Autore: Martina Bernareggi

  • PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    Rock e Immaginazione

    PFM

    Luogo: Phenomenon Music Club, Fontaneto d’Agogna (NO)
    Data: 25 novembre 2011
    Voto: 8

    {youtube}37ytz5SE7HM{/youtube}

    L’incontro con Fabrizio De Andrè (da cui scaturì il celebre tour che tra il 1978 e il 1979 fece tappa in tutte le principali città italiane) è stata un’esperienza tra le più significative nella carriera artistica della PFM e, probabilmente, anche a livello umano ha lasciato il segno tra i componenti della storica band rock progressive, tanto che il pensiero di Franz Di Cioccio ad inizio concerto va proprio a lui: «Fabrizio ci ha fatto capire cos’è la poesia, e noi lo abbiamo aiutato ad acquisire la consapevolezza che la sua musica fosse meglio di quanto lui stesso credesse».

    Prima che le note di basso inizino a scandire l’attacco di Come ti va, Di Cioccio termina le presentazione anticipando che il concerto avrà due anime: una più cantautoriale e una puramente progressive, cui appartiene lo zoccolo duro del loro repertorio.

    Il salto d’ottava che richiede il brano d’apertura è superato senza esitazioni dal cantante-batterista della PFM e basta poco perché il suo carisma incontenibile, unito agli ottimi suoni e ad un’acustica in grado di valorizzarli, catturino la platea. Dallo stesso album di inizio anni ‘80 è tratta la successiva Quartiere 8 seguita da 46: l’assolo elettrico di Lucio “violino” Fabbri con distorsioni ed effetto wha-wha travolge il pubblico esaltato.

    E’ quindi la volta di La Rivoluzione, brano balzellante estratto da Serendipity, che vede la collaborazione di Daniele Silvestri come autore del testo. Il passaggio ai tempi dispari di Traveler, puro progressive datato ‘77, segna uno stacco netto tra prima e seconda parte del concerto. «Non la suonavamo da chissà quanto tempo» spiega Di Cioccio e continua «E’ un pezzo corale, come in una partita ci calcio, la voce passa la palla al basso, che poi serve il violino che infine passa sulla fascia sinistra verso la chitarra».

    Quando infine Di Cioccio siede alla batteria il sound della serata svolta decisamente (senza nulla togliere all’ottimo Roberto Gualdi): stacchi, controtempi e tom a profusione fanno scattare un’intesa viscerale tra i componenti della band che danno libero sfogo alla loro originaria estrazione prog.

     

    {gallery}concerti/pfm{/gallery}

    Si cambia ancora genere con Suonare, suonare, impreziosita dall’assolo di basso di Patrick Djivas e cadenzata nel finale dai battiti di mani del pubblico. Seguono la terzinata Maestro della voce e Si può fare, mentre Di Cioccio, sempre più scatenato, corre per il palco, salta, brandisce il tamburello o estrae dai pantaloni una delle tante bacchette che ha infilate nella cintola per colpire il crash alle sue spalle. Franco Mussida, sotto tono per via di un malanno stagionale, inizia a mettere in guardia le prime file “Non ho voce. E vedrete quando dovrò cantare Impressioni di settembre”.

    Ed infatti il brano-bandiera della Premiata Forneria Marconi, intonato a fatica dal chitarrista che cerca di sopperire al problema alle corde vocali alternano un recitativo al cantato, è eseguito in versione ridotta e troncato subito dopo l’assolo di tastiere di Gianluca Tagliavini. Il gran finale è affidato ad una versione estesa di Celebration con tanto di citazione, nel mezzo, di Volta la carta: il gioioso fraseggio di violino in stile Irish impone qualche passo di danza anche ai più riluttanti.

    Non resta che completare la serata con uno spettacolare assolo a quattro mani di Gualdi-Di Cioccio che sembra divertire molto i due batteristi e, di riflesso, anche la platea ammirata. Come non esserlo, d’altra parte, di fronte a uno show di questo calibro, portato in uno sperduto paesino tra i colli novaresi con la stessa convinzione, professionalità e partecipazione di quando Di Cioccio e soci spopolavano guadagnandosi il titolo di rock band italiana di maggior successo nel mondo. 

  • PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    PFM // Live @ Phenomenon di Fontaneto d’Agogna, 25 novembre 2011

    Rock e Immaginazione

    PFM

    Luogo: Phenomenon Music Club, Fontaneto d’Agogna (NO)
    Data: 25 novembre 2011
    Voto: 8

    {youtube}37ytz5SE7HM{/youtube}

    L’incontro con Fabrizio De Andrè (da cui scaturì il celebre tour che tra il 1978 e il 1979 fece tappa in tutte le principali città italiane) è stata un’esperienza tra le più significative nella carriera artistica della PFM e, probabilmente, anche a livello umano ha lasciato il segno tra i componenti della storica band rock progressive, tanto che il pensiero di Franz Di Cioccio ad inizio concerto va proprio a lui: «Fabrizio ci ha fatto capire cos’è la poesia, e noi lo abbiamo aiutato ad acquisire la consapevolezza che la sua musica fosse meglio di quanto lui stesso credesse».

    Prima che le note di basso inizino a scandire l’attacco di Come ti va, Di Cioccio termina le presentazione anticipando che il concerto avrà due anime: una più cantautoriale e una puramente progressive, cui appartiene lo zoccolo duro del loro repertorio.

    Il salto d’ottava che richiede il brano d’apertura è superato senza esitazioni dal cantante-batterista della PFM e basta poco perché il suo carisma incontenibile, unito agli ottimi suoni e ad un’acustica in grado di valorizzarli, catturino la platea. Dallo stesso album di inizio anni ‘80 è tratta la successiva Quartiere 8 seguita da 46: l’assolo elettrico di Lucio “violino” Fabbri con distorsioni ed effetto wha-wha travolge il pubblico esaltato.

    E’ quindi la volta di La Rivoluzione, brano balzellante estratto da Serendipity, che vede la collaborazione di Daniele Silvestri come autore del testo. Il passaggio ai tempi dispari di Traveler, puro progressive datato ‘77, segna uno stacco netto tra prima e seconda parte del concerto. «Non la suonavamo da chissà quanto tempo» spiega Di Cioccio e continua «E’ un pezzo corale, come in una partita ci calcio, la voce passa la palla al basso, che poi serve il violino che infine passa sulla fascia sinistra verso la chitarra».

    Quando infine Di Cioccio siede alla batteria il sound della serata svolta decisamente (senza nulla togliere all’ottimo Roberto Gualdi): stacchi, controtempi e tom a profusione fanno scattare un’intesa viscerale tra i componenti della band che danno libero sfogo alla loro originaria estrazione prog.

     

    {gallery}concerti/pfm{/gallery}

    Si cambia ancora genere con Suonare, suonare, impreziosita dall’assolo di basso di Patrick Djivas e cadenzata nel finale dai battiti di mani del pubblico. Seguono la terzinata Maestro della voce e Si può fare, mentre Di Cioccio, sempre più scatenato, corre per il palco, salta, brandisce il tamburello o estrae dai pantaloni una delle tante bacchette che ha infilate nella cintola per colpire il crash alle sue spalle. Franco Mussida, sotto tono per via di un malanno stagionale, inizia a mettere in guardia le prime file “Non ho voce. E vedrete quando dovrò cantare Impressioni di settembre”.

    Ed infatti il brano-bandiera della Premiata Forneria Marconi, intonato a fatica dal chitarrista che cerca di sopperire al problema alle corde vocali alternano un recitativo al cantato, è eseguito in versione ridotta e troncato subito dopo l’assolo di tastiere di Gianluca Tagliavini. Il gran finale è affidato ad una versione estesa di Celebration con tanto di citazione, nel mezzo, di Volta la carta: il gioioso fraseggio di violino in stile Irish impone qualche passo di danza anche ai più riluttanti.

    Non resta che completare la serata con uno spettacolare assolo a quattro mani di Gualdi-Di Cioccio che sembra divertire molto i due batteristi e, di riflesso, anche la platea ammirata. Come non esserlo, d’altra parte, di fronte a uno show di questo calibro, portato in uno sperduto paesino tra i colli novaresi con la stessa convinzione, professionalità e partecipazione di quando Di Cioccio e soci spopolavano guadagnandosi il titolo di rock band italiana di maggior successo nel mondo. 

  • Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 27 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 10

    {gallery}concerti/paul_mccartney{/gallery}


    Paul McCartney – voce/chitarra/basso/mandolino/ukulele/pianoforte  |  Rusty Anderson – chitarra |  Brian Ray – basso / chitarra |  Paul “Wix” Wickens – tastiere | Abe Laboriel Jr  – batteria


    Erano passate quasi tre ore e tutti sul palco iniziavano a dare segni di cedimento: gli occhi di Rusty Anderson erano sempre più infossati, Abe Laboriel Jr aveva donato alla spettacolo anche l’ultima goccia di sudore, ma lui, Paul McCartney, continuava a mantenere l’aplomb di un baronetto invitato a Buckingham Palace nell’ora del te. Tra le sue mani è passata almeno una mezza dozzina di strumenti musicali e su ciascuno il suo tocco è stato pressoché impeccabile. Toglieva il fiato sentirlo intonare, solo sul palco con la sua acustica, Blackbird o Yesterday, con quel timbro limpido dall’intonazione innata e totalmente incurante del tempo che passa.

    Sono le nove spaccate e McCartney saluta il pubblico del Mediolanum Forum con Hello, Goodby dichiarando, basso Höfner alla mano, l’impronta beatlesiana che avrà la serata; servono per questo musicisti parecchio ferrati con cori e doppie voci, come risulta chiaro fin dalle prime note di All My Loving, introdotta da qualche parola in italiano dell’ex Beatle.

    Dopo Jat, McCarney abbandona la giacca nera profilata in rosso per restare avvolto nel bianco della sua camicia, spezzato solo dalle linee sottilissime delle bretelle. All’esplosiva Drive My Car segue un estratto dell’ultimo album firmato Fireman e The Night Before, suonata per la prima volta in Italia.

    Per il riff graffiante di Let Me Roll It (Wings) McCartney affida a Brian Ray l’accompagnamento al basso e impugna la chitarra elettrica che sostituirà nel brano successivo con quella utilizzata per la registrazione originale di Paperback Writer: canti, controcanti su un ritmo serrato mettono a dura prova i musicisti che tuttavia non sbagliano un colpo. Il “THANKS” scritto con lo scotch sul retro della chitarra che a fine canzone Rusty Anderson esibisce al pubblico sembra voler dire: «Ce l’abbiamo fatta».

    Quasi per dare tregua alla sua band, Paul siede al pianoforte e attacca senza esitazione la struggente The Long And Winding Road, seguita da Nineteen Hundred and Eighty-Five («per i fan dei Wings» – dice) e Baby I’m Amazed, facendo sfoggio di un’estensione vocale incredibile. Tra un brano e l’altro c’è spazio per alcuni micro-siparietti intrisi di brit humor allo stato puro e qualche accenno alla canzone italiana: Piove (Ciao Ciao Bambina) di Modugno mentre saluta gli spalti più lontani e O sole mio quando sotto le sue dita passano le otto corde di un mandolino.

    Torna quindi all’acustica e, con un tocco invidiabile e la quasi perfezione esecutiva, Paul McCartney intona I Will, poi ricorda le lotte per i diritti civili vissute in prima persona negli anni ‘60 con Blackbird (peccato che migliaia di battiti di mani non abbiano compreso la solennità del momento) ed infine dedica (in italiano) Here Today al suo amico John.

    La scanzonata Everybody’s Gonna Dance Tonigth mette fine al momento più toccante dello spettacolo, complice un balletto irridente del gigante Abe Laboriel Jr che, mentre tiene il tempo con la grancassa, agita le braccia in stile “Saturdaynight Fever” conquistandosi l’applauso divertito dei 12 mila del Forum prima di sostenere l’impegnativa backingvoice di Eleanor Rigby.

    Da polistrumentista irriducibile, Macca fa l’omaggio più bello all’amico George Harrison, accompagnando con l’ukulele le prime strofe di Something «perchè – spiega – è così che molti anni fa l’avevamo suonata assieme e così ora la voglio suonare per voi». Quando la chitarra elettrica fa breccia nel brano e il riff si accompagna alle immagini in bianco e nero di Harrison, le vibrazioni in fondo allo stomaco non sono dovute al volume dell’impianto…

    Ecco quindi Band On The run, Ob-la-di, Ob-la-da e una propulsiva Back in USSR, sostenuta da una combinazione di immagini e luci che fino a questo momento non era stata all’altezza dello show; McCartney può permettersi variazioni sul tema originale sfiorando note dell’ottava superiore.

    C’è ancora spazio per I’ve Got A Feeling e il medley A Day In The Life /Give Peace a Chance prima del gran finale al pianoforte: tra Let it Be e Hey Jude esplode Live And Let Die con giochi pirotecnici e musicisti scatenati per il palcoscenico.

    Rientrando per il bis, McCartney e la sua strepitosa band sfoderano il tris All You Need Is Love – Day Tripper – Get Back e, al secondo richiamo del pubblico, dopo una Yesterday da pelle d’oca, l’attacco inconfondibile è quello di Helter Skelter. Paul McCartney chiude il concerto al pianoforte, parlando con il suo pubblico: è lucido, composto, la voce identica all’inizio del concerto (e a trent’anni fa).

    Chiunque abbia pensato «meglio andare questa volta a vederlo perchè non so quante occasioni avrò ancora per farlo», di fronte ad un talento del genere e a quel perfetto stato di conservazione, dovrà necessariamente ricredersi.

    Leggi “Sotto il palco” di Marco Signorelli


     

    SCALETTA

     

    Hello, Goodbye (Beatles)
    Junior’s Farm (Wings)
    All My Loving (Beatles)
    Jet (Wings)
    Drive My Car (Beatles)
    Sing the Changes (Fireman)
    The Night Before (Beatles)
    Let Me Roll It (Wings)
    Paperback Writer (Beatles)
    The Long and Winding Road (Beatles)
    Come and Get It
    Nineteen Hundred and Eighty-Five (Wings)
    Maybe I’m Amazed
    I’ve Just Seen a Face (Beatles)
    I Will (Beatles)
    Blackbird (Beatles)
    Here Today
    Dance Tonight
    Mrs Vandebilt (Wings)
    Eleanor Rigby (Beatles)
    Something (Beatles)
    Band on the Run (Wings)
    Ob-La-Di, Ob-La-Da (Beatles)
    Back in the U.S.S.R. (Beatles)
    I’ve Got A Feeling (Beatles)
    A Day in the Life / Give Peace A Chance (Beatles)
    Let It Be (Beatles)
    Live and Let Die (Wings)
    Hey Jude (Beatles)

    All You Need Is Love/She Loves You (Beatles)
    Day Tripper (Beatles)
    Get Back (Beatles)

    Yesterday (Beatles)
    Helter Skelter (Beatles)
    Golden Slumbers / Carry That Weight / The End (Beatles)

     

  • Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney: On The Run Tour // Concerto @ Milano 2011

    Paul McCartney

    Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
    Data: 27 novembre 2011
    Evento: Band On The Run Tour 2011
    Voto: 10

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    Paul McCartney – voce/chitarra/basso/mandolino/ukulele/pianoforte  |  Rusty Anderson – chitarra |  Brian Ray – basso / chitarra |  Paul “Wix” Wickens – tastiere | Abe Laboriel Jr  – batteria


    Erano passate quasi tre ore e tutti sul palco iniziavano a dare segni di cedimento: gli occhi di Rusty Anderson erano sempre più infossati, Abe Laboriel Jr aveva donato alla spettacolo anche l’ultima goccia di sudore, ma lui, Paul McCartney, continuava a mantenere l’aplomb di un baronetto invitato a Buckingham Palace nell’ora del te. Tra le sue mani è passata almeno una mezza dozzina di strumenti musicali e su ciascuno il suo tocco è stato pressoché impeccabile. Toglieva il fiato sentirlo intonare, solo sul palco con la sua acustica, Blackbird o Yesterday, con quel timbro limpido dall’intonazione innata e totalmente incurante del tempo che passa.

    Sono le nove spaccate e McCartney saluta il pubblico del Mediolanum Forum con Hello, Goodby dichiarando, basso Höfner alla mano, l’impronta beatlesiana che avrà la serata; servono per questo musicisti parecchio ferrati con cori e doppie voci, come risulta chiaro fin dalle prime note di All My Loving, introdotta da qualche parola in italiano dell’ex Beatle.

    Dopo Jat, McCarney abbandona la giacca nera profilata in rosso per restare avvolto nel bianco della sua camicia, spezzato solo dalle linee sottilissime delle bretelle. All’esplosiva Drive My Car segue un estratto dell’ultimo album firmato Fireman e The Night Before, suonata per la prima volta in Italia.

    Per il riff graffiante di Let Me Roll It (Wings) McCartney affida a Brian Ray l’accompagnamento al basso e impugna la chitarra elettrica che sostituirà nel brano successivo con quella utilizzata per la registrazione originale di Paperback Writer: canti, controcanti su un ritmo serrato mettono a dura prova i musicisti che tuttavia non sbagliano un colpo. Il “THANKS” scritto con lo scotch sul retro della chitarra che a fine canzone Rusty Anderson esibisce al pubblico sembra voler dire: «Ce l’abbiamo fatta».

    Quasi per dare tregua alla sua band, Paul siede al pianoforte e attacca senza esitazione la struggente The Long And Winding Road, seguita da Nineteen Hundred and Eighty-Five («per i fan dei Wings» – dice) e Baby I’m Amazed, facendo sfoggio di un’estensione vocale incredibile. Tra un brano e l’altro c’è spazio per alcuni micro-siparietti intrisi di brit humor allo stato puro e qualche accenno alla canzone italiana: Piove (Ciao Ciao Bambina) di Modugno mentre saluta gli spalti più lontani e O sole mio quando sotto le sue dita passano le otto corde di un mandolino.

    Torna quindi all’acustica e, con un tocco invidiabile e la quasi perfezione esecutiva, Paul McCartney intona I Will, poi ricorda le lotte per i diritti civili vissute in prima persona negli anni ‘60 con Blackbird (peccato che migliaia di battiti di mani non abbiano compreso la solennità del momento) ed infine dedica (in italiano) Here Today al suo amico John.

    La scanzonata Everybody’s Gonna Dance Tonigth mette fine al momento più toccante dello spettacolo, complice un balletto irridente del gigante Abe Laboriel Jr che, mentre tiene il tempo con la grancassa, agita le braccia in stile “Saturdaynight Fever” conquistandosi l’applauso divertito dei 12 mila del Forum prima di sostenere l’impegnativa backingvoice di Eleanor Rigby.

    Da polistrumentista irriducibile, Macca fa l’omaggio più bello all’amico George Harrison, accompagnando con l’ukulele le prime strofe di Something «perchè – spiega – è così che molti anni fa l’avevamo suonata assieme e così ora la voglio suonare per voi». Quando la chitarra elettrica fa breccia nel brano e il riff si accompagna alle immagini in bianco e nero di Harrison, le vibrazioni in fondo allo stomaco non sono dovute al volume dell’impianto…

    Ecco quindi Band On The run, Ob-la-di, Ob-la-da e una propulsiva Back in USSR, sostenuta da una combinazione di immagini e luci che fino a questo momento non era stata all’altezza dello show; McCartney può permettersi variazioni sul tema originale sfiorando note dell’ottava superiore.

    C’è ancora spazio per I’ve Got A Feeling e il medley A Day In The Life /Give Peace a Chance prima del gran finale al pianoforte: tra Let it Be e Hey Jude esplode Live And Let Die con giochi pirotecnici e musicisti scatenati per il palcoscenico.

    Rientrando per il bis, McCartney e la sua strepitosa band sfoderano il tris All You Need Is Love – Day Tripper – Get Back e, al secondo richiamo del pubblico, dopo una Yesterday da pelle d’oca, l’attacco inconfondibile è quello di Helter Skelter. Paul McCartney chiude il concerto al pianoforte, parlando con il suo pubblico: è lucido, composto, la voce identica all’inizio del concerto (e a trent’anni fa).

    Chiunque abbia pensato «meglio andare questa volta a vederlo perchè non so quante occasioni avrò ancora per farlo», di fronte ad un talento del genere e a quel perfetto stato di conservazione, dovrà necessariamente ricredersi.

    Leggi “Sotto il palco” di Marco Signorelli


     

    SCALETTA

     

    Hello, Goodbye (Beatles)
    Junior’s Farm (Wings)
    All My Loving (Beatles)
    Jet (Wings)
    Drive My Car (Beatles)
    Sing the Changes (Fireman)
    The Night Before (Beatles)
    Let Me Roll It (Wings)
    Paperback Writer (Beatles)
    The Long and Winding Road (Beatles)
    Come and Get It
    Nineteen Hundred and Eighty-Five (Wings)
    Maybe I’m Amazed
    I’ve Just Seen a Face (Beatles)
    I Will (Beatles)
    Blackbird (Beatles)
    Here Today
    Dance Tonight
    Mrs Vandebilt (Wings)
    Eleanor Rigby (Beatles)
    Something (Beatles)
    Band on the Run (Wings)
    Ob-La-Di, Ob-La-Da (Beatles)
    Back in the U.S.S.R. (Beatles)
    I’ve Got A Feeling (Beatles)
    A Day in the Life / Give Peace A Chance (Beatles)
    Let It Be (Beatles)
    Live and Let Die (Wings)
    Hey Jude (Beatles)

    All You Need Is Love/She Loves You (Beatles)
    Day Tripper (Beatles)
    Get Back (Beatles)

    Yesterday (Beatles)
    Helter Skelter (Beatles)
    Golden Slumbers / Carry That Weight / The End (Beatles)

     

  • Grande musica con Ares Onlus di Legnano

    Grande musica con Ares Onlus di Legnano

    L’associazione Ares onlus di Legnano, allo scopo di finanziare le proprie iniziative umanitarie, ha organizzato quattro eventi musicali che si svolgeranno presso il teatro Galleria di Legnano. Il primo, intitolato UN INCONTRO IN JAZZ, vede insieme artisti di fama mondiale, Gino Paoli, Flavio Bolto, Danilo Rea, Rosario Bonaccorsio e Roberto Gatto. Da febbraio 2012 altri straordinari eventi musicali con Tullio De Piscopo, Giorgio Conte e Fabrizio Bosso.

    PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

    Associazione Ares
    www.eventiperilmondo.it

     

    TELEFONO
    +39 0331.540333

    INDIRIZZO
    Via Palestro, 9 – 20025 Legnano (MI)

    E-MAIL
    info@eventiperilmondo.it

  • Grande musica con Ares Onlus di Legnano

    Grande musica con Ares Onlus di Legnano

    L’associazione Ares onlus di Legnano, allo scopo di finanziare le proprie iniziative umanitarie, ha organizzato quattro eventi musicali che si svolgeranno presso il teatro Galleria di Legnano. Il primo, intitolato UN INCONTRO IN JAZZ, vede insieme artisti di fama mondiale, Gino Paoli, Flavio Bolto, Danilo Rea, Rosario Bonaccorsio e Roberto Gatto. Da febbraio 2012 altri straordinari eventi musicali con Tullio De Piscopo, Giorgio Conte e Fabrizio Bosso.

    PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

    Associazione Ares
    www.eventiperilmondo.it

     

    TELEFONO
    +39 0331.540333

    INDIRIZZO
    Via Palestro, 9 – 20025 Legnano (MI)

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    info@eventiperilmondo.it

  • Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Un incontro in Jazz

    Luogo: Teatro Verdi, Padova
    Data: 18 novembre 2011
    Evento: Padova Jazz Festival 2011
    Voto: 8

    {gallery}concerti/gino paoli{/gallery}


    Gino Paoli – voce  |  Flavio Boltro – tromba  |  Danilo Rea – piano  |  Rosario Bonaccorso – contrabbasso 
    Roberto Gatto – batteria


    Chissà se all’epoca in cui scriveva La Gatta, Gino Paoli avrebbe mai pensato di ritrovarsi, a distanza di 50 anni, a swingare in giro per il mondo assieme a quattro tra i migliori jazzisti sulla scena internazionale. Che l’abbia fatto o meno, lo spettacolo Un incontro in Jazz, con quell’alto mix di mestiere, passione e divertimento, è un perfetto connubio tra due generi, il jazz e la canzone cantautorale, che tendono solitamente a non parlarsi. E quando, sul palco, musicisti del calibro di Danilo Rea, Roberto Gatto, Rosario Bonaccorso e Flavio Boltro si divertono, è matematico che anche il pubblico venga travolto dalla stessa euforia.

    La serata, che si sarebbe snodata tra standard e celebri composizioni dell’autore de Il Cielo in una stanza, ha due introduzioni: la prima, in diretta, della presentatrice del Padova Jazz Festival; la seconda, in lingua spagnola, registrata durante un precedente concerto a Cartagena, è parte integrante dello show «perché – afferma Paoli – quella voce ci fa arrapare, e l’arrapamento è condizione necessaria per un buon concerto».

    Su uno swing fluido e sensuale, la melodia di Time After Time è intagliata dalla voce ruggine di Paoli; quando si interrompe è per lasciare che i musicisti si presentino, uno per uno, attraverso i loro solos. Il brano scelto per inaugurare la serie a firma Paoli, è Sapore di sale, seguito da La Gatta: simile ad una filastrocca scherzosa, la canzone si trasforma in un gioco di intese tra i musicisti con cambi di tempo e di ritmo, a seconda dello strumento solista, un’irriverente tromba growl e un contrabbasso percosso dalle sapienti dita di Bonaccorso, che non risparmia slide, armonici e slap; il cantante, dal suo sgabello, guada ammirato l’esecuzione rivoluzionata della sua composizione.

    La lingua spagnola ritorna sulle note di Contigo en la distancia (Luis Miguel) seguita dalla bella prova vocale di Vivere Ancora: è però la tromba di Boltro ad aprire e chiudere il brano concedendosi sul finale una divagazione effettata, con sovrapposizioni e intrecci giocati sul delay.

    Senza fine, (cui aveva reso omaggio anche Markelian Kapedani con il suo pianoforte solo in apertura di serata) è il pretesto per un funambolesco assolo di batteria: a metà del brano la scena è lasciata interamente a Roberto Gatto che, per stupire, sceglie di semplificare: posa le bacchette e a mani nude, pelle contro pelle, libera il suono più puro e primordiale delle percussioni. La platea è quasi ipnotizzata.

    Smile (Nat King Cole) e Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet) precedono l’ultima tranche di brani di Paoli: E m’innamorerai, Che cosa c’è, Ti lascio una canzone (accompagnata solo da Danilo Rea) e, gran finale, Il cielo in una stanza.

    I bis sono acclamati a gran voce da tutto il teatro, che faceva registrare il tutto esaurito già da giorni.

  • Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Un incontro in Jazz

    Luogo: Teatro Verdi, Padova
    Data: 18 novembre 2011
    Evento: Padova Jazz Festival 2011
    Voto: 8

    {gallery}concerti/gino paoli{/gallery}


    Gino Paoli – voce  |  Flavio Boltro – tromba  |  Danilo Rea – piano  |  Rosario Bonaccorso – contrabbasso 
    Roberto Gatto – batteria


    Chissà se all’epoca in cui scriveva La Gatta, Gino Paoli avrebbe mai pensato di ritrovarsi, a distanza di 50 anni, a swingare in giro per il mondo assieme a quattro tra i migliori jazzisti sulla scena internazionale. Che l’abbia fatto o meno, lo spettacolo Un incontro in Jazz, con quell’alto mix di mestiere, passione e divertimento, è un perfetto connubio tra due generi, il jazz e la canzone cantautorale, che tendono solitamente a non parlarsi. E quando, sul palco, musicisti del calibro di Danilo Rea, Roberto Gatto, Rosario Bonaccorso e Flavio Boltro si divertono, è matematico che anche il pubblico venga travolto dalla stessa euforia.

    La serata, che si sarebbe snodata tra standard e celebri composizioni dell’autore de Il Cielo in una stanza, ha due introduzioni: la prima, in diretta, della presentatrice del Padova Jazz Festival; la seconda, in lingua spagnola, registrata durante un precedente concerto a Cartagena, è parte integrante dello show «perché – afferma Paoli – quella voce ci fa arrapare, e l’arrapamento è condizione necessaria per un buon concerto».

    Su uno swing fluido e sensuale, la melodia di Time After Time è intagliata dalla voce ruggine di Paoli; quando si interrompe è per lasciare che i musicisti si presentino, uno per uno, attraverso i loro solos. Il brano scelto per inaugurare la serie a firma Paoli, è Sapore di sale, seguito da La Gatta: simile ad una filastrocca scherzosa, la canzone si trasforma in un gioco di intese tra i musicisti con cambi di tempo e di ritmo, a seconda dello strumento solista, un’irriverente tromba growl e un contrabbasso percosso dalle sapienti dita di Bonaccorso, che non risparmia slide, armonici e slap; il cantante, dal suo sgabello, guada ammirato l’esecuzione rivoluzionata della sua composizione.

    La lingua spagnola ritorna sulle note di Contigo en la distancia (Luis Miguel) seguita dalla bella prova vocale di Vivere Ancora: è però la tromba di Boltro ad aprire e chiudere il brano concedendosi sul finale una divagazione effettata, con sovrapposizioni e intrecci giocati sul delay.

    Senza fine, (cui aveva reso omaggio anche Markelian Kapedani con il suo pianoforte solo in apertura di serata) è il pretesto per un funambolesco assolo di batteria: a metà del brano la scena è lasciata interamente a Roberto Gatto che, per stupire, sceglie di semplificare: posa le bacchette e a mani nude, pelle contro pelle, libera il suono più puro e primordiale delle percussioni. La platea è quasi ipnotizzata.

    Smile (Nat King Cole) e Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet) precedono l’ultima tranche di brani di Paoli: E m’innamorerai, Che cosa c’è, Ti lascio una canzone (accompagnata solo da Danilo Rea) e, gran finale, Il cielo in una stanza.

    I bis sono acclamati a gran voce da tutto il teatro, che faceva registrare il tutto esaurito già da giorni.

  • Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Dev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
    Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

    Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

    Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce…un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

    La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
    A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
    «Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato – di nuovo nella mia immaginazione – già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

    La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

    E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
    Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.

  • Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Duetto inedito tra Freddie Mercury e Michael Jackson: Brian May pensa alla pubblicazione

    Dev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
    Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

    Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

    Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce…un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

    La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
    A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
    «Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato – di nuovo nella mia immaginazione – già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

    La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

    E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
    Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.