Autore: Martina Bernareggi

  • ERM-78 // Invisibles

    ERM-78 // Invisibles

    Sarebbe facile liquidare la faccenda con un semplice «Bell’album, ma già  sentito», oppure tentare di spiegarsi il fascino del primo ascolto con un lapidario «Orecchiabile». Perché se l’impatto è quello di una musica piacevolmente familiare, le motivazioni non sono certo così superficiali.

     

    Quando ascolterete gli Invisibles non cercate di decifrare influenze, somiglianze, non tentate di incasellarli in definizioni di genere né di cadere nella facile tentazione di un paragone con una lunga serie di più celebri cugini d’oltremanica: potreste averli già  persi vista.

     

    Piuttosto bisogna lasciarsi trasportare dal timbro limpido e vibrante del vocalist e polistrumentista Vincenzo Firrera: fin dall’opener Gunny la linea della voce, staccandosi senza conflittualità  da una base elettronica di suoni aspri, distorti e all’occasione dissonanti, crea una sorta di rapporto confidenziale con l’ascoltatore; il finale swingato è una bella sorpresa a conclusione di un brano che già  non ne era privo.

     

    Away,, pop esemplare, scorre via con la più classica delle strutture compositive. Con Cabaà§a ci troviamo decisamente più ad est: le scale, sostenute dalle sonorità , si spostano su intervalli mediorientali mentre le chitarre si alternano ed intrecciano in arrangiamenti sofisticati.
    Per non farsi mancare nulla arriva anche la lingua francese su una vecchia giostra di valzer musette: «c’est finit» chiosa Vincenzo sullo spegnersi di Interludio.

     

    L’ascolto di Good Dream Bad Dream, brano notevole e ruffiano, è un piacere: doppia voce con salto in falsetto di un’ottava, aperture spudoratamente melodiche a pieni strings; e l’effetto è assicurato.

     

    Semplicemente chitarra acustica e due voci, passa senza dare troppo nell’occhio Frame. Nella successiva Looser, tra una strofa l’altra, mentre la linea melodica si muove su una struttura decisamente articolata, fa capolino addirittura una tromba, cui poi è affidato il finale: una sorta di botta e risposta free.

     

    MIDI file è una sorta di track-spia la cui unica funzione sembra essere sottolineare l’importante componente sintetica dell’album; subito dopo, il classico arpeggio di Leaf prepara al congedo finale. La voce di un homeless ringrazia per gli spiccioli e arriva l’effettiva conclusione con la ghost Brother

     

    Fortunatamente Simone Pomini, Matteo Marmonti e Vincenzo Firrera di cose da dire ne hanno ancora parecchie ed è così che trovano uno spazio bonus altre due tracce: la stupenda Emigration Song e una meno esaltante The Army.

     

    Ad accrescere il valore di questa scarna formazione, tuttavia, è un elemento che purtroppo non si puಠevincere dall’ascolto di un album: durante l’esibizione dal vivo le idee e i suoni degli Invisibles prendono forma con la massima naturalezza ed espressività  e il riscontro del publico ne è una prova più che soddisfacente.

  • Fabrizio Bosso Spiritual Trio // JazzAltro 2013

    Fabrizio Bosso Spiritual Trio // JazzAltro 2013

    Fiorenzo Pellegatta

    La rassegna JazzAltro tocca nel Teatro Nuovo di Olgiate Olona la sua più alta vetta spirituale. Non servono parole di contorno, è la musica a tracciare le linee di un dichiarato omaggio al soul e al gospel: il suono della tromba di Bosso giunge dalle quinte prima del suo ingresso in scena, dove lo stanno già aspettando uno scatenato Alessandro Minetto e Alberto Marsico, all’organo hammond.

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  • 4T // Fabio Gianisi

    4T // Fabio Gianisi

    Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l’album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l’idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.

    Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni – adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l’ascoltatore con un incipit d’impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l’aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

     

    Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

     

    L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
    Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

     

    Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall’altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell’atto creativo, l’immediatezza di un’opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

     

    Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l’indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all’ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

     

    Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

  • Jazz At The Apple Tree // Castelli, Invernizzi, Milanese e Marson al Melo di Gallarate

    Jazz At The Apple Tree // Castelli, Invernizzi, Milanese e Marson al Melo di Gallarate

    Fiorenzo Pellegatta

    Quel mezzo secolo di mestiere ed arte, moltiplicato per il numero dei componenti della band sul palcoscenico, martedì 26 febbraio riempiva l’atmosfera della sala Planet Soul del Melo come poche altre volte in passato, dacché ho la fortuna di frequentare la pregiata rassegna Jazz’Appeal.

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  • La canzone mononota // Elio e le Storie Tese

    La canzone mononota // Elio e le Storie Tese

    Gli Elio e le Storie Tese si presentano sul palco dell’Ariston con vesti da chierichetti e teste “rialzate”: l’effetto è raccapricciante, oltre che ovviamente esilarante. E dopo il primo brano, Dannati forever, ecco La canzone mononota. Il genio non si ferma, nemmeno in tempi di magra.

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    La canzone mononota // Elio e le Storie Tese
  • Tango Negro Trio // Salumeria della Musica

    Tango Negro Trio // Salumeria della Musica

    Pier Marco Tacca

    Del tango, Cáceres e la sua coppia sodali sono pronti a svelarci l’anima: quella che vibra quando le mani nude percuotono il cajon e una voce ruggine ne evoca le origni d’Africa. O, meglio, le «tre anime», come l’artista e compositore argentino tiene a spiegare: l’habanera, la milonga e il candombe.

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  • Hobo Ramblin’ // Baton Rouge

    Hobo Ramblin’ // Baton Rouge

    It’s only Delta blues (ma mi piace!)

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  • No Hassle // Tosca

    No Hassle // Tosca

    Dub e funk, blues e kraut, acustico ed elettronico, morbidi groove ed eleganti melodie di pianoforte

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  • ¿A que venimos sino a caer? // Jonathan Richman

    ¿A que venimos sino a caer? // Jonathan Richman

    Il viaggio spagnoleggiante nell’intimità ironica di Richman

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