Autore: Alfonso Gariboldi

  • I primi quarant’anni del Concert for Bangladesh

    I primi quarant’anni del Concert for Bangladesh

    Il padre di tutti i concerti di beneficenza ha compiuto quarant’anni.

    Era il primo agosto 1971, quando al Madison Square Garden di New York, di fronte a 40.000 persone, un emozionato George Harrison dava il via al Concert for Bangladesh. Fu un kolossal di rilevanza mondiale. Il frenetico mondo del rock, ancora sottosopra dopo una serie di eventi luttuosi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 (le tragiche fini di Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e quella, solo un mese prima, di Jim Morrison) veniva ricompattato da un alone di positività e vedeva il nuovo decennio caricarsi di grandi aspettative.

    George Harrison s’era sacrificato in un immane lavoro di organizzazione, contatti, mediazioni e diplomazia nel corso della prima metà dell’anno e, forte anche della riacquisita considerazione presso gli addetti ai lavori (il suo esordio “reale” da solista, il triplo All things must pass, aveva riscosso l’unanime plauso di pubblico e critica), riuscì a mettere insieme alcuni tra i più carismatici nomi della scena dell’epoca. In primo luogo, Dylan e Clapton, per i quali in quel momento storico la vetrina del Madison era manna dal cielo. Il menestrello di Duluth proveniva da due dischi, Self portrait (disastroso) e New morning (passabile) che rischiavano di minarne l’alone di infallibilità che s’era costruito negli anni precedenti. Clapton navigava a vista tra supergruppi troppo fragili ed il su e giù d’un pericoloso flirt con l’eroina. Il concerto per il Bangladesh rilanciò prepotentemente le quotazioni di entrambi: la lamentevole chitarra solista di Eric sprigionò (specialmente in While my guitar gently weeps) tutto il suo fascino struggente; Zimmermann ritagliò per sé stesso un concerto nel concerto infilando cinque grandi successi di fila (da A hard rain’s a-gonna fall a Just like a woman) nel delirio della folla.

    Ma sarebbe riduttivo non citare gli altri musicisti di livello che calcarono in quell’occasione il palco del Madison, da Leon Russel a Billy Preston, che suonava con George (e altri tre amici) nelle sessions di Let it be, Ringo Starr, che presentava la sua hit dell’epoca, It don’t come easy, brano che inopinatamente raggiunse le prime posizioni ai due lati dell’oceano, e naturalmente il musicista indiano Ravi Shankar. Alter-ego di Harrison nel progetto, Shankar si riservò l’intera prima parte dello show, inondando la sala con una prolungata jam session di musica sacra indiana. Ma la sua presenza era estremamente funzionale al progetto. Fu lui, che l’aveva introdotto alla conoscenza del sitar, a illuminare Harrison circa le proibitive condizioni di vita cui versavano le popolazioni di quella zona dell’Asia, riportò cifre e statistiche drammatiche, inducendo l’ex-Beatle a lanciarsi nella grande avventura di questo happening. Che, alla fine, fruttò un totale di 243,418.51 dollari, prontamente versati all’Unicef. (Gli incassi delle vendite del disco e del DVD relativi sono tuttora devolute al George Harrison Fund for Unicef).

    Il più acclamato fu, ovviamente, lo stesso George, che prestò si dimostrò perfettamente a suo agio nei panni di padrone di casa e chiuse poi lo spettacolo con Bangladesh e l’acclamata Something, l’unico suo brano ad essere comparso su un lato A dei 45 giri dei Beatles.

    Non mancarono defezioni eccellenti. McCartney rispose nì poi declinò l’invito. Il ponte tra Lennon e Harrison si sgretolò di fronte al netto diniego di quest’ultimo di lasciar salire Ono sul palco, come John avrebbe voluto. Per una volta Lennon e McCartney si dimostrarono meno infallibili del solito. A corollario dell’enorme successo dello show, Harrison e soci dovettero inghiottire qualche boccone amaro, come il fatto che, per circa un decennio, il capitale destinato alla beneficenza rimase invischiato nelle sabbie mobili di una cieca burocrazia. Ma il Concert for Bangladesh ebbe il merito di aprire la grande era degli spettacoli del genere, tra cui il Live Aid di geldofiana memoria e il più recente Live Eight, solo per citarne un paio.

    It’s only rock’n’roll, direbbe l’assente Jagger, però in questo caso era stato utile.

  • Lucio Battisti e suo fratello

    Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell’artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.

    Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
    La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
    La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 – su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.

  • Lucio Battisti e suo fratello

    Lucio Battisti e suo fratello

    Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell’artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.

    Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
    La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
    La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 – su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.

  • I Live Queen incendiano la notte inverunese

    I Live Queen incendiano la notte inverunese

    LIVE QUEEN

    www.livequeen.it

    Luogo: Inveruno (MI)
    Data: 2 luglio 2011
    Evento: Festa dei Vigili del fuoco
    Voto: 7,5

    Sabato sera, 2 luglio, i Live Queen, la tribute band milanese costituitasi un paio di anni or sono, ha incendiato, è proprio il caso di dirlo, la notte inverunese che vedeva protagonisti i Vigili del Fuoco, dei quali si celebrava la festa, presso il Campo Sportivo comunale. Il quintetto, che per l’occasione vedeva alla chitarra Cristian Comizzoli della Merqury Band, al posto del titolare vacanziero Enrico Baroni, ha fatto da sontuoso apripista ai fuochi artificiali che tra le undici e mezzo e mezzanotte hanno chiuso la serata, proponendo uno spettacolo trascinante e cercando d‘esaltare, con gli inevitabili e pesanti “fattisalvo”, le prerogative base dei live di Freddie e soci.

    Il frontman, Juri Saddi, ricalca adeguatamente lo stile istrionesco di Mercury, duettando spesso con il pubblico e cambiandosi di costume ogni quattro/cinque canzoni, presentando un guardaroba assortito: dalla calzamaglia a rombi esibita in “Living on my own”, alla classica giacchettina gialla del “Live at Wembley“, per concludere teatralmente con manto e corona prima dell’ovvia “We are the champions”. E proprio sulla epica esibizione a Wembley, Saddi basa i propri arrangiamenti vocali, evitando grazie a ciò di inerpicarsi sui tortuosissimi sentieri delle note stellari che caratterizzano alcuni brani, come la stessa “Champions“, oppure “A kind of Magic” o ancora “Radiogaga“. Ma il cantante possiede un timbro colorato e sostenuto, assolvendo onorevolmente l’ingrato compito di misurarsi con una delle più belle voci che musica leggera e non abbiano mai conosciuto.

    Non si può dire che manchi coraggio a questi ragazzi, considerando che si sono addirittura lanciati in una versione integrale di “Bohemian Rhapsody”, che nemmeno gli autori ed esecutori originali avevano mai prodotto on stage. Bisogna ammettere che, con gli annessi e connessi del caso, il risultato finale è risultato almeno ascoltabile, in questo caso in gran parte grazie all’ottimo lavoro di Moreno Pastori al piano e tastiere. Notevole anche l’apporto del “chitarrista prestato”, Comizzoli, che insieme al solidissimo, granitico bassista croato Davor Juric, riproduce alla lettera i suoni originali delle canzoni dei Queen, oltre a supportare con interventi di sostanza le studiate, sporadiche assenze di Juri dal microfono. Proprio Davor guida il gruppo in uno dei numeri più apprezzati in assoluto dal pubblico, numeroso ed entusiasta, che non poteva che essere “Another one bites the dust”. Molto gradita anche la “postuma” “Let me live”, che ha visto un piccolo problema al microfono del batterista Mauro Bonini, proprio in occasione del suo unico intervento vocale…il ragazzo s’è rifatto con gli interessi in un “assolo” superbo, a metà di “Fat Bottomed Girls”.

    Il resto del concerto è stato un crescendo di approvazione degli astanti, compatti nell’ eseguire il refrain di “We will rock you”, nell’applaudire la esibizione a torso nudo di Jury/Freddie in “Crazy Little Thing Called Love”, e soprattutto nel farsi coinvolgere nei pezzi più potenti del repertorio, come “One vision”, “I want it all” o “Hammer to Fall”, guidati da un chitarrismo potente e preciso.

    Se proprio bisogna fare un appunto a questi cinque bravissimi musicisti, potremmo accennare al fatto che gli impasti vocali esibiti hanno qui è là sofferto “l’arduo dovere” di ricalcare le memorabili alchimie create da Mercury, May e Taylor, il che comunque è facilmente comprensibile..resta il ricordo di uno spettacolo coinvolgente e acclamato, che i “Live queen” porteranno nel milanese, e non solo, per tutta estate.

  • I Live Queen incendiano la notte inverunese

    I Live Queen incendiano la notte inverunese

    LIVE QUEEN

    www.livequeen.it

    Luogo: Inveruno (MI)
    Data: 2 luglio 2011
    Evento: Festa dei Vigili del fuoco
    Voto: 7,5

    Sabato sera, 2 luglio, i Live Queen, la tribute band milanese costituitasi un paio di anni or sono, ha incendiato, è proprio il caso di dirlo, la notte inverunese che vedeva protagonisti i Vigili del Fuoco, dei quali si celebrava la festa, presso il Campo Sportivo comunale. Il quintetto, che per l’occasione vedeva alla chitarra Cristian Comizzoli della Merqury Band, al posto del titolare vacanziero Enrico Baroni, ha fatto da sontuoso apripista ai fuochi artificiali che tra le undici e mezzo e mezzanotte hanno chiuso la serata, proponendo uno spettacolo trascinante e cercando d‘esaltare, con gli inevitabili e pesanti “fattisalvo”, le prerogative base dei live di Freddie e soci.

    Il frontman, Juri Saddi, ricalca adeguatamente lo stile istrionesco di Mercury, duettando spesso con il pubblico e cambiandosi di costume ogni quattro/cinque canzoni, presentando un guardaroba assortito: dalla calzamaglia a rombi esibita in “Living on my own”, alla classica giacchettina gialla del “Live at Wembley“, per concludere teatralmente con manto e corona prima dell’ovvia “We are the champions”. E proprio sulla epica esibizione a Wembley, Saddi basa i propri arrangiamenti vocali, evitando grazie a ciò di inerpicarsi sui tortuosissimi sentieri delle note stellari che caratterizzano alcuni brani, come la stessa “Champions“, oppure “A kind of Magic” o ancora “Radiogaga“. Ma il cantante possiede un timbro colorato e sostenuto, assolvendo onorevolmente l’ingrato compito di misurarsi con una delle più belle voci che musica leggera e non abbiano mai conosciuto.

    Non si può dire che manchi coraggio a questi ragazzi, considerando che si sono addirittura lanciati in una versione integrale di “Bohemian Rhapsody”, che nemmeno gli autori ed esecutori originali avevano mai prodotto on stage. Bisogna ammettere che, con gli annessi e connessi del caso, il risultato finale è risultato almeno ascoltabile, in questo caso in gran parte grazie all’ottimo lavoro di Moreno Pastori al piano e tastiere. Notevole anche l’apporto del “chitarrista prestato”, Comizzoli, che insieme al solidissimo, granitico bassista croato Davor Juric, riproduce alla lettera i suoni originali delle canzoni dei Queen, oltre a supportare con interventi di sostanza le studiate, sporadiche assenze di Juri dal microfono. Proprio Davor guida il gruppo in uno dei numeri più apprezzati in assoluto dal pubblico, numeroso ed entusiasta, che non poteva che essere “Another one bites the dust”. Molto gradita anche la “postuma” “Let me live”, che ha visto un piccolo problema al microfono del batterista Mauro Bonini, proprio in occasione del suo unico intervento vocale…il ragazzo s’è rifatto con gli interessi in un “assolo” superbo, a metà di “Fat Bottomed Girls”.

    Il resto del concerto è stato un crescendo di approvazione degli astanti, compatti nell’ eseguire il refrain di “We will rock you”, nell’applaudire la esibizione a torso nudo di Jury/Freddie in “Crazy Little Thing Called Love”, e soprattutto nel farsi coinvolgere nei pezzi più potenti del repertorio, come “One vision”, “I want it all” o “Hammer to Fall”, guidati da un chitarrismo potente e preciso.

    Se proprio bisogna fare un appunto a questi cinque bravissimi musicisti, potremmo accennare al fatto che gli impasti vocali esibiti hanno qui è là sofferto “l’arduo dovere” di ricalcare le memorabili alchimie create da Mercury, May e Taylor, il che comunque è facilmente comprensibile..resta il ricordo di uno spettacolo coinvolgente e acclamato, che i “Live queen” porteranno nel milanese, e non solo, per tutta estate.

  • Quando cultura fa rima con chiusura

    E’ di pochi giorni fa la notizia (11 marzo), che il governo ha congelato nuovi fondi destinati alla cultura. Per l’esattezza la cifra equivale a 27 milioni di euro, il che ha portato ad una riduzione del F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo) del 50% circa rispetto al 2008. Ed altri tagli sono in arrivo. Molti teatri italiani sono a serio rischio chiusura, più di un lavoratore ha espresso la preoccupazione di perdere il proprio posto di lavoro e che l’attuale stagione artistica possa essere l’ultima.

    Lo spettro della cessazione dell’attività rischia di rivelarsi un incubo reale, ad esempio, per il Teatro Regio di Torino, i cui lavoratori hanno di recente occupato simbolicamente la sala in cui si teneva la conferenza stampa di presentazione dei “Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, ironia della sorte proprio l’opera destinata ad inaugurare le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. I manifestanti hanno messo in scena il funerale del Teatro, esibendo una bara avvolta nella bandiera tricolore. Il sovrintendente del Regio, Walter Vergnano, ha promesso in un comunicato (7 marzo) che continueranno a lavorare affinchè il Regio rimanga aperto nonostante “la cecità dei tagli dei finanziamenti pubblici metta a dura prova la nostra stessa esistenza”. La situazione non è migliore a Genova, dove lo scorso martedì le maestranze di Teatro della Tosse, Teatro dell’Archivolto, Teatro Garage e Teatro Cargo hanno occupato pacificamente il Consiglio Regionale, a partire dalle 11,30 nell’atrio di Palazzo Ducale. A rischio anche, tra gli altri, il Teatro Lirico di Cagliari, Cinecittà Luce, a Roma, e diversi teatri della provincia di Modena (viaemilianet. it, 11 marzo).

    Tre giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo e contro i tagli ai finanziamenti pubblici sono state promosse per il 26, 27 e 28 marzo a livello nazionale, e le raccolte di firme ed i forum di protesta vanno moltiplicandosi. Il ministro alla cultura, Bondi, di fatto dimissionario, che negli ultimi tempi non ha fatto mistero di non essere in grado di tamponare quella che si sta dimostrando una vera e propria emorragia di sovvenzioni (Il Coordinamento Nazionale Uil Beni e Attività Culturali ha appena annunciato un probabile, ulteriore congelamento di altri 50 milioni di euro), auspica in una nota che “il mio successore abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione”. Una vera e propria dichiarazione d’intenti…

     

  • Quando cultura fa rima con chiusura

    Quando cultura fa rima con chiusura

    E’ di pochi giorni fa la notizia (11 marzo), che il governo ha congelato nuovi fondi destinati alla cultura. Per l’esattezza la cifra equivale a 27 milioni di euro, il che ha portato ad una riduzione del F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo) del 50% circa rispetto al 2008. Ed altri tagli sono in arrivo. Molti teatri italiani sono a serio rischio chiusura, più di un lavoratore ha espresso la preoccupazione di perdere il proprio posto di lavoro e che l’attuale stagione artistica possa essere l’ultima.

    Lo spettro della cessazione dell’attività rischia di rivelarsi un incubo reale, ad esempio, per il Teatro Regio di Torino, i cui lavoratori hanno di recente occupato simbolicamente la sala in cui si teneva la conferenza stampa di presentazione dei “Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, ironia della sorte proprio l’opera destinata ad inaugurare le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. I manifestanti hanno messo in scena il funerale del Teatro, esibendo una bara avvolta nella bandiera tricolore. Il sovrintendente del Regio, Walter Vergnano, ha promesso in un comunicato (7 marzo) che continueranno a lavorare affinchè il Regio rimanga aperto nonostante “la cecità dei tagli dei finanziamenti pubblici metta a dura prova la nostra stessa esistenza”. La situazione non è migliore a Genova, dove lo scorso martedì le maestranze di Teatro della Tosse, Teatro dell’Archivolto, Teatro Garage e Teatro Cargo hanno occupato pacificamente il Consiglio Regionale, a partire dalle 11,30 nell’atrio di Palazzo Ducale. A rischio anche, tra gli altri, il Teatro Lirico di Cagliari, Cinecittà Luce, a Roma, e diversi teatri della provincia di Modena (viaemilianet. it, 11 marzo).

    Tre giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo e contro i tagli ai finanziamenti pubblici sono state promosse per il 26, 27 e 28 marzo a livello nazionale, e le raccolte di firme ed i forum di protesta vanno moltiplicandosi. Il ministro alla cultura, Bondi, di fatto dimissionario, che negli ultimi tempi non ha fatto mistero di non essere in grado di tamponare quella che si sta dimostrando una vera e propria emorragia di sovvenzioni (Il Coordinamento Nazionale Uil Beni e Attività Culturali ha appena annunciato un probabile, ulteriore congelamento di altri 50 milioni di euro), auspica in una nota che “il mio successore abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione”. Una vera e propria dichiarazione d’intenti…

     

  • Vent’anni dall’ultimo Freddie

    Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.

    In ogni branca dell’arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d’altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un’onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.

     

  • Vent’anni dall’ultimo Freddie

    Vent’anni dall’ultimo Freddie

    Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.

    In ogni branca dell’arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d’altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un’onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.

     

  • Il reflusso degli Eighties

    E’ notizia di pochi giorni fa che gli Abba ritornano insieme. Per voce della cantante Agneta Faltskog, il gruppo si ritroverà a breve per discutere tempi e modi, e soprattutto scopi, della reunion. “Qualcosa faremo sicuramente, l’idea per il momento è di legare il nostro ritorno a pochi eventi con scopi benefici”. Gli Abba si erano sciolti nel 1982, all’indomani della pubblicazione di “The visitors”, e in un trentennio non avevano mai paventato una riunione.

    Nel 2009 si erano riuniti gli Spandau Ballet, che avevano inciso tra il 1980 e il 1989. Nel corso di questi vent’anni di pausa, una lunga azione legale ha visto protagonisti tre quinti del gruppo per loyalties legate al songwriting contro Gary Kemp, chitarrista e autore pressoché unico del materiale, che vincerà la causa. Malgrado questo, la band s’è ricostituita e ha intrapreso una tourneè di successo, basata su un nuovo album, “Once more”, davvero pregevole, che contiene due inediti (di cui uno, primizia assoluta, composto da Tony Hadley) e una ventina di successi riarrangiati per l’occasione. Oserei dire “deottantizzati” per l’occasione.

    I Duran Duran, di cui gli eighties hanno parimenti decretato il trionfo planetario e la rovina, non si sono mai sciolti ed hanno inciso costantemente, ma è innegabile che il favore del pubblico sia tornato ad arrider loro nel momento in cui si sono, circa dieci anni fa, ricostituiti nella formazione originale, con la quale iniziarono nel 1981. (Nel frattempo l’irrequieto Andy Taylor ha ri- litigato con tutti e se n’è già ri- andato). Risultato: il nuovo singolo “All you need is now” spopola da un mese su I-Tunes, in attesa della pubblicazione. Anche i Police non si sono mai ufficialmente separati, sebbene l’ultimo materiale registrato a loro nome risalga al 1986. Dopo una breve sosta di quattro lustri e rotti, i tre hanno intrapreso un world tour di circa un anno e mezzo, prima di riprendere ognuno la sua strada, con rimpolpati conti in banca. Altre voci più o meno fondate riguardano altri gruppi che negli ottanta hanno visto il loro maggior fulgore, come i Van Halen ad esempio, ma in genere si sta assistendo a un ragguardevole riflusso di musiche, colori e ritmi provenienti da questo decennio tanto criticato dai puristi quanto rimpianto da vastissime frange di pubblico, che non senza ragione sostengono che chi non l’ha vissuto non sa cosa s’è perso.

    Indipendentemente dalle motivazioni, inutile negare, prettamente economiche, del riaffacciarsi sulla scena di molti dei protagonisti dell’epoca, la cosa non è, a livello prettamente stilistico-tecnico, del tutto disprezzabile. Il mio parere è che bisogna risalire al grunge dei primi novanta per trovare un momento storico altrettanto significativo e pregnante, o quanto meno all’“Indie rock”, della prima metà dello stesso decennio (A proposito, anche i Blur meditano una riappacificazione..). Ma con il nuovo secolo, disgraziatamente sballottato tra hip e trip hop, rap, techno, dub e altre tristezze, la povertà (assenza?) di idee, di proposte, d’inventiva, d’emozioni in campo musicale è semplicemente raggelante. Non c’è un solo movimento degno di nota, l’offerta è immensa quantitativamente e risibile qualitativamente. Ben venga l’ operazione nostalgia dunque, che quanto meno comprende tutta gente che uno strumento lo sa suonare, e se l’educatissima e selezionata audience odierna la rifiuta, allora è giusto che spopolino “artisti” quali Rihanna o Lady Gaga, le cui gesta e peculiarità artistiche saranno tramandate ai posteri come emblema della musica del Duemila. Poveri posteri.

    Alfonso Gariboldi