Autore: Alfonso Gariboldi

  • Our Favourite Shop // Style Council

    Our Favourite Shop // Style Council

    Nella loro terza fatica, Our Favourite Shop, gli Style Council danno un senso compiuto alla vena jazz & soul che si era già  manifestata nell’ottimo, precedente Cafè Bleu. Tematiche già  esemplificate al meglio nella opener Homebreakers, atmosfere cool e fiati in abbondanza per immergersi in quella che è la ormai definita direzione musicale di Paul Weller e Mick Talbot.

    (altro…)

  • Ravi Shankar: Zen e music biz

    Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

    Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

    Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

    Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

  • Ravi Shankar: Zen e music biz

    Ravi Shankar: Zen e music biz

    Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

    Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

    Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

    Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

  • Franco Battiato assessore alla cultura

    Franco Battiato assessore alla cultura

    Quando lo scorso martedì s’è sparsa la notizia che Franco Battiato avrebbe ricoperto il ruolo d’assessore alla cultura nella nuova giunta regionale siciliana, ammetto che anche il mio pensiero, come quello di altri, è volato alle ultime frasi di una sua canzone di oltre trent’ anni fa: Mandiamoli in pensione / i direttori artistici / gli addetti alla cultura (Up patriots to arms, 1980 – tra l’altro ripresa anche di recente, con risultati discutibili, dai Subsonica).

    Battiato ha 67 anni, dunque si trova in età più o meno pensionabile, e ora è diventato effettivamente un addetto alla cultura…quando si dice l’ironia! Franco intrappolato nei suoi stessi anatemi, vittima di vistosa incoerenza, di (tardivi) cedimenti a lusinghe politiche? Già le voci di condanna, gli sghignazzamenti si sono levati nella giornata di ieri; io ci andrei piano. Durante la conferenza stampa che il cantautore e regista ha tenuto per annunciare la propria decisione, Battiato ha sottolineato che per questo suo nuovo ruolo non percepirà nessun tipo di stipendio perché «mi da’ un senso di libertà e mi rende libero di poter da un momento a all’altro lasciare l’incarico», e che la sua non sarà un’attività politica, anzi «non voglio assolutamente avere a che fare con politici».

    Proposito, quest’ultimo, che mi sembra di ben difficile realizzazione; purtuttavia, il cercare di far qualcosa per la cultura per il solo amore verso la stessa, mi pare azione quantomeno non criticabile. E’evidente che per un personaggio della visibilità e del portafoglio di Franco non sia una gran privazione il rinunciare alla paga, intanto almeno lui lo fa. Imparassero certi politici o politicanti di professione, a rinunciare a lauti stipendi e privilegi assortiti!

    —————

    TESTO
    Up Patriots To Arms!

     

    La fantasia dei popoli
    che è giunta fino a noi
    non viene dalle stelle

    alla riscossa stupidi
    che i fiumi sono in piena
    potete stare a galla.

    E non è colpa mia
    se esistono carnefici
    se esiste l’imbecillità
    se le panchine sono piene
    di gente che sta male.

    Up patriots to arms,
    Engagez-Vous
    la musica contemporanea,
    mi butta giù.

    L’ayatollah Khomeini
    per molti è santità
    abbocchi sempre all’amo

    le barricate in piazza
    le fai per conto della borghesia
    che crea falsi miti di progresso

    Chi vi credete che noi siamo
    per i capelli che portiamo
    noi siamo delle lucciole
    che stanno nelle tenebre.

    Up ecc…

    L’Impero della musica
    è giunto fino a noi
    carico di menzogne

    mandiamoli in pensione
    i direttori artistici
    gli addetti alla cultura

    e non è colpa mia
    se esistono spettacoli
    con fumi e raggi laser
    se le pedane sono piene
    di scemi che si muovono

    Up ecc…

  • Franco Battiato assessore alla cultura

    Franco Battiato assessore alla cultura

    Quando lo scorso martedì s’è sparsa la notizia che Franco Battiato avrebbe ricoperto il ruolo d’assessore alla cultura nella nuova giunta regionale siciliana, ammetto che anche il mio pensiero, come quello di altri, è volato alle ultime frasi di una sua canzone di oltre trent’ anni fa: Mandiamoli in pensione / i direttori artistici / gli addetti alla cultura (Up patriots to arms, 1980 – tra l’altro ripresa anche di recente, con risultati discutibili, dai Subsonica).

    Battiato ha 67 anni, dunque si trova in età più o meno pensionabile, e ora è diventato effettivamente un addetto alla cultura…quando si dice l’ironia! Franco intrappolato nei suoi stessi anatemi, vittima di vistosa incoerenza, di (tardivi) cedimenti a lusinghe politiche? Già le voci di condanna, gli sghignazzamenti si sono levati nella giornata di ieri; io ci andrei piano. Durante la conferenza stampa che il cantautore e regista ha tenuto per annunciare la propria decisione, Battiato ha sottolineato che per questo suo nuovo ruolo non percepirà nessun tipo di stipendio perché «mi da’ un senso di libertà e mi rende libero di poter da un momento a all’altro lasciare l’incarico», e che la sua non sarà un’attività politica, anzi «non voglio assolutamente avere a che fare con politici».

    Proposito, quest’ultimo, che mi sembra di ben difficile realizzazione; purtuttavia, il cercare di far qualcosa per la cultura per il solo amore verso la stessa, mi pare azione quantomeno non criticabile. E’evidente che per un personaggio della visibilità e del portafoglio di Franco non sia una gran privazione il rinunciare alla paga, intanto almeno lui lo fa. Imparassero certi politici o politicanti di professione, a rinunciare a lauti stipendi e privilegi assortiti!

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    TESTO
    Up Patriots To Arms!

     

    La fantasia dei popoli
    che è giunta fino a noi
    non viene dalle stelle

    alla riscossa stupidi
    che i fiumi sono in piena
    potete stare a galla.

    E non è colpa mia
    se esistono carnefici
    se esiste l’imbecillità
    se le panchine sono piene
    di gente che sta male.

    Up patriots to arms,
    Engagez-Vous
    la musica contemporanea,
    mi butta giù.

    L’ayatollah Khomeini
    per molti è santità
    abbocchi sempre all’amo

    le barricate in piazza
    le fai per conto della borghesia
    che crea falsi miti di progresso

    Chi vi credete che noi siamo
    per i capelli che portiamo
    noi siamo delle lucciole
    che stanno nelle tenebre.

    Up ecc…

    L’Impero della musica
    è giunto fino a noi
    carico di menzogne

    mandiamoli in pensione
    i direttori artistici
    gli addetti alla cultura

    e non è colpa mia
    se esistono spettacoli
    con fumi e raggi laser
    se le pedane sono piene
    di scemi che si muovono

    Up ecc…

  • Beatles, dieci lustri di Love me do

    Beatles, dieci lustri di Love me do

    Non solo nostalgia

    Osservando, ascoltando, leggendo, insomma seguendo la cascata di celebrazioni per il cinquantenario (5 ottobre) dell’uscita del primo singolo dei Beatles, Love me do / P.S. I love you, (chissà perché di questo secondo brano non ha parlato nessuno, eppure è parte integrante del singolo in questione), m’è parso di cogliere un filo comune, vale a dire l’effetto nostalgia abbinato a un “come eravamo” un po’ patetico ma forse inevitabile in questi casi.

    Quello che è passato un po’ in cavalleria e avrebbe invece meritato maggior rilievo è un dato di fatto inoppugnabile, ossia che è da questa data che la proposta musicale europea (leggi = anglosassone), intraprende un rivoluzionario processo di maturazione tecnico-stilistica. Rifiutandosi di eleggere a proprio singolo d’esordio una cover di sicura presa (nella fattispecie, la pur valida How do you do it di Mitch Murray), i quattro non solo troncavano uno standard assodato per i gruppi e solisti dell’epoca, ma affermavano fin da subito personalità e sicurezza nei propri mezzi, malgrado le perplessità di George Martin, non esattamente un inserviente qualsiasi all’interno della EMI. E nonostante i testi da baci perugina (Suvvia, stiamo parlando di ventenni in amore – avranno modo di passare a tematiche più profonde), l’armonica bluseggiante di Lennon e le impegnative armonie vocali sul refrain, specialmente al colmo dello stesso, costituirono solo i primi esempi d’un talento innovativo che avrebbe visto il proprio apice nel biennio ‘66-’67.

    P.S.I love you non era da meno. Raccogliendo le argute indicazioni di Wikipedia: “Ci sono due eccezioni notevoli (nella canzone) rispetto al modello contemporaneo. Durante il coro di apertura, l’accordo DO#7 viene inserito in modo incongruo tra il SOL e il RE, e proprio sul ritornello, ecco comparire un’inusitata variazione in SI Bemolle”. Naturalmente erano queste delle peculiarità di cui il pubblico dei quattro, 90% adoranti ragazzine, non aveva grosse probabilità di rendersi conto, un po’ più grave il fatto che non se ne accorgesse la critica musicale, occupata com’era a denigrare il fenomeno. Insomma il primo quarantacinque giri dei Beatles svelava alle orecchie più fini che ci sarebbe stato d’aspettarsi qualcosa di più che quattro bellocci con la chitarra (anzi, tre bellocci con la chitarra e un bruttino con la batteria), buoni giusto a lanciar battute sarcastiche dal palco (John), a svolgere un affidabile e frustrante gregariato (Ringo e George) o a gettar languidi sguardi da pesce lesso nelle interviste (Paul). Ogni nuova canzone, ogni successo da classifica avrebbe fatto registrare in quest’ambito dei passi in avanti, più o meno evidenti. D’ altronde i Beatles passavano ore in studio (da un certo momento in poi, poterono facilmente permetterselo), curiosi di sperimentare, testare, studiare, osare. Esempi? A bizzeffe. Tanto per citarne qualcuno, solo e unicamente dell’epoca yeh-yeh: l’apertura col ritornello di She loves you o il crescendo all’inizio di EIght days a week, a livello stilistico; su un piano più squisitamente tecnico, come non citare l’ accordo di apertura di A hard day’s night, il cui impatto sarà paragonato solo al terrificante MI maggiore che chiude A day in the life, piuttosto che il groove straordinario di All my loving, che i quattro si permisero perfino di non pubblicare come singolo. A partire dal 1966 e con la fine delle esibizioni dal vivo, l’attività in studio assorbirà la band in maniera totalizzante, ma questa è già un’altra storia.

    Non c’è niente di male, sottinteso, a celebrare con un fil d’emozione questo mezzo secolo trascorso dal primo vagito su vinile dei Beatles, (che per buona sorte non sono poi sopravvissuti a sé stessi, come han fatto, goffamente, altri gruppi più o meno contemporanei), il fatto è che nell’immaginario collettivo l’immagine del gruppo viene raramente (eufemismo) innalzata a simbolo di perfezione tecnica, che è poi la sua dimensione propria, a vantaggio della scontata, ingannevole, lacunosa e via specificando, icona di mito sorridente.

  • Beatles, dieci lustri di Love me do

    Beatles, dieci lustri di Love me do

    Non solo nostalgia

    Osservando, ascoltando, leggendo, insomma seguendo la cascata di celebrazioni per il cinquantenario (5 ottobre) dell’uscita del primo singolo dei Beatles, Love me do / P.S. I love you, (chissà perché di questo secondo brano non ha parlato nessuno, eppure è parte integrante del singolo in questione), m’è parso di cogliere un filo comune, vale a dire l’effetto nostalgia abbinato a un “come eravamo” un po’ patetico ma forse inevitabile in questi casi.

    Quello che è passato un po’ in cavalleria e avrebbe invece meritato maggior rilievo è un dato di fatto inoppugnabile, ossia che è da questa data che la proposta musicale europea (leggi = anglosassone), intraprende un rivoluzionario processo di maturazione tecnico-stilistica. Rifiutandosi di eleggere a proprio singolo d’esordio una cover di sicura presa (nella fattispecie, la pur valida How do you do it di Mitch Murray), i quattro non solo troncavano uno standard assodato per i gruppi e solisti dell’epoca, ma affermavano fin da subito personalità e sicurezza nei propri mezzi, malgrado le perplessità di George Martin, non esattamente un inserviente qualsiasi all’interno della EMI. E nonostante i testi da baci perugina (Suvvia, stiamo parlando di ventenni in amore – avranno modo di passare a tematiche più profonde), l’armonica bluseggiante di Lennon e le impegnative armonie vocali sul refrain, specialmente al colmo dello stesso, costituirono solo i primi esempi d’un talento innovativo che avrebbe visto il proprio apice nel biennio ‘66-’67.

    P.S.I love you non era da meno. Raccogliendo le argute indicazioni di Wikipedia: “Ci sono due eccezioni notevoli (nella canzone) rispetto al modello contemporaneo. Durante il coro di apertura, l’accordo DO#7 viene inserito in modo incongruo tra il SOL e il RE, e proprio sul ritornello, ecco comparire un’inusitata variazione in SI Bemolle”. Naturalmente erano queste delle peculiarità di cui il pubblico dei quattro, 90% adoranti ragazzine, non aveva grosse probabilità di rendersi conto, un po’ più grave il fatto che non se ne accorgesse la critica musicale, occupata com’era a denigrare il fenomeno. Insomma il primo quarantacinque giri dei Beatles svelava alle orecchie più fini che ci sarebbe stato d’aspettarsi qualcosa di più che quattro bellocci con la chitarra (anzi, tre bellocci con la chitarra e un bruttino con la batteria), buoni giusto a lanciar battute sarcastiche dal palco (John), a svolgere un affidabile e frustrante gregariato (Ringo e George) o a gettar languidi sguardi da pesce lesso nelle interviste (Paul). Ogni nuova canzone, ogni successo da classifica avrebbe fatto registrare in quest’ambito dei passi in avanti, più o meno evidenti. D’ altronde i Beatles passavano ore in studio (da un certo momento in poi, poterono facilmente permetterselo), curiosi di sperimentare, testare, studiare, osare. Esempi? A bizzeffe. Tanto per citarne qualcuno, solo e unicamente dell’epoca yeh-yeh: l’apertura col ritornello di She loves you o il crescendo all’inizio di EIght days a week, a livello stilistico; su un piano più squisitamente tecnico, come non citare l’ accordo di apertura di A hard day’s night, il cui impatto sarà paragonato solo al terrificante MI maggiore che chiude A day in the life, piuttosto che il groove straordinario di All my loving, che i quattro si permisero perfino di non pubblicare come singolo. A partire dal 1966 e con la fine delle esibizioni dal vivo, l’attività in studio assorbirà la band in maniera totalizzante, ma questa è già un’altra storia.

    Non c’è niente di male, sottinteso, a celebrare con un fil d’emozione questo mezzo secolo trascorso dal primo vagito su vinile dei Beatles, (che per buona sorte non sono poi sopravvissuti a sé stessi, come han fatto, goffamente, altri gruppi più o meno contemporanei), il fatto è che nell’immaginario collettivo l’immagine del gruppo viene raramente (eufemismo) innalzata a simbolo di perfezione tecnica, che è poi la sua dimensione propria, a vantaggio della scontata, ingannevole, lacunosa e via specificando, icona di mito sorridente.

  • Jon Lord, l’innnovativo

    Jon Lord, l’innnovativo

    E’ scomparso in questi giorni uno dei più talentuosi tastieristi che la scena rock abbia visto in azione: parliamo di Jon Lord, settantun anni compiuti da qualche settimana, anima storica dei Deep Purple, per i quali impreziosì i suoni di virtuosismo in tutti i dischi editi tra il 1968 e il 1998.

    Lord ha attraversato il pianeta- tastiera sperimentandone ogni possibile ambito, ed invariabilmente con risultati strabilianti. Formatosi da studi classici (frequentò il Royal College of Music a Londra), s’interessò dapprima agli ambienti jazz, per poi essere catturato, a metà degli anni sessanta, dal vortice del rock psichedelico, del quale era impregnata profondamente la prima proposta artistica del gruppo, sino ad approdare all’hard rock così come l’abbiamo maggiormente conosciuto e apprezzato.

    Nel primo settennale di vita della band, Lord ne fu fondatore e leader artistico: nei primi dischi dei “Deep Purple”, e in modo particolare in “The book of Talyesin”, il musicista comincia a trasferire su vinile la sua massima ambizione: fondere rock E classico; il risultato è udibile in tracks come “Shield” o “Anthem”. L’amore per la sperimentazione portò Lord a raggiungere traguardi impensabili, per l’epoca: come l’ amplificare il proprio Hammond attraverso un Marshall da chitarra, agevolando così non poco il lavoro dell’unico chitarrista Blackmore che si sforzava per dare ai Purple il suono più duro possibile. Contrario, assolutamente, all’avvento del sintetizzatore, che adoperò col contagocce, arrivò a perfezionare questa sua tecnica particolare in album come “In rock”, 1970, a ragione ritenuto il vero capolavoro del gruppo, in tracce quali “Child in time” o “Speed king”. I Purple terminarono poi la prima parte della loro esistenza a metà decennio, con l’abbandono di Blackmore, susseguente a quelli di Gillan e Glover.

    Negli anni successivi, Lord intraprese una carriera solistica inevitabilmente di più basso profilo rispetto a quella con la band, ma nel corso della quale si tolse, per sua stessa ammissione, le migliori soddisfazioni, come in “Sarabande” o nel sofferto, più orientato al classico “Pictured within”, della fine degli anni ’90. Per quell’epoca, i Deep Purple s’erano già riformati, ripartendo da “Perfect strangers” (1984), naturalmente con la presenza del tastierista, che vi rimase sino allo scioglimento definitivo, sancito da un’opera dal titolo profetico, “Abandon” del 1998. Da non dimenticare la sua presenza, in tono leggermente defilato, nei Whitesnake di David Coverdale. L’ultimo lavoro di Jon Lord è un prodotto blues-rock, datato 2007, sotto la sigla “Hoochie Coochie Men”. Poi la battaglia con il cancro, intrapresa nell’agosto del 2011 e persa meno di un anno più tardi.

    Quale modo migliore di rendere omaggio al genio di Lord se non quello di (ri) scoprire la sua musica? Oltre alle citate opere da studio, imprescindibile è l’ascolto delle produzioni live più emozionanti, quali “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, o “Made in Japan” , del 1972.

  • Jon Lord, l’innnovativo

    Jon Lord, l’innnovativo

    E’ scomparso in questi giorni uno dei più talentuosi tastieristi che la scena rock abbia visto in azione: parliamo di Jon Lord, settantun anni compiuti da qualche settimana, anima storica dei Deep Purple, per i quali impreziosì i suoni di virtuosismo in tutti i dischi editi tra il 1968 e il 1998.

    Lord ha attraversato il pianeta- tastiera sperimentandone ogni possibile ambito, ed invariabilmente con risultati strabilianti. Formatosi da studi classici (frequentò il Royal College of Music a Londra), s’interessò dapprima agli ambienti jazz, per poi essere catturato, a metà degli anni sessanta, dal vortice del rock psichedelico, del quale era impregnata profondamente la prima proposta artistica del gruppo, sino ad approdare all’hard rock così come l’abbiamo maggiormente conosciuto e apprezzato.

    Nel primo settennale di vita della band, Lord ne fu fondatore e leader artistico: nei primi dischi dei “Deep Purple”, e in modo particolare in “The book of Talyesin”, il musicista comincia a trasferire su vinile la sua massima ambizione: fondere rock E classico; il risultato è udibile in tracks come “Shield” o “Anthem”. L’amore per la sperimentazione portò Lord a raggiungere traguardi impensabili, per l’epoca: come l’ amplificare il proprio Hammond attraverso un Marshall da chitarra, agevolando così non poco il lavoro dell’unico chitarrista Blackmore che si sforzava per dare ai Purple il suono più duro possibile. Contrario, assolutamente, all’avvento del sintetizzatore, che adoperò col contagocce, arrivò a perfezionare questa sua tecnica particolare in album come “In rock”, 1970, a ragione ritenuto il vero capolavoro del gruppo, in tracce quali “Child in time” o “Speed king”. I Purple terminarono poi la prima parte della loro esistenza a metà decennio, con l’abbandono di Blackmore, susseguente a quelli di Gillan e Glover.

    Negli anni successivi, Lord intraprese una carriera solistica inevitabilmente di più basso profilo rispetto a quella con la band, ma nel corso della quale si tolse, per sua stessa ammissione, le migliori soddisfazioni, come in “Sarabande” o nel sofferto, più orientato al classico “Pictured within”, della fine degli anni ’90. Per quell’epoca, i Deep Purple s’erano già riformati, ripartendo da “Perfect strangers” (1984), naturalmente con la presenza del tastierista, che vi rimase sino allo scioglimento definitivo, sancito da un’opera dal titolo profetico, “Abandon” del 1998. Da non dimenticare la sua presenza, in tono leggermente defilato, nei Whitesnake di David Coverdale. L’ultimo lavoro di Jon Lord è un prodotto blues-rock, datato 2007, sotto la sigla “Hoochie Coochie Men”. Poi la battaglia con il cancro, intrapresa nell’agosto del 2011 e persa meno di un anno più tardi.

    Quale modo migliore di rendere omaggio al genio di Lord se non quello di (ri) scoprire la sua musica? Oltre alle citate opere da studio, imprescindibile è l’ascolto delle produzioni live più emozionanti, quali “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, o “Made in Japan” , del 1972.

  • Macca turns seventy

    Macca turns seventy

    Chissà se Paul Mc Cartney, uno degli invitati eccellenti ai festeggiamenti per il 60esimo di regno della regina Elisabetta, ha pensato almeno per un momento all’anniversario che, meno di due settimane dopo, avrebbe visto lui protagonista. Perché lunedì 18 giugno, oltre a dover pagare (grazie Monti!) l’ennesima tassa iniqua cui il Bel Martoriato Paese è soggetto, il fan medio italiano avrà rivolto un certo un pensiero al Macca nostro che, come direbbero oltremanica, turns seventy.

    Settant’anni da mito vissuti neanche troppo pericolosamente, a parte qualche trascurabile vicissitudine giudiziaria, come quella derivante dallo scherzetto che l’amico Lennon (più sua moglie che lui) gli giocò nel gennaio 1980, avvisando le autorità giapponesi che l’ex bassista dei Beatles stava entrando in suolo nipponico con dell’erba in valigia (per la cronaca, scherzo pesantino: una settimana di galera, e non esattamente in una suite).

    A proposito di Beatles, sembra fatto apposta, ma tra pochi mesi (5 ottobre) saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri: Love me do/P.S. I love you. La brevità della carriera dei Beatles, come ogni altra cosa riguardante il complesso, è stata fatta oggetto di studi e pubblicazioni d’ogni genere, ed uno dei peggiori e più difficilmente estirpabili luoghi comuni sulla band è che la sua fine sia stata decisa da Paul. Non è così, e ve lo dice un lennoniano de féro.

    Sul finire del 1968, John si sente già un ex, abbagliato com’era dalla figura di Yoko Ono, le cui colpe nello scioglimento del complesso sono assolutamente consistenti, la quale in un colpo solo aveva sostituito Cyhntia Powell e i Beatles, diventandone moglie, partner artistico, forse persino personificando la figura della madre che John aveva traumaticamente perso due volte, anche se qui si esce un po’ dal seminato. Era stato Paul ad assumere allora la direzione artistica del gruppo, spingendolo (in armonia con George Martin) ad affrontare il progetto Get Back, quelle famose session dal vivo senza sovra incisioni del gennaio ’69, per recuperare lo spirito dei tempi d’oro, cozzando però ben presto contro il disinteresse e l’anarchia generale. Nel corso dei mesi successivi, McCartney fece di tutto per tenere insieme il gruppo, anche tiranneggiando, certo, non era possibile lasciar naufragare così un’avventura irripetibile senza lottare. Ma i mulini a vento sono quello che sono. Quando, ai primi del 1970, ascoltò il vinile di Long and winding road e si rese conto dello scempio che Spector-il-pazzoide aveva fatto sulla sua musica, semplicemente capì che non era più cosa. Si prese poi lo sfizio di annunciare al mondo la fine della band, un atto forse subdolo ma figlio della frustrazione. Un altro luogo comune lungo come la fame è il fatto che le sue opere soliste siano delle schifezze. Certo, lo shock da scioglimento può portare a Wild Life, ma due anni dopo anche a Band on the Run. Gli album degli Wings, dileggiati all’uscita, hanno opportunatamente subito col tempo una revisione critica che ne ha riconosciuto il vero valore. E gli altri? Andatevi a riascoltare i dischi di McCartney degli ultimi cinque lustri, diciamo da Flowers in the dirt a Flaming Pie, da Driving Rain a Memory almost full, passando per Chaos and Creation in the Backyard, datato 2005, il capolavoro assoluto; commuovetevi per Friends to go o English Tea e liberatevi dal pregiudizio.

    Settant’anni costantemente sotto i riflettori, più di Dylan, che li ha compiuti da un anno, o di Jagger, che li compirà l’anno prossimo. Anche per i quasi trent’anni di matrimonio con “The lovely” Linda Eastman, interrotti da un tumore e non da quelle separazioni milionarie tipiche delle unioni tra vip. Pratica solo rimandata al 2006, grazie alle nozze sbagliate con Heather Mills; ma Paul è, evidentemente uno che all’amore ci crede, così ci ha riprovato: il 9 ottobre (questa data mi ricorda qualcosa) 2011 ha sposato Nancy Stivell. E se ci crede lui, figuriamoci se non ci credono le mogli, che sposano una banca vivente.

    Settant’anni, infine, in cui a parlare per lui è stata la musica. Se c’è qualcosa su cui non si potrà mai discutere, è l’abilità del musicista McCartney. E i suoi live restano degli happening in piena regola. Andatevi a rileggere la cronaca entusiasta del ns.collega Signorelli sul live di sette mesi fa a Milano. Happy birthday, allora, Sir Paul.