Categoria: Riflessioni

Riflessioni

  • Ricordo di George

    Ricordo di George

    Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

    Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi “All things must pass” e Living in the material world” è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l’onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi (“Dark Horse” e “Extra texture”) eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s’aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del ’75 e il settembre del ’76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con “Thirty three and a third”, l’omonimo “George Harrison” (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e “Somewhere in England”.

    Dopo il mediocre “Gone Troppo” del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con “Cloud Nine”,l’opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto “Traveling Wilburys”, le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all’opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell’amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.

  • Sogno n. 1: la London Symphony Orchestra omaggia Fabrizio de André

    Sogno n. 1: la London Symphony Orchestra omaggia Fabrizio de André

    Lui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

    Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel testo l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

    Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

    Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

    Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

  • Freddie Mercury vent’anni dopo

    Freddie Mercury vent’anni dopo

    Era il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

    Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

    Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

    Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

  • Vinyl seduction

    Vinyl seduction

    «…si’,ma due sono vinile blue,vuoi mettere!»

    Ormai anche gli amanti del vinile sono spacciati. Ho fra le mani il catalogo delle ultime uscite “vinilitiche”: Achtung Baby degli U2, disco mediocre, esce in versione 4 LP: due di colore blue, con una valanga di remix, tracce inedite, rare B-sides, alla modica somma di cento euroni.

    Poi scorgo Nevermind di Kurt Cobain e soci. Sono riusciti a dilatare anche questo in 4 LP de luxe edition: fioccano inediti (?), rarità ed altre amenità. La cifra è sempre un centino.
    Per non parlare di gente tipo Jimi Hendrix, Doors, Beach Boys, ecc. L’appassionato dovrebbe acquistare almeno dieci edizioni dello stesso disco. La lista e’ lunga ed abbraccia ogni genere musicale. Cosa sta succedendo?

    La RIIA, Recording Industry Association of America (ve lo ricordate il logo sui vecchi Capitol?), l’ente che ha il controllo dell’andamento del mercato statunitense dei vari supporti musicali, ha sentenziato il crollo nella vendita dei supporti “fisici”. Sta aumentando rapidamente, invece, quella dei supporti “liquidi”, anche se il download illegale ed il P2P ci stanno dando dentro. Stiamo parlando di un crollo del 25% nelle vendite dei CD.

    Nello stesso momento la vendita del vinile aumenta ad un ritmo del 23% l’anno. Era dal 1990 che non avevamo queste cifre: 4/5 milioni di pezzi, sempre “robetta”, ma il trend e’ netto. Business is business, ed il mercato del vinile è in espansione.

    Ecco quindi il prolifierare di inutili riedizioni 180gr/200gr a prezzi esorbitanti. Belle copertine cartonate (quelle USA di una volta), magari ad album, qualche foto inedita ed il gioco è fatto. Ufficialmente, la scusa è che vengono utilizzati i masters originali. Non scherziamo. Edizioni jazz anni 50, già spremute mille volte, vengono rimasterizzate dai cd. Avviene un aumento generale del volume degli strumenti incisi, appiattendo la dinamica. Bella forza. Il mercato è speculazione e si inventa sempre nuovi sbocchi. Siamo noi che cadiamo nella trappola.

    Va bene il feticcio anti-tecnologico. Va bene l’effetto nostalgia degli anni andati. The summer of love! Facciamoci furbi.

     

  • Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Dev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
    Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

    Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

    Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce…un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

    La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
    A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
    «Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato – di nuovo nella mia immaginazione – già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

    La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

    E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
    Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.

  • Paul Simon: Still crazy, anche a 70 anni

    Paul Simon: Still crazy, anche a 70 anni

    E’ piuttosto singolare che i settant’anni di Paul Simon, che l’ artista americano ha compiuto giovedì 13 ottobre, passino così sotto silenzio. Le pagine dei rotocalchi, nell’ambito di casa nostra, sono gremite di falsi scoop, come l’addio di Ivano Fossati, che se reale addio sarà si potrà dire solo tra dieci anni almeno, e cretinate illeggibili su chi sia più grande tra Lady Gaga e Madonna, paragone idiota sotto ogni punto di vista, o polemiche sulla voce di Jovanotti o sulla povertà delle nuove proposte di Giorgia o la Pausini.

    Giusto guardare il proprio orticello (per quanto piccolo esso sia…) però mi sarei aspettato di trovare una maggior eco per questo anniversario, soprattutto per celebrare uno dei pochi musicisti internazionali che ha veramente cambiato, nel corso di cinquant’anni di carriera, il corso della musica. La prima tappa è stata l’esperienza con Art Garfunkel, col quale ha costituito il duo più celebre del pianeta. Nei cinque dischi prodotti dal gruppo (quasi completamente firmati da Paul), che contenevano capolavori assoluti quali Sound of silence, Mrs. Robinson, The boxer o Bridge over troubled water, s’è coniugato il folk al rock in una miscela coinvolgente ed emozionante come solo il coetaneo e connazionale Robert Zimmerman è riuscito a fare.

    Esperienza che è blandamente proseguita negli anni settanta, con ritorni di fiamma e stridenti (ri)separazioni, e che ha avuto il suo canto del cigno con il celeberrimo Reunion Tour, che sarebbe culminato nel monumentale Concert in Central Park (19 settembre 1981). Ma Simon aveva nel frattempo consolidato una valentissima carriera da solista. Il punto più alto della stessa, il momento che da il via alla seconda fase artistica del nostro, è datato 1986. Graceland, settimo album, rappresentava un esplosione di suoni modernissimi e trascinanti, registrato non a caso in Sudafrica con il massiccio apporto di musicisti locali. Trascinato dall’impeto di singoli come The boy in the bubble e You can call me Al, Graceland comprendeva una mistura di pop, rock, afro, cappella e altri stili ancora, e raccolse l’unanime consenso mondiale di critica e pubblico. Joe Strummer ne definì il sound “una nuova dimensione”. Rolling Stone piazzò il lavoro al 81esimo posto dei 500 dischi migliori di tutti i tempi, e l’anno successivo fu quest’opera a fruttare al cantautore il Best International Solo Artist award agli Awards britannici.

    Era solo l’ apice di una carriera pressoché priva, a livello artistico, di punti deboli (a parte, forse, il mediocre Songs from the Capeman del 1997, l’album nato dal musical, che s’è rivelato l’unico, vero flop della sua discografia. Ma di fronte alla costante qualità del resto della produzione, si può anche chiudere un occhio.. ). Popolarità, onori e riconoscimenti sono proseguiti anche nel nuovo decennio: del 2007 è l’assegnazione del Gershwin Prize for Popular Song, istituito dalla Prestigiosa Library of Congress. Spalleggiato da un ventennio da una partner che è per lui moglie e dichiarata musa ispiratrice (la cantante Edie Brickell, che ebbe un momento di notorietà nel 1990 coi New Bohemians e il disco Shooting rubberbands at the stars, e che oggi ha creato un gruppo con il primo figlio di Paul, Harper),

    Simon è tornato recentemente agli onori della cronaca, allorchè s’è esibito, lo scorso 11 settembre nell’ambito del decennale degli attacchi al World Trade Center, in una versione di Sound of silence ad alto tasso emozionale. Nel frattempo l’ultimo disco So beautiful or so what, pubblicato sei mesi or sono scala le classifiche dalle due parti dell’oceano. Il miracolo continua, anche a settant’anni. E Still crazy after all these years è un motto che vale tuttora, una pazzia dalla quale Paul, fortunatamente, non è ancora guarito.

  • Ivano Fossati: album, libro e addio

    Ivano Fossati: album, libro e addio

    Domenica sera a Che tempo che fa Ivano Fossati dichiara al conterraneo Fazio (e all’Italia) che si ritirerà dal music biz; contestualmente annuncia l’uscita del suo libro Tutto questo fututo (autobiografico, non un’autobiografia, sia chiaro) e del suo ultimo album Decadancing, cui seguirà il tour promozionale.

    Il giorno dopo incontra i giornalisti per presentare libro e disco, e l’attenzione è focalizzata sulla notizia del suo prossimo ritiro. Una scelta dettata da onestà intellettuale e lealtà verso il proprio pubblico quella di Fossati, che sostiene di non aver più nulla da dire né da aggiungere a quanto prodotto negli ultimi quarant’anni di onorata carriera. «Non è stato semplice» confessa il cantautore genovese. «Quando una persona dichiara una cosa del genere non può tornare indietro: l’avevo già preannunciato ai miei collaboratori, alle persone vicine, ma è stato solo quando l’ho reso pubblico che l’ho dichiarato veramente anche a me stesso». Impossibile, soprattutto per la stampa, evitare il rimando ad altre storie simili che negli ultimi tempi hanno riempito le colonne di magazine e riviste musicali; primo tra tutti il caso “Vasco”, che poco dopo il ritiro ufficiale dà alla luce il nuovo album. «E’ una scelta che merita rispetto, comunque la si metta – continua Fossati – un atto di coraggio che non ha nulla a che fare con fini promozionali»

    «Bene, ora alla EMI si è liberato un posto», ironizza il giornalista Massimo Bernardini che conduce brillantemente l’incontro con i giornalisti; «largo ai giovani dunque» prosegue Fossati, che sembra avere particolarmente a cuore il destino dei nuovi talenti e dei musicisti meritevoli; «ma che posto? – penso io – e, soprattutto, che musicisti?».
    Musicisti bravi, sia chiaro, ce ne sono fin troppi, ma le scelte discografiche non sono dalla loro parte e di conseguenza anche i potenziali talenti si trasformano in … nulla.
    Il sistema è cambiato, l’orecchio della gente disabituato all’ascolto, viziato da prodotti sempre più scadenti. D’altro canto quel posto simbolico lasciato libero da Fossati è troppo stretto per chiunque altro: banalmente si potrebbe affermare che il ricambio generazionale non c’è stato. Ma a quale ventenne oggi è data la possibilità di vivere in una sorta di “comune musicale” sotto l’ala protettrice di un discografico che ne incentiva l’espressione artistica? Fantascienza. Quando poi si tratta di mettere finalmente sotto contratto qualche giovane speranza della musica italiana, ecco che dal cilindro escono i Finley. Imbarazzante.

    Così i ragazzi di oggi vanno ad ascoltare i concerti delle nuove leve: Guccini, De Gregori, Dalla, Conte riescono ancora ad esalare gli ultimi versi di una lingua morta.

    Per Ivano Fossati è invece arrivato il momento di respirare un’aria nuova, approfondire temi e discipline che finora aveva trascurato per via della sua professione (per parafrasare lo stesso cantautore). La fine di una così lunga attività non può lasciare indifferenti, ma lo slancio verso la novità è sempre accompagnato da entusiamo, sufficiente a scalzare il velo di malinconia che potrebbe offuscare la scelta: il titolo del suo ultimo album, Decadancing, sintetizza splendidamente questo concetto, il decadere non sfocia nello sconforto: l’euforia di una danza è pronta a scalzarlo. Un messaggio pieno di speranza e positività, che viene sviluppato nell’album attraverso tante piccole storie a sè stanti, ma legate dallo stesso filo conduttore.

    Per finire «Ci sono troppi professori e pochi musicisti. Le domande che mi vengono rivolte – afferma Fossati – sono sempre sui testi, mai sulla musica. Tutti si trasformano in psicologi e si chiedono “cosa avrà voluto dire?”» .
    Forse è questo il punto: troppo presi dalla voglia compiaciuta di fare sfoggio della propria bravura si perde di vista lo scopo della musica, musica da ascoltare, divorare e digerire con la pancia. Un grazie riconoscente a Fossati ha voluto (e potuto) farlo.

  • Ancora su Amy (e gli altri)

    Ancora su Amy (e gli altri)

    Con la scusa che nella settimana appena trascorsa avrebbe compiuto 28 anni, s’è tornati a (s)parlare di Amy Winehouse a nemmeno due mesi dalla prematura scomparsa.

    Mi sono fatto un giro sui forum, e ne ho tratto lo stesso senso di fastidio di quel momento. La stragrande maggioranza dei commenti è stata ancora una volta sprezzante, al limite con il compiacimento. Si torna a parlare di “talento bruciato”, di “spreco imperdonabile”, da qualche parte ho persino letto che “questi giovinastri ricchi e viziati se la cercano una brutta fine e non meritano pietà!”. Inorridisco. Eppure, se si riesce a non farsi travolgere dall’onda emozionale del momento e a trattenersi dall’ergersi a giudice supremo di chi non si conosce che tramite rotocalco, la riflessione è elementare.

    Una persona che ha il dono del genio, di qualsiasi campo si stia parlando, può, purtroppo, non essere altrettanto forte di carattere. Non essere salda mentalmente. Può soffrire per cose che a noi farebbero sorridere, pur non avendo magari il problema (ammetto: vantaggio non da poco) di tirar fine mese. Può, semplicemente, non farcela da sola. Ed allora, forse, non posso che parlare per intuizioni, diventa difficile resistere a tutte le pressioni. A chi da te, superstar, vuole sempre il sorriso sgargiante, il fisico da superman, una lucidità inappuntabile in ogni occasione, un gigantesco, perenne pelo sullo stomaco. E naturalmente non si può sbagliare un colpo, dato che lo showbiz è un ottovolante che ti spara alla stelle e ti precipita alle stalle in un nanosecondo, e chi resiste è deciso, cinico, spietato. Ma il genio s’accompagna, quasi sempre, ad un’eccessiva sensibilità, e spesso alla solitudine. E allora il cocktail può diventare micidiale.

    Io penso che esaltare il mito del “club dei 27”, come hanno fatto i media, sia stata una solenne stronzata. In cosa consiste? Un gruppo di celebri personalità della musica accomunati dall’età che avevano al momento del trapasso, arricchito nel luglio scorso proprio dalla Winehouse. Kurt Cobain, Jimi Hendrix, James Joplin, Brian Jones e non so chi altro, forse andrebbero ricordati alle generazioni future come dei talenti tanto eccelsi quanto fragili, certamente come esempi da non seguire a livello umano, ma meritano quantomeno il rispetto accordato a chi, e innegabilmente è il loro caso, è rimasto schiacciato da responsabilità o dolori troppo grandi anche perché, forse, non avevano qualcuno al fianco al momento cruciale. O vogliamo credere che i cortigiani delle superstar siano l’ amico ideale sulla cui spalla piangere alla bisogna? Poi, è chiaro, l’ eroe che cade suscita esultanza nelle anime mediocri. E’ la rivincita della nostra invidia meschina. E tutti allora a (s)parlare, sbraitando insulsaggini e sparando sentenze sull’estro sciupato, su una “fine annunciata” e “meritata”, il che è facile ed a effetto da esprimere, ma anche orribile, disumano.

    Così la tragedia lascia spazio al gossip, ai soliti, desolanti “lo sapevo io”, pronunciati in genere da chi non sa nulla, e non può sapere nulla, della vita privata di chi è costantemente sotto l’occhio lungo dei riflettori. Personalmente, mi metto tra questi, perché seppur scrivendo queste righe non sono ancora capace di cambiare questo demagogico, perdente atteggiamento mentale, nel quale tendo ancora, me ne vergogno, a ricadere. Comincerò a mutarlo quando, ripensando a Amy, Kurt e gli altri, tutto quello che saprò provare è il sincero anche se modesto dispiacere per un giovane che muore.

    di Alfonso Gariboldi

  • I primi quarant’anni del Concert for Bangladesh

    I primi quarant’anni del Concert for Bangladesh

    Il padre di tutti i concerti di beneficenza ha compiuto quarant’anni.

    Era il primo agosto 1971, quando al Madison Square Garden di New York, di fronte a 40.000 persone, un emozionato George Harrison dava il via al Concert for Bangladesh. Fu un kolossal di rilevanza mondiale. Il frenetico mondo del rock, ancora sottosopra dopo una serie di eventi luttuosi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 (le tragiche fini di Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e quella, solo un mese prima, di Jim Morrison) veniva ricompattato da un alone di positività e vedeva il nuovo decennio caricarsi di grandi aspettative.

    George Harrison s’era sacrificato in un immane lavoro di organizzazione, contatti, mediazioni e diplomazia nel corso della prima metà dell’anno e, forte anche della riacquisita considerazione presso gli addetti ai lavori (il suo esordio “reale” da solista, il triplo All things must pass, aveva riscosso l’unanime plauso di pubblico e critica), riuscì a mettere insieme alcuni tra i più carismatici nomi della scena dell’epoca. In primo luogo, Dylan e Clapton, per i quali in quel momento storico la vetrina del Madison era manna dal cielo. Il menestrello di Duluth proveniva da due dischi, Self portrait (disastroso) e New morning (passabile) che rischiavano di minarne l’alone di infallibilità che s’era costruito negli anni precedenti. Clapton navigava a vista tra supergruppi troppo fragili ed il su e giù d’un pericoloso flirt con l’eroina. Il concerto per il Bangladesh rilanciò prepotentemente le quotazioni di entrambi: la lamentevole chitarra solista di Eric sprigionò (specialmente in While my guitar gently weeps) tutto il suo fascino struggente; Zimmermann ritagliò per sé stesso un concerto nel concerto infilando cinque grandi successi di fila (da A hard rain’s a-gonna fall a Just like a woman) nel delirio della folla.

    Ma sarebbe riduttivo non citare gli altri musicisti di livello che calcarono in quell’occasione il palco del Madison, da Leon Russel a Billy Preston, che suonava con George (e altri tre amici) nelle sessions di Let it be, Ringo Starr, che presentava la sua hit dell’epoca, It don’t come easy, brano che inopinatamente raggiunse le prime posizioni ai due lati dell’oceano, e naturalmente il musicista indiano Ravi Shankar. Alter-ego di Harrison nel progetto, Shankar si riservò l’intera prima parte dello show, inondando la sala con una prolungata jam session di musica sacra indiana. Ma la sua presenza era estremamente funzionale al progetto. Fu lui, che l’aveva introdotto alla conoscenza del sitar, a illuminare Harrison circa le proibitive condizioni di vita cui versavano le popolazioni di quella zona dell’Asia, riportò cifre e statistiche drammatiche, inducendo l’ex-Beatle a lanciarsi nella grande avventura di questo happening. Che, alla fine, fruttò un totale di 243,418.51 dollari, prontamente versati all’Unicef. (Gli incassi delle vendite del disco e del DVD relativi sono tuttora devolute al George Harrison Fund for Unicef).

    Il più acclamato fu, ovviamente, lo stesso George, che prestò si dimostrò perfettamente a suo agio nei panni di padrone di casa e chiuse poi lo spettacolo con Bangladesh e l’acclamata Something, l’unico suo brano ad essere comparso su un lato A dei 45 giri dei Beatles.

    Non mancarono defezioni eccellenti. McCartney rispose nì poi declinò l’invito. Il ponte tra Lennon e Harrison si sgretolò di fronte al netto diniego di quest’ultimo di lasciar salire Ono sul palco, come John avrebbe voluto. Per una volta Lennon e McCartney si dimostrarono meno infallibili del solito. A corollario dell’enorme successo dello show, Harrison e soci dovettero inghiottire qualche boccone amaro, come il fatto che, per circa un decennio, il capitale destinato alla beneficenza rimase invischiato nelle sabbie mobili di una cieca burocrazia. Ma il Concert for Bangladesh ebbe il merito di aprire la grande era degli spettacoli del genere, tra cui il Live Aid di geldofiana memoria e il più recente Live Eight, solo per citarne un paio.

    It’s only rock’n’roll, direbbe l’assente Jagger, però in questo caso era stato utile.

  • Lucio Battisti e suo fratello

    Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell’artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.

    Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
    La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
    La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 – su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.