Categoria: Riflessioni

Riflessioni

  • Il compleanno di Pink

    Il compleanno di Pink

    Uno dei personaggi più controversi della musica internazionale compie oggi 31 anni. E’ la celebre rockstar Pink, figlia di Roger Waters e del suo gruppo di cui non ricordo il nome, che ne ha celebrato le gesta in un doppio album, emesso appunto trentun anni oggi, chiamato “The wall”. Il muro è quello che, fin da giovanissimo, Pink edifica intorno a sé. Pareti altissime, invalicabili, cementate giorno dopo giorno dalle sue esperienze: padre morto in guerra, madre opprimente, scuole come centri di tortura. Il ragazzo cresce con una devastante incapacità di comunicare e di vedere il bene nel prossimo. Così Pink, divenuto rockstar, si rinchiude gradualmente dietro pareti intrise di follia.

    Seguiamolo nel suo folle viaggio, che si estende per le venticinque tracce dell’album.

    In the flesh?. Un prologo secco, perentorio. Pink sta per esibirsi in pubblico, ma avverte gli ignari spettatori che, stavolta, lo show potrebbe non essere ciò che loro si aspettano di vedere, e lui non essere l’idolo che tutti credono. Si toglie la maschera ed esibisce, in pasto alla folla, la propria schizofrenica esistenza.

    The thin ice. E sotto la maschera troviamo un bimbo. L’ infanzia di Pink è tranquilla come molte altre. L’amore dei suoi genitori, l’azzurro di un cielo che pare non tramontare. Ma crescendo, il “ghiaccio sottile della vita moderna” lo porterà ad imbattersi in crepe sempre più pericolose.

    Another brick in the wall part.1. Pink conosce presto il primo grande trauma della propria esistenza: la scomparsa del padre in guerra. Bruciata in fretta la propria innocenza, il piccolo, cinico Pink inizia la costruzione: “Dopotutto era solo un mattone nel muro”.

    The happiest days of our lives. A scuola, Pink è circondato e terrorizzato da insegnanti oppressivi e repressivi, che a loro volta sfogano le frustrazioni cui le loro mogli “grasse e psicopatiche” li sottopongono.

    Another brick in the wall 2. Esplode la protesta di Pink e i suoi compagni contro il sistema scolastico, formato da individui che non sono altro che nuovi mattoni nel muro di Pink.

    Mother. Per il ragazzo però, all’orizzonte si staglia la figura maestosa e rassicurante della Madre. Che lo proteggerà in ogni momento, e così facendo lo renderà ancora più insicuro e impreparato ad affrontare la vita. La quale per il giovane porta ogni giorno nuove questioni irrisolte.

    Goodbye Blue sky. Qui Pink, ad esempio, si chiede il perché della guerra, della quale comprende solo il fatto che dopo di essa, niente nella sua vita sarebbe rimasto lo stesso.

    Empty spaces/Young lust. In essa infatti, l’incomunicabilità e le incomprensioni cominciano ad essere un problema serio, per un Pink che cresce ma resta fragile psicologicamente. “Come riempiremo gli spazi vuoti in cui eravamo soliti parlare?”, si chiede sconsolato. Un riempitivo, leggero e indolore, potrebbe essere il sesso. La figura femminile, nell’alienata mentalità del nostro protagonista, dev’essere sporcacciona e anonima, deve farlo diventare un vero uomo senza implicazioni affettive e personali. Non c’è spazio per l’amore.

    One of my turns. A ciò s’aggiungano le paranoie e le crisi di follia che attanagliano un ormai adulto Pink, che spaventano e mettono in fuga chi gli sta vicino.

    Don’t leave me now. Nei brevi attimi di lucidità, Pink supplica l’altra di restare, in modo quanto meno imbarazzante: “..per salvare la faccia di fronte agli amici e riempirti di botte il sabato sera…”. E’ la fine del rapporto, Pink viene abbandonato.

    Another brick in the wall 3. In un impeto d’orgoglio, Pink dichiara di non aver bisogno di niente e nessuno. Nè donne, né droghe, ricchezza o pubblico; tutto rappresenta nient’altro che nuovi mattoni nel muro. Goodbye Cruel World. Ed è qui che tocca il fondo, l’incubo dell’anelito suicida ne tormenta le notti.

    Hey you. A metà del viaggio, però, una flebile luce in lontananza pare riaccendere in Pink speranze di salvezza. “Tu, là fuori…(dal baratro)..puoi aiutarmi?”, chiede rantolando. Ma il muro è già troppo alto, non può liberarsene.

    Is there anybody out there. Il suo richiamo resta drammaticamente inascoltato. Il nuovo mattone del muro di Pink è la sua solitudine.

    Nobody home. Pink comprende che, chiuso com è in sé stesso, tutto quanto possiede, e che lui stesso quattro tracce prima ha riconosciuto inutile, non lo salverà dal buco nero in cui scivola, se non riuscirà a ricreare almeno un autentico, leale contatto umano.

    Vera. Pink è assalito dai ricordi. La sua lei è ormai sparita per sempre, e con lei le speranze della sua gioventù.

    Bring the boys back home. Distrutto dal raggelante peso delle proprie negatività, Pink ricade in una lucida, metallica follia e ripete, sconnessamente, una frase: “Riportate a casa i ragazzi!”. Un patetico riferimento al bimbo che lui vorrebbe tornare a essere?

    Confortably numb. Ma Pink non può permettersi di indugiare nel delirio. E’ una rockstar e deve esibirsi. Il suo medico, cui lui narra altre reminiscenze giovanili, non lo ascolta, lo riempie di psicofarmaci e lo ributta in pasto al pubblico.

    The show must go on. Lo spettacolo deve continuare, appunto, e il nostro s’esprimerà in tutta la sua devastante paranoia, supplicando addirittura nel vaneggiamento i genitori di riportarlo a casa, “temo di non ricordare le canzoni”.

    In the flesh. Pink torna in scena. Nelle sue ininterrotte allucinazioni, immagina una band che lo surroghi, formata da filonazisti che incita il pubblico alla pulizia etnica, ottenendone un trionfo senza uguali. La cieca idolatria dell’audience spinge ancor di più Pink verso il baratro.

    Run like hell. Nel vortice dello show, Pink ha un ultimo barlume di lucidità e capisce di dover tentare una fuga, per valicare il muro che lo sta ormai soffocando. Ma le paure, le visioni, gli incubi lo sovrastano impietosamente.

    Waiting for the worms. Si immagina assalito dai vermi, mentre lui anela a “ripulire la città e accendere forni”. L’ ossessione nazista che s’associa, è inevitabile, all’idea della morte.

    Stop. Al culmine del furore autodistruttivo, la parola che salva Pink è “Stop”. “Voglio lasciare lo spettacolo, togliere l’uniforme e andare a casa”. Un bagliore di razionalità, che significa rinascita? Non è tanto semplice.

    The trial. Prima di risorgere, Pink affronta uno spietato, terrorizzante processo interiore, che ne deciderà le sorti. Vi si riassume ogni passaggio esistenziale di Pink, in pratica tutti i mattoni che hanno contribuito a costituirne il muro e a portarlo a un passo dall’abisso. “Vostro Onore il Verme” lo giudica, e l’accusa è pesante: è quella di “iniziare a mostrare sentimenti umani”. Con il suo stop alla follia, alle perversioni, al razzismo, alle chiusure, allo show-biz. Chiaro il dilemma del nostro, ossia se questo suo cambiamento sia giusto o meno. E al termine di questo processo fondamentale, la decisione è presa. Abbattete il muro!

    Outside the wall. La storia di Pink ha così un lieto fine, incitando alla speranza e alla positività, e a non cadere nelle trappole dell’incomunicabilità e dell’egoismo. Non tutti ce la fanno, naturalmente. Ci sarà sempre chi “picchierà il cuore contro il muro di qualche pazzo bastardo!” .

    Una storia così non merita un riascolto?

    Alfonso Gariboldi

  • Il compleanno di Pink

    Il compleanno di Pink

    Uno dei personaggi più controversi della musica internazionale compie oggi 31 anni. E’ la celebre rockstar Pink, figlia di Roger Waters e del suo gruppo di cui non ricordo il nome, che ne ha celebrato le gesta in un doppio album, emesso appunto trentun anni oggi, chiamato “The wall”. Il muro è quello che, fin da giovanissimo, Pink edifica intorno a sé. Pareti altissime, invalicabili, cementate giorno dopo giorno dalle sue esperienze: padre morto in guerra, madre opprimente, scuole come centri di tortura. Il ragazzo cresce con una devastante incapacità di comunicare e di vedere il bene nel prossimo. Così Pink, divenuto rockstar, si rinchiude gradualmente dietro pareti intrise di follia.

    Seguiamolo nel suo folle viaggio, che si estende per le venticinque tracce dell’album.

    In the flesh?. Un prologo secco, perentorio. Pink sta per esibirsi in pubblico, ma avverte gli ignari spettatori che, stavolta, lo show potrebbe non essere ciò che loro si aspettano di vedere, e lui non essere l’idolo che tutti credono. Si toglie la maschera ed esibisce, in pasto alla folla, la propria schizofrenica esistenza.

    The thin ice. E sotto la maschera troviamo un bimbo. L’ infanzia di Pink è tranquilla come molte altre. L’amore dei suoi genitori, l’azzurro di un cielo che pare non tramontare. Ma crescendo, il “ghiaccio sottile della vita moderna” lo porterà ad imbattersi in crepe sempre più pericolose.

    Another brick in the wall part.1. Pink conosce presto il primo grande trauma della propria esistenza: la scomparsa del padre in guerra. Bruciata in fretta la propria innocenza, il piccolo, cinico Pink inizia la costruzione: “Dopotutto era solo un mattone nel muro”.

    The happiest days of our lives. A scuola, Pink è circondato e terrorizzato da insegnanti oppressivi e repressivi, che a loro volta sfogano le frustrazioni cui le loro mogli “grasse e psicopatiche” li sottopongono.

    Another brick in the wall 2. Esplode la protesta di Pink e i suoi compagni contro il sistema scolastico, formato da individui che non sono altro che nuovi mattoni nel muro di Pink.

    Mother. Per il ragazzo però, all’orizzonte si staglia la figura maestosa e rassicurante della Madre. Che lo proteggerà in ogni momento, e così facendo lo renderà ancora più insicuro e impreparato ad affrontare la vita. La quale per il giovane porta ogni giorno nuove questioni irrisolte.

    Goodbye Blue sky. Qui Pink, ad esempio, si chiede il perché della guerra, della quale comprende solo il fatto che dopo di essa, niente nella sua vita sarebbe rimasto lo stesso.

    Empty spaces/Young lust. In essa infatti, l’incomunicabilità e le incomprensioni cominciano ad essere un problema serio, per un Pink che cresce ma resta fragile psicologicamente. “Come riempiremo gli spazi vuoti in cui eravamo soliti parlare?”, si chiede sconsolato. Un riempitivo, leggero e indolore, potrebbe essere il sesso. La figura femminile, nell’alienata mentalità del nostro protagonista, dev’essere sporcacciona e anonima, deve farlo diventare un vero uomo senza implicazioni affettive e personali. Non c’è spazio per l’amore.

    One of my turns. A ciò s’aggiungano le paranoie e le crisi di follia che attanagliano un ormai adulto Pink, che spaventano e mettono in fuga chi gli sta vicino.

    Don’t leave me now. Nei brevi attimi di lucidità, Pink supplica l’altra di restare, in modo quanto meno imbarazzante: “..per salvare la faccia di fronte agli amici e riempirti di botte il sabato sera…”. E’ la fine del rapporto, Pink viene abbandonato.

    Another brick in the wall 3. In un impeto d’orgoglio, Pink dichiara di non aver bisogno di niente e nessuno. Nè donne, né droghe, ricchezza o pubblico; tutto rappresenta nient’altro che nuovi mattoni nel muro. Goodbye Cruel World. Ed è qui che tocca il fondo, l’incubo dell’anelito suicida ne tormenta le notti.

    Hey you. A metà del viaggio, però, una flebile luce in lontananza pare riaccendere in Pink speranze di salvezza. “Tu, là fuori…(dal baratro)..puoi aiutarmi?”, chiede rantolando. Ma il muro è già troppo alto, non può liberarsene.

    Is there anybody out there. Il suo richiamo resta drammaticamente inascoltato. Il nuovo mattone del muro di Pink è la sua solitudine.

    Nobody home. Pink comprende che, chiuso com è in sé stesso, tutto quanto possiede, e che lui stesso quattro tracce prima ha riconosciuto inutile, non lo salverà dal buco nero in cui scivola, se non riuscirà a ricreare almeno un autentico, leale contatto umano.

    Vera. Pink è assalito dai ricordi. La sua lei è ormai sparita per sempre, e con lei le speranze della sua gioventù.

    Bring the boys back home. Distrutto dal raggelante peso delle proprie negatività, Pink ricade in una lucida, metallica follia e ripete, sconnessamente, una frase: “Riportate a casa i ragazzi!”. Un patetico riferimento al bimbo che lui vorrebbe tornare a essere?

    Confortably numb. Ma Pink non può permettersi di indugiare nel delirio. E’ una rockstar e deve esibirsi. Il suo medico, cui lui narra altre reminiscenze giovanili, non lo ascolta, lo riempie di psicofarmaci e lo ributta in pasto al pubblico.

    The show must go on. Lo spettacolo deve continuare, appunto, e il nostro s’esprimerà in tutta la sua devastante paranoia, supplicando addirittura nel vaneggiamento i genitori di riportarlo a casa, “temo di non ricordare le canzoni”.

    In the flesh. Pink torna in scena. Nelle sue ininterrotte allucinazioni, immagina una band che lo surroghi, formata da filonazisti che incita il pubblico alla pulizia etnica, ottenendone un trionfo senza uguali. La cieca idolatria dell’audience spinge ancor di più Pink verso il baratro.

    Run like hell. Nel vortice dello show, Pink ha un ultimo barlume di lucidità e capisce di dover tentare una fuga, per valicare il muro che lo sta ormai soffocando. Ma le paure, le visioni, gli incubi lo sovrastano impietosamente.

    Waiting for the worms. Si immagina assalito dai vermi, mentre lui anela a “ripulire la città e accendere forni”. L’ ossessione nazista che s’associa, è inevitabile, all’idea della morte.

    Stop. Al culmine del furore autodistruttivo, la parola che salva Pink è “Stop”. “Voglio lasciare lo spettacolo, togliere l’uniforme e andare a casa”. Un bagliore di razionalità, che significa rinascita? Non è tanto semplice.

    The trial. Prima di risorgere, Pink affronta uno spietato, terrorizzante processo interiore, che ne deciderà le sorti. Vi si riassume ogni passaggio esistenziale di Pink, in pratica tutti i mattoni che hanno contribuito a costituirne il muro e a portarlo a un passo dall’abisso. “Vostro Onore il Verme” lo giudica, e l’accusa è pesante: è quella di “iniziare a mostrare sentimenti umani”. Con il suo stop alla follia, alle perversioni, al razzismo, alle chiusure, allo show-biz. Chiaro il dilemma del nostro, ossia se questo suo cambiamento sia giusto o meno. E al termine di questo processo fondamentale, la decisione è presa. Abbattete il muro!

    Outside the wall. La storia di Pink ha così un lieto fine, incitando alla speranza e alla positività, e a non cadere nelle trappole dell’incomunicabilità e dell’egoismo. Non tutti ce la fanno, naturalmente. Ci sarà sempre chi “picchierà il cuore contro il muro di qualche pazzo bastardo!” .

    Una storia così non merita un riascolto?

    Alfonso Gariboldi

  • Croce addosso a Califano? Si, ma…

    Croce addosso a Califano? Si, ma…

    La notizia è arcinota. Il celebre cantautore Franco Califano, 72 anni, ha richiesto l’applicazione a suo favore della legge Bacchelli per motivi di necessità. La legge prevede “l’assegnazione di un contributo straordinario a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell’arte dello spettacolo e dello sport, ma che versano in condizioni d’indigenza.” A causa di una menomazione, Califano non può più lavorare (leggi = fare serate) e ritiene di avere i diritti per beneficiare della legge suddetta. Immediato il coro di critiche da parte dell’opinione pubblica. Per sua stessa ammissione, l’autore de “Tutto il resto è noia” non s’è certo mai distinto come risparmiatore, e molti ora si scandalizzano del temerarietà d’una simile richiesta.

    Non so se Califano otterrà l’applicazione della Bacchelli e non mi va molto, pur comprendendolo e potendo facilmente entrare a farne parte, d’ unirmi al coro di riprovazione.
    Gli artisti, in tutti i campi, hanno sempre avuto una patina d’invulnerabilità, oserei dire di impunibilità, e le proteste, legittime e sacrosante, della cosiddetta gente comune si sono (quasi) sempre risolte in parole al vento.
    Un esempio su tutti.
    Maradona è tutt’ora un idolo per un considerevole numero di nostri connazionali. Pensate che la loro opinione cambi, dopo aver magari letto il seguente articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 7 settembre?

    Potrei citarne altri. Tornando all’affaire Califano, mi domando piuttosto per quale ragione il cantautore abbia sentito il bisogno di perorare la propria causa pubblicamente, sotto i riflettori. Non era il caso, vista la delicatezza della questione, muovere tutti i passi necessari avvolgendosi nel più totale riserbo? Ho già sentito una spiegazione: sensibilizzare l’opinione pubblica nei riguardi degli artisti in difficoltà. A parte il fatto che il pollice verso dell’opinione pubblica era soltanto prevedibile, ho anch’io una mia interpretazione: parlate bene o male di me, basta che ne parliate. La pubblicità è sempre l’anima del commercio.

  • Croce addosso a Califano? Si, ma…

    Croce addosso a Califano? Si, ma…

    La notizia è arcinota. Il celebre cantautore Franco Califano, 72 anni, ha richiesto l’applicazione a suo favore della legge Bacchelli per motivi di necessità. La legge prevede “l’assegnazione di un contributo straordinario a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell’arte dello spettacolo e dello sport, ma che versano in condizioni d’indigenza.” A causa di una menomazione, Califano non può più lavorare (leggi = fare serate) e ritiene di avere i diritti per beneficiare della legge suddetta. Immediato il coro di critiche da parte dell’opinione pubblica. Per sua stessa ammissione, l’autore de “Tutto il resto è noia” non s’è certo mai distinto come risparmiatore, e molti ora si scandalizzano del temerarietà d’una simile richiesta.

    Non so se Califano otterrà l’applicazione della Bacchelli e non mi va molto, pur comprendendolo e potendo facilmente entrare a farne parte, d’ unirmi al coro di riprovazione.
    Gli artisti, in tutti i campi, hanno sempre avuto una patina d’invulnerabilità, oserei dire di impunibilità, e le proteste, legittime e sacrosante, della cosiddetta gente comune si sono (quasi) sempre risolte in parole al vento.
    Un esempio su tutti.
    Maradona è tutt’ora un idolo per un considerevole numero di nostri connazionali. Pensate che la loro opinione cambi, dopo aver magari letto il seguente articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 7 settembre?

    Potrei citarne altri. Tornando all’affaire Califano, mi domando piuttosto per quale ragione il cantautore abbia sentito il bisogno di perorare la propria causa pubblicamente, sotto i riflettori. Non era il caso, vista la delicatezza della questione, muovere tutti i passi necessari avvolgendosi nel più totale riserbo? Ho già sentito una spiegazione: sensibilizzare l’opinione pubblica nei riguardi degli artisti in difficoltà. A parte il fatto che il pollice verso dell’opinione pubblica era soltanto prevedibile, ho anch’io una mia interpretazione: parlate bene o male di me, basta che ne parliate. La pubblicità è sempre l’anima del commercio.

  • La secolare carriera dei morti viventi

    Il nuovo album dei Queen, The Singles Collection, vol.4, sarà divulgato il prossimo 18 ottobre dalla Parlophone. E’ la 14esima pubblicazione relativa al gruppo, fatta salva la parentesi di Paul Rodgers + Queen, dalla dipartita di Freddie Mercury, nel novembre del 1991. Con il leader in vita, compreso il postumo ma da lui inciso Made in heaven, la band s’ era fermata a 19, e non c’è ragione per non pensare che questa quota verrà superata a breve.

    Ben tre invece le uscite discografiche per John Lennon in questo suo indaffarato 2010. Tutte il 5 ottobre, tutte per la Capitol: Gimme Some Truth, Power To The People: The Hits, John Lennon Signature Box. Il prolifico ex-baronetto approda così alle pubblicazioni numero 15, 16 e 17. Dopo la sua morte, s’intende.
    Le forme? Le solite: platinum collection, greatest hits, absolute greatest (!), classic, live, legend, unplugged, acustic, very best, box sets con foto, interviste, video, multimedialità e via discorrendo.

    Questo articolo è una semplice elencazione di numeri e date con l’intento di ribadire un’ovvietà: il mito è una gallina dalle uova d’oro che non va mai in menopausa, un’eterna mucca da latte, una schedina di superenalotto che dà sempre sei. Superfluo forse a questo punto sarebbe il ribadire l’assoluta inopportunità di questi dischi. I Queen di Mercury non ci sono più, prendetevi il Paul Rodgers al limite, ma lasciate stare le “ultime uscite dei Queen con Freddie.” Per non parlare di Lennon, che quest’anno compie i trent’anni di carriera da morto contro i venti che ha avuto da vivo. E non venitemi a raccontare le balle degli inediti, che sono comunque sempre in numero irrilevante rispetto ai soliti mega hits ripresentati all’infinito. Se l’artista aveva deciso di lasciarli inediti, ci sarà stato un motivo. Così come c’è un motivo, misero ed indistruttibile, per ingolfare di continuo il mercato con le “nuove” opere dei nostri.

  • La secolare carriera dei morti viventi

    La secolare carriera dei morti viventi

    Il nuovo album dei Queen, The Singles Collection, vol.4, sarà divulgato il prossimo 18 ottobre dalla Parlophone. E’ la 14esima pubblicazione relativa al gruppo, fatta salva la parentesi di Paul Rodgers + Queen, dalla dipartita di Freddie Mercury, nel novembre del 1991. Con il leader in vita, compreso il postumo ma da lui inciso Made in heaven, la band s’ era fermata a 19, e non c’è ragione per non pensare che questa quota verrà superata a breve.

    Ben tre invece le uscite discografiche per John Lennon in questo suo indaffarato 2010. Tutte il 5 ottobre, tutte per la Capitol: Gimme Some Truth, Power To The People: The Hits, John Lennon Signature Box. Il prolifico ex-baronetto approda così alle pubblicazioni numero 15, 16 e 17. Dopo la sua morte, s’intende.
    Le forme? Le solite: platinum collection, greatest hits, absolute greatest (!), classic, live, legend, unplugged, acustic, very best, box sets con foto, interviste, video, multimedialità e via discorrendo.

    Questo articolo è una semplice elencazione di numeri e date con l’intento di ribadire un’ovvietà: il mito è una gallina dalle uova d’oro che non va mai in menopausa, un’eterna mucca da latte, una schedina di superenalotto che dà sempre sei. Superfluo forse a questo punto sarebbe il ribadire l’assoluta inopportunità di questi dischi. I Queen di Mercury non ci sono più, prendetevi il Paul Rodgers al limite, ma lasciate stare le “ultime uscite dei Queen con Freddie.” Per non parlare di Lennon, che quest’anno compie i trent’anni di carriera da morto contro i venti che ha avuto da vivo. E non venitemi a raccontare le balle degli inediti, che sono comunque sempre in numero irrilevante rispetto ai soliti mega hits ripresentati all’infinito. Se l’artista aveva deciso di lasciarli inediti, ci sarà stato un motivo. Così come c’è un motivo, misero ed indistruttibile, per ingolfare di continuo il mercato con le “nuove” opere dei nostri.

  • Limiti di dignità

    Sono sette anni che David Bowie non emette novità discografiche. Non che in questo lasso di tempo non abbia dato notizia di sé: ha pubblicato compilations, partecipato a collaborazioni anche illustri, ha sbancato (gennaio 2010) il web con il live relativo al “Reality Tour” e soprattutto ha avuto problemi di salute molto seri, sei anni fa, pare totalmente superati. Ma dischi nuovi, nisba. L’ultimo, “Reality”, appunto, era opera matura ed intrigante, e nulla lasciava presagire che il successore si sarebbe tanto fatto aspettare. Ma ci sarà un successore? Il Duca ha compiuto 63 anni da sei mesi, un età oggi risibile per chi fa musica.

    Ringo ha appena festeggiato i 70 con mega party e mega live. L’amico Paul ne conta 68, Mick e l’altra pietra simbolo Keith Richards raggiungono quest’anno i 67 e potremmo proseguire a iosa. E se l’artista londinese si fosse accorto di non aver più nulla d’ importante da dire per cui sbattersi ad incidere nuovo materiale? Si può anche ampliare e deformare il discorso in questo senso. Quando è bene che un musicista appenda microfono e strumenti al chiodo? Credo sia giusto che non vengano posti limiti particolari, a livello di incisioni discografiche, se sinceramente l’artista ritiene di dover esprimere qualcosa e non per riempire a caso, ma remunerativamente, un compiaciuto ammasso di vinile. A livello di esibizioni dal vivo, io credo che invece un freno vada posto. E’ giusto, che i palcoscenici del rock mondiale (Italia inclusa) siano calpestati da ragazzi irresistibili con carriere cinquantennali ed oltre? Le personalità che ho citato prima e gli altri miti del rock over-60 e 70 non hanno più bisogno, credo, di consumare ore in palestra e barili di tinta per capelli e scimmiottare se stessi sopra un palco.

    Purtroppo è esattamente ciò che si continua a vedere per televisione e dal vivo. Dicano quel che han da dire, se ce l’hanno, con le produzioni da studio, ma non mi si venga a fare un discorso di soldi e lascino i palchi ai giovani, o quanto meno agli adulti. Tornando al duca, se Bowie è in pausa, oppure non inciderà più, per vena esaurita, tanto di cappello. Pensione meritata.

    Alfonso Gariboldi

  • Limiti di dignità

    Limiti di dignità

    Sono sette anni che David Bowie non emette novità discografiche. Non che in questo lasso di tempo non abbia dato notizia di sé: ha pubblicato compilations, partecipato a collaborazioni anche illustri, ha sbancato (gennaio 2010) il web con il live relativo al “Reality Tour” e soprattutto ha avuto problemi di salute molto seri, sei anni fa, pare totalmente superati. Ma dischi nuovi, nisba. L’ultimo, “Reality”, appunto, era opera matura ed intrigante, e nulla lasciava presagire che il successore si sarebbe tanto fatto aspettare. Ma ci sarà un successore? Il Duca ha compiuto 63 anni da sei mesi, un età oggi risibile per chi fa musica.

    Ringo ha appena festeggiato i 70 con mega party e mega live. L’amico Paul ne conta 68, Mick e l’altra pietra simbolo Keith Richards raggiungono quest’anno i 67 e potremmo proseguire a iosa. E se l’artista londinese si fosse accorto di non aver più nulla d’ importante da dire per cui sbattersi ad incidere nuovo materiale? Si può anche ampliare e deformare il discorso in questo senso. Quando è bene che un musicista appenda microfono e strumenti al chiodo? Credo sia giusto che non vengano posti limiti particolari, a livello di incisioni discografiche, se sinceramente l’artista ritiene di dover esprimere qualcosa e non per riempire a caso, ma remunerativamente, un compiaciuto ammasso di vinile. A livello di esibizioni dal vivo, io credo che invece un freno vada posto. E’ giusto, che i palcoscenici del rock mondiale (Italia inclusa) siano calpestati da ragazzi irresistibili con carriere cinquantennali ed oltre? Le personalità che ho citato prima e gli altri miti del rock over-60 e 70 non hanno più bisogno, credo, di consumare ore in palestra e barili di tinta per capelli e scimmiottare se stessi sopra un palco.

    Purtroppo è esattamente ciò che si continua a vedere per televisione e dal vivo. Dicano quel che han da dire, se ce l’hanno, con le produzioni da studio, ma non mi si venga a fare un discorso di soldi e lascino i palchi ai giovani, o quanto meno agli adulti. Tornando al duca, se Bowie è in pausa, oppure non inciderà più, per vena esaurita, tanto di cappello. Pensione meritata.

    Alfonso Gariboldi

  • De Andrè a dieci anni dalla morte

    Non sono sicuro che le imponenti celebrazioni per il decennale dell’(apparente) scomparsa di Fabrizio De André lo avrebbero totalmente gratificato. A mio fratello Fabrizio, probabilmente, certe iniziative fin troppo commemorative (le commemorazioni si riservano ai morti, dunque non a lui), e insieme quel tanto di plebiscitario e di devozionale che le ha connotate, provocherebbero qualche fastidio: Faber era uno che i santi li aveva in uggia, non amava il consenso indiscriminato, si riteneva espressione di una minoranza e al suo amore per i vinti corrispondeva altrettanto disamore per i vincenti. La sua opera poetica e musicale è lì a dimostrarlo, confermandoci il suo risoluto serbarsi su quella “cattiva strada” i cui viandanti non tollerano l’odor d’incenso e tanto meno l’aureola.

    In più, dicevo, le canonizzazioni si riservano ai defunti, e Fabrizio fruisce di quello specialissimo privilegio che la Poesia concede ai suoi poeti: quello di non morire mai. Ecco, allora, che a queste celebrazioni va comunque riconosciuto il merito d’aver comprovato la misteriosa sopravvivenza d’un grande artista nell’amore del suo vastissimo pubblico, e dunque la non deperibilità della sua arte.  A dieci anni dall’(apparente) scomparsa: l’equivalente di dieci secoli, nel mondo volubile della canzone.

  • De Andrè a dieci anni dalla morte

    De Andrè a dieci anni dalla morte

    Non sono sicuro che le imponenti celebrazioni per il decennale dell’(apparente) scomparsa di Fabrizio De André lo avrebbero totalmente gratificato. A mio fratello Fabrizio, probabilmente, certe iniziative fin troppo commemorative (le commemorazioni si riservano ai morti, dunque non a lui), e insieme quel tanto di plebiscitario e di devozionale che le ha connotate, provocherebbero qualche fastidio: Faber era uno che i santi li aveva in uggia, non amava il consenso indiscriminato, si riteneva espressione di una minoranza e al suo amore per i vinti corrispondeva altrettanto disamore per i vincenti. La sua opera poetica e musicale è lì a dimostrarlo, confermandoci il suo risoluto serbarsi su quella “cattiva strada” i cui viandanti non tollerano l’odor d’incenso e tanto meno l’aureola.

    In più, dicevo, le canonizzazioni si riservano ai defunti, e Fabrizio fruisce di quello specialissimo privilegio che la Poesia concede ai suoi poeti: quello di non morire mai. Ecco, allora, che a queste celebrazioni va comunque riconosciuto il merito d’aver comprovato la misteriosa sopravvivenza d’un grande artista nell’amore del suo vastissimo pubblico, e dunque la non deperibilità della sua arte.  A dieci anni dall’(apparente) scomparsa: l’equivalente di dieci secoli, nel mondo volubile della canzone.