Varese ospiterà Paolo Conte per un doppio appuntamento i giorni 1 e 2 ottobre. La prima serata vedrà il cantautore astigiano esibirsi in concerto per il decennale del teatro Apollonio; il giorno succesivo Conte riceverà il premio “Le parole della musica”, riconoscimento assegnato dal Premio Chiara, in collaborazione con il Premio Tenco.
Autore: Martina Bernareggi
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Eventi in jazz 2011 a Busto Arsizio
Segui giorno per giorno lo SPECIALE EVENTI IN JAZZ: recensioni, foto e spezzoni video dei concerti sono a tua disposizione
Il programma:
BUSTO ARSIZIO
Tutti i concerti in programma si terranno presso il Teatro Sociale – Piazza Plebiscito, 1
Lunedì 17 ottobre ore 21
Joe Locke – vibrafono
Dado Moroni – pianoforte
Rosario Giuliani – sassofono contralto e sopranoOre 23 Jazz Galà (Gastronomia Crespi)
Martedì 18 ottobre ore 21
Lydian Sound Orchestra
Arrangiatore e Direttore Riccardo BrazzalePietro Tonolo – sassofono contralto e soprano
Robert Bonisolo – sassofono contralto e tenore
Rossano Emili – sassofono baritono e clarinetto
J. Kyle Gregory – tromba – piccolo
Roberto Rossi – trombone
Dario Duso – tuba
Paolo Birro – pianoforte
Marc Abrams – contrabbasso
Mauro Beggio – batteriaMercoledì 19 ottobre ore 21
Proiezione del film documentario Michel Petrucciani – Body & Soul
del regista Michael Radford, presentato all’edizione 2011 del Festival di Cannes.Costo del biglietto € 4.00 – ingresso gratuito per gli abbonati
Giovedì 20 ottobre ore 21
Louis Hayes & The Cannonball Legacy Band
Louis Hayes – batteria
Vincent Herring – sassofono contralto
Philip Harper – tromba
Rick Germanson – pianoforte
Richie Goods – contrabbassoVenerdì 21 ottobre ore 21
Enrico Rava Tribe
Enrico Rava – tromba
Gianluca Petrella – trombone
Giovanni Guidi – pianoforte
Gabriele Evangelista – contrabbasso
Fabrizio Sferra – batteriaSabato 22 ottobre ore 21
Kyle Eastwood – Songs From The Chateau
Kyle Eastwood – contrabbasso
Jim Watson – pianoforte
Richard Beesley – sassofono tenore
Henry Collins – tromba
Martyn Kaine – batteriaPrevendita biglietti
Concerti Città di Busto Arsizio:
Ingresso € 7,00 – Abbonamento € 30,00
Teatro Sociale – Piazza Plebiscito, 1
Busto Arsizio – tel. 0331/679000
Mercoledì – Venerdì dalle ore 16,00 alle ore 18,00
CASTELLANZA
GRANDE JAZZ… all’UNIVERSITÀ
Università Carlo Cattaneo – LIUC – Aula Bussolati Piazza Soldini, 5
Venerdì 4 Novembre ore 21
Cordoba Reunion
Javier Girotto – sassofono baritono e sassofono soprano
Gerardo Di Giusto – pianoforte
Carlos “El Tero” Buschini – contrabbasso
Minino Garay – batteria e percussioniOre 23 Jazz Fantasy (Compass Group)
Venerdì 11 Novembre ore 21
Antonio Faraò Trio
Antonio Faraò – pianoforte
Darryl Hall – contrabbasso
Dejan Terzic – batteriaVenerdì 18 Novembre ore 21
Rachel Gould Luigi Tessarollo Quartet
Rachel Gould – voce
Luigi Tessarollo – chitarra
Aldo Zunino – contrabbasso
Alfred Kramer – batteriaOre 23 Wine Jazz (Pro Loco di Castellanza)
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L’urlo della Galás irrompe nel MiTo
DIAMANDA GALÁS
www.diamandagalas.com
Luogo: Auditorium di Milano
Data: 11 settembre 2011
Evento: MiTo SettembreMusica
Voto: 8Incedere lento, ombra nell’ombra, l’ingresso in scena di Dimanda Galás è avvolto dal mistero di un ritualità esoterica; l’unico fascio di luce è puntato sul seggiolino del pianoforte a coda al centro del palcoscenico: l’incarnato pallido del suo volto si svela cautamente quando lo attraversa.
Uno sguardo fugace alla platea, le dita affusolate sui tasti e un’onda d’urto inchioda alle sedie gli spettatori, chi stupito, chi scioccato, chi già rapito. La Galás esige un rapporto schietto con il suo pubblico e il primo brano è un biglietto da visita che non lascia dubbi circa le sue potenzialità: acuti sopranili e modulazioni raffinate sono le ali per voli vertiginosi attraverso le quattro ottave della sua estensione (oltre ad essere un buon esercizio per scaldare le corde vocali, destinate nei successivi novanta minuti ad un lavoro arduo).Le acrobazie vocali di Diamanda Galas si servono di lingue diverse per esprimere al meglio colori e sfumature fonetiche, sfruttando fino in fondo le peculiarità date dalla pronuncia e dal suono di ogni idioma. Poliglotta per via delle origini, sa come piegare al proprio volere (e valorizzare grazie al proprio stile) una struggente canzone popolare spagnola, un chanson française in trequarti, una ballata inglese di successo. Musiche turche, armene e gitane completano la scaletta dello spettacolo “The Refugee”, improntato sul tema dell’emarginazione e della discriminazione dei profughi costretti ad abbandonare il proprio Paese.
Il lato più estremo ed oscuro dell’artista greco-americana viene scaraventato addosso alla platea per la prima volta durante il terzo brano, quando vocalizzi agghiaccianti, distorsioni gutturali e dissonanze laceranti svelano tutta l’anima maledetta della Galás più sperimentale. La successiva cover, Amsterdam di Jacques Brel, serve a tamponare lo sbigottimento che sgorga a fiotti tra le poltroncine di velluto rosso: un’interpretazione carica e sentita permette alla cantante di instaurare un rapporto di fiducia con la parte ancora scettica del pubblico, che risponde con un applauso scrosciante.
La suggestione dello spettacolo è supportata e corroborata dal lavoro sottile e ben orchestrato di tecnico luci e fonico, fidi collaboratori di Diamanda Galás. E così prima tutto si tinge di un rosso vivo in cui galleggiano acuti soffocati e strazianti, poi arriva il blu a suggerire un’atmosfera da favola noir, che ha per protagonista il suono effettato di un pianoforte spettrale e inquietanti frasi sussurrate.Nel mezzo c’è tempo anche per un siparietto scherzoso, quando la Galás, non vedendo esaudita la sua richiesta d’acqua, si alza per recuperarla da sé e, tornata sul palco ancora a mani vuote, accetta le bottiglie offerte dalle prime file col sorriso sulle labbra e un atteggiamento per nulla viziato da divismo o presunzione.
Degna conclusione dello spettacolo, Heaven Have Mercy (successo di Edit Piaff del 1956) è un brano intenso e toccante, che rende gli spettatori ancora più affamati del rituale bis. Ve ne saranno due prima che Diamanda Galás lasci il palco tra il fragore degli applausi di un pubblico soddisfatto e arricchito.
di Martina Bernareggi
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L’urlo della Galás irrompe nel MiTo
DIAMANDA GALÁS
www.diamandagalas.com
Luogo: Auditorium di Milano
Data: 11 settembre 2011
Evento: MiTo SettembreMusica
Voto: 8Incedere lento, ombra nell’ombra, l’ingresso in scena di Dimanda Galás è avvolto dal mistero di un ritualità esoterica; l’unico fascio di luce è puntato sul seggiolino del pianoforte a coda al centro del palcoscenico: l’incarnato pallido del suo volto si svela cautamente quando lo attraversa.
Uno sguardo fugace alla platea, le dita affusolate sui tasti e un’onda d’urto inchioda alle sedie gli spettatori, chi stupito, chi scioccato, chi già rapito. La Galás esige un rapporto schietto con il suo pubblico e il primo brano è un biglietto da visita che non lascia dubbi circa le sue potenzialità: acuti sopranili e modulazioni raffinate sono le ali per voli vertiginosi attraverso le quattro ottave della sua estensione (oltre ad essere un buon esercizio per scaldare le corde vocali, destinate nei successivi novanta minuti ad un lavoro arduo).Le acrobazie vocali di Diamanda Galas si servono di lingue diverse per esprimere al meglio colori e sfumature fonetiche, sfruttando fino in fondo le peculiarità date dalla pronuncia e dal suono di ogni idioma. Poliglotta per via delle origini, sa come piegare al proprio volere (e valorizzare grazie al proprio stile) una struggente canzone popolare spagnola, un chanson française in trequarti, una ballata inglese di successo. Musiche turche, armene e gitane completano la scaletta dello spettacolo “The Refugee”, improntato sul tema dell’emarginazione e della discriminazione dei profughi costretti ad abbandonare il proprio Paese.
Il lato più estremo ed oscuro dell’artista greco-americana viene scaraventato addosso alla platea per la prima volta durante il terzo brano, quando vocalizzi agghiaccianti, distorsioni gutturali e dissonanze laceranti svelano tutta l’anima maledetta della Galás più sperimentale. La successiva cover, Amsterdam di Jacques Brel, serve a tamponare lo sbigottimento che sgorga a fiotti tra le poltroncine di velluto rosso: un’interpretazione carica e sentita permette alla cantante di instaurare un rapporto di fiducia con la parte ancora scettica del pubblico, che risponde con un applauso scrosciante.
La suggestione dello spettacolo è supportata e corroborata dal lavoro sottile e ben orchestrato di tecnico luci e fonico, fidi collaboratori di Diamanda Galás. E così prima tutto si tinge di un rosso vivo in cui galleggiano acuti soffocati e strazianti, poi arriva il blu a suggerire un’atmosfera da favola noir, che ha per protagonista il suono effettato di un pianoforte spettrale e inquietanti frasi sussurrate.Nel mezzo c’è tempo anche per un siparietto scherzoso, quando la Galás, non vedendo esaudita la sua richiesta d’acqua, si alza per recuperarla da sé e, tornata sul palco ancora a mani vuote, accetta le bottiglie offerte dalle prime file col sorriso sulle labbra e un atteggiamento per nulla viziato da divismo o presunzione.
Degna conclusione dello spettacolo, Heaven Have Mercy (successo di Edit Piaff del 1956) è un brano intenso e toccante, che rende gli spettatori ancora più affamati del rituale bis. Ve ne saranno due prima che Diamanda Galás lasci il palco tra il fragore degli applausi di un pubblico soddisfatto e arricchito.
di Martina Bernareggi
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Diamanda Galas – La serpenta
Studiava biochimica all’università, ambiente accademico che abbandonerà anzitempo per dedicarsi integralmente al pianoforte. Quindi la decisione di chiudersi in una scatola ed iniziare a cantare: possiamo pensare che questa sia l’origine, in bilico tra storia e fantasia, de “l’urlo del sangue”, come la stessa Diamanda Galas ama definire quel tratto peculiare, agghiacciante e raccapricciante della sua musica.
O forse sarebbe meglio definirlo affascinante e misterioso, tanto da averla consegnata se non all’olimpo, quanto meno a qualche bolgia dell’universo cantautorale.
Deve essere stata particolarmente segnata dalla frase «Solo gli idioti o le donnacce – per usare un eufemismo – diventano cantanti» pronunciata dal di lei padre, trombonista e bassista che crebbe la piccola Diamanda nella rigida osservanza della dottrina greco-ortodossa. Sembra infatti che la promettente musicista si sia anche prostituita, per gioco o per sfida, o forse per scavare ancor più in quella “carne macellata” citata nel brano estremo che grida senza mezzi termini la sua reazione all’imposizione spirituale: «Sono l’Antichristo».
Il pezzo è ben lontano da quella che è stata la sua iniziazione alla performance live, avvenuta a 14 anni, quando la giovane pianista americana di origini greche suonò con l’Orchestra Sinfonica di San Diego (città che le diede i natali nel 1955) il Concerto per Piano n° 1 di Beethoven.
Nietzsche, Baudelaire, Pasolini, Poe e De Sade sono gli spiriti guida di Diamanda negli anni dell’adolescenza segnata dalle note di classica, jazz e blues e dalla frequentazione di jazzisti d’avanguardia come David Murray, Butch Morris e Mark Dresser. Di lì a poco la proposta di esibirsi, nemmeno a dirlo, in ospedali psichiatrici. Ma bisognerà attendere gli anni dell’università per la vera e propria rivelazione delle sue uniche e strabilianti capacità vocali.
Se il debutto ufficiale in veste di interprete risale al 1979, quello discografico è datato 1982 con The Litanies Of Satan, album talmente estremo da essere guardato con diffidenza persino dall’avanguardia. Condensato di canto ed elettronica è il tremendo capolavoro che nemmeno la stessa Serpenta riuscirà a replicare: voci sovraincise spaziano attraverso un numero non ben definito di ottave, suoni lacerati e laceranti, acuti sopranili e gargarismi gutturali, riti pagani ed evocazioni demoniache permeano i due brani che compongono l’album.
The Divine Punishment (1986) è una sorta di spartiacque tra la prima fase, quella della sperimentazione esasperata, ed una seconda via, più teatrale, più drammatica, che culmina nel succitato Sono L’Antichristo brano cantato in italiano che, lungi dal voler comunicare un messaggio di satanismo, critica la religione cristiana in quanto istituzione. Completano la seconda trilogia Saint Of The Pit e You Must Be Certain Of The Devil, opera che segna l’inizio di un periodo poco brillante per la Galas.
Non va meglio negli anni ’90 con End Of The Epidemic (1991) e The Singer (1992), tanto che del 1994 abbiamo un decisivo cambio di rotta con The Sporting Life, album marcatamente deviato verso il rock, nato dalla collaborazione con John Paul Jones. L’esperimento si rivela piuttosto felice, un po’ meno lo sembra, nell’immagine di copertina, l’espressione del fu bassista dei Led Zeppeli, mentre subisce la minaccia di un coltellaccio da cucina brandito dalla Galas.
La sua produzione più recente è caratterizzata da una sorta di ritorno alle origini che per un’artista dello stampo di Diamanda Galas, proiettata verso l’altrove, attraverso uno sguardo che si spinge sempre un po’ più in là del comune sentire, non può che segnare una regressione, l’inizio della fine. Nulla infatti hanno da dirci gli ultimi suoi album, composti da live cover blues, gospel e jazz, noiosi e stantii, tra cui spicca la ripresa di Lonely Woman di Ornette Coleman, da sempre dichiarato per il suo fraseggio la maggiore fonte di ispirazione della cantante. Niente a che vedere, tuttavia, con la potenza perforante e dilaniante della sua voce stridula e profonda, limpida e gracchiante, sensuale e fastidiosa, con i vocalizzi multipli e soprannaturali che hanno caratterizzato la sua produzione passata.
Non resta quindi che godere delle incisioni più datate, quelle in cui depravazione e spudoratezza affioravano con prepotenza dalla tecnica sopraffina di una musicista molto preparata, una vocalist dalla rare doti canore, ricercatrice estrema ed attenta studiosa. Come una sorta di Picasso del pentagramma la Galas ha preso il suo talento e l’ha torturato per ricavarne un’arte del tutto personale ed inimitabile, tracciando un solco nella storia della musica contemporanea che difficilmente potrà essere cancellato.
di Martina Bernareggi
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Diamanda Galas – La serpenta
Studiava biochimica all’università, ambiente accademico che abbandonerà anzitempo per dedicarsi integralmente al pianoforte. Quindi la decisione di chiudersi in una scatola ed iniziare a cantare: possiamo pensare che questa sia l’origine, in bilico tra storia e fantasia, de “l’urlo del sangue”, come la stessa Diamanda Galas ama definire quel tratto peculiare, agghiacciante e raccapricciante della sua musica.
O forse sarebbe meglio definirlo affascinante e misterioso, tanto da averla consegnata se non all’olimpo, quanto meno a qualche bolgia dell’universo cantautorale.
Deve essere stata particolarmente segnata dalla frase «Solo gli idioti o le donnacce – per usare un eufemismo – diventano cantanti» pronunciata dal di lei padre, trombonista e bassista che crebbe la piccola Diamanda nella rigida osservanza della dottrina greco-ortodossa. Sembra infatti che la promettente musicista si sia anche prostituita, per gioco o per sfida, o forse per scavare ancor più in quella “carne macellata” citata nel brano estremo che grida senza mezzi termini la sua reazione all’imposizione spirituale: «Sono l’Antichristo».
Il pezzo è ben lontano da quella che è stata la sua iniziazione alla performance live, avvenuta a 14 anni, quando la giovane pianista americana di origini greche suonò con l’Orchestra Sinfonica di San Diego (città che le diede i natali nel 1955) il Concerto per Piano n° 1 di Beethoven.
Nietzsche, Baudelaire, Pasolini, Poe e De Sade sono gli spiriti guida di Diamanda negli anni dell’adolescenza segnata dalle note di classica, jazz e blues e dalla frequentazione di jazzisti d’avanguardia come David Murray, Butch Morris e Mark Dresser. Di lì a poco la proposta di esibirsi, nemmeno a dirlo, in ospedali psichiatrici. Ma bisognerà attendere gli anni dell’università per la vera e propria rivelazione delle sue uniche e strabilianti capacità vocali.
Se il debutto ufficiale in veste di interprete risale al 1979, quello discografico è datato 1982 con The Litanies Of Satan, album talmente estremo da essere guardato con diffidenza persino dall’avanguardia. Condensato di canto ed elettronica è il tremendo capolavoro che nemmeno la stessa Serpenta riuscirà a replicare: voci sovraincise spaziano attraverso un numero non ben definito di ottave, suoni lacerati e laceranti, acuti sopranili e gargarismi gutturali, riti pagani ed evocazioni demoniache permeano i due brani che compongono l’album.
The Divine Punishment (1986) è una sorta di spartiacque tra la prima fase, quella della sperimentazione esasperata, ed una seconda via, più teatrale, più drammatica, che culmina nel succitato Sono L’Antichristo brano cantato in italiano che, lungi dal voler comunicare un messaggio di satanismo, critica la religione cristiana in quanto istituzione. Completano la seconda trilogia Saint Of The Pit e You Must Be Certain Of The Devil, opera che segna l’inizio di un periodo poco brillante per la Galas.
Non va meglio negli anni ’90 con End Of The Epidemic (1991) e The Singer (1992), tanto che del 1994 abbiamo un decisivo cambio di rotta con The Sporting Life, album marcatamente deviato verso il rock, nato dalla collaborazione con John Paul Jones. L’esperimento si rivela piuttosto felice, un po’ meno lo sembra, nell’immagine di copertina, l’espressione del fu bassista dei Led Zeppeli, mentre subisce la minaccia di un coltellaccio da cucina brandito dalla Galas.
La sua produzione più recente è caratterizzata da una sorta di ritorno alle origini che per un’artista dello stampo di Diamanda Galas, proiettata verso l’altrove, attraverso uno sguardo che si spinge sempre un po’ più in là del comune sentire, non può che segnare una regressione, l’inizio della fine. Nulla infatti hanno da dirci gli ultimi suoi album, composti da live cover blues, gospel e jazz, noiosi e stantii, tra cui spicca la ripresa di Lonely Woman di Ornette Coleman, da sempre dichiarato per il suo fraseggio la maggiore fonte di ispirazione della cantante. Niente a che vedere, tuttavia, con la potenza perforante e dilaniante della sua voce stridula e profonda, limpida e gracchiante, sensuale e fastidiosa, con i vocalizzi multipli e soprannaturali che hanno caratterizzato la sua produzione passata.
Non resta quindi che godere delle incisioni più datate, quelle in cui depravazione e spudoratezza affioravano con prepotenza dalla tecnica sopraffina di una musicista molto preparata, una vocalist dalla rare doti canore, ricercatrice estrema ed attenta studiosa. Come una sorta di Picasso del pentagramma la Galas ha preso il suo talento e l’ha torturato per ricavarne un’arte del tutto personale ed inimitabile, tracciando un solco nella storia della musica contemporanea che difficilmente potrà essere cancellato.
di Martina Bernareggi
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MITO – Settembre Musica
Apre i battenti la quinta edizione di MITO SettembreMusica, in scena dal 3 al 22 settembre. Milano e Torino si uniscono ancora una volta nella proposta di un Festival Internazionale capace di suggerire al pubblico, italiano e non solo, nuovi itinerari di ascolto, passione per la ricerca, affetto per la tradizione. Fedele alla propria identità, la manifestazione insiste nello sforzo – perseguito fin dalle origini e poi per tutto un lustro – di immaginare nuovi spazi ed esperienze musicali per il pubblico
Scarica il programma sintetico in PDF
Per informazioni dettagliate: www.mitosettembremusica.it
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MITO – Settembre Musica
Apre i battenti la quinta edizione di MITO SettembreMusica, in scena dal 3 al 22 settembre. Milano e Torino si uniscono ancora una volta nella proposta di un Festival Internazionale capace di suggerire al pubblico, italiano e non solo, nuovi itinerari di ascolto, passione per la ricerca, affetto per la tradizione. Fedele alla propria identità, la manifestazione insiste nello sforzo – perseguito fin dalle origini e poi per tutto un lustro – di immaginare nuovi spazi ed esperienze musicali per il pubblico
Scarica il programma sintetico in PDF
Per informazioni dettagliate: www.mitosettembremusica.it
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Franco Battiato: Up patriots to arms
FRANCO BATTIATO
www.battiato.it
Luogo: Villa Reale, Monza (MB)
Data: 20 luglio 2011
Evento: Tour Up Patriots to Arms
Voto: 9,5«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?
Non c’è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un’anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell’intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell’arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.
Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell’autentico rock ‘n’ roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.
Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un’altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato – e io è da 30 anni che l’aspetto questa terza linea).
Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un “tarantolato” Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone. Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J’entends siffler le train è sublime.
Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.
Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell’amore, L’era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.
Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente “bis”: L’animale, Stranizza d’amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l’acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.
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Franco Battiato: Up patriots to arms
FRANCO BATTIATO
www.battiato.it
Luogo: Villa Reale, Monza (MB)
Data: 20 luglio 2011
Evento: Tour Up Patriots to Arms
Voto: 9,5«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?
Non c’è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un’anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell’intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell’arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.
Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell’autentico rock ‘n’ roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.
Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un’altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato – e io è da 30 anni che l’aspetto questa terza linea).
Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un “tarantolato” Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone. Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J’entends siffler le train è sublime.
Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.
Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell’amore, L’era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.
Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente “bis”: L’animale, Stranizza d’amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l’acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.
