Autore: Marco Signorelli

  • Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds // Concerto @ Alcatraz Milano 2011

    Noel Gallagher’s High Flying Birds

    Luogo: Alcatraz, Milano
    Data: 28 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 5

    Inizio dalla fine. I concerti di Paul McCartney durano quasi tre ore, quello di Noel Gallagher una e mezzo, e chi ha visto più live degli Oasis mi spiega che era un’abitudine dei fratellini anche quando suonavano insieme. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vederli dal vivo perché l’unica volta che ho acquistato un biglietto hanno deciso di sciogliersi due giorni prima, mandando a monte le ultime due date senza preoccuparsi troppo dei fan. Pazienza, questo non sarebbe di per sé un grande problema se alla durata dimezzata dell’evento corrispondesse almeno metà del talento dell’ex Beatle (che Noel ha seguito in prima fila la sera prima), ma è forse ridondante puntualizzare che non è questo il caso, sebbene non si riesca proprio a liberarsi di certi paragoni blasfemi.

    (altro…)

  • Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Sotto il palco

    Questa non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.

    L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.

    Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.

    Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.

    Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.

    Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.

    Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.

    Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).

    Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.

    Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.

    Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.

    La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.

    Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.

    L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.

     

    Leggi il live report + scaletta


     

  • Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Paul McCartney live @ Forum di Assago – Milano 2011

    Sotto il palco

    Questa non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.

    L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.

    Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.

    Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.

    Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.

    Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.

    Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.

    Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).

    Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.

    Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.

    Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.

    La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.

    Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.

    L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.

     

    Leggi il live report + scaletta


     

  • Tori Amos incanta il Teatro degli Arcimboldi

    Tori Amos incanta il Teatro degli Arcimboldi

    TORI AMOS

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano
    Data: 7 ottobre 2011
    Evento:Tour 2011
    Voto: 8


    Drappi di velluto spiovono sul palco, luci blu soffuse, un lampadario a candelabro sovrasta un pianoforte a coda e una tastiera. In mezzo, su quella panca, destinata a una serata tutt’altro che tranquilla, tra poco ci sarà lei. Prima mezz’ora di intrattenimento con il giovane cantautore Mark Hole, poi si comincia.

    Nella penombra prende posto il quartetto d’archi, unico accompagnamento strumentale, e dopo una breve introduzione appare Tori Amos, anticipata dal brusio della galleria che ha già adocchiato dall’alto i boccoli rossi che ricadono su un abito giallo canarino.

    Un inchino d’ordinanza, gli applausi, poi le mani iniziano a muoversi sui tasti e a battere le note di Shattering Sea, prima traccia di Night of Hunters, l’ultima fatica della cantautrice americana, un concept album da lei stessa definita un «lavoro contemporaneo che consiste in un ciclo di canzoni ispirate ai temi della musica classica, usato per raccontare una storia moderna». La vicenda in questione è quella di una ragazza che vive la fine di una storia d’amore, e dopo una notte di dolore riesce a ritrovare se stessa e la forza di rialzarsi.

    Come si potrà immaginare le atmosfere sono lontane dai brani della discografia più nota dell’artista, a tratti sono cupe come il cielo della Cornovaglia nei giorni più umidi (non è forse un caso che da qualche anno la Amos viva e registri proprio da quelle parti), ma a volte basta una frase brillante a riportare luce, colore e speranza.

    La voce è argentina come sempre, il carisma immutato, le esecuzioni ai limiti della perfezione. Sempre in bilico sulla sua seduta, divisa tra le due tastiere, a volte ammicca al pubblico, altre si racchiude in una relazione quasi estatica con il suo strumento, mentre alterna pezzi recenti alle classiche Winter, Suede, Pretty Good Year, Little Earthquakes.

    Le luci seguono in modo altrettanto impeccabile l’evoluzione dello spettacolo: un cielo stellato si accende sullo sfondo, un’esplosione di colore illumina a giorno il palco con riflessi viola e arancio, per contrarsi in un bagliore appena percepibile quando la melodia si fa più malinconica e introspettiva.

    Passa un’ora e mezza, poi si alza, saluta, sembra che tutto sia finito, e il pubblico balza in piedi per omaggiarla. Peccato che sia la solita finta, ma purtroppo la folla di irrispettosi che ha abbandonato il proprio posto per avvicinarsi al palco non torna a sedersi, e copre la visuale al resto della platea. Le maschere del teatro Arcimboldi, che fino a qualche minuto prima si affaccendavano anacronisticamente per bloccare qualsiasi tentativo di catturare video o foto, sono sparite, ormai l’anarchia ha preso il sopravvento, e devo rassegnarmi a seguire gli ultimi scampoli della performance attraverso gli spiragli che si aprono di tanto in tanto davanti a me.

    La chiusura è Big Wheel, i cinque minuti più movimentati di tutta la serata, forse una scelta non del tutto coerente con il resto della scaletta, ma comunque gradevole e apprezzata dagli astanti, che seguono il ritmo battendo le mani, incitati dalla stessa Tori, che, veloce e discreta come si era presentata, scompare dietro le quinte, lasciando dietro di sé una scia di talento puro screziato di sofferenza.

  • Tori Amos incanta il Teatro degli Arcimboldi

    Tori Amos incanta il Teatro degli Arcimboldi

    TORI AMOS

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano
    Data: 7 ottobre 2011
    Evento:Tour 2011
    Voto: 8


    Drappi di velluto spiovono sul palco, luci blu soffuse, un lampadario a candelabro sovrasta un pianoforte a coda e una tastiera. In mezzo, su quella panca, destinata a una serata tutt’altro che tranquilla, tra poco ci sarà lei. Prima mezz’ora di intrattenimento con il giovane cantautore Mark Hole, poi si comincia.

    Nella penombra prende posto il quartetto d’archi, unico accompagnamento strumentale, e dopo una breve introduzione appare Tori Amos, anticipata dal brusio della galleria che ha già adocchiato dall’alto i boccoli rossi che ricadono su un abito giallo canarino.

    Un inchino d’ordinanza, gli applausi, poi le mani iniziano a muoversi sui tasti e a battere le note di Shattering Sea, prima traccia di Night of Hunters, l’ultima fatica della cantautrice americana, un concept album da lei stessa definita un «lavoro contemporaneo che consiste in un ciclo di canzoni ispirate ai temi della musica classica, usato per raccontare una storia moderna». La vicenda in questione è quella di una ragazza che vive la fine di una storia d’amore, e dopo una notte di dolore riesce a ritrovare se stessa e la forza di rialzarsi.

    Come si potrà immaginare le atmosfere sono lontane dai brani della discografia più nota dell’artista, a tratti sono cupe come il cielo della Cornovaglia nei giorni più umidi (non è forse un caso che da qualche anno la Amos viva e registri proprio da quelle parti), ma a volte basta una frase brillante a riportare luce, colore e speranza.

    La voce è argentina come sempre, il carisma immutato, le esecuzioni ai limiti della perfezione. Sempre in bilico sulla sua seduta, divisa tra le due tastiere, a volte ammicca al pubblico, altre si racchiude in una relazione quasi estatica con il suo strumento, mentre alterna pezzi recenti alle classiche Winter, Suede, Pretty Good Year, Little Earthquakes.

    Le luci seguono in modo altrettanto impeccabile l’evoluzione dello spettacolo: un cielo stellato si accende sullo sfondo, un’esplosione di colore illumina a giorno il palco con riflessi viola e arancio, per contrarsi in un bagliore appena percepibile quando la melodia si fa più malinconica e introspettiva.

    Passa un’ora e mezza, poi si alza, saluta, sembra che tutto sia finito, e il pubblico balza in piedi per omaggiarla. Peccato che sia la solita finta, ma purtroppo la folla di irrispettosi che ha abbandonato il proprio posto per avvicinarsi al palco non torna a sedersi, e copre la visuale al resto della platea. Le maschere del teatro Arcimboldi, che fino a qualche minuto prima si affaccendavano anacronisticamente per bloccare qualsiasi tentativo di catturare video o foto, sono sparite, ormai l’anarchia ha preso il sopravvento, e devo rassegnarmi a seguire gli ultimi scampoli della performance attraverso gli spiragli che si aprono di tanto in tanto davanti a me.

    La chiusura è Big Wheel, i cinque minuti più movimentati di tutta la serata, forse una scelta non del tutto coerente con il resto della scaletta, ma comunque gradevole e apprezzata dagli astanti, che seguono il ritmo battendo le mani, incitati dalla stessa Tori, che, veloce e discreta come si era presentata, scompare dietro le quinte, lasciando dietro di sé una scia di talento puro screziato di sofferenza.

  • Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr

    www.ringostarr.com

    Luogo: Arena civica, Milano
    Data: 3 luglio 2011
    Evento: Milano Jazzin Festival 2011
    Voto: 8

    {gallery}concerti/ringo_starr{/gallery}

    Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all’improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po’ suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po’ scosso il mio subconscio.

    Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l’evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell’Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei ‘Fab‘ e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.

    Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday…), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.

    Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don’t come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don’t, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un’altra band…”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.

    Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant’anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po’ di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
    la prossima canzone forse avete sbagliato concerto
    ”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born…”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all’unisono, d’altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.

    Tra un’esibizione e l’altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po’ lo show. Non che il signore in questione non sia all’altezza, ma davvero niente di originale. E’ lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l’ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo…”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l’allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.

    La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C’è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l’idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.

    Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell’artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant’anni…), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.

    Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all’altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.

    Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.

  • Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr: back in Milan

    Ringo Starr

    www.ringostarr.com

    Luogo: Arena civica, Milano
    Data: 3 luglio 2011
    Evento: Milano Jazzin Festival 2011
    Voto: 8

    {gallery}concerti/ringo_starr{/gallery}

    Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all’improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po’ suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po’ scosso il mio subconscio.

    Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l’evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell’Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei ‘Fab‘ e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.

    Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday…), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.

    Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don’t come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don’t, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un’altra band…”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.

    Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant’anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po’ di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
    la prossima canzone forse avete sbagliato concerto
    ”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born…”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all’unisono, d’altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.

    Tra un’esibizione e l’altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po’ lo show. Non che il signore in questione non sia all’altezza, ma davvero niente di originale. E’ lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l’ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo…”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l’allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.

    La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C’è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l’idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.

    Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell’artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant’anni…), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.

    Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all’altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.

    Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.

  • I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    DEEP PURPLE

    www.deeppurple.com

    Luogo: Arena Concerti, Rho (MI)
    Data: 30 agosto 2009
    Evento: I-Day Milano Urban Festival
    Voto: 7

    Ti aspetti gli Oasis e spuntano i Deep Purple. Il paragone, per genere e prestigio, sembra improponibile, ma quando Noel e Liam hanno deciso di anteporre le loro scaramucce familiari ai doveri deontologici, tra cui il rispetto per il pubblico pagante, gli organizzatori del primo Milano Urban Festival, hanno pensato proprio a Ian Gillan e compagni. E’ un po’ come se Robert De Niro prendesse il posto di Scamarcio in Tre metri sopra il cielo, la pellicola guadagnerebbe in spessore, ma molte adolescenti resterebbero sicuramente deluse.

    Ricostruiamo i fatti. I fratelli Gallagher litigano per l’ennesima volta, e Noel decide di lasciare il gruppo, facendo saltare le date conclusive del tour degli Oasis, che prevedeva ancora tre concerti: Parigi, Costanza e Milano.
    La società “Indipendente”, che ha puntato sulla band di Manchester come nome di richiamo per il suo “I-Day”, si affretta a precisare che nessuno sarà rimborsato, e che la presenza degli altri gruppi è confermata (per la cronaca The Hacienda, Expatriate, Twisted Wheel, Kasabian e The Kooks).
    Tra lo sconcerto e la rabbia dei fan, arriva la notizia che a salire sul palco al posto dei fratellini litigiosi saranno i Deep Purple.
    Qualcuno ha il coraggio di non presentarsi, altri addirittura scoprono il cambio di programma solo davanti ai cancelli, e svendono il proprio biglietto a prezzi ridicoli. I più saggi fanno buon viso a cattivo gioco, e pur essendo partiti da casa con l’idea di assistere a una rassegna di musica pop, colgono l’occasione di vedere all’opera i grandi vecchi dell’hard rock britannico, che chiuderanno la serata.

    Tralasciamo per ragioni di spazio tutto ciò che è avvenuto prima, e concentriamoci sui Deep Purple.
    Sobri negli abiti e nei modi, com’è nel loro carattere, i cinque veterani si presentano puntualmente alle 22,30 davanti a un pubblico scremato di coloro che al viaggio nella storia della musica preferiscono quello verso casa. Peggio per loro, perché già dalle prime note di Highway Star, che inaugura la performance, si capisce che hanno fatto la scelta sbagliata.

    Il coro “Deep Purple!” si alza per la prima volta dalla folla, che rapidamente si raggruppa sotto il palco infondendo calore all’ultrasessantenne Gillan, che dopo i primi acuti di assestamento mette in mostra una voce ancora invidiabile. I virtuosismi dei tempi d’oro non ci sono più, ma il tono è ancora sicuro, preciso, e l’entusiasmo con cui coinvolge gli spettatori tanto. Da apprezzare la grinta con cui sfida l’età saltellando sul palco.
    Alla sua destra si muove come sempre con disinvoltura Roger Glover al basso, così come Ian Paice alla batteria, presenza meno visibile ma fondamentale.
    I classici ci sono tutti o quasi, manca Child in Time, ma forse sarebbe chiedere troppo. Tra Strange Kind of a Woman e Smoke on the Water ci sono attimi di gloria personale regalata ai “nuovi”: Steve Morse, che ha raccolto il testimone di Ritchie Blackmore tredici anni fa, e Don Airey, che ha il compito arduo di non far rimpiangere Jon Lord alle tastiere. In effetti non ci riesce, fa il suo, ma i suoi intermezzi a volte sono troppo ironici per i puristi (passi il Nessun dorma, ma la pantera rosa proprio no…), certe atmosfere sacrali non possono essere profanate con la pura esibizione di stile fine a se stessa, a volte è sufficiente l’ordinaria amministrazione. Simpatico, ma niente di più, il duello di assoli con Morse.
    Immancabile la finta chiusura per ottenere l’acclamazione del pubblico, che viene accontentato con i due brani finali: Hush e Black Night, che richiedono il sostegno vocale di tutti i presenti.

    Dopo un’ora e mezzo la band ringrazia, saluta e se ne va, lasciandosi alle spalle una lezione di musica, e di stile. Chiamati all’ultimo minuto sono riusciti ad allestire uno spettacolo di tutto rispetto, senza eccessi, senza spunti memorabili, ma più che dignitoso, hanno dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, ed è già tanto. Grazie ai Deep Purple, e grazie agli Oasis.

  • I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

    DEEP PURPLE

    www.deeppurple.com

    Luogo: Arena Concerti, Rho (MI)
    Data: 30 agosto 2009
    Evento: I-Day Milano Urban Festival
    Voto: 7

    Ti aspetti gli Oasis e spuntano i Deep Purple. Il paragone, per genere e prestigio, sembra improponibile, ma quando Noel e Liam hanno deciso di anteporre le loro scaramucce familiari ai doveri deontologici, tra cui il rispetto per il pubblico pagante, gli organizzatori del primo Milano Urban Festival, hanno pensato proprio a Ian Gillan e compagni. E’ un po’ come se Robert De Niro prendesse il posto di Scamarcio in Tre metri sopra il cielo, la pellicola guadagnerebbe in spessore, ma molte adolescenti resterebbero sicuramente deluse.

    Ricostruiamo i fatti. I fratelli Gallagher litigano per l’ennesima volta, e Noel decide di lasciare il gruppo, facendo saltare le date conclusive del tour degli Oasis, che prevedeva ancora tre concerti: Parigi, Costanza e Milano.
    La società “Indipendente”, che ha puntato sulla band di Manchester come nome di richiamo per il suo “I-Day”, si affretta a precisare che nessuno sarà rimborsato, e che la presenza degli altri gruppi è confermata (per la cronaca The Hacienda, Expatriate, Twisted Wheel, Kasabian e The Kooks).
    Tra lo sconcerto e la rabbia dei fan, arriva la notizia che a salire sul palco al posto dei fratellini litigiosi saranno i Deep Purple.
    Qualcuno ha il coraggio di non presentarsi, altri addirittura scoprono il cambio di programma solo davanti ai cancelli, e svendono il proprio biglietto a prezzi ridicoli. I più saggi fanno buon viso a cattivo gioco, e pur essendo partiti da casa con l’idea di assistere a una rassegna di musica pop, colgono l’occasione di vedere all’opera i grandi vecchi dell’hard rock britannico, che chiuderanno la serata.

    Tralasciamo per ragioni di spazio tutto ciò che è avvenuto prima, e concentriamoci sui Deep Purple.
    Sobri negli abiti e nei modi, com’è nel loro carattere, i cinque veterani si presentano puntualmente alle 22,30 davanti a un pubblico scremato di coloro che al viaggio nella storia della musica preferiscono quello verso casa. Peggio per loro, perché già dalle prime note di Highway Star, che inaugura la performance, si capisce che hanno fatto la scelta sbagliata.

    Il coro “Deep Purple!” si alza per la prima volta dalla folla, che rapidamente si raggruppa sotto il palco infondendo calore all’ultrasessantenne Gillan, che dopo i primi acuti di assestamento mette in mostra una voce ancora invidiabile. I virtuosismi dei tempi d’oro non ci sono più, ma il tono è ancora sicuro, preciso, e l’entusiasmo con cui coinvolge gli spettatori tanto. Da apprezzare la grinta con cui sfida l’età saltellando sul palco.
    Alla sua destra si muove come sempre con disinvoltura Roger Glover al basso, così come Ian Paice alla batteria, presenza meno visibile ma fondamentale.
    I classici ci sono tutti o quasi, manca Child in Time, ma forse sarebbe chiedere troppo. Tra Strange Kind of a Woman e Smoke on the Water ci sono attimi di gloria personale regalata ai “nuovi”: Steve Morse, che ha raccolto il testimone di Ritchie Blackmore tredici anni fa, e Don Airey, che ha il compito arduo di non far rimpiangere Jon Lord alle tastiere. In effetti non ci riesce, fa il suo, ma i suoi intermezzi a volte sono troppo ironici per i puristi (passi il Nessun dorma, ma la pantera rosa proprio no…), certe atmosfere sacrali non possono essere profanate con la pura esibizione di stile fine a se stessa, a volte è sufficiente l’ordinaria amministrazione. Simpatico, ma niente di più, il duello di assoli con Morse.
    Immancabile la finta chiusura per ottenere l’acclamazione del pubblico, che viene accontentato con i due brani finali: Hush e Black Night, che richiedono il sostegno vocale di tutti i presenti.

    Dopo un’ora e mezzo la band ringrazia, saluta e se ne va, lasciandosi alle spalle una lezione di musica, e di stile. Chiamati all’ultimo minuto sono riusciti ad allestire uno spettacolo di tutto rispetto, senza eccessi, senza spunti memorabili, ma più che dignitoso, hanno dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, ed è già tanto. Grazie ai Deep Purple, e grazie agli Oasis.