Galli, abile a gestire la dinamica dell’orchestra facendola risultare persino più grande di quella che la buca del Coccia può contenere: fraseggio ampio e intenso, toni smorzati all’occorrenza.

    Quando il sipario scorre ai lati del palcoscenico, il teatro è già immerso nella torrida atmosfera di Siviglia: un drappello di guardie assieme ad un gruppo di candide operaie preparano l’elettizzante entrata in scena di Carmen. Tiziana Carraro, scalza e perfettamente a proprio agio nei panni del personaggio, intona una delle arie più famose della storia dell’opera (Habanera) con sicurezza spavalda, in un continuo saliscendi dal grosso tavolo di legno posto al centro della scenografia, assecondando il bisogno di dinamicità imposto dalle scelte registiche.
    Sul finire della scena, Carmen lancia un fiore raccolto dallo sprovveduto Don Josè nel momento in cui è raggiunto da Micaela: la passione abbandona il palcoscenico assieme alla bella sigaraia e i due intonano un duetto più incline alla tenerezza, senza che l’intensità e il trasporto dell’interpretazione di Elena Rossi subiscano per questo alcuna incrinatura.

    Nel secondo atto – il contesto è l’osteria di Lillas Pastia – Carmen parla e danza con le amiche, circondate dagli avventori che fanno baldoria. L’azione si immobilizza sulle note che fanno presagire l’arrivo di Escamillo, il torero che incanta tutti (Carmen a parte) con la sua Votre toast je peux vous le rendre. Nell’interpretazione del baritono Gezim Myshketa sembra mancare, accanto ad una bella timbrica, quel pizzico di chiaroscuro che avrebbe permesso di trasmettere con maggior incisività il fascino del personaggio.  Subito dopo Don Josè, scontata la galera per aver aiutato Carmen a sfuggire all’arresto, dichiara il suo amore alla protagonista e passa così da gendarme a fuorilegge.

    Tra le montagne del terzo atto si sgretola l’amore effimero tra i Carmen e Don Josè: lo spirito indomito e libertino della donna l’ha già condotta verso un nuovo amante, Escamillo, e Don Josè, beanchè consapevole fin dall’inizio dell’indole di Carmen, non accetta l’allontanamento e giura vendetta.

    Nell’ultimo atto Don Josè, sopraffatto dalla gelosia, pone fine a modo suo alla relazione tra Escamillo e Carmen che, incurante degli avvertimenti delle amiche, decide di incontrarlo, andando in realtà incontro alla morte. L’attenzione dello spettatore, per tutta la durata della scena, è catalizzata da una sorta di cassaforte collocata sullo sfondo del quadro: la serratura ha la forma di un cuore. Quando si raggiunge il clou della drammaticità la porta della cassaforte si apre e al suo interno troviamo una statua della Madonna da cui Don Josè estrae l’arma del delitto. Non è del tutto chiaro cosa abbia voluto dire Beppe De Tommasi con questo espediente, ma sicuramente un testimone di quel calibro sulla scena del crimine ha sortito l’effetto di amplificarne la tragicità.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Carmen (sop.) TIZIANA CARRARO
    Don Josè (ten.) ENRIQUE FERRER
    Micaela (sop.) ELENA ROSSI
    Escamillo (bar.) GEZIM MYSHKETA
    Frasquita (sop.) ESTHER ANDALORO
    Mercédès (m.s.) MONICA TAGLIASACCHI
    Il Dancaïre (bar.) DAVIDE ROCCA
    Il Remenado (ten.) MARCO VOLERI
    Zuniga (basso) VEIO TORCIGLIANI
    Moralès (bar.) LUCA LUDOVICI

     

    CARMEN

    Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy Musica di
    Georges Bizet

    Maestro Concertatore e Direttore d’orchestra
    Valerio Galli

    Regia e scene
    Beppe De Tomasi

    Disegno luci
    Jean Paul Carradori

    Maestro Del Coro
    Gianmario Cavallaro

    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro della Fondazione Teatro Coccia – Corpo di ballo Giovane Compagnia Dancehaus

  • Carmen // Teatro Coccia, Novara

    Carmen // Teatro Coccia, Novara

    CARMEN

    Musica: George Bizet
    Libretto: Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 30 marzo / 1 aprile 2012

    Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Beppe De Tomasi

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    Se è vero che dai titoli di testa lo spettatore può intuire quale sarà lo stile, il senso e il ritmo di un film, lo è ancor di più per l’arte che del cinema è un’antica e illustre antenata, l’opera, anticipata dalla sua overture. Solo che, in questo caso, la dichiarazione d’intenti non è solo quella espressa dal compositore; è una dichiarazione che viene riscritta ad ogni rappresentazione e si affianca a quella che era l’originale intenzione: è l’impronta del direttore d’orchestra.

    A luci spente e sipario abbassato ecco quindi che l’overture ci svela, attraverso i suoi celebri  temi, il tocco giovane e deciso di Valerio Galli, abile a gestire la dinamica dell’orchestra facendola risultare persino più grande di quella che la buca del Coccia può contenere: fraseggio ampio e intenso, toni smorzati all’occorrenza.

    Quando il sipario scorre ai lati del palcoscenico, il teatro è già immerso nella torrida atmosfera di Siviglia: un drappello di guardie assieme ad un gruppo di candide operaie preparano l’elettizzante entrata in scena di Carmen. Tiziana Carraro, scalza e perfettamente a proprio agio nei panni del personaggio, intona una delle arie più famose della storia dell’opera (Habanera) con sicurezza spavalda, in un continuo saliscendi dal grosso tavolo di legno posto al centro della scenografia, assecondando il bisogno di dinamicità imposto dalle scelte registiche.
    Sul finire della scena, Carmen lancia un fiore raccolto dallo sprovveduto Don Josè nel momento in cui è raggiunto da Micaela: la passione abbandona il palcoscenico assieme alla bella sigaraia e i due intonano un duetto più incline alla tenerezza, senza che l’intensità e il trasporto dell’interpretazione di Elena Rossi subiscano per questo alcuna incrinatura.

    Nel secondo atto – il contesto è l’osteria di Lillas Pastia – Carmen parla e danza con le amiche, circondate dagli avventori che fanno baldoria. L’azione si immobilizza sulle note che fanno presagire l’arrivo di Escamillo, il torero che incanta tutti (Carmen a parte) con la sua Votre toast je peux vous le rendre. Nell’interpretazione del baritono Gezim Myshketa sembra mancare, accanto ad una bella timbrica, quel pizzico di chiaroscuro che avrebbe permesso di trasmettere con maggior incisività il fascino del personaggio.  Subito dopo Don Josè, scontata la galera per aver aiutato Carmen a sfuggire all’arresto, dichiara il suo amore alla protagonista e passa così da gendarme a fuorilegge.

    Tra le montagne del terzo atto si sgretola l’amore effimero tra i Carmen e Don Josè: lo spirito indomito e libertino della donna l’ha già condotta verso un nuovo amante, Escamillo, e Don Josè, beanchè consapevole fin dall’inizio dell’indole di Carmen, non accetta l’allontanamento e giura vendetta.

    Nell’ultimo atto Don Josè, sopraffatto dalla gelosia, pone fine a modo suo alla relazione tra Escamillo e Carmen che, incurante degli avvertimenti delle amiche, decide di incontrarlo, andando in realtà incontro alla morte. L’attenzione dello spettatore, per tutta la durata della scena, è catalizzata da una sorta di cassaforte collocata sullo sfondo del quadro: la serratura ha la forma di un cuore. Quando si raggiunge il clou della drammaticità la porta della cassaforte si apre e al suo interno troviamo una statua della Madonna da cui Don Josè estrae l’arma del delitto. Non è del tutto chiaro cosa abbia voluto dire Beppe De Tommasi con questo espediente, ma sicuramente un testimone di quel calibro sulla scena del crimine ha sortito l’effetto di amplificarne la tragicità.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Carmen (sop.) TIZIANA CARRARO
    Don Josè (ten.) ENRIQUE FERRER
    Micaela (sop.) ELENA ROSSI
    Escamillo (bar.) GEZIM MYSHKETA
    Frasquita (sop.) ESTHER ANDALORO
    Mercédès (m.s.) MONICA TAGLIASACCHI
    Il Dancaïre (bar.) DAVIDE ROCCA
    Il Remenado (ten.) MARCO VOLERI
    Zuniga (basso) VEIO TORCIGLIANI
    Moralès (bar.) LUCA LUDOVICI

     

    CARMEN

    Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy Musica di
    Georges Bizet

    Maestro Concertatore e Direttore d’orchestra
    Valerio Galli

    Regia e scene
    Beppe De Tomasi

    Disegno luci
    Jean Paul Carradori

    Maestro Del Coro
    Gianmario Cavallaro

    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro della Fondazione Teatro Coccia – Corpo di ballo Giovane Compagnia Dancehaus

  • Bohème // Teatro Coccia, Novara

    Bohème // Teatro Coccia, Novara

    LA BOHÈME

    Musica: Giacomo Puccini
    Libretto: Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 10/12/14 febbraio 2012

    Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Vittorio Borrelli

    {gallery}concerti/boheme{/gallery}

    Le quinte del teatro, negli attimi che precedono la messa in scena di un’opera, celano un microcosmo che si rifiuta di sottostare alle regole del tempo: personaggi in costume si aggirano tra gli angusti corridoi, scalini e ballatoi di legno scricchiolano sotto il passeggiare blando di un attore che ripassa la parte, vocalizzi sopranili filtrano ovattati da dietro le pareti. L’atmosfera che si respira tra il viavai di cantanti, orchestrali e maestranze, non sembra essere diversa da quella che impregnava quei locali alla fine dell’Ottocento, quando il Teatro Coccia venne inaugurato. Al di là del sipario, velluti, ceselli e inserti di oro zecchino attendono solo che il pubblico prenda posto, prima che il maestro Giuseppe Acquaviva inizi a far rivivere la Bohéme, per l’occasione nell’allestimento del Teatro Regio di Torino.

    La tenda rossa svela alla sala una rivisitazione della storica scenografia firmata da Eugenio Guglielminetti: nelle intenzioni del grande scenografo, rendere adattabile l’impianto ad ogni palcoscenico grazie ad una pedana girevole sulla quale sono montati gli elementi che creano i tre ambienti dell’opera. Un cenno del direttore e siamo già nella soffitta parigina in cui Rodolfo e Marcello, scrittore e pittore squattrinati dediti alla vita bohemièn, si angustiano tanto per coltivare la propria arte quanto per raccimolare di che scaldarsi.

    I due amici sono presto raggiunti da Schaunard, musicista, e Colline, filosofo: i serrati scambi di battute del primo quadro sono permeati, nonostante la situazione non proprio idilliaca, da spensieratezza e humor, che raggiungerà l’apice all’entrata in scena di Benoît, il padrone di casa beffato dai quattro tra le risa soffocate del pubblico.

    Humor e versi scanzonati lasciano spazio al sentimento quando alla porta bussa Mimì, giovane fioraia in cerca di fuoco per riaccendere la candela. Rimasto solo, Rodolfo l’accoglie e il buio diventa il pretesto perchè le mani dei dui si sfiorino, dando il via a due delle arie più celebri del melodramma: Che gelida manina, se la lasci riscaldar, canta Rodolfo tracciando una sorta di autoritratto; Mi chiamo Mimì, risponde la neo-amata con lo stesso intento.

    Il secondo quadro si apre sulla scena corale dell Caffè Momus: le voci di venditori ambulanti, bambini e artigiani si intrecciano e sovrappongono dando vita, assieme all’orchestra, ad un dipinto d’ambiente in cui anche il pubblico sembra coinvolto, tanto è forte l’impatto scenico. Quando men vo‘, la celebre romanza in tempo di valzer intonata da Musetta vale alla raffinata soprano uno scrosciare di applausi entusiasti.

    La stupenda scenografia innevata del terzo atto fa da sfondo alla gelida decisione dei due amanti di lasciarsi: Mimì è malata di tisi e Rodolfo non ha i soldi per curarla; con la fine dell’inverno finitrà anche la loro storia d’amore.

    La soffitta dell’inizio è la cornice in cui si svolge l’ultimo, tragico, atto. Rodolfo e Marcello ripensano ai loro amori ormai lontani quando Colline e Schaunard rientrano con un pasto prelibato: un’aringa. La situazione si trasforma in gioco e i quattro amici si lasciandno andare a scherzi e danze (minuetto, pavanella, quadriglia, fandango): è la quiete prima della tempesta. Ad un tratto dalla porta entra Musetta trascinando Mimì morente, coi capelli sciolti e il volto emaciato (Fin dal camerino, durante il trucco prima del quarto atto, inizio a calarmi nella parte: mentre mi avvicino alla soffitta in un certo senso sto già morendo ci cofesserà Elena Rossi alla fine dello spettacolo). Nel disperato tentativo di trovare i soldi per curarla, Musetta e Colline vanno ad impegnare rispettivamente gioielli e zimarra (Vecchia zimarra senti/ io resto al pian, tu ascendere/ al sacro monte or devi) ma il gesto sarà vano, Mimì è ormai alla fine.
    I due innamorati hanno tempo per un ultimo duetto d’amore in cui rievocano la loro storia prima che la giovane protagonista spiri e il lamento straziato di Rodolfo faccia calare il sipario.

    L’irrompere inatteso della tragedia, in contrasto con l’atmosfera scapigliata e, appunto, bohemienne del quadro ambientato nella soffitta parigina, ci offre un esempio del genio pucciniano della melodia e dell’orchestrazione: l’ampio respiro delle arie e i colori screziatissimi dell’orchestra, uniti all’interpretazione intensa e brillante dei cantanti, fanno sì che lo spettacolo coinvolga e commuova chiunque tra il pubblico, dai cultori fino ai bambini che, certo, non hanno molta dimestichezza col linguaggio operistico.

     

    Incontriamo Mimì

    Mimì – ci ricorda Cesare G. Romana – è tra i personaggi di Bohème quello che meglio sintetizza le peculiarità della musica e della poetica pucciniane. Che in quest’opera tocca i vertici di compenetrazione tra atmosfere crepuscolari, umorismo, pathos spinto all’occorrenza fino al tragico, scanzonatezza, lirismo, pittura d’ambiente, romanticismo, comicità.

    Mimì è un’eroina tragica che esprime anchee i toni della commedia e del dramma borghese, e in questo senso rispecchia meglio degli altri personaggi l’indole particolarissima del repertorio pucciniano, che suole appunto spaziare dalla commedia alla tragedia all’interno di una stessa opera, mescolando in modo personalissimo spunti derivanti dall’Opéra comique e dall’Opéra lyrique francesi, dall’ultimissimo Verdi (Falstaff), dalla romanza da camera, dal romanticismo tedesco e austriaco, etc. Sempre però con un’autonomia inventiva e culturale che non si abbandona mai all’imitazione di modelli altrui.

    Dunque per interpretare Mimì occorre saper spaziare caratterialmente e localmente tra psicologie ben diverse, conoscendo il sorriso e la lacrima, il sospiro e l’ironia, l’innocenza e il disincanto.

    Ed infatti, proprio per l’intensità e la particolarità del ruolo e forse anchee per una sfida personale, Elena Rossici spiega come la parte di Mimì sia, assieme a quella di Violetta (Traviata), la sua prediletta: «Sono due personaggi appassionati della vita e dell’amore. E’ giusto, quasi un dovere, far rivivere le emozioni che un ruolo come Mimì ti permette di trasmettere. La lirica va svecchiata e alcune opere meglio di altre ti permettono di farlo: la Bohème è sicutamente tra queste».

    Compito arduo, dato che l’impegno della soprano per arrivare al risultato che abbiamo potuto apprezzare al Teatro Coccia, non è stato da poco: «Mi sono ispirata soprattutto a Mirella Freni: ho ascoltato e riascoltato i suoi nastri fino a memorizzarne ogni dettaglio, sono arrivata a conoscere esattamente i punti in cui prende fiato in una strofa o nell’altra». Una simile dedizione non può che portare ad una resa eccellente. Per questo motivo anch noi ci auguriamo, come Elena Rossi, che questa rappresentazione possa essere tenuta in vita ancora a lungo e portata ed esportata nei teatri italiani e non.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Mimì, Elena Rossi (soprano)
    Musetta, Maya Dashuk (soprano)
    Rodolfo, poeta, Niels Jørgen Riis (tenore)
    Marcello, pittore, Domenico Balzani (baritono)
    Schaunard, musicista, Francesco Paolo Vultaggio (baritono)
    Colline, filosofo, Andrea Mastroni (basso)
    Benoît, il padrone di casa / Alcindoro, consigliere di Stato, Luca Ludovici (baritono)
    Parpignol, venditore ambulante, Mauro Scalzini (tenore)
    Sergente dei doganieri, Gilles Armani (baritono)
    Doganiere, Pier Marco Viñas (basso)
    Il venditore di prugne di Tours, Filiberto Ricciardi (tenore)

     

    LA BOHÈME

    Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro del Teatro Coccia, diretto dal Maestro Gianmario Cavallaro
    Coro delle voci bianche dell’accademia di canto e musica da camera “M. Langhi”, diretto dal Mestro Alberto Veggiotti
    Regista: Vittorio Borrelli
    Bozzetti e figurini: Eugenio Guglielminetti
    Disegno luci: Jean Paul Carradori
    Scene: Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
    Costumi: Laura Viglioni
    Allestimento del Teatro Regio di Torino
    Produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Torino

     

     

     

  • Bohème // Teatro Coccia, Novara

    Bohème // Teatro Coccia, Novara

    LA BOHÈME

    Musica: Giacomo Puccini
    Libretto: Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

    Luogo: Teatro Coccia, Novara
    Data: 10/12/14 febbraio 2012

    Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Regista: Vittorio Borrelli

    {gallery}concerti/boheme{/gallery}

    Le quinte del teatro, negli attimi che precedono la messa in scena di un’opera, celano un microcosmo che si rifiuta di sottostare alle regole del tempo: personaggi in costume si aggirano tra gli angusti corridoi, scalini e ballatoi di legno scricchiolano sotto il passeggiare blando di un attore che ripassa la parte, vocalizzi sopranili filtrano ovattati da dietro le pareti. L’atmosfera che si respira tra il viavai di cantanti, orchestrali e maestranze, non sembra essere diversa da quella che impregnava quei locali alla fine dell’Ottocento, quando il Teatro Coccia venne inaugurato. Al di là del sipario, velluti, ceselli e inserti di oro zecchino attendono solo che il pubblico prenda posto, prima che il maestro Giuseppe Acquaviva inizi a far rivivere la Bohéme, per l’occasione nell’allestimento del Teatro Regio di Torino.

    La tenda rossa svela alla sala una rivisitazione della storica scenografia firmata da Eugenio Guglielminetti: nelle intenzioni del grande scenografo, rendere adattabile l’impianto ad ogni palcoscenico grazie ad una pedana girevole sulla quale sono montati gli elementi che creano i tre ambienti dell’opera. Un cenno del direttore e siamo già nella soffitta parigina in cui Rodolfo e Marcello, scrittore e pittore squattrinati dediti alla vita bohemièn, si angustiano tanto per coltivare la propria arte quanto per raccimolare di che scaldarsi.

    I due amici sono presto raggiunti da Schaunard, musicista, e Colline, filosofo: i serrati scambi di battute del primo quadro sono permeati, nonostante la situazione non proprio idilliaca, da spensieratezza e humor, che raggiungerà l’apice all’entrata in scena di Benoît, il padrone di casa beffato dai quattro tra le risa soffocate del pubblico.

    Humor e versi scanzonati lasciano spazio al sentimento quando alla porta bussa Mimì, giovane fioraia in cerca di fuoco per riaccendere la candela. Rimasto solo, Rodolfo l’accoglie e il buio diventa il pretesto perchè le mani dei dui si sfiorino, dando il via a due delle arie più celebri del melodramma: Che gelida manina, se la lasci riscaldar, canta Rodolfo tracciando una sorta di autoritratto; Mi chiamo Mimì, risponde la neo-amata con lo stesso intento.

    Il secondo quadro si apre sulla scena corale dell Caffè Momus: le voci di venditori ambulanti, bambini e artigiani si intrecciano e sovrappongono dando vita, assieme all’orchestra, ad un dipinto d’ambiente in cui anche il pubblico sembra coinvolto, tanto è forte l’impatto scenico. Quando men vo‘, la celebre romanza in tempo di valzer intonata da Musetta vale alla raffinata soprano uno scrosciare di applausi entusiasti.

    La stupenda scenografia innevata del terzo atto fa da sfondo alla gelida decisione dei due amanti di lasciarsi: Mimì è malata di tisi e Rodolfo non ha i soldi per curarla; con la fine dell’inverno finitrà anche la loro storia d’amore.

    La soffitta dell’inizio è la cornice in cui si svolge l’ultimo, tragico, atto. Rodolfo e Marcello ripensano ai loro amori ormai lontani quando Colline e Schaunard rientrano con un pasto prelibato: un’aringa. La situazione si trasforma in gioco e i quattro amici si lasciandno andare a scherzi e danze (minuetto, pavanella, quadriglia, fandango): è la quiete prima della tempesta. Ad un tratto dalla porta entra Musetta trascinando Mimì morente, coi capelli sciolti e il volto emaciato (Fin dal camerino, durante il trucco prima del quarto atto, inizio a calarmi nella parte: mentre mi avvicino alla soffitta in un certo senso sto già morendo ci cofesserà Elena Rossi alla fine dello spettacolo). Nel disperato tentativo di trovare i soldi per curarla, Musetta e Colline vanno ad impegnare rispettivamente gioielli e zimarra (Vecchia zimarra senti/ io resto al pian, tu ascendere/ al sacro monte or devi) ma il gesto sarà vano, Mimì è ormai alla fine.
    I due innamorati hanno tempo per un ultimo duetto d’amore in cui rievocano la loro storia prima che la giovane protagonista spiri e il lamento straziato di Rodolfo faccia calare il sipario.

    L’irrompere inatteso della tragedia, in contrasto con l’atmosfera scapigliata e, appunto, bohemienne del quadro ambientato nella soffitta parigina, ci offre un esempio del genio pucciniano della melodia e dell’orchestrazione: l’ampio respiro delle arie e i colori screziatissimi dell’orchestra, uniti all’interpretazione intensa e brillante dei cantanti, fanno sì che lo spettacolo coinvolga e commuova chiunque tra il pubblico, dai cultori fino ai bambini che, certo, non hanno molta dimestichezza col linguaggio operistico.

     

    Incontriamo Mimì

    Mimì – ci ricorda Cesare G. Romana – è tra i personaggi di Bohème quello che meglio sintetizza le peculiarità della musica e della poetica pucciniane. Che in quest’opera tocca i vertici di compenetrazione tra atmosfere crepuscolari, umorismo, pathos spinto all’occorrenza fino al tragico, scanzonatezza, lirismo, pittura d’ambiente, romanticismo, comicità.

    Mimì è un’eroina tragica che esprime anchee i toni della commedia e del dramma borghese, e in questo senso rispecchia meglio degli altri personaggi l’indole particolarissima del repertorio pucciniano, che suole appunto spaziare dalla commedia alla tragedia all’interno di una stessa opera, mescolando in modo personalissimo spunti derivanti dall’Opéra comique e dall’Opéra lyrique francesi, dall’ultimissimo Verdi (Falstaff), dalla romanza da camera, dal romanticismo tedesco e austriaco, etc. Sempre però con un’autonomia inventiva e culturale che non si abbandona mai all’imitazione di modelli altrui.

    Dunque per interpretare Mimì occorre saper spaziare caratterialmente e localmente tra psicologie ben diverse, conoscendo il sorriso e la lacrima, il sospiro e l’ironia, l’innocenza e il disincanto.

    Ed infatti, proprio per l’intensità e la particolarità del ruolo e forse anchee per una sfida personale, Elena Rossici spiega come la parte di Mimì sia, assieme a quella di Violetta (Traviata), la sua prediletta: «Sono due personaggi appassionati della vita e dell’amore. E’ giusto, quasi un dovere, far rivivere le emozioni che un ruolo come Mimì ti permette di trasmettere. La lirica va svecchiata e alcune opere meglio di altre ti permettono di farlo: la Bohème è sicutamente tra queste».

    Compito arduo, dato che l’impegno della soprano per arrivare al risultato che abbiamo potuto apprezzare al Teatro Coccia, non è stato da poco: «Mi sono ispirata soprattutto a Mirella Freni: ho ascoltato e riascoltato i suoi nastri fino a memorizzarne ogni dettaglio, sono arrivata a conoscere esattamente i punti in cui prende fiato in una strofa o nell’altra». Una simile dedizione non può che portare ad una resa eccellente. Per questo motivo anch noi ci auguriamo, come Elena Rossi, che questa rappresentazione possa essere tenuta in vita ancora a lungo e portata ed esportata nei teatri italiani e non.

     

    PERSONAGGI E INTERPRETI

    Mimì, Elena Rossi (soprano)
    Musetta, Maya Dashuk (soprano)
    Rodolfo, poeta, Niels Jørgen Riis (tenore)
    Marcello, pittore, Domenico Balzani (baritono)
    Schaunard, musicista, Francesco Paolo Vultaggio (baritono)
    Colline, filosofo, Andrea Mastroni (basso)
    Benoît, il padrone di casa / Alcindoro, consigliere di Stato, Luca Ludovici (baritono)
    Parpignol, venditore ambulante, Mauro Scalzini (tenore)
    Sergente dei doganieri, Gilles Armani (baritono)
    Doganiere, Pier Marco Viñas (basso)
    Il venditore di prugne di Tours, Filiberto Ricciardi (tenore)

     

    LA BOHÈME

    Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
    Orchestra Filarmonica Italiana
    Coro del Teatro Coccia, diretto dal Maestro Gianmario Cavallaro
    Coro delle voci bianche dell’accademia di canto e musica da camera “M. Langhi”, diretto dal Mestro Alberto Veggiotti
    Regista: Vittorio Borrelli
    Bozzetti e figurini: Eugenio Guglielminetti
    Disegno luci: Jean Paul Carradori
    Scene: Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
    Costumi: Laura Viglioni
    Allestimento del Teatro Regio di Torino
    Produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Torino