Categoria: Riflessioni

Riflessioni

  • Quando cultura fa rima con chiusura

    E’ di pochi giorni fa la notizia (11 marzo), che il governo ha congelato nuovi fondi destinati alla cultura. Per l’esattezza la cifra equivale a 27 milioni di euro, il che ha portato ad una riduzione del F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo) del 50% circa rispetto al 2008. Ed altri tagli sono in arrivo. Molti teatri italiani sono a serio rischio chiusura, più di un lavoratore ha espresso la preoccupazione di perdere il proprio posto di lavoro e che l’attuale stagione artistica possa essere l’ultima.

    Lo spettro della cessazione dell’attività rischia di rivelarsi un incubo reale, ad esempio, per il Teatro Regio di Torino, i cui lavoratori hanno di recente occupato simbolicamente la sala in cui si teneva la conferenza stampa di presentazione dei “Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, ironia della sorte proprio l’opera destinata ad inaugurare le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. I manifestanti hanno messo in scena il funerale del Teatro, esibendo una bara avvolta nella bandiera tricolore. Il sovrintendente del Regio, Walter Vergnano, ha promesso in un comunicato (7 marzo) che continueranno a lavorare affinchè il Regio rimanga aperto nonostante “la cecità dei tagli dei finanziamenti pubblici metta a dura prova la nostra stessa esistenza”. La situazione non è migliore a Genova, dove lo scorso martedì le maestranze di Teatro della Tosse, Teatro dell’Archivolto, Teatro Garage e Teatro Cargo hanno occupato pacificamente il Consiglio Regionale, a partire dalle 11,30 nell’atrio di Palazzo Ducale. A rischio anche, tra gli altri, il Teatro Lirico di Cagliari, Cinecittà Luce, a Roma, e diversi teatri della provincia di Modena (viaemilianet. it, 11 marzo).

    Tre giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo e contro i tagli ai finanziamenti pubblici sono state promosse per il 26, 27 e 28 marzo a livello nazionale, e le raccolte di firme ed i forum di protesta vanno moltiplicandosi. Il ministro alla cultura, Bondi, di fatto dimissionario, che negli ultimi tempi non ha fatto mistero di non essere in grado di tamponare quella che si sta dimostrando una vera e propria emorragia di sovvenzioni (Il Coordinamento Nazionale Uil Beni e Attività Culturali ha appena annunciato un probabile, ulteriore congelamento di altri 50 milioni di euro), auspica in una nota che “il mio successore abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione”. Una vera e propria dichiarazione d’intenti…

     

  • Vent’anni dall’ultimo Freddie

    Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.

    In ogni branca dell’arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d’altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un’onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.

     

  • Il reflusso degli Eighties

    E’ notizia di pochi giorni fa che gli Abba ritornano insieme. Per voce della cantante Agneta Faltskog, il gruppo si ritroverà a breve per discutere tempi e modi, e soprattutto scopi, della reunion. “Qualcosa faremo sicuramente, l’idea per il momento è di legare il nostro ritorno a pochi eventi con scopi benefici”. Gli Abba si erano sciolti nel 1982, all’indomani della pubblicazione di “The visitors”, e in un trentennio non avevano mai paventato una riunione.

    Nel 2009 si erano riuniti gli Spandau Ballet, che avevano inciso tra il 1980 e il 1989. Nel corso di questi vent’anni di pausa, una lunga azione legale ha visto protagonisti tre quinti del gruppo per loyalties legate al songwriting contro Gary Kemp, chitarrista e autore pressoché unico del materiale, che vincerà la causa. Malgrado questo, la band s’è ricostituita e ha intrapreso una tourneè di successo, basata su un nuovo album, “Once more”, davvero pregevole, che contiene due inediti (di cui uno, primizia assoluta, composto da Tony Hadley) e una ventina di successi riarrangiati per l’occasione. Oserei dire “deottantizzati” per l’occasione.

    I Duran Duran, di cui gli eighties hanno parimenti decretato il trionfo planetario e la rovina, non si sono mai sciolti ed hanno inciso costantemente, ma è innegabile che il favore del pubblico sia tornato ad arrider loro nel momento in cui si sono, circa dieci anni fa, ricostituiti nella formazione originale, con la quale iniziarono nel 1981. (Nel frattempo l’irrequieto Andy Taylor ha ri- litigato con tutti e se n’è già ri- andato). Risultato: il nuovo singolo “All you need is now” spopola da un mese su I-Tunes, in attesa della pubblicazione. Anche i Police non si sono mai ufficialmente separati, sebbene l’ultimo materiale registrato a loro nome risalga al 1986. Dopo una breve sosta di quattro lustri e rotti, i tre hanno intrapreso un world tour di circa un anno e mezzo, prima di riprendere ognuno la sua strada, con rimpolpati conti in banca. Altre voci più o meno fondate riguardano altri gruppi che negli ottanta hanno visto il loro maggior fulgore, come i Van Halen ad esempio, ma in genere si sta assistendo a un ragguardevole riflusso di musiche, colori e ritmi provenienti da questo decennio tanto criticato dai puristi quanto rimpianto da vastissime frange di pubblico, che non senza ragione sostengono che chi non l’ha vissuto non sa cosa s’è perso.

    Indipendentemente dalle motivazioni, inutile negare, prettamente economiche, del riaffacciarsi sulla scena di molti dei protagonisti dell’epoca, la cosa non è, a livello prettamente stilistico-tecnico, del tutto disprezzabile. Il mio parere è che bisogna risalire al grunge dei primi novanta per trovare un momento storico altrettanto significativo e pregnante, o quanto meno all’“Indie rock”, della prima metà dello stesso decennio (A proposito, anche i Blur meditano una riappacificazione..). Ma con il nuovo secolo, disgraziatamente sballottato tra hip e trip hop, rap, techno, dub e altre tristezze, la povertà (assenza?) di idee, di proposte, d’inventiva, d’emozioni in campo musicale è semplicemente raggelante. Non c’è un solo movimento degno di nota, l’offerta è immensa quantitativamente e risibile qualitativamente. Ben venga l’ operazione nostalgia dunque, che quanto meno comprende tutta gente che uno strumento lo sa suonare, e se l’educatissima e selezionata audience odierna la rifiuta, allora è giusto che spopolino “artisti” quali Rihanna o Lady Gaga, le cui gesta e peculiarità artistiche saranno tramandate ai posteri come emblema della musica del Duemila. Poveri posteri.

    Alfonso Gariboldi

  • Il compleanno di Pink

    Il compleanno di Pink

    Uno dei personaggi più controversi della musica internazionale compie oggi 31 anni. E’ la celebre rockstar Pink, figlia di Roger Waters e del suo gruppo di cui non ricordo il nome, che ne ha celebrato le gesta in un doppio album, emesso appunto trentun anni oggi, chiamato “The wall”. Il muro è quello che, fin da giovanissimo, Pink edifica intorno a sé. Pareti altissime, invalicabili, cementate giorno dopo giorno dalle sue esperienze: padre morto in guerra, madre opprimente, scuole come centri di tortura. Il ragazzo cresce con una devastante incapacità di comunicare e di vedere il bene nel prossimo. Così Pink, divenuto rockstar, si rinchiude gradualmente dietro pareti intrise di follia.

    Seguiamolo nel suo folle viaggio, che si estende per le venticinque tracce dell’album.

    In the flesh?. Un prologo secco, perentorio. Pink sta per esibirsi in pubblico, ma avverte gli ignari spettatori che, stavolta, lo show potrebbe non essere ciò che loro si aspettano di vedere, e lui non essere l’idolo che tutti credono. Si toglie la maschera ed esibisce, in pasto alla folla, la propria schizofrenica esistenza.

    The thin ice. E sotto la maschera troviamo un bimbo. L’ infanzia di Pink è tranquilla come molte altre. L’amore dei suoi genitori, l’azzurro di un cielo che pare non tramontare. Ma crescendo, il “ghiaccio sottile della vita moderna” lo porterà ad imbattersi in crepe sempre più pericolose.

    Another brick in the wall part.1. Pink conosce presto il primo grande trauma della propria esistenza: la scomparsa del padre in guerra. Bruciata in fretta la propria innocenza, il piccolo, cinico Pink inizia la costruzione: “Dopotutto era solo un mattone nel muro”.

    The happiest days of our lives. A scuola, Pink è circondato e terrorizzato da insegnanti oppressivi e repressivi, che a loro volta sfogano le frustrazioni cui le loro mogli “grasse e psicopatiche” li sottopongono.

    Another brick in the wall 2. Esplode la protesta di Pink e i suoi compagni contro il sistema scolastico, formato da individui che non sono altro che nuovi mattoni nel muro di Pink.

    Mother. Per il ragazzo però, all’orizzonte si staglia la figura maestosa e rassicurante della Madre. Che lo proteggerà in ogni momento, e così facendo lo renderà ancora più insicuro e impreparato ad affrontare la vita. La quale per il giovane porta ogni giorno nuove questioni irrisolte.

    Goodbye Blue sky. Qui Pink, ad esempio, si chiede il perché della guerra, della quale comprende solo il fatto che dopo di essa, niente nella sua vita sarebbe rimasto lo stesso.

    Empty spaces/Young lust. In essa infatti, l’incomunicabilità e le incomprensioni cominciano ad essere un problema serio, per un Pink che cresce ma resta fragile psicologicamente. “Come riempiremo gli spazi vuoti in cui eravamo soliti parlare?”, si chiede sconsolato. Un riempitivo, leggero e indolore, potrebbe essere il sesso. La figura femminile, nell’alienata mentalità del nostro protagonista, dev’essere sporcacciona e anonima, deve farlo diventare un vero uomo senza implicazioni affettive e personali. Non c’è spazio per l’amore.

    One of my turns. A ciò s’aggiungano le paranoie e le crisi di follia che attanagliano un ormai adulto Pink, che spaventano e mettono in fuga chi gli sta vicino.

    Don’t leave me now. Nei brevi attimi di lucidità, Pink supplica l’altra di restare, in modo quanto meno imbarazzante: “..per salvare la faccia di fronte agli amici e riempirti di botte il sabato sera…”. E’ la fine del rapporto, Pink viene abbandonato.

    Another brick in the wall 3. In un impeto d’orgoglio, Pink dichiara di non aver bisogno di niente e nessuno. Nè donne, né droghe, ricchezza o pubblico; tutto rappresenta nient’altro che nuovi mattoni nel muro. Goodbye Cruel World. Ed è qui che tocca il fondo, l’incubo dell’anelito suicida ne tormenta le notti.

    Hey you. A metà del viaggio, però, una flebile luce in lontananza pare riaccendere in Pink speranze di salvezza. “Tu, là fuori…(dal baratro)..puoi aiutarmi?”, chiede rantolando. Ma il muro è già troppo alto, non può liberarsene.

    Is there anybody out there. Il suo richiamo resta drammaticamente inascoltato. Il nuovo mattone del muro di Pink è la sua solitudine.

    Nobody home. Pink comprende che, chiuso com è in sé stesso, tutto quanto possiede, e che lui stesso quattro tracce prima ha riconosciuto inutile, non lo salverà dal buco nero in cui scivola, se non riuscirà a ricreare almeno un autentico, leale contatto umano.

    Vera. Pink è assalito dai ricordi. La sua lei è ormai sparita per sempre, e con lei le speranze della sua gioventù.

    Bring the boys back home. Distrutto dal raggelante peso delle proprie negatività, Pink ricade in una lucida, metallica follia e ripete, sconnessamente, una frase: “Riportate a casa i ragazzi!”. Un patetico riferimento al bimbo che lui vorrebbe tornare a essere?

    Confortably numb. Ma Pink non può permettersi di indugiare nel delirio. E’ una rockstar e deve esibirsi. Il suo medico, cui lui narra altre reminiscenze giovanili, non lo ascolta, lo riempie di psicofarmaci e lo ributta in pasto al pubblico.

    The show must go on. Lo spettacolo deve continuare, appunto, e il nostro s’esprimerà in tutta la sua devastante paranoia, supplicando addirittura nel vaneggiamento i genitori di riportarlo a casa, “temo di non ricordare le canzoni”.

    In the flesh. Pink torna in scena. Nelle sue ininterrotte allucinazioni, immagina una band che lo surroghi, formata da filonazisti che incita il pubblico alla pulizia etnica, ottenendone un trionfo senza uguali. La cieca idolatria dell’audience spinge ancor di più Pink verso il baratro.

    Run like hell. Nel vortice dello show, Pink ha un ultimo barlume di lucidità e capisce di dover tentare una fuga, per valicare il muro che lo sta ormai soffocando. Ma le paure, le visioni, gli incubi lo sovrastano impietosamente.

    Waiting for the worms. Si immagina assalito dai vermi, mentre lui anela a “ripulire la città e accendere forni”. L’ ossessione nazista che s’associa, è inevitabile, all’idea della morte.

    Stop. Al culmine del furore autodistruttivo, la parola che salva Pink è “Stop”. “Voglio lasciare lo spettacolo, togliere l’uniforme e andare a casa”. Un bagliore di razionalità, che significa rinascita? Non è tanto semplice.

    The trial. Prima di risorgere, Pink affronta uno spietato, terrorizzante processo interiore, che ne deciderà le sorti. Vi si riassume ogni passaggio esistenziale di Pink, in pratica tutti i mattoni che hanno contribuito a costituirne il muro e a portarlo a un passo dall’abisso. “Vostro Onore il Verme” lo giudica, e l’accusa è pesante: è quella di “iniziare a mostrare sentimenti umani”. Con il suo stop alla follia, alle perversioni, al razzismo, alle chiusure, allo show-biz. Chiaro il dilemma del nostro, ossia se questo suo cambiamento sia giusto o meno. E al termine di questo processo fondamentale, la decisione è presa. Abbattete il muro!

    Outside the wall. La storia di Pink ha così un lieto fine, incitando alla speranza e alla positività, e a non cadere nelle trappole dell’incomunicabilità e dell’egoismo. Non tutti ce la fanno, naturalmente. Ci sarà sempre chi “picchierà il cuore contro il muro di qualche pazzo bastardo!” .

    Una storia così non merita un riascolto?

    Alfonso Gariboldi

  • Croce addosso a Califano? Si, ma…

    Croce addosso a Califano? Si, ma…

    La notizia è arcinota. Il celebre cantautore Franco Califano, 72 anni, ha richiesto l’applicazione a suo favore della legge Bacchelli per motivi di necessità. La legge prevede “l’assegnazione di un contributo straordinario a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell’arte dello spettacolo e dello sport, ma che versano in condizioni d’indigenza.” A causa di una menomazione, Califano non può più lavorare (leggi = fare serate) e ritiene di avere i diritti per beneficiare della legge suddetta. Immediato il coro di critiche da parte dell’opinione pubblica. Per sua stessa ammissione, l’autore de “Tutto il resto è noia” non s’è certo mai distinto come risparmiatore, e molti ora si scandalizzano del temerarietà d’una simile richiesta.

    Non so se Califano otterrà l’applicazione della Bacchelli e non mi va molto, pur comprendendolo e potendo facilmente entrare a farne parte, d’ unirmi al coro di riprovazione.
    Gli artisti, in tutti i campi, hanno sempre avuto una patina d’invulnerabilità, oserei dire di impunibilità, e le proteste, legittime e sacrosante, della cosiddetta gente comune si sono (quasi) sempre risolte in parole al vento.
    Un esempio su tutti.
    Maradona è tutt’ora un idolo per un considerevole numero di nostri connazionali. Pensate che la loro opinione cambi, dopo aver magari letto il seguente articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 7 settembre?

    Potrei citarne altri. Tornando all’affaire Califano, mi domando piuttosto per quale ragione il cantautore abbia sentito il bisogno di perorare la propria causa pubblicamente, sotto i riflettori. Non era il caso, vista la delicatezza della questione, muovere tutti i passi necessari avvolgendosi nel più totale riserbo? Ho già sentito una spiegazione: sensibilizzare l’opinione pubblica nei riguardi degli artisti in difficoltà. A parte il fatto che il pollice verso dell’opinione pubblica era soltanto prevedibile, ho anch’io una mia interpretazione: parlate bene o male di me, basta che ne parliate. La pubblicità è sempre l’anima del commercio.

  • La secolare carriera dei morti viventi

    Il nuovo album dei Queen, The Singles Collection, vol.4, sarà divulgato il prossimo 18 ottobre dalla Parlophone. E’ la 14esima pubblicazione relativa al gruppo, fatta salva la parentesi di Paul Rodgers + Queen, dalla dipartita di Freddie Mercury, nel novembre del 1991. Con il leader in vita, compreso il postumo ma da lui inciso Made in heaven, la band s’ era fermata a 19, e non c’è ragione per non pensare che questa quota verrà superata a breve.

    Ben tre invece le uscite discografiche per John Lennon in questo suo indaffarato 2010. Tutte il 5 ottobre, tutte per la Capitol: Gimme Some Truth, Power To The People: The Hits, John Lennon Signature Box. Il prolifico ex-baronetto approda così alle pubblicazioni numero 15, 16 e 17. Dopo la sua morte, s’intende.
    Le forme? Le solite: platinum collection, greatest hits, absolute greatest (!), classic, live, legend, unplugged, acustic, very best, box sets con foto, interviste, video, multimedialità e via discorrendo.

    Questo articolo è una semplice elencazione di numeri e date con l’intento di ribadire un’ovvietà: il mito è una gallina dalle uova d’oro che non va mai in menopausa, un’eterna mucca da latte, una schedina di superenalotto che dà sempre sei. Superfluo forse a questo punto sarebbe il ribadire l’assoluta inopportunità di questi dischi. I Queen di Mercury non ci sono più, prendetevi il Paul Rodgers al limite, ma lasciate stare le “ultime uscite dei Queen con Freddie.” Per non parlare di Lennon, che quest’anno compie i trent’anni di carriera da morto contro i venti che ha avuto da vivo. E non venitemi a raccontare le balle degli inediti, che sono comunque sempre in numero irrilevante rispetto ai soliti mega hits ripresentati all’infinito. Se l’artista aveva deciso di lasciarli inediti, ci sarà stato un motivo. Così come c’è un motivo, misero ed indistruttibile, per ingolfare di continuo il mercato con le “nuove” opere dei nostri.

  • Limiti di dignità

    Sono sette anni che David Bowie non emette novità discografiche. Non che in questo lasso di tempo non abbia dato notizia di sé: ha pubblicato compilations, partecipato a collaborazioni anche illustri, ha sbancato (gennaio 2010) il web con il live relativo al “Reality Tour” e soprattutto ha avuto problemi di salute molto seri, sei anni fa, pare totalmente superati. Ma dischi nuovi, nisba. L’ultimo, “Reality”, appunto, era opera matura ed intrigante, e nulla lasciava presagire che il successore si sarebbe tanto fatto aspettare. Ma ci sarà un successore? Il Duca ha compiuto 63 anni da sei mesi, un età oggi risibile per chi fa musica.

    Ringo ha appena festeggiato i 70 con mega party e mega live. L’amico Paul ne conta 68, Mick e l’altra pietra simbolo Keith Richards raggiungono quest’anno i 67 e potremmo proseguire a iosa. E se l’artista londinese si fosse accorto di non aver più nulla d’ importante da dire per cui sbattersi ad incidere nuovo materiale? Si può anche ampliare e deformare il discorso in questo senso. Quando è bene che un musicista appenda microfono e strumenti al chiodo? Credo sia giusto che non vengano posti limiti particolari, a livello di incisioni discografiche, se sinceramente l’artista ritiene di dover esprimere qualcosa e non per riempire a caso, ma remunerativamente, un compiaciuto ammasso di vinile. A livello di esibizioni dal vivo, io credo che invece un freno vada posto. E’ giusto, che i palcoscenici del rock mondiale (Italia inclusa) siano calpestati da ragazzi irresistibili con carriere cinquantennali ed oltre? Le personalità che ho citato prima e gli altri miti del rock over-60 e 70 non hanno più bisogno, credo, di consumare ore in palestra e barili di tinta per capelli e scimmiottare se stessi sopra un palco.

    Purtroppo è esattamente ciò che si continua a vedere per televisione e dal vivo. Dicano quel che han da dire, se ce l’hanno, con le produzioni da studio, ma non mi si venga a fare un discorso di soldi e lascino i palchi ai giovani, o quanto meno agli adulti. Tornando al duca, se Bowie è in pausa, oppure non inciderà più, per vena esaurita, tanto di cappello. Pensione meritata.

    Alfonso Gariboldi

  • De Andrè a dieci anni dalla morte

    Non sono sicuro che le imponenti celebrazioni per il decennale dell’(apparente) scomparsa di Fabrizio De André lo avrebbero totalmente gratificato. A mio fratello Fabrizio, probabilmente, certe iniziative fin troppo commemorative (le commemorazioni si riservano ai morti, dunque non a lui), e insieme quel tanto di plebiscitario e di devozionale che le ha connotate, provocherebbero qualche fastidio: Faber era uno che i santi li aveva in uggia, non amava il consenso indiscriminato, si riteneva espressione di una minoranza e al suo amore per i vinti corrispondeva altrettanto disamore per i vincenti. La sua opera poetica e musicale è lì a dimostrarlo, confermandoci il suo risoluto serbarsi su quella “cattiva strada” i cui viandanti non tollerano l’odor d’incenso e tanto meno l’aureola.

    In più, dicevo, le canonizzazioni si riservano ai defunti, e Fabrizio fruisce di quello specialissimo privilegio che la Poesia concede ai suoi poeti: quello di non morire mai. Ecco, allora, che a queste celebrazioni va comunque riconosciuto il merito d’aver comprovato la misteriosa sopravvivenza d’un grande artista nell’amore del suo vastissimo pubblico, e dunque la non deperibilità della sua arte.  A dieci anni dall’(apparente) scomparsa: l’equivalente di dieci secoli, nel mondo volubile della canzone.