Autore: Marco Signorelli

  • Jesus Christ Superstar // Teatro Arcimboldi Milano

    Jesus Christ Superstar // Teatro Arcimboldi Milano

    Teatro Arcimboldi Milano

    Quando Ted Neeley morì e resuscitò per la prima volta, artisticamente parlando, aveva meno di trent’anni, e forse non si rendeva nemmeno conto che lui, Yvonne Elliman, Carl Anderson e tutti gli altri, cantando in abiti hippy su melodie rock composte da un semisconosciuto poco più che ventenne di nome Andrew Lloyd Webber, stavano dando vita a uno degli eventi che avrebbe cambiato per sempre la storia del musical, se non la rappresentazione di Gesù nell’immaginario collettivo.

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  • La galoppata Brit dei Blur conquista Milano

    La galoppata Brit dei Blur conquista Milano

    Della guerra del Britpop saprete già tutto, basta una ricerca su Google per rivivere quei giorni di metà anni Novanta, quando Blur e Oasis si sfidavano a colpi di singoli in uscita lo stesso giorno, e Noel Gallagher augurava a Damon Albarn di morire di Aids.

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  • Paul McCartney all’Arena di Verona

    Paul McCartney all’Arena di Verona

    AMAmusic

    Questa volta sono preparato, non posso più soffrire dell’emozione della prima volta, Paul McCartney live non è più una novità per me, il palco è lo stesso dell’On the Run Tour, giuro che resisterò e non frignerò come un bimbo il primo giorno di scuola quando vede la mamma allontanarsi.

     

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  • David Bowie is…David Bowie

    David Bowie is…David Bowie

    Il rischio di cadere nel luogo comune quando si parla di David Bowie è altissimo. Vorrei cercare di andare al di la della solita definizione di artista camaleontico, dalle mille sfaccettature e mille identità, ecc., e concentrarmi invece solo su questa esibizione, che a Londra è vissuta come un evento irripetibile. A testimoniarlo il numero di prenotazioni: ben prima dell’inaugurazione sono terminati i biglietti acquistabili online per i primi mesi, e da oggi all’11 agosto, giorno di chiusura, non c’è più un solo ingresso disponibile. L’unico modo per tentare di entrare nel mondo di David Bowie is (questo il nome scelto dai curatori) è quello di svegliarsi presto, magari un giorno infrasettimanale, e mettersi in coda un’oretta prima dell’apertura dei portoni del Victoria and Albert Museum (le 10 in punto). Quotidianamente infatti viene messo a disposizione un piccolo numero di biglietti sottratti alla vendita online, ma la domanda è altissima, dunque occorre fare presto e giocare d’anticipo.

    Raramente mi è capitato di assistere a un tale fenomeno di euforia collettiva per una mostra. Potere della pubblicità che tappezza ogni vetrina, ogni rivista e ogni stazione dell’Underground o al mondo esistono più fan di Bowie di quanto immaginassi? Difficile rispondere, ma di certo al V&A hanno fatto centro. Perfetta anche la tempistica, quasi sospetta.

    A fine agosto, dopo mesi di inattività, David Bowie pubblica un post sul proprio profilo Facebook precisando di non avere partecipato in alcun modo all’allestimento, ma di essersi limitato a concedere ai curatori accesso al proprio archivio privato. Poi inizia la pubblicità, in autunno la copertina di Aladdin Sane, scelta come emblema dell’evento, è un po’ dappertutto. A gennaio, contestualmente con l’uscita del singolo Where Are We Now?, viene annunciato il nuovo album, The Next Day, che vede la luce il 12 marzo, dieci anni dopo Reality, il suo ultimo lavoro in studio, e undici giorni prima del vernissage, che avviene in un clima di grande attesa e curiosità.

    Il prezzo del biglietto, 14 sterline, è in linea con le altre esibizioni temporanee del V&A, adeguato agli sforzi creativi e tecnici dello staff, e comprende un’audioguida dinamica, connessa via wireless a una serie di trasmettitori posti lungo il percorso, che cambiano automaticamente la traccia a seconda della propria posizione e di ciò che si sta osservando.

    La mostra è strutturata principalmente in ordine cronologico, dalla nascita in un vicolo della Brixton post seconda guerra mondiale a oggi, passando per le scorribande spaziali del Maggiore Tom, la nascita e la morte di Ziggy Stardust, Berlino, gli anni Ottanta, le apparizioni cinematografiche e tutto ciò che è stato rilevante nella carriera di un artista che probabilmente è stato più rivoluzionario dei rivoluzionari.

    Alla fine degli anni Sessanta, quando tutta la musica rock spingeva verso la spontaneità portata ai suoi estremi, come se lo spogliarsi di ogni orpello fosse l’unica via percorribile per offrire profondità e onestà intellettuale, Davide Bowie prendeva un’altra strada, quella della messa in scena dichiarata, delle maschere, dei costumi, delle identità destinate ad affermarsi e poi sparire per lasciare spazio a un nuovo mondo, della ricerca continua di nuovi se stessi, pur con il pericolo di creare confusione tra il proprio io e la sua rappresentazione. Emblematico in questo senso il video The Mask, in cui un 22enne Bowie mima proprio il rischio di non riuscire più a levarsi dal volto la maschera indossata per compiacere il pubblico.

    La collezione esposta nei corridoi e nelle teche è ricca, e per una visita non superficiale richiede almeno due ore e mezza, durante le quali si possono ammirare rarità come i testi scritti a mano di brani come Starman, Life on Mars e Rock ‘n’ Roll Suicide, bozzetti delle copertine dei suoi album, spesso auto prodotti e frutto della sua fantasia, così come molte scenografie dei suoi concerti, retaggio della sua passione per il teatro, oltre a performance live inedite o poco conosciute (ipnotica la versione di The Man Who Sold The World al Saturday Night Live del 1979, con la partecipazione di Klaus Nomi), e, ovviamente, decine di costumi, significativi quanto la sua produzione musicale.

    E’ difficile dire se il mito di Bowie avrebbe raggiunto certe dimensioni se si fosse limitato a indossare un jeans e una maglietta negli ultimi 45 anni, ma si può affermare senza possibilità di smentita che per lui l’abito è sempre stato parte del messaggio, quando non il messaggio stesso. La sua apparizione a Top of The Pops nel 1972, con tuta variopinta ispirata nel taglio ad Arancia Meccanica, stivali rossi e look androgino è ricordato come un evento mediatico che ha colpito come uno schiaffo al volto l’Inghilterra più tradizionalista, e stimolato la fantasia dei giovani allora sintonizzati sulla BBC. Perché in un periodo in cui ormai tutti potevano farsi crescere i capelli senza dare nell’occhio, per ribellarsi ad autorità e genitori bisognava giocare altre carte, come quella della confusione dei generi sessuali.

    Sotto il tetto del Victoria and Albert Museum in questi giorni ci sono molti dei costumi che hanno scandito il viaggio di un artista che per decenni ha influito direttamente o indirettamente su chi è venuto dopo di lui, e che a volte non ha saputo, o voluto, riconoscere la paternità della propria ispirazione.

    Cercare di racchiudere tutto ciò che David Bowie è e rappresenta fra quattro mura non dev’essere stato semplice, ma il risultato è eccellente, così come geniale è la scelta del titolo.

    David Bowie is: la frase concludetela voi, se pensate che esista un aggettivo o un’espressione non limitante per il soggetto in questione.

     

  • The Phantom of the Opera, quintessenza del West End

    The Phantom of the Opera, quintessenza del West End

    Diciamo le cose come stanno: la Gioconda non è certo il migliore dei pezzi esposti al Louvre. Ha una storia interessante, cela enigmi irrisolvibili, ma nello stesso edificio credo si possa trovare di meglio. Eppure in nessun’altra sala del museo, davanti a nessun’altra opera c’è la stessa ressa, lo stesso numero di turisti (con nutritissima rappresentanza di giapponesi) che sgomitano per farsi fotografare davanti a un quadro che hanno già visto milioni di volte stampato su libri e giornali. Perché?

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  • Loserville // In scena a Londra il musical James Bourne e Elliot Davis

    Loserville // In scena a Londra il musical James Bourne e Elliot Davis

    LOSERVILLE

    Luogo: Garrick Teatre, London
    Data: 28 dicembre 2012
    Voto: 5.5

    So che sulle pagine di AMAmusic siete abituati ad altre recensioni, concerti rock, pop, jazz, magari anche opera, ma si dà il caso che per un po’ di tempo vivrò a Londra, uno dei poli mondiali di un genere che adoro, il musical, dunque mi sono chiesto: «perché non azzardare qualche recensione?». Ovviamente la mia risposta è stata «perché no?», in fondo anche cercando sul web è molto più difficile reperire informazioni su questo tipo di spettacolo, soprattutto sulle novità, che non sul concerto della rock star di turno, perciò eccomi qua.

    Dal giorno del mio arrivo a Londra sono stato incuriosito dallo spazio pubblicitario concesso nelle stazioni della metropolitana a Loserville, una rappresentazione inedita firmata dal giovanissimo musicista inglese James Bourne e dal compositore Elliot Davis.

    Passiamo rapidamente alla storia, che le locandine presentano come un mix tra Grease, Glee e The Big Bang Theory, tutti paragoni molto impegnativi. Siamo all’inizio degli anni ’70, nel classico liceo anglosassone, tra bulli, pupe e nerd con la passione per Star Trek e per i primi personal computer. Tutto nasce proprio da qui, dal desiderio di un ragazzo di cambiare il mondo, e di trasformarsi da secchione imbranato a celebrità. Il suo progetto è ambizioso: permettere a due computer di comunicare tra loro, ossia inviare la prima email della storia. Sulla sua strada non mancheranno difficoltà, amori e amicizie adolescenziali non sempre facili da gestire.

    Questa in parole povere la trama messa in scena nel piccolo teatro Garrick, a due passi da Leicester Square. La scenografia è minimalista ma ben studiata, fatta di cambi di scena rapidissimi e sagome di cartone che simulano un mondo che vuole essere semplice e leggero come la gioventù dei protagonisti e di un passato non ancora appesantito dalle angosce odierne, in cui il più grande sogno di una ragazza può essere ancora diventare la prima astronauta donna.

    Sicuramente il dinamismo e la freschezza degli attori sono le note più liete di questo musical, che non ha niente a che vedere con rappresentazioni maestose come il pluricelebrato Wicked, in cui la complessità della vicenda è seconda solo alla ricchezza di effetti speciali, coreografia e scenografia. Anche i temi musicali sono tutto sommato essenziali e ripetitivi, seppur gradevoli. La storia si sviluppa in modo prevedibile e senza colpi di scena dall’inizio alla fine, raccontando l’avventura del protagonista principale, di aiutanti e antagonisti, concedendo a ognuno il proprio spazio canoro, senza grandi picchi emozionali, né virtuosismi vocali. Meritano una citazione We are not alone e soprattutto Ticket Outta Loserville, che compaiono sul finire del primo atto, e non a caso vengono ripresi più volte come temi conduttori anche nella seconda parte, quando, come da tradizione, le cose si complicano, tutto sembra compromettersi per l’eroe, ma alla fine la situazione si risolve, e tutti possono gioire felici e festeggiare l’avvento di un mondo migliore.

    Nessuno si aspettava il pathos del Fantasma dell’Opera o la drammaticità dei Miserabili, ma il cast, comunque bravo e preparato (alcuni di loro da queste parti sono molto conosciuti per avere preso parte a serie tv o altre produzioni locali) poteva essere messo maggiormente alla prova da una scaletta povera di mordente, troppo lineare, priva di momenti di discontinuità. Presentarlo come una sorta di nuovo Grease è non solo eccessivo ma addirittura oltraggioso. Ciò di cui davvero si sente la mancanza è un crescendo musicale all’altezza che segua lo sviluppo narrativo, pensate ad esempio, per continuare nel parallelo, all’esplosione di You’re the One That I Want. Qui non c’è niente di tutto ciò, purtroppo l’evoluzione sonora è prevedibile quanto la vicenda, e non c’è neanche un tema conclusivo inedito, bensì l’ennesima reprise di Ticket Outta Loserville.

    In generale il prodotto non è noioso, è piacevole e spensierato, le due ore scorrono e non vi ritroverete spesso a guardare l’orologio, ma dubito che qualche brano passerà alla storia o che Loserville resterà in scena per anni. Se avete voglia di un momento di svago, lieve come una commedia americana una sera d’estate, allora mettetevi pure in coda, se, al contrario, cercate un nuovo classico, o volete vedere che cosa è in grado di offrire la produzione artistica del West End londinese, è meglio che frequentiate altre platee.

  • Loserville // In scena a Londra il musical James Bourne e Elliot Davis

    Loserville // In scena a Londra il musical James Bourne e Elliot Davis

    www.magic.co.uk

    So che sulle pagine di AMAmusic siete abituati ad altre recensioni, concerti rock, pop, jazz, magari anche opera, ma si dà il caso che per un po’ di tempo vivrò a Londra, uno dei poli mondiali di un genere che adoro, il musical, dunque mi sono chiesto: «perché non azzardare qualche recensione?». Ovviamente la mia risposta è stata «perché no?», in fondo anche cercando sul web è molto più difficile reperire informazioni su questo tipo di spettacolo, soprattutto sulle novità, che non sul concerto della rock star di turno, perciò eccomi qua.

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  • Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    ALANIS MORISETTE

    www.alanis.com

    Luogo: Ippodromo, Milano
    Data: 18 luglio 2012
    Evento: Tour 2012

    Correvano gli anni Novanta, Kurt Cobain ci aveva lasciato da poco, in Europa si affermavano nuovi fenomeni pop destinati, nelle loro diverse declinazioni, a prendersi la scena, mentre a Seattle si continuava a suonare, ma il movimento grunge si era già lasciato alle spalle il suo periodo d’oro.

    Più a sud, a Los Angeles, una ragazza canadese poco più che ventenne provava a emergere in quel mondo che frequentava già da un po’, ma che non le aveva ancora regalato grandi soddisfazioni. E’ in questo contesto che nel 1995 viene pubblicato Jagged Little Pill, primo album di successo di Alanis Morissette, che conquista rapidamente il favore del pubblico e dà il via alla scalata dell’artista dal ruolo di semisconosciuta a quello di rockstar. Un timbro riconoscibile, testi espliciti, sonorità trasmissibili anche dalle radio, un uso sapiente dei videoclip e tanta grinta ne favoriscono l’ascesa, e la aiutano a ritagliarsi il suo spazio in un decennio povero di grandi personalità femminili.

    Diciassette anni dopo sono tra gli spettatori all’Ippodromo di San Siro, dove la Morissette si ripropone ai milanesi a quattro anni di distanza dall’ultima apparizione italiana, con qualche settimana d’anticipo rispetto all’uscita del suo nuovo lavoro Havoc and Bright Lights.

    Le luci si spengono con tre quarti d’ora di ritardo, ma una signora val bene l’attesa, soprattutto se l’oscurità può essere funzionale allo spettacolo (non sarà così). La band prende posizione e inizia a suonare l’intro di I Remain, quando arriva la voce da dietro le quinte. E’ solo un assaggio, il brano si interrompe, i riflettori esplodono e con lo stesso fragore, sulle note di Woman Down, fa il suo ingresso Alanis: sorriso sulle labbra, pantaloni glitterati, canottiera bianca e gilet nero.

    Inizia a macinare chilometri, da un lato all’altro del palco, con lo sguardo sempre rivolto al pubblico, come i bravi attori. La mia attenzione, come sempre all’inizio di un concerto, è più sul quadro generale e sulle movenze dell’artista che sulla performance canora. Il flusso musicale è continuo, sicuro, senza sussulti, non sento niente di strano, ed è proprio questa mancanza di alti e bassi che già alla terza canzone insinua nella mia mente un dubbio che si fa subito insistente, ma che al momento tento di reprimere.

    Continuo a pormi le stesse domande durante You Learn e il nuovo singolo Guardian, per il quale la ragazza di Ottawa imbraccia una chitarra elettrica. La voce c’è, è precisa, quasi perfetta, il volume è costante, perfino quando scosta la bocca dal microfono per cambiare accordo non c’è mai un calo. Anche i cori sovrapposti sono altrettanto impeccabili (non ci sono altri vocalist). Potrei anche aver assistito a un’esibizione ineccepibile, nonché al lavoro altrettanto magistrale di un tecnico del suono capace di aggiungere e togliere effetti in tempo reale senza la minima sbavatura, ma il sospetto che in realtà i meriti siano da attribuire quanto meno a un piccolo aiuto registrato mi resta.

    Seguono Flinch, Forgiven ed Hands Clean, prima della seconda parte di I Remain. In generale lo show non si contraddistingue per originalità, la protagonista ripete sempre lo stesso movimento, cammina da destra a sinistra, da sinistra a destra, sorride, e ogni tanto concede alla platea un “thank you so much”, niente di più. I musicisti alle sue spalle provano a dare un po’ di movimento: da citare le scrollate di capo del tastierista Michael Farrell e le piroette del bassista Cedryc Lemoyne, che oltre a svolgere il suo compito, mi accorgo, riscuote consensi tra il pubblico femminile.

    La svolta arriva con Ironic, quando finalmente riesco a interrompere i miei tentativi un po’ maliziosi di cogliere ogni minima asincronia per avvalorare la mia tesi. Adesso finalmente c’è l’interpretazione, non solo l’esecuzione, ci sono variazioni melodiche, e la grande partecipazione della folla quando Alanis gira il microfono verso di noi. Posso rilassarmi e godermi la musica, che da questo punto in poi cambia e diventa più umana, in linea con quello che ci si aspetta da un live. Dopo è la volta di un’altra novità, Havoc, prima di

    Head Over Feet, 21 Things I Want in a Lover e di una nuova ondata d’entusiasmo scatenata da You Oughta Know.

    Chiude la scaletta, prima dei bis, Numb, che culmina in un headbanging che per un breve istante mostra quel lato indisciplinato della Morissette che colpiva all’inizio della sua carriera, e del quale ora è rimasto poco. A volte l’esuberanza giovanile si trasforma in carisma e autorevolezza, altre più semplicemente svanisce per lasciare solo il ricordo.

    Dopo i finti saluti due bis: Hand In My Pocket e Uninvited, un’altra breve pausa e la conclusione con Thank You, ringraziamento finale dopo un’ora e mezza fin troppo ordinaria.

  • Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    Alanis Morrissette // Live @ Ippodromo di Milano

    Correvano gli anni Novanta, Kurt Cobain ci aveva lasciato da poco, in Europa si affermavano nuovi fenomeni pop destinati, nelle loro diverse declinazioni, a prendersi la scena, mentre a Seattle si continuava a suonare, ma il movimento grunge si era già lasciato alle spalle il suo periodo d’oro.

    Più a sud, a Los Angeles, una ragazza canadese poco più che ventenne provava a emergere in quel mondo che frequentava già da un po’, ma che non le aveva ancora regalato grandi soddisfazioni. E’ in questo contesto che nel 1995 viene pubblicato Jagged Little Pill, primo album di successo di Alanis Morissette, che conquista rapidamente il favore del pubblico e dà il via alla scalata dell’artista dal ruolo di semisconosciuta a quello di rockstar. Un timbro riconoscibile, testi espliciti, sonorità trasmissibili anche dalle radio, un uso sapiente dei videoclip e tanta grinta ne favoriscono l’ascesa, e la aiutano a ritagliarsi il suo spazio in un decennio povero di grandi personalità femminili.

    Diciassette anni dopo sono tra gli spettatori all’Ippodromo di San Siro, dove la Morissette si ripropone ai milanesi a quattro anni di distanza dall’ultima apparizione italiana, con qualche settimana d’anticipo rispetto all’uscita del suo nuovo lavoro Havoc and Bright Lights.

    Le luci si spengono con tre quarti d’ora di ritardo, ma una signora val bene l’attesa, soprattutto se l’oscurità può essere funzionale allo spettacolo (non sarà così). La band prende posizione e inizia a suonare l’intro di I Remain, quando arriva la voce da dietro le quinte. E’ solo un assaggio, il brano si interrompe, i riflettori esplodono e con lo stesso fragore, sulle note di Woman Down, fa il suo ingresso Alanis: sorriso sulle labbra, pantaloni glitterati, canottiera bianca e gilet nero.

    Inizia a macinare chilometri, da un lato all’altro del palco, con lo sguardo sempre rivolto al pubblico, come i bravi attori. La mia attenzione, come sempre all’inizio di un concerto, è più sul quadro generale e sulle movenze dell’artista che sulla performance canora. Il flusso musicale è continuo, sicuro, senza sussulti, non sento niente di strano, ed è proprio questa mancanza di alti e bassi che già alla terza canzone insinua nella mia mente un dubbio che si fa subito insistente, ma che al momento tento di reprimere.

    Continuo a pormi le stesse domande durante You Learn e il nuovo singolo Guardian, per il quale la ragazza di Ottawa imbraccia una chitarra elettrica. La voce c’è, è precisa, quasi perfetta, il volume è costante, perfino quando scosta la bocca dal microfono per cambiare accordo non c’è mai un calo. Anche i cori sovrapposti sono altrettanto impeccabili (non ci sono altri vocalist). Potrei anche aver assistito a un’esibizione ineccepibile, nonché al lavoro altrettanto magistrale di un tecnico del suono capace di aggiungere e togliere effetti in tempo reale senza la minima sbavatura, ma il sospetto che in realtà i meriti siano da attribuire quanto meno a un piccolo aiuto registrato mi resta.

    Seguono Flinch, Forgiven ed Hands Clean, prima della seconda parte di I Remain. In generale lo show non si contraddistingue per originalità, la protagonista ripete sempre lo stesso movimento, cammina da destra a sinistra, da sinistra a destra, sorride, e ogni tanto concede alla platea un “thank you so much”, niente di più. I musicisti alle sue spalle provano a dare un po’ di movimento: da citare le scrollate di capo del tastierista Michael Farrell e le piroette del bassista Cedryc Lemoyne, che oltre a svolgere il suo compito, mi accorgo, riscuote consensi tra il pubblico femminile.

    La svolta arriva con Ironic, quando finalmente riesco a interrompere i miei tentativi un po’ maliziosi di cogliere ogni minima asincronia per avvalorare la mia tesi. Adesso finalmente c’è l’interpretazione, non solo l’esecuzione, ci sono variazioni melodiche, e la grande partecipazione della folla quando Alanis gira il microfono verso di noi. Posso rilassarmi e godermi la musica, che da questo punto in poi cambia e diventa più umana, in linea con quello che ci si aspetta da un live. Dopo è la volta di un’altra novità, Havoc, prima di

    Head Over Feet, 21 Things I Want in a Lover e di una nuova ondata d’entusiasmo scatenata da You Oughta Know.

    Chiude la scaletta, prima dei bis, Numb, che culmina in un headbanging che per un breve istante mostra quel lato indisciplinato della Morissette che colpiva all’inizio della sua carriera, e del quale ora è rimasto poco. A volte l’esuberanza giovanile si trasforma in carisma e autorevolezza, altre più semplicemente svanisce per lasciare solo il ricordo.

    Dopo i finti saluti due bis: Hand In My Pocket e Uninvited, un’altra breve pausa e la conclusione con Thank You, ringraziamento finale dopo un’ora e mezza fin troppo ordinaria.

  • Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds

    Luogo: Alcatraz, Milano
    Data: 28 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 5

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    Inizio dalla fine. I concerti di Paul McCartney durano quasi tre ore, quello di Noel Gallagher una e mezzo, e chi ha visto più live degli Oasis mi spiega che era un’abitudine dei fratellini anche quando suonavano insieme. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vederli dal vivo perché l’unica volta che ho acquistato un biglietto hanno deciso di sciogliersi due giorni prima, mandando a monte le ultime due date senza preoccuparsi troppo dei fan. Pazienza, questo non sarebbe di per sé un grande problema se alla durata dimezzata dell’evento corrispondesse almeno metà del talento dell’ex Beatle (che Noel ha seguito in prima fila la sera prima), ma è forse ridondante puntualizzare che non è questo il caso, sebbene non si riesca proprio a liberarsi di certi paragoni blasfemi.

    Concentriamoci quindi su quello che è successo in quell’ora e mezza. Si parte con It’s Good to Be Free, b-side di Whatever, ripescata dal lontano 1994. Una sfumatura revival per una serata che sarà necessariamente all’insegna della nuova avventura dei Noel Gallagher’s High Flying Birds e dell’album omonimo, primo da solista dopo la rottura con l’altra metà degli Oasis. La traccia iniziale Everybody’s on the Run è la numero tre in scaletta, e constato che il cd (o suoi derivati…) deve avere venduto parecchio, perché la maggior parte dei presenti conosce già a memoria i testi. A tal proposito esprimo solo un rapido giudizio sull’intera opera, che a differenza di quanto fatto da Liam con i Beady Eye in Different Gear, Still Speeding è un po’ più fedele alle vecchie sonorità, meno ispirato da influenze esterne e magari complessivamente più monotono, ma è più personale e ha un’identità meglio definita. Torniamo al concerto. Nove brani su venti sono tratti dal già citato album, purtroppo resta fuori l’interessante Stop the Clocks, peccato. Ci sono invece altre due produzioni post Oasis ma escluse dalla tracklist: Freaky Teeth e The Good Rebel.

    Per soddisfare i nostalgici e i supporter di lungo corso viene proposta una versione acustica della classica Wonderwall, che l’ex ragazzo di Manchester prova ad aggiornare variando la linea vocale di alcuni versi. Il risultato è apprezzabile, ma in fondo lo sforzo è inutile, non c’è nessuno da convincere, il pezzo è già un tassello inamovibile della storia del pop. Supersonic è un altro balzo indietro nel tempo, e un regalo accolto con gioia dai presenti, che a un certo punto iniziano a inneggiare agli Oasis, circostanza che immagino non faccia piacere più di tanto a colui che ha deciso di interrompere da un giorno all’altro quell’avventura.

    C’è chi indossa la maglia del Manchester City, squadra di cui i Gallagher sono tifosi, un gruppo nutrito lancia un coro pro Balotelli (improvvisamente diventato simpatico a tutti), e la risposta è la dedica di AKA… What a Life! proprio al giovane calciatore italiano emigrato in Inghilterra.

    Noel gradisce meno la continua richiesta di The Masterplan, che resterà insoddisfatta, nonostante l’insistenza del pubblico che riceve in risposta una battuta: «Volete The Masterplan? Potete comprarla su iTunes, costa un euro…».

    Dopo un’ora e un quarto c’è la consueta pausa che precede l’immancabile bis, l’atto conclusivo del concerto, che coincide anche con quello più intenso: Little By Little, The Importance of Being Idle, e poi un finto sondaggio per decidere con quale canzone congedare tutti. In realtà la scelta à già caduta su Don’t Look Back in Anger, preceduta dai ringraziamenti e dai saluti. Appena suonata l’ultima nota Noel e colleghi spariscono dietro le quinte, lasciando la folla un po’ perplessa, i più restii ad abbandonare la loro postazione restano immobili con gli occhi fissi sul palco per qualche minuto, invocando un ritorno in scena che non avverrà.

    «Aò, ma so venuto da Roma pe’ un’ora e mezzo?» dice un ragazzo lasciando il locale, «ma anche gli Oasis facevano sempre così», lo rassicurano altri. Per quanto mi riguarda tutto sommato non mi dispiace che sia finito tutto, e non solo perché qualcuno ha appena deciso di lanciare una lattina di birra lavando il sottoscritto e non solo. La discografia degli Oasis permetterebbe di allestire show di alto livello, ma un po’ per pubblicizzare il recente disco, un po’ per non ricalcare il passato, il risultato di questa data milanese è un prodotto ripetitivo, poco coinvolgente, senza cambi di ritmo degni nota, la sensazione alla fine è quasi quella di avere ascoltato la stessa traccia per novanta minuti. A questo si potrebbe aggiungere la totale assenza di scenografia, fatta eccezione per qualche gioco di luce. Un’ultima nota la merita lo staff dell’Alcatraz di Milano, censurabile per la tolleranza nei confronti del divieto di fumo nei locali pubblici costantemente violato. Capisco che non sia semplice farsi largo tra centinaia di giovani accalcati ed esaltati, ma almeno ci si potrebbe provare.