Autore: Alfonso Gariboldi

  • Macca turns seventy

    Macca turns seventy

    Chissà se Paul Mc Cartney, uno degli invitati eccellenti ai festeggiamenti per il 60esimo di regno della regina Elisabetta, ha pensato almeno per un momento all’anniversario che, meno di due settimane dopo, avrebbe visto lui protagonista. Perché lunedì 18 giugno, oltre a dover pagare (grazie Monti!) l’ennesima tassa iniqua cui il Bel Martoriato Paese è soggetto, il fan medio italiano avrà rivolto un certo un pensiero al Macca nostro che, come direbbero oltremanica, turns seventy.

    Settant’anni da mito vissuti neanche troppo pericolosamente, a parte qualche trascurabile vicissitudine giudiziaria, come quella derivante dallo scherzetto che l’amico Lennon (più sua moglie che lui) gli giocò nel gennaio 1980, avvisando le autorità giapponesi che l’ex bassista dei Beatles stava entrando in suolo nipponico con dell’erba in valigia (per la cronaca, scherzo pesantino: una settimana di galera, e non esattamente in una suite).

    A proposito di Beatles, sembra fatto apposta, ma tra pochi mesi (5 ottobre) saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri: Love me do/P.S. I love you. La brevità della carriera dei Beatles, come ogni altra cosa riguardante il complesso, è stata fatta oggetto di studi e pubblicazioni d’ogni genere, ed uno dei peggiori e più difficilmente estirpabili luoghi comuni sulla band è che la sua fine sia stata decisa da Paul. Non è così, e ve lo dice un lennoniano de féro.

    Sul finire del 1968, John si sente già un ex, abbagliato com’era dalla figura di Yoko Ono, le cui colpe nello scioglimento del complesso sono assolutamente consistenti, la quale in un colpo solo aveva sostituito Cyhntia Powell e i Beatles, diventandone moglie, partner artistico, forse persino personificando la figura della madre che John aveva traumaticamente perso due volte, anche se qui si esce un po’ dal seminato. Era stato Paul ad assumere allora la direzione artistica del gruppo, spingendolo (in armonia con George Martin) ad affrontare il progetto Get Back, quelle famose session dal vivo senza sovra incisioni del gennaio ’69, per recuperare lo spirito dei tempi d’oro, cozzando però ben presto contro il disinteresse e l’anarchia generale. Nel corso dei mesi successivi, McCartney fece di tutto per tenere insieme il gruppo, anche tiranneggiando, certo, non era possibile lasciar naufragare così un’avventura irripetibile senza lottare. Ma i mulini a vento sono quello che sono. Quando, ai primi del 1970, ascoltò il vinile di Long and winding road e si rese conto dello scempio che Spector-il-pazzoide aveva fatto sulla sua musica, semplicemente capì che non era più cosa. Si prese poi lo sfizio di annunciare al mondo la fine della band, un atto forse subdolo ma figlio della frustrazione. Un altro luogo comune lungo come la fame è il fatto che le sue opere soliste siano delle schifezze. Certo, lo shock da scioglimento può portare a Wild Life, ma due anni dopo anche a Band on the Run. Gli album degli Wings, dileggiati all’uscita, hanno opportunatamente subito col tempo una revisione critica che ne ha riconosciuto il vero valore. E gli altri? Andatevi a riascoltare i dischi di McCartney degli ultimi cinque lustri, diciamo da Flowers in the dirt a Flaming Pie, da Driving Rain a Memory almost full, passando per Chaos and Creation in the Backyard, datato 2005, il capolavoro assoluto; commuovetevi per Friends to go o English Tea e liberatevi dal pregiudizio.

    Settant’anni costantemente sotto i riflettori, più di Dylan, che li ha compiuti da un anno, o di Jagger, che li compirà l’anno prossimo. Anche per i quasi trent’anni di matrimonio con “The lovely” Linda Eastman, interrotti da un tumore e non da quelle separazioni milionarie tipiche delle unioni tra vip. Pratica solo rimandata al 2006, grazie alle nozze sbagliate con Heather Mills; ma Paul è, evidentemente uno che all’amore ci crede, così ci ha riprovato: il 9 ottobre (questa data mi ricorda qualcosa) 2011 ha sposato Nancy Stivell. E se ci crede lui, figuriamoci se non ci credono le mogli, che sposano una banca vivente.

    Settant’anni, infine, in cui a parlare per lui è stata la musica. Se c’è qualcosa su cui non si potrà mai discutere, è l’abilità del musicista McCartney. E i suoi live restano degli happening in piena regola. Andatevi a rileggere la cronaca entusiasta del ns.collega Signorelli sul live di sette mesi fa a Milano. Happy birthday, allora, Sir Paul.

  • Billy Joel // Un ventennio di silenzio

    Billy Joel // Un ventennio di silenzio

    «Non ho più niente da dire»

    Se qualcuno rivolgesse a Billy Joel la seguente domanda: «Mr. Joel, abbiamo notato che lei non incide più un album di inediti da quasi un ventennio, potrebbe significarcene la ragione?», il pianista e cantante newyorchese si liscerebbe il pizzetto osservando di sbieco l’incauto intervistatore e replicherebbe asciutto: «Non ho più niente da dire».

    L’ ultimo prodotto da studio del ragazzo di Piano Man, fresco dei suoi 63 anni compiuti proprio oggi, risale infatti al 1993, il serioso River of Dreams, trainato da brani di successo come la title track o All about soul. L’artista aveva dichiarato, dopo la pubblicazione, che sarebbe stata la sua ultima fatica, almeno in ambito pop-rock. Nessuno gli credette. Ed agli scettici non era facile dar torto.

    La storia della musica rifulge di lacrimevoli, commosse dichiarazioni di addio, di “final farewell tour”, di basta non ce la faccio più, puntualmente sbugiardate dagli sviluppi successivi. E’ storia di pochi mesi fa la dichiarazione in tal senso di Ivano Fossati, che ora attende d’essere confermata dal tempo.

    Occorre specificare che quello di Joel non è stato un ritiro completo, in ambito musicale. Negli ultimi vent’anni ha svolto un’estensiva attività concertistica, corredata da qualche album dal vivo, tra i quali spicca il celebre: 2000 Years – The millennium concert live, ed inevitabilmente disseminata dai pestiferi Best of che ammorbano di deja-vu i repertori delle star, ma in genere qui sono le case discografiche che raschiano senza troppi scrupoli il fondo del barile. Joel s’è permesso persino una sinora isolata digressione in campo classico, con la pubblicazione datata 2001 di Fantasies and delusions, oltretutto molto apprezzata dalla critica.

    Questo è, viceversa, discorso di contenuti, di ricerca. Si parla di un professionista, reduce da lunghi anni di successo e riconoscimenti, il quale, alla soglia dei quarantacinque anni, un età ridicolmente giovane per la carriera musicale, comprende d’essere giunto alla fine di un certo percorso, e piuttosto di ripubblicare sempre lo stesso prodotto con titoli differenti, ha l’onestà intellettuale di dire basta agli inediti. I più replicheranno che per una star ricca ed affermata non è poi una tragedia rinunciare agli introiti dei dischi e “limitarsi” a portare in giro il proprio repertorio. Ma per una star ricca ed affermata, a meno che con gli anni non sia diventato un cinico mercenario, non dev’essere semplice ammettere, e soprattutto rendere pubblico, il fatto di non sentire più nulla che valga la pena esprimere a livello artistico, al di là della minestre riscaldate di stili, suoni, messaggi infinitamente uguali a se stessi coi quali riempire dischi nuovi soltanto nominalmente. Ci vuole coraggio e coerenza, la reputazione si salva anche (soprattutto) così.

    Buon compleanno allora, Mr. Joel, e perdoni la domanda imprudente. La festeggeremo ascoltando un pò del suo pop rock migliore, dopotutto in vent’anni di catalogo “essenziale” c’è solo l’imbarazzo della scelta. Consiglio dello chef: An innocent man, anno 1983, magari partendo dal gioioso canto a cappella di The longest time. Un compleanno in fondo dev’essere una cosa allegra.

  • Billy Joel // Un ventennio di silenzio

    Billy Joel // Un ventennio di silenzio

    «Non ho più niente da dire»

    Se qualcuno rivolgesse a Billy Joel la seguente domanda: «Mr. Joel, abbiamo notato che lei non incide più un album di inediti da quasi un ventennio, potrebbe significarcene la ragione?», il pianista e cantante newyorchese si liscerebbe il pizzetto osservando di sbieco l’incauto intervistatore e replicherebbe asciutto: «Non ho più niente da dire».

    L’ ultimo prodotto da studio del ragazzo di Piano Man, fresco dei suoi 63 anni compiuti proprio oggi, risale infatti al 1993, il serioso River of Dreams, trainato da brani di successo come la title track o All about soul. L’artista aveva dichiarato, dopo la pubblicazione, che sarebbe stata la sua ultima fatica, almeno in ambito pop-rock. Nessuno gli credette. Ed agli scettici non era facile dar torto.

    La storia della musica rifulge di lacrimevoli, commosse dichiarazioni di addio, di “final farewell tour”, di basta non ce la faccio più, puntualmente sbugiardate dagli sviluppi successivi. E’ storia di pochi mesi fa la dichiarazione in tal senso di Ivano Fossati, che ora attende d’essere confermata dal tempo.

    Occorre specificare che quello di Joel non è stato un ritiro completo, in ambito musicale. Negli ultimi vent’anni ha svolto un’estensiva attività concertistica, corredata da qualche album dal vivo, tra i quali spicca il celebre: 2000 Years – The millennium concert live, ed inevitabilmente disseminata dai pestiferi Best of che ammorbano di deja-vu i repertori delle star, ma in genere qui sono le case discografiche che raschiano senza troppi scrupoli il fondo del barile. Joel s’è permesso persino una sinora isolata digressione in campo classico, con la pubblicazione datata 2001 di Fantasies and delusions, oltretutto molto apprezzata dalla critica.

    Questo è, viceversa, discorso di contenuti, di ricerca. Si parla di un professionista, reduce da lunghi anni di successo e riconoscimenti, il quale, alla soglia dei quarantacinque anni, un età ridicolmente giovane per la carriera musicale, comprende d’essere giunto alla fine di un certo percorso, e piuttosto di ripubblicare sempre lo stesso prodotto con titoli differenti, ha l’onestà intellettuale di dire basta agli inediti. I più replicheranno che per una star ricca ed affermata non è poi una tragedia rinunciare agli introiti dei dischi e “limitarsi” a portare in giro il proprio repertorio. Ma per una star ricca ed affermata, a meno che con gli anni non sia diventato un cinico mercenario, non dev’essere semplice ammettere, e soprattutto rendere pubblico, il fatto di non sentire più nulla che valga la pena esprimere a livello artistico, al di là della minestre riscaldate di stili, suoni, messaggi infinitamente uguali a se stessi coi quali riempire dischi nuovi soltanto nominalmente. Ci vuole coraggio e coerenza, la reputazione si salva anche (soprattutto) così.

    Buon compleanno allora, Mr. Joel, e perdoni la domanda imprudente. La festeggeremo ascoltando un pò del suo pop rock migliore, dopotutto in vent’anni di catalogo “essenziale” c’è solo l’imbarazzo della scelta. Consiglio dello chef: An innocent man, anno 1983, magari partendo dal gioioso canto a cappella di The longest time. Un compleanno in fondo dev’essere una cosa allegra.

  • Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

    Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

    Il primo a lanciare l’allarme, più di trent’anni fa, era stato Franco Battiato, già vecchio saggio all’epoca: “E non è colpa mia/ se esistono spettacoli/ con fumi e raggi laser” (Up patriots to arms, 1980). Già da qualche anno in verità, era sorta l’usanza d’ incartare il “prodotto musica” in confezioni sgargianti, forse più attente alla forma che alla sostanza.

    Palchi enormi, con scenografie futuriste, artisti e ballerini che svolazzano come al circo, gru come nei cantieri, tribune moventi, soffitti e pavimenti che s’innalzano ai cieli o sprofondano agli inferi, a seconda del tenore emotivo dello spettacolo in corso.. Naturalmente il fenomeno s’è espanso (è proprio il caso di dirlo) nel corso degli anni), non c’è rockstar che non si sia piegata, e non continui a farlo, alla logica dello show spaziale.

    Malauguratamente, negli ultimi tempi s’è cominciato a pagare qualche conto doloroso. Le recenti vicende di Matteo Armellini, romano trentenne, e di Francesco Pinna, triestino ventenne, deceduti tra dicembre e marzo proprio durante le operazioni di montaggio dei palchi dei concerti di Jovanotti e la Pausini, hanno riproposto il problema della sicurezza. E al di là degli inevitabili tributi di solidarietà emessi dalle star coinvolte e dal loro entourage, forse qualcosa sta, finalmente, cominciando a cambiare a livello di mentalità. La buona notizia è che ci sono degli artisti che stanno progettando shows “moderati”.

    I prossimi live di Ligabue e della Minogue, secondo i rumours degli addetti ai lavori, sostituiranno le parole d’ordine “eccesso” e “magnificenza” con “sobrietà e “sicurezza”; maggiori informazioni in tal senso dovrebbero essere a breve disponibili. Ma al di là dell’esempio pratico, è questa una mossa non solo opportuna, ma anche inappuntabile dal lato della resa tecnica. Perché in molti casi certi allestimenti scenici eccessivi, pacchiani, rumorosi, invece di risultare funzionali alle esibizioni, d’esserne l’attraente contorno, costituiscono semplice elemento di disturbo e distrazione. Senza contare che è anche ad esse che si deve il recente dilatarsi a dismisura dei prezzi degli spettacoli.

    Non vorrei a questo punto far passare il messaggio che la buona musica debba per forza essere presentata all’insegna del minimalismo, alla penombra di tavolati spogli da cinque per quattro, tipo free-jazz da domenica sera, ma è anche vero, è ancora più vero, che non sono poche le mega produzioni che assegnano un’indebita certificazione di qualità a manifestazioni live spesso scadenti, come quelle di certe starlette d’oltre oceano o di alcuni prodotti (non tutti) degli spesso giustamente vituperati talent show.

    Non c’è bisogno di giocare a star wars per proporre buoni spettacoli: basta essere in grado di produrre buona musica, anche se è un concetto indigeribile dal business odierno.

  • Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

    Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

    Il primo a lanciare l’allarme, più di trent’anni fa, era stato Franco Battiato, già vecchio saggio all’epoca: “E non è colpa mia/ se esistono spettacoli/ con fumi e raggi laser” (Up patriots to arms, 1980). Già da qualche anno in verità, era sorta l’usanza d’ incartare il “prodotto musica” in confezioni sgargianti, forse più attente alla forma che alla sostanza.

    Palchi enormi, con scenografie futuriste, artisti e ballerini che svolazzano come al circo, gru come nei cantieri, tribune moventi, soffitti e pavimenti che s’innalzano ai cieli o sprofondano agli inferi, a seconda del tenore emotivo dello spettacolo in corso.. Naturalmente il fenomeno s’è espanso (è proprio il caso di dirlo) nel corso degli anni), non c’è rockstar che non si sia piegata, e non continui a farlo, alla logica dello show spaziale.

    Malauguratamente, negli ultimi tempi s’è cominciato a pagare qualche conto doloroso. Le recenti vicende di Matteo Armellini, romano trentenne, e di Francesco Pinna, triestino ventenne, deceduti tra dicembre e marzo proprio durante le operazioni di montaggio dei palchi dei concerti di Jovanotti e la Pausini, hanno riproposto il problema della sicurezza. E al di là degli inevitabili tributi di solidarietà emessi dalle star coinvolte e dal loro entourage, forse qualcosa sta, finalmente, cominciando a cambiare a livello di mentalità. La buona notizia è che ci sono degli artisti che stanno progettando shows “moderati”.

    I prossimi live di Ligabue e della Minogue, secondo i rumours degli addetti ai lavori, sostituiranno le parole d’ordine “eccesso” e “magnificenza” con “sobrietà e “sicurezza”; maggiori informazioni in tal senso dovrebbero essere a breve disponibili. Ma al di là dell’esempio pratico, è questa una mossa non solo opportuna, ma anche inappuntabile dal lato della resa tecnica. Perché in molti casi certi allestimenti scenici eccessivi, pacchiani, rumorosi, invece di risultare funzionali alle esibizioni, d’esserne l’attraente contorno, costituiscono semplice elemento di disturbo e distrazione. Senza contare che è anche ad esse che si deve il recente dilatarsi a dismisura dei prezzi degli spettacoli.

    Non vorrei a questo punto far passare il messaggio che la buona musica debba per forza essere presentata all’insegna del minimalismo, alla penombra di tavolati spogli da cinque per quattro, tipo free-jazz da domenica sera, ma è anche vero, è ancora più vero, che non sono poche le mega produzioni che assegnano un’indebita certificazione di qualità a manifestazioni live spesso scadenti, come quelle di certe starlette d’oltre oceano o di alcuni prodotti (non tutti) degli spesso giustamente vituperati talent show.

    Non c’è bisogno di giocare a star wars per proporre buoni spettacoli: basta essere in grado di produrre buona musica, anche se è un concetto indigeribile dal business odierno.

  • Celentano // Festival di Sanremo 2012

    Celentano // Festival di Sanremo 2012

    Adriano, musica e (meno) parole

    Nella serata di martedì, durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2012, lo stesso s’è trasformato, com’era prevedibile, nell’ A.C.Show, un siparietto d’un ora circa con più parole che musica, nel corso del quale il Maestro è stato accompagnato da comparse assortite, tra cui i conduttori del Festival, Morandi e Papaleo, Pupo, la Canalis.

    Dopo un’ introduzione apocalittica e superflua, in particolare in questo momento, il monologo è partito, pronti via, con una stoccata violenta contro i preti, che non svelano il motivo per cui siamo nati e non parlano del paradiso, e certi giornali e riviste cattoliche (Famiglia cristianaAvvenire), ipocriti, che andrebbero chiusi.

    La bomba l’ ha sparata più tardi, con un attacco frontale alla Consulta, che ha bocciato il referendum sulla legge elettorale. Verso la fine dello spettacolo, dal niente, ha dato del deficiente ad Aldo Grasso, stavolta senza significarne i crimini.

    Senza entrare nel merito delle questioni sollevate, giova umilmente ricordare che i sacerdoti in Italia sono circa 30000 (in stabile calo, e qualcosa avrà certamente a che farci, questo continuo sparare nel mucchio contro la categoria sull’altare di una moderna e illuminata generalizzazione), e forse Adriano li conosce tutti e sa che tutti dimenticano di parlare del paradiso.

    Basta poi sfogliare un numero qualsiasi dei giornali citati per rendersi conto come le accuse di politicizzazione loro rivolte siano quanto meno fantasiose, assai più pregnante è il messaggio di fede, tolleranza e altruismo che propagano.

    La domanda è sempre la stessa: perché?

    Risposta: per audience, si sa. Il molleggiato s’era premurato, opportunamente, di far sapere che l’enorme ingaggio sarebbe finito in beneficienza. Ma la stessa audience, forse di più l’avrebbe raccolta semplicemente cantando, il suo mestiere da cinquantacinque anni.

    Nelle troppo brevi sezioni dedicate alla musica, Celentano ha riproposto un paio di brani dall’ultimo album, tra cui Facciamo finta che sia vero con la virtuale presenza di Battiato (e infatti il testo è allineato a Povera patria) e qualche old fashioned rock’n’roll.

    Ma per un solo, grande momento, Adriano è riuscito a dare l’emozione che ci aspettavamo: è stato durante l’esecuzione di Prisencolinensinainciusol, una genialità di quarant’anni e che sembra sempre scritta l’anno prossimo. E’ stata anche l’unica occasione in cui il volto del Mito è sembrato più disteso, sorridente, quasi. Per il resto, l’espressione è sempre stata austera, grave, oserei dire sofferente, in alcuni punti.

    Il succo del discorso, con Celentano, è sempre lo stesso: si sente in dovere di pontificare, criticare, diatribare su cause politico-sociali, insomma esprime opinioni come farebbe l’italiano medio in pantofole sul divano, e uno poi, può essere più o meno d’accordo.

    Ma allora a cosa serve che le faccia proprio lui?
    Come più o meno d’accordo si può essere circa l’utilità della gag, poco divertente in realtà, con Pupo, Morandi e Papaleo; si potrebbe dire che rientra nei suoi doveri di entertainer, ma qui ci si sarebbe aspettati qualcosa di meglio.

    La verità è che ci aveva visto giusto Baccini, che non è uno stupido, vent’anni fa quando ha inciso Nomi e cognomi. Il primo brano del disco, intitolato appunto Adriano Celentano contiene un’esortazione assolutamente condivisibile: «Adriano, perché ti lamenti / è meglio che canti, che parlare alla Rai». Senza contare la felicità dei cantanti in gara, che si sono visti sottrarre la scena, chi ha parlato il giorno dopo di promossi e bocciati, di stonature e destrezze, d’arrangiamenti e vocalità?

    Allora, grazie Adriano di aver lavorato per beneficienza, ma visto che la voce c’è ancora e si sente (Prisen… non era certamente in playback), perché non far tutti contenti con un bel concerto, devolvere e salutare?

  • Celentano // Festival di Sanremo 2012

    Celentano // Festival di Sanremo 2012

    Adriano, musica e (meno) parole

    Nella serata di martedì, durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2012, lo stesso s’è trasformato, com’era prevedibile, nell’ A.C.Show, un siparietto d’un ora circa con più parole che musica, nel corso del quale il Maestro è stato accompagnato da comparse assortite, tra cui i conduttori del Festival, Morandi e Papaleo, Pupo, la Canalis.

    Dopo un’ introduzione apocalittica e superflua, in particolare in questo momento, il monologo è partito, pronti via, con una stoccata violenta contro i preti, che non svelano il motivo per cui siamo nati e non parlano del paradiso, e certi giornali e riviste cattoliche (Famiglia cristianaAvvenire), ipocriti, che andrebbero chiusi.

    La bomba l’ ha sparata più tardi, con un attacco frontale alla Consulta, che ha bocciato il referendum sulla legge elettorale. Verso la fine dello spettacolo, dal niente, ha dato del deficiente ad Aldo Grasso, stavolta senza significarne i crimini.

    Senza entrare nel merito delle questioni sollevate, giova umilmente ricordare che i sacerdoti in Italia sono circa 30000 (in stabile calo, e qualcosa avrà certamente a che farci, questo continuo sparare nel mucchio contro la categoria sull’altare di una moderna e illuminata generalizzazione), e forse Adriano li conosce tutti e sa che tutti dimenticano di parlare del paradiso.

    Basta poi sfogliare un numero qualsiasi dei giornali citati per rendersi conto come le accuse di politicizzazione loro rivolte siano quanto meno fantasiose, assai più pregnante è il messaggio di fede, tolleranza e altruismo che propagano.

    La domanda è sempre la stessa: perché?

    Risposta: per audience, si sa. Il molleggiato s’era premurato, opportunamente, di far sapere che l’enorme ingaggio sarebbe finito in beneficienza. Ma la stessa audience, forse di più l’avrebbe raccolta semplicemente cantando, il suo mestiere da cinquantacinque anni.

    Nelle troppo brevi sezioni dedicate alla musica, Celentano ha riproposto un paio di brani dall’ultimo album, tra cui Facciamo finta che sia vero con la virtuale presenza di Battiato (e infatti il testo è allineato a Povera patria) e qualche old fashioned rock’n’roll.

    Ma per un solo, grande momento, Adriano è riuscito a dare l’emozione che ci aspettavamo: è stato durante l’esecuzione di Prisencolinensinainciusol, una genialità di quarant’anni e che sembra sempre scritta l’anno prossimo. E’ stata anche l’unica occasione in cui il volto del Mito è sembrato più disteso, sorridente, quasi. Per il resto, l’espressione è sempre stata austera, grave, oserei dire sofferente, in alcuni punti.

    Il succo del discorso, con Celentano, è sempre lo stesso: si sente in dovere di pontificare, criticare, diatribare su cause politico-sociali, insomma esprime opinioni come farebbe l’italiano medio in pantofole sul divano, e uno poi, può essere più o meno d’accordo.

    Ma allora a cosa serve che le faccia proprio lui?
    Come più o meno d’accordo si può essere circa l’utilità della gag, poco divertente in realtà, con Pupo, Morandi e Papaleo; si potrebbe dire che rientra nei suoi doveri di entertainer, ma qui ci si sarebbe aspettati qualcosa di meglio.

    La verità è che ci aveva visto giusto Baccini, che non è uno stupido, vent’anni fa quando ha inciso Nomi e cognomi. Il primo brano del disco, intitolato appunto Adriano Celentano contiene un’esortazione assolutamente condivisibile: «Adriano, perché ti lamenti / è meglio che canti, che parlare alla Rai». Senza contare la felicità dei cantanti in gara, che si sono visti sottrarre la scena, chi ha parlato il giorno dopo di promossi e bocciati, di stonature e destrezze, d’arrangiamenti e vocalità?

    Allora, grazie Adriano di aver lavorato per beneficienza, ma visto che la voce c’è ancora e si sente (Prisen… non era certamente in playback), perché non far tutti contenti con un bel concerto, devolvere e salutare?

  • Paul McCartney e William Campbell

    Paul McCartney e William Campbell

    “Paul is dead” … senza esagerare!

    Il fascino delle leggende, delle trame che fioriscono da decenni intorno all’universo patinato della musica rock, risiede nel fatto che siano, appunto, soltanto invenzioni fantasiose, inverosimili, spudoratamente false, messe in giro ad arte, in molti casi, dai protagonisti stessi.
    “Paul is dead” rientra perfettamente in questo canone.

    Una credenza, secondo la quale il beatle bello sarebbe deceduto all’alba del 9 novembre 1966 in un incidente d’auto dopo essere praticamente fuggito da Abbey Road al termine di un furibondo litigio con gli altri, che riscuote da anni un seguito enorme a livello mondiale, e non poteva essere altrimenti, vista la dimensione dei protagonisti. Un mito che i Beatles stessi si sono divertiti ad alimentare, anche dopo lo scioglimento del gruppo, disseminando prove abilmente costruite sui propri dischi, sulle covers e quant’altro. Basti ricordare la celeberrima copertina dell’album Abbey Road, ove Mc Cartney cammina a piedi nudi sulle strisce pedonali mentre una Wolkswagen targata “28IF” (28 anni, se fosse ancora vivo..) faceva bella mostra di sè, oppure il biascicare di Lennon al termine di I’m so tired, da molti (tutti) interpretato come “Paul is dead, miss him, man“…Ce ne sono centinaia, d’indizi. L’ultimo l’ha creato Paul stesso, nel suo album del 2007, Memory almost full.

    Suonando al contrario il pezzo Gratitude, pare che il Macca mormori: “I was Willie Campbell“, ossia “Io ero Willie Campbell“. E qui sta il punto. Paul sarebbe stato sostituito da un sosia, il poliziotto canadese William Campbell, assomigliante in misura notevole al Beatle, che a partire dal 1967 sarebbe entrato nel gruppo dopo alcuni interventi “migliorativi” di plastica facciale e qualche lezione di basso, senza, ovviamente che nè media nè popolo s’accorgessero d’alcunchè.

    Più o meno da questo punto è partita la trasmissione di giovedì sera, su RAI 2, Almost true, condotta da Lucarelli. Il programma s’intitola “quasi vero”, il che sottintende che presentatore, autori e staff sono consapevoli che si sta parlando di favole. Hanno delineato un ritratto davvero improbabile dei Beatles orfani di Paul, con i quali, sfortunatamente, William nostro non avrebbe legato per nulla. Mediocre musicista, poco affine agli altri a livello umano, insomma un corpo estraneo, sarebbe stato fin da subito messo in un angolo e riesumato solo per le foto ufficiali, per tenere in vita il gioco. Un bel giorno, Campbell avrebbe scoperto come utilizzare le apparecchiature di Abbey Road, e sarebbe riuscito a creare una serie infinita di suoni sperimentali, rumori, loops, effetti, in sostanza tutte quelle amenità che si possono ascoltare, ad esempio, al termine di Good Morning, Good Morning o nell’intera Revolution 9. Questo sarebbe stato d’ora in poi il suo apporto “tecnico”. Gli altri facevano le canzoni, lui in sostanza, provvedeva a fornire l’immagine ufficiale di Paul e ai pastrocchi da studio.

    M’è sinceramente parso una forzatura: il “Mito” ufficiale era che Campbell fosse, oltre che un sosia, anche un musicista di talento, capace di sfornare le canzoni di McCartney dal novembre’66 in poi, e non esattamente canzoncine (Hey Jude, Blackbird, Golden Slumbers, Helter Skelter… ). L’essere stato un gioppino da studio, rende la favola in effetti un pò indigesta. Anche perchè significherebbe che le suddette canzoni siano state scritte da altri e gentilmente concesse a William/Paul a livello ufficiale, nei dischi. Dopo tutto lui era la seconda mente dei Beatles, non poteva non fare più nulla.

    Considerando gli ego dei ragazzi, John in particolare, la vedo dura. E come si spiega, poi, ad esempio, il concerto sul tetto della Apple (30 gennaio 1969), dove Paul/Willie canta e suona dal vivo? E perchè, continuando in storture, dire che fu la morte di Paul a decretare la fine dei concerti dal vivo dei quattro? L’ultimo spettacolo della band s’è tenuto al Candelstick Park, San Francisco, il 29 agosto 1966, settanta giorni prima dell’incidente di McCartney, e tutti sapevano (Brian Epstein era disperato in proposito), che non ci sarebbero state altre esibizioni.. Infine, come avrebbe fatto il povero Willie, mero giullare, manipolatore d’effetti speciali, a tracciare poi una carriera solistica di quarant’anni filati?!?

    Insomma, bella la spettacolarizzazione della leggenda, divertente il colorare di toni ancora più foschi e fantasiosi un mito già intrigante di suo, ma un minimo di buonsenso, un occhio ai riscontri storici andava dato, non che si possa inventare tutto. Comunque il 7 febbraio prossimo uscirà il nuovo disco di Willie Campbell, pardon, Paul Mc Cartney… chissà se è lui.

  • Paul McCartney e William Campbell

    Paul McCartney e William Campbell

    “Paul is dead” … senza esagerare!

    Il fascino delle leggende, delle trame che fioriscono da decenni intorno all’universo patinato della musica rock, risiede nel fatto che siano, appunto, soltanto invenzioni fantasiose, inverosimili, spudoratamente false, messe in giro ad arte, in molti casi, dai protagonisti stessi.
    “Paul is dead” rientra perfettamente in questo canone.

    Una credenza, secondo la quale il beatle bello sarebbe deceduto all’alba del 9 novembre 1966 in un incidente d’auto dopo essere praticamente fuggito da Abbey Road al termine di un furibondo litigio con gli altri, che riscuote da anni un seguito enorme a livello mondiale, e non poteva essere altrimenti, vista la dimensione dei protagonisti. Un mito che i Beatles stessi si sono divertiti ad alimentare, anche dopo lo scioglimento del gruppo, disseminando prove abilmente costruite sui propri dischi, sulle covers e quant’altro. Basti ricordare la celeberrima copertina dell’album Abbey Road, ove Mc Cartney cammina a piedi nudi sulle strisce pedonali mentre una Wolkswagen targata “28IF” (28 anni, se fosse ancora vivo..) faceva bella mostra di sè, oppure il biascicare di Lennon al termine di I’m so tired, da molti (tutti) interpretato come “Paul is dead, miss him, man“…Ce ne sono centinaia, d’indizi. L’ultimo l’ha creato Paul stesso, nel suo album del 2007, Memory almost full.

    Suonando al contrario il pezzo Gratitude, pare che il Macca mormori: “I was Willie Campbell“, ossia “Io ero Willie Campbell“. E qui sta il punto. Paul sarebbe stato sostituito da un sosia, il poliziotto canadese William Campbell, assomigliante in misura notevole al Beatle, che a partire dal 1967 sarebbe entrato nel gruppo dopo alcuni interventi “migliorativi” di plastica facciale e qualche lezione di basso, senza, ovviamente che nè media nè popolo s’accorgessero d’alcunchè.

    Più o meno da questo punto è partita la trasmissione di giovedì sera, su RAI 2, Almost true, condotta da Lucarelli. Il programma s’intitola “quasi vero”, il che sottintende che presentatore, autori e staff sono consapevoli che si sta parlando di favole. Hanno delineato un ritratto davvero improbabile dei Beatles orfani di Paul, con i quali, sfortunatamente, William nostro non avrebbe legato per nulla. Mediocre musicista, poco affine agli altri a livello umano, insomma un corpo estraneo, sarebbe stato fin da subito messo in un angolo e riesumato solo per le foto ufficiali, per tenere in vita il gioco. Un bel giorno, Campbell avrebbe scoperto come utilizzare le apparecchiature di Abbey Road, e sarebbe riuscito a creare una serie infinita di suoni sperimentali, rumori, loops, effetti, in sostanza tutte quelle amenità che si possono ascoltare, ad esempio, al termine di Good Morning, Good Morning o nell’intera Revolution 9. Questo sarebbe stato d’ora in poi il suo apporto “tecnico”. Gli altri facevano le canzoni, lui in sostanza, provvedeva a fornire l’immagine ufficiale di Paul e ai pastrocchi da studio.

    M’è sinceramente parso una forzatura: il “Mito” ufficiale era che Campbell fosse, oltre che un sosia, anche un musicista di talento, capace di sfornare le canzoni di McCartney dal novembre’66 in poi, e non esattamente canzoncine (Hey Jude, Blackbird, Golden Slumbers, Helter Skelter… ). L’essere stato un gioppino da studio, rende la favola in effetti un pò indigesta. Anche perchè significherebbe che le suddette canzoni siano state scritte da altri e gentilmente concesse a William/Paul a livello ufficiale, nei dischi. Dopo tutto lui era la seconda mente dei Beatles, non poteva non fare più nulla.

    Considerando gli ego dei ragazzi, John in particolare, la vedo dura. E come si spiega, poi, ad esempio, il concerto sul tetto della Apple (30 gennaio 1969), dove Paul/Willie canta e suona dal vivo? E perchè, continuando in storture, dire che fu la morte di Paul a decretare la fine dei concerti dal vivo dei quattro? L’ultimo spettacolo della band s’è tenuto al Candelstick Park, San Francisco, il 29 agosto 1966, settanta giorni prima dell’incidente di McCartney, e tutti sapevano (Brian Epstein era disperato in proposito), che non ci sarebbero state altre esibizioni.. Infine, come avrebbe fatto il povero Willie, mero giullare, manipolatore d’effetti speciali, a tracciare poi una carriera solistica di quarant’anni filati?!?

    Insomma, bella la spettacolarizzazione della leggenda, divertente il colorare di toni ancora più foschi e fantasiosi un mito già intrigante di suo, ma un minimo di buonsenso, un occhio ai riscontri storici andava dato, non che si possa inventare tutto. Comunque il 7 febbraio prossimo uscirà il nuovo disco di Willie Campbell, pardon, Paul Mc Cartney… chissà se è lui.

  • Ricordo di George

    Ricordo di George

    Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

    Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi “All things must pass” e Living in the material world” è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l’onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi (“Dark Horse” e “Extra texture”) eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s’aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del ’75 e il settembre del ’76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con “Thirty three and a third”, l’omonimo “George Harrison” (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e “Somewhere in England”.

    Dopo il mediocre “Gone Troppo” del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con “Cloud Nine”,l’opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto “Traveling Wilburys”, le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all’opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell’amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.