Categoria: Riflessioni

Riflessioni

  • Le donne di Locarno  // 67° Edizione del Festival del Film

    Le donne di Locarno // 67° Edizione del Festival del Film

    E’ un viaggio trasversale, un attraversare strade e piazze, entrare in sale, fuori e dentro, nel tempo, nella memoria e nell’immaginazione. Si incontrano amiche e si vedono amiche incontrarsi dopo anni, anime solitarie, indipendenti, turbate, libere tanto da essere prigioniere, tanto donne da agire da uomini.

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  • Gli Stones e il mito

    Gli Stones e il mito

    Ho ancora negli occhi le immagini degli ultimi spettacoli dal vivo dei Rolling Stones, rugosi e decrepiti eppure ancora incazzati e pronti a ribadire il loro perenne status di street fighting men.

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  • George Michael, il miracolato

    George Michael, il miracolato

    Pic:Rex Features

    Le carriere artistiche, da sempre, sono influenzate da un numero corposo di variabili che integrano, quando non infettano, il talento del singolo: il fato, la personalità, le sliding doors..variabili che nel caso di George Michael, che ha superato martedì scorso la boa dei cinquant’anni, hanno indirizzo detta carriera su una china che lascia (finora) più di un rimpianto.

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  • David Bowie is…David Bowie

    David Bowie is…David Bowie

    Il rischio di cadere nel luogo comune quando si parla di David Bowie è altissimo. Vorrei cercare di andare al di la della solita definizione di artista camaleontico, dalle mille sfaccettature e mille identità, ecc., e concentrarmi invece solo su questa esibizione, che a Londra è vissuta come un evento irripetibile. A testimoniarlo il numero di prenotazioni: ben prima dell’inaugurazione sono terminati i biglietti acquistabili online per i primi mesi, e da oggi all’11 agosto, giorno di chiusura, non c’è più un solo ingresso disponibile. L’unico modo per tentare di entrare nel mondo di David Bowie is (questo il nome scelto dai curatori) è quello di svegliarsi presto, magari un giorno infrasettimanale, e mettersi in coda un’oretta prima dell’apertura dei portoni del Victoria and Albert Museum (le 10 in punto). Quotidianamente infatti viene messo a disposizione un piccolo numero di biglietti sottratti alla vendita online, ma la domanda è altissima, dunque occorre fare presto e giocare d’anticipo.

    Raramente mi è capitato di assistere a un tale fenomeno di euforia collettiva per una mostra. Potere della pubblicità che tappezza ogni vetrina, ogni rivista e ogni stazione dell’Underground o al mondo esistono più fan di Bowie di quanto immaginassi? Difficile rispondere, ma di certo al V&A hanno fatto centro. Perfetta anche la tempistica, quasi sospetta.

    A fine agosto, dopo mesi di inattività, David Bowie pubblica un post sul proprio profilo Facebook precisando di non avere partecipato in alcun modo all’allestimento, ma di essersi limitato a concedere ai curatori accesso al proprio archivio privato. Poi inizia la pubblicità, in autunno la copertina di Aladdin Sane, scelta come emblema dell’evento, è un po’ dappertutto. A gennaio, contestualmente con l’uscita del singolo Where Are We Now?, viene annunciato il nuovo album, The Next Day, che vede la luce il 12 marzo, dieci anni dopo Reality, il suo ultimo lavoro in studio, e undici giorni prima del vernissage, che avviene in un clima di grande attesa e curiosità.

    Il prezzo del biglietto, 14 sterline, è in linea con le altre esibizioni temporanee del V&A, adeguato agli sforzi creativi e tecnici dello staff, e comprende un’audioguida dinamica, connessa via wireless a una serie di trasmettitori posti lungo il percorso, che cambiano automaticamente la traccia a seconda della propria posizione e di ciò che si sta osservando.

    La mostra è strutturata principalmente in ordine cronologico, dalla nascita in un vicolo della Brixton post seconda guerra mondiale a oggi, passando per le scorribande spaziali del Maggiore Tom, la nascita e la morte di Ziggy Stardust, Berlino, gli anni Ottanta, le apparizioni cinematografiche e tutto ciò che è stato rilevante nella carriera di un artista che probabilmente è stato più rivoluzionario dei rivoluzionari.

    Alla fine degli anni Sessanta, quando tutta la musica rock spingeva verso la spontaneità portata ai suoi estremi, come se lo spogliarsi di ogni orpello fosse l’unica via percorribile per offrire profondità e onestà intellettuale, Davide Bowie prendeva un’altra strada, quella della messa in scena dichiarata, delle maschere, dei costumi, delle identità destinate ad affermarsi e poi sparire per lasciare spazio a un nuovo mondo, della ricerca continua di nuovi se stessi, pur con il pericolo di creare confusione tra il proprio io e la sua rappresentazione. Emblematico in questo senso il video The Mask, in cui un 22enne Bowie mima proprio il rischio di non riuscire più a levarsi dal volto la maschera indossata per compiacere il pubblico.

    La collezione esposta nei corridoi e nelle teche è ricca, e per una visita non superficiale richiede almeno due ore e mezza, durante le quali si possono ammirare rarità come i testi scritti a mano di brani come Starman, Life on Mars e Rock ‘n’ Roll Suicide, bozzetti delle copertine dei suoi album, spesso auto prodotti e frutto della sua fantasia, così come molte scenografie dei suoi concerti, retaggio della sua passione per il teatro, oltre a performance live inedite o poco conosciute (ipnotica la versione di The Man Who Sold The World al Saturday Night Live del 1979, con la partecipazione di Klaus Nomi), e, ovviamente, decine di costumi, significativi quanto la sua produzione musicale.

    E’ difficile dire se il mito di Bowie avrebbe raggiunto certe dimensioni se si fosse limitato a indossare un jeans e una maglietta negli ultimi 45 anni, ma si può affermare senza possibilità di smentita che per lui l’abito è sempre stato parte del messaggio, quando non il messaggio stesso. La sua apparizione a Top of The Pops nel 1972, con tuta variopinta ispirata nel taglio ad Arancia Meccanica, stivali rossi e look androgino è ricordato come un evento mediatico che ha colpito come uno schiaffo al volto l’Inghilterra più tradizionalista, e stimolato la fantasia dei giovani allora sintonizzati sulla BBC. Perché in un periodo in cui ormai tutti potevano farsi crescere i capelli senza dare nell’occhio, per ribellarsi ad autorità e genitori bisognava giocare altre carte, come quella della confusione dei generi sessuali.

    Sotto il tetto del Victoria and Albert Museum in questi giorni ci sono molti dei costumi che hanno scandito il viaggio di un artista che per decenni ha influito direttamente o indirettamente su chi è venuto dopo di lui, e che a volte non ha saputo, o voluto, riconoscere la paternità della propria ispirazione.

    Cercare di racchiudere tutto ciò che David Bowie è e rappresenta fra quattro mura non dev’essere stato semplice, ma il risultato è eccellente, così come geniale è la scelta del titolo.

    David Bowie is: la frase concludetela voi, se pensate che esista un aggettivo o un’espressione non limitante per il soggetto in questione.

     

  • Ravi Shankar: Zen e music biz

    Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

    Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

    Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

    Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

  • Ravi Shankar: Zen e music biz

    Ravi Shankar: Zen e music biz

    Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

    Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

    Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

    Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

  • Franco Battiato assessore alla cultura

    Franco Battiato assessore alla cultura

    Quando lo scorso martedì s’è sparsa la notizia che Franco Battiato avrebbe ricoperto il ruolo d’assessore alla cultura nella nuova giunta regionale siciliana, ammetto che anche il mio pensiero, come quello di altri, è volato alle ultime frasi di una sua canzone di oltre trent’ anni fa: Mandiamoli in pensione / i direttori artistici / gli addetti alla cultura (Up patriots to arms, 1980 – tra l’altro ripresa anche di recente, con risultati discutibili, dai Subsonica).

    Battiato ha 67 anni, dunque si trova in età più o meno pensionabile, e ora è diventato effettivamente un addetto alla cultura…quando si dice l’ironia! Franco intrappolato nei suoi stessi anatemi, vittima di vistosa incoerenza, di (tardivi) cedimenti a lusinghe politiche? Già le voci di condanna, gli sghignazzamenti si sono levati nella giornata di ieri; io ci andrei piano. Durante la conferenza stampa che il cantautore e regista ha tenuto per annunciare la propria decisione, Battiato ha sottolineato che per questo suo nuovo ruolo non percepirà nessun tipo di stipendio perché «mi da’ un senso di libertà e mi rende libero di poter da un momento a all’altro lasciare l’incarico», e che la sua non sarà un’attività politica, anzi «non voglio assolutamente avere a che fare con politici».

    Proposito, quest’ultimo, che mi sembra di ben difficile realizzazione; purtuttavia, il cercare di far qualcosa per la cultura per il solo amore verso la stessa, mi pare azione quantomeno non criticabile. E’evidente che per un personaggio della visibilità e del portafoglio di Franco non sia una gran privazione il rinunciare alla paga, intanto almeno lui lo fa. Imparassero certi politici o politicanti di professione, a rinunciare a lauti stipendi e privilegi assortiti!

    —————

    TESTO
    Up Patriots To Arms!

     

    La fantasia dei popoli
    che è giunta fino a noi
    non viene dalle stelle

    alla riscossa stupidi
    che i fiumi sono in piena
    potete stare a galla.

    E non è colpa mia
    se esistono carnefici
    se esiste l’imbecillità
    se le panchine sono piene
    di gente che sta male.

    Up patriots to arms,
    Engagez-Vous
    la musica contemporanea,
    mi butta giù.

    L’ayatollah Khomeini
    per molti è santità
    abbocchi sempre all’amo

    le barricate in piazza
    le fai per conto della borghesia
    che crea falsi miti di progresso

    Chi vi credete che noi siamo
    per i capelli che portiamo
    noi siamo delle lucciole
    che stanno nelle tenebre.

    Up ecc…

    L’Impero della musica
    è giunto fino a noi
    carico di menzogne

    mandiamoli in pensione
    i direttori artistici
    gli addetti alla cultura

    e non è colpa mia
    se esistono spettacoli
    con fumi e raggi laser
    se le pedane sono piene
    di scemi che si muovono

    Up ecc…

  • Franco Battiato assessore alla cultura

    Franco Battiato assessore alla cultura

    Quando lo scorso martedì s’è sparsa la notizia che Franco Battiato avrebbe ricoperto il ruolo d’assessore alla cultura nella nuova giunta regionale siciliana, ammetto che anche il mio pensiero, come quello di altri, è volato alle ultime frasi di una sua canzone di oltre trent’ anni fa: Mandiamoli in pensione / i direttori artistici / gli addetti alla cultura (Up patriots to arms, 1980 – tra l’altro ripresa anche di recente, con risultati discutibili, dai Subsonica).

    Battiato ha 67 anni, dunque si trova in età più o meno pensionabile, e ora è diventato effettivamente un addetto alla cultura…quando si dice l’ironia! Franco intrappolato nei suoi stessi anatemi, vittima di vistosa incoerenza, di (tardivi) cedimenti a lusinghe politiche? Già le voci di condanna, gli sghignazzamenti si sono levati nella giornata di ieri; io ci andrei piano. Durante la conferenza stampa che il cantautore e regista ha tenuto per annunciare la propria decisione, Battiato ha sottolineato che per questo suo nuovo ruolo non percepirà nessun tipo di stipendio perché «mi da’ un senso di libertà e mi rende libero di poter da un momento a all’altro lasciare l’incarico», e che la sua non sarà un’attività politica, anzi «non voglio assolutamente avere a che fare con politici».

    Proposito, quest’ultimo, che mi sembra di ben difficile realizzazione; purtuttavia, il cercare di far qualcosa per la cultura per il solo amore verso la stessa, mi pare azione quantomeno non criticabile. E’evidente che per un personaggio della visibilità e del portafoglio di Franco non sia una gran privazione il rinunciare alla paga, intanto almeno lui lo fa. Imparassero certi politici o politicanti di professione, a rinunciare a lauti stipendi e privilegi assortiti!

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    TESTO
    Up Patriots To Arms!

     

    La fantasia dei popoli
    che è giunta fino a noi
    non viene dalle stelle

    alla riscossa stupidi
    che i fiumi sono in piena
    potete stare a galla.

    E non è colpa mia
    se esistono carnefici
    se esiste l’imbecillità
    se le panchine sono piene
    di gente che sta male.

    Up patriots to arms,
    Engagez-Vous
    la musica contemporanea,
    mi butta giù.

    L’ayatollah Khomeini
    per molti è santità
    abbocchi sempre all’amo

    le barricate in piazza
    le fai per conto della borghesia
    che crea falsi miti di progresso

    Chi vi credete che noi siamo
    per i capelli che portiamo
    noi siamo delle lucciole
    che stanno nelle tenebre.

    Up ecc…

    L’Impero della musica
    è giunto fino a noi
    carico di menzogne

    mandiamoli in pensione
    i direttori artistici
    gli addetti alla cultura

    e non è colpa mia
    se esistono spettacoli
    con fumi e raggi laser
    se le pedane sono piene
    di scemi che si muovono

    Up ecc…

  • Beatles, dieci lustri di Love me do

    Beatles, dieci lustri di Love me do

    Non solo nostalgia

    Osservando, ascoltando, leggendo, insomma seguendo la cascata di celebrazioni per il cinquantenario (5 ottobre) dell’uscita del primo singolo dei Beatles, Love me do / P.S. I love you, (chissà perché di questo secondo brano non ha parlato nessuno, eppure è parte integrante del singolo in questione), m’è parso di cogliere un filo comune, vale a dire l’effetto nostalgia abbinato a un “come eravamo” un po’ patetico ma forse inevitabile in questi casi.

    Quello che è passato un po’ in cavalleria e avrebbe invece meritato maggior rilievo è un dato di fatto inoppugnabile, ossia che è da questa data che la proposta musicale europea (leggi = anglosassone), intraprende un rivoluzionario processo di maturazione tecnico-stilistica. Rifiutandosi di eleggere a proprio singolo d’esordio una cover di sicura presa (nella fattispecie, la pur valida How do you do it di Mitch Murray), i quattro non solo troncavano uno standard assodato per i gruppi e solisti dell’epoca, ma affermavano fin da subito personalità e sicurezza nei propri mezzi, malgrado le perplessità di George Martin, non esattamente un inserviente qualsiasi all’interno della EMI. E nonostante i testi da baci perugina (Suvvia, stiamo parlando di ventenni in amore – avranno modo di passare a tematiche più profonde), l’armonica bluseggiante di Lennon e le impegnative armonie vocali sul refrain, specialmente al colmo dello stesso, costituirono solo i primi esempi d’un talento innovativo che avrebbe visto il proprio apice nel biennio ‘66-’67.

    P.S.I love you non era da meno. Raccogliendo le argute indicazioni di Wikipedia: “Ci sono due eccezioni notevoli (nella canzone) rispetto al modello contemporaneo. Durante il coro di apertura, l’accordo DO#7 viene inserito in modo incongruo tra il SOL e il RE, e proprio sul ritornello, ecco comparire un’inusitata variazione in SI Bemolle”. Naturalmente erano queste delle peculiarità di cui il pubblico dei quattro, 90% adoranti ragazzine, non aveva grosse probabilità di rendersi conto, un po’ più grave il fatto che non se ne accorgesse la critica musicale, occupata com’era a denigrare il fenomeno. Insomma il primo quarantacinque giri dei Beatles svelava alle orecchie più fini che ci sarebbe stato d’aspettarsi qualcosa di più che quattro bellocci con la chitarra (anzi, tre bellocci con la chitarra e un bruttino con la batteria), buoni giusto a lanciar battute sarcastiche dal palco (John), a svolgere un affidabile e frustrante gregariato (Ringo e George) o a gettar languidi sguardi da pesce lesso nelle interviste (Paul). Ogni nuova canzone, ogni successo da classifica avrebbe fatto registrare in quest’ambito dei passi in avanti, più o meno evidenti. D’ altronde i Beatles passavano ore in studio (da un certo momento in poi, poterono facilmente permetterselo), curiosi di sperimentare, testare, studiare, osare. Esempi? A bizzeffe. Tanto per citarne qualcuno, solo e unicamente dell’epoca yeh-yeh: l’apertura col ritornello di She loves you o il crescendo all’inizio di EIght days a week, a livello stilistico; su un piano più squisitamente tecnico, come non citare l’ accordo di apertura di A hard day’s night, il cui impatto sarà paragonato solo al terrificante MI maggiore che chiude A day in the life, piuttosto che il groove straordinario di All my loving, che i quattro si permisero perfino di non pubblicare come singolo. A partire dal 1966 e con la fine delle esibizioni dal vivo, l’attività in studio assorbirà la band in maniera totalizzante, ma questa è già un’altra storia.

    Non c’è niente di male, sottinteso, a celebrare con un fil d’emozione questo mezzo secolo trascorso dal primo vagito su vinile dei Beatles, (che per buona sorte non sono poi sopravvissuti a sé stessi, come han fatto, goffamente, altri gruppi più o meno contemporanei), il fatto è che nell’immaginario collettivo l’immagine del gruppo viene raramente (eufemismo) innalzata a simbolo di perfezione tecnica, che è poi la sua dimensione propria, a vantaggio della scontata, ingannevole, lacunosa e via specificando, icona di mito sorridente.

  • Beatles, dieci lustri di Love me do

    Beatles, dieci lustri di Love me do

    Non solo nostalgia

    Osservando, ascoltando, leggendo, insomma seguendo la cascata di celebrazioni per il cinquantenario (5 ottobre) dell’uscita del primo singolo dei Beatles, Love me do / P.S. I love you, (chissà perché di questo secondo brano non ha parlato nessuno, eppure è parte integrante del singolo in questione), m’è parso di cogliere un filo comune, vale a dire l’effetto nostalgia abbinato a un “come eravamo” un po’ patetico ma forse inevitabile in questi casi.

    Quello che è passato un po’ in cavalleria e avrebbe invece meritato maggior rilievo è un dato di fatto inoppugnabile, ossia che è da questa data che la proposta musicale europea (leggi = anglosassone), intraprende un rivoluzionario processo di maturazione tecnico-stilistica. Rifiutandosi di eleggere a proprio singolo d’esordio una cover di sicura presa (nella fattispecie, la pur valida How do you do it di Mitch Murray), i quattro non solo troncavano uno standard assodato per i gruppi e solisti dell’epoca, ma affermavano fin da subito personalità e sicurezza nei propri mezzi, malgrado le perplessità di George Martin, non esattamente un inserviente qualsiasi all’interno della EMI. E nonostante i testi da baci perugina (Suvvia, stiamo parlando di ventenni in amore – avranno modo di passare a tematiche più profonde), l’armonica bluseggiante di Lennon e le impegnative armonie vocali sul refrain, specialmente al colmo dello stesso, costituirono solo i primi esempi d’un talento innovativo che avrebbe visto il proprio apice nel biennio ‘66-’67.

    P.S.I love you non era da meno. Raccogliendo le argute indicazioni di Wikipedia: “Ci sono due eccezioni notevoli (nella canzone) rispetto al modello contemporaneo. Durante il coro di apertura, l’accordo DO#7 viene inserito in modo incongruo tra il SOL e il RE, e proprio sul ritornello, ecco comparire un’inusitata variazione in SI Bemolle”. Naturalmente erano queste delle peculiarità di cui il pubblico dei quattro, 90% adoranti ragazzine, non aveva grosse probabilità di rendersi conto, un po’ più grave il fatto che non se ne accorgesse la critica musicale, occupata com’era a denigrare il fenomeno. Insomma il primo quarantacinque giri dei Beatles svelava alle orecchie più fini che ci sarebbe stato d’aspettarsi qualcosa di più che quattro bellocci con la chitarra (anzi, tre bellocci con la chitarra e un bruttino con la batteria), buoni giusto a lanciar battute sarcastiche dal palco (John), a svolgere un affidabile e frustrante gregariato (Ringo e George) o a gettar languidi sguardi da pesce lesso nelle interviste (Paul). Ogni nuova canzone, ogni successo da classifica avrebbe fatto registrare in quest’ambito dei passi in avanti, più o meno evidenti. D’ altronde i Beatles passavano ore in studio (da un certo momento in poi, poterono facilmente permetterselo), curiosi di sperimentare, testare, studiare, osare. Esempi? A bizzeffe. Tanto per citarne qualcuno, solo e unicamente dell’epoca yeh-yeh: l’apertura col ritornello di She loves you o il crescendo all’inizio di EIght days a week, a livello stilistico; su un piano più squisitamente tecnico, come non citare l’ accordo di apertura di A hard day’s night, il cui impatto sarà paragonato solo al terrificante MI maggiore che chiude A day in the life, piuttosto che il groove straordinario di All my loving, che i quattro si permisero perfino di non pubblicare come singolo. A partire dal 1966 e con la fine delle esibizioni dal vivo, l’attività in studio assorbirà la band in maniera totalizzante, ma questa è già un’altra storia.

    Non c’è niente di male, sottinteso, a celebrare con un fil d’emozione questo mezzo secolo trascorso dal primo vagito su vinile dei Beatles, (che per buona sorte non sono poi sopravvissuti a sé stessi, come han fatto, goffamente, altri gruppi più o meno contemporanei), il fatto è che nell’immaginario collettivo l’immagine del gruppo viene raramente (eufemismo) innalzata a simbolo di perfezione tecnica, che è poi la sua dimensione propria, a vantaggio della scontata, ingannevole, lacunosa e via specificando, icona di mito sorridente.