“Can you feel my heartbeat” sussura il predicatore solenne, sporto verso il pubblico, sorretto dalle mani dei fan devoti che premono contro il suo petto. Si sentiva, eccome, quel battito. Si tastava, con le dita, tra le prime file e si percepiva, fisicamente, fino alle ultime, spinte fino alla parete opposta di un Alcatraz sold out. Nick Cave, si sa, è ieratico, domina la folla col solo gesto di una mano e la fa vibrare a suo piacimento. Ma Cave è anche uno della folla, non ha paura di mescolarsi al pubblico, di partecipare ai suoi sussulti, aizzandolo come un condottiero carismatico al grido noise scatenato dai suoi Bad Seeds. E quando il muro sonoro si infrange ecco affiorare il lato più introspettivo di Cave, capace di picchi si estremo lirismo, che seducono con la profondità di una voce suadente.
L’attacco di We No Who U R è già di per sè sconvolgente: il pubblico è in balìa di Cave e pronto ad essere trasportato attraverso Jubilee Street nel vivo di una performance che lascerà il segno. Il crescendo noise arriva al climax sulle note finali del brano, quando la tensione viene sciolta dalle parole del cantante che invita i fotografi a lasciare le loro postazioni con un ironico “Arrivederci fotografi“.
E’ quindi la volta di Tupelo e Red Right Hand: “Rosso mano destra“, prova a tradurre, prima di lanciarsi in un balletto esplosivo che si intreccia con la linea sinuosa del flauto di Ellis.
Ecco quindi Mermaids e poi la celebre The Weeping Song che Cave introduce categorco “I fucking love thins song” prima di dare il via ad una versione superba del brano elevata dall’assolo distorto del violino.
Prima di appostarsi al pianoforte, Cave canta Her to Eternity e West Country Girl mentre gioca con una T-Shirt presa in prestito da un fan e invita il pubblico a non tirare il cavo del microfono, onde evitare di complicare la vita ai fonici. Into My Arms chiude il trittico suonato al piano, che permette a un Nick Cave in forma strabiliante di riprendere fiato prima di lanciarsi nella seconda parte del concerrto, in cui non si sarebbe risparmiato, regalando al pubblico ogni goccia del suo sudore.
Sulle note di Higgs Boson Blues Cave si toglie la giacca: è il segnale, si sta per entrare nel vivo del live. Ed infatti, camicia nera slacciata e braccia allargate, nelle strofe centrali del brano offre il petto al pubblico concedensosi fisicamente ed affidandosi totalmente all supporto delle loro mani: è qui che il concerto tocca il suo punto più alto, nella totale empatia e compenetrazione tra performer e platea, una sorta di rituale religioso che si innesca in modo del tutto spontaneo.
Seguono The Mercy Seat e Stagger Lee, più lenta, ma non meno sofferta dell’originale, polvere da sparo seminata tra il pubblico, pronta ad esplodere. La chiusura fittizia del concerto è affidata a Push the Sky Away, ma ovviamente Nick Cave non avrebbe potuto lasciare l’Alcatraz senza dare ai fan quello che volevano, senza riempire ancora per qualche minuto le loro orecchie della musica di cui avevano bisogno; saranno quattro i bis: We Real Cool, Deanna, Do You Love Me? e Papa Won’t Leave You vengono portate a compimento con la stessa energia con cui il concerto era iniziato, un’apoteosi di emozioni, sensazioni, umori che solo un grande, immenso artista come Cave è in grado di regalare.
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