Autore: Martina Bernareggi

  • Ian Anderson in Italia per tre date natalizie

    Lo ricordiamo saltare come un menestrello impazzito, sostare su una gamba sola e portare il flauto alla bocca per assoli indelebili nel tempo: Ian Anderson torna in questo innevato dicembre per rendere omaggio alla sua band di sempre, i Jethro Tull, con un’esibizione natalizia che toccherà l’Italia in tre appuntamenti: Torino (16/12), Bologna (17/12), Trento (18/12). Lo spettacolo si chiama Ian Anderson plays Jethro Tull at Christmas: quale migliore occasione del Natale per quello che sembrava un elfo uscito da un bosco incantato (oggi più simile ad un biker) per liberare la magia del proprio flauto?

  • Ian Anderson in Italia per tre date natalizie

    Lo ricordiamo saltare come un menestrello impazzito, sostare su una gamba sola e portare il flauto alla bocca per assoli indelebili nel tempo: Ian Anderson torna in questo innevato dicembre per rendere omaggio alla sua band di sempre, i Jethro Tull, con un’esibizione natalizia che toccherà l’Italia in tre appuntamenti: Torino (16/12), Bologna (17/12), Trento (18/12). Lo spettacolo si chiama Ian Anderson plays Jethro Tull at Christmas: quale migliore occasione del Natale per quello che sembrava un elfo uscito da un bosco incantato (oggi più simile ad un biker) per liberare la magia del proprio flauto?

  • Robbie Williams: nostalgia da Take That

    Siamo abituati alle stravaganze più inusuali di Robbie williams, i cui colpi di testa sono stati a lungo oggetto dei tabloid di tutto il mondo. Ma questo amore quasi sdolcinato nei confronti della ex boy band di appartenenza suona quasi comico. Dopo aver lasciato i Take That Robbie aveva dimostrato un talento (o un ottimo management?) che non lo aveva certo contraddistinto ai tempi della boy band più famosa del mondo. Certo, non che il successo mancasse in quegli anni, ma le sue personali virtù erano forse un po’ occultate dal ruolo di gioppino danzante che gli spettava da contratto. Oggi però l’ex “bello dei take that” sembra provare nostalgia verso il passato e, forse attratto dal successo di The Circus (album dei Take That post-reunion), ha pensato bene di tornare sui suoi passi. Sebbene il ricongiungimento non sia ancora ufficiale, Robbie sembra avere le migliori intenzioni: ne è testimonianza indelebile il tatuaggio del logo dei Take That che Robbie porta sul corpo.

  • La PFM canta De Andrè

    Sono passati 30 anni, ma chiunque pensi ad un brano live di De Andrè involontariamnnte lo assocerà alle sonorità del tour del 1978-1979 che ha visto la PFM affiancare sul palcoscenico l’indimenticabile cantastorie ligure. Gli arrangiamenti, gli strumenti usati in quell’occasione sono il frutto della rilettura della band che oggi reinterpreta i brani più belli dell’evento in un cd e dvd intitolato Pfm canta De Andre. Nessuna intenzione di Franz Di Cioccio e Franco Mussida di sovrapporsi al ruolo di quella che per molti è diventata un’inviolabile icona sacra della musica italiana: i brani saranno interpretati come un rispettoso omaggio a Faber.

  • Robbie Williams: nostalgia da Take That

    Siamo abituati alle stravaganze più inusuali di Robbie williams, i cui colpi di testa sono stati a lungo oggetto dei tabloid di tutto il mondo. Ma questo amore quasi sdolcinato nei confronti della ex boy band di appartenenza suona quasi comico. Dopo aver lasciato i Take That Robbie aveva dimostrato un talento (o un ottimo management?) che non lo aveva certo contraddistinto ai tempi della boy band più famosa del mondo. Certo, non che il successo mancasse in quegli anni, ma le sue personali virtù erano forse un po’ occultate dal ruolo di gioppino danzante che gli spettava da contratto. Oggi però l’ex “bello dei take that” sembra provare nostalgia verso il passato e, forse attratto dal successo di The Circus (album dei Take That post-reunion), ha pensato bene di tornare sui suoi passi. Sebbene il ricongiungimento non sia ancora ufficiale, Robbie sembra avere le migliori intenzioni: ne è testimonianza indelebile il tatuaggio del logo dei Take That che Robbie porta sul corpo.

  • La PFM canta De Andrè

    Sono passati 30 anni, ma chiunque pensi ad un brano live di De Andrè involontariamnnte lo assocerà alle sonorità del tour del 1978-1979 che ha visto la PFM affiancare sul palcoscenico l’indimenticabile cantastorie ligure. Gli arrangiamenti, gli strumenti usati in quell’occasione sono il frutto della rilettura della band che oggi reinterpreta i brani più belli dell’evento in un cd e dvd intitolato Pfm canta De Andre. Nessuna intenzione di Franz Di Cioccio e Franco Mussida di sovrapporsi al ruolo di quella che per molti è diventata un’inviolabile icona sacra della musica italiana: i brani saranno interpretati come un rispettoso omaggio a Faber.

  • La suggestione della semplicità

    La suggestione della semplicità

    LEONARD COHEN

     

    Luogo: Lucca, Piazza Napoleone

    Data: 28 luglio 2008

    Evento: Summer festival

    Lucca, Piazza Napoleone, un bicchiere di vino rosso, un posto a sedere: lo scenario è impeccabile, il palcoscenico imponente. L’aria si carica di un misto di eccitazione e misticismo, sembra che nulla possa intaccare la perfetta atmosfera che precede l’ingresso di Leonard Cohen. Tuttavia, una pecca c’è: il cantautore canadese, puntuale come l’orologio che tiene al polso, inizia lo show come da programma, ma è il sistema ad incepparsi e qualche centinaio di persone restano bloccate all’esterno dell’area con i posti numerati. Riesco solo ad intuire le splendide Dance Me To The End Of Love e the The Future tra le urla della gente infuriata accalcata agli ingressi che non vorrebbe perdersi neanche una nota di un incipit così importante. Ancora qualche attimo di sofferenza e finalmente riesco a prendere posto; bastano pochi secondi perchè il timbro di Cohen spazzi via ogni traccia di nervosismo dal mio stomaco per riempirlo di pace ed emozioni positive.

    Chitarra a tracolla (come accadrà per l’esecuzione di altri classici degli inizi) Cohen intona Bird on A Wire: l’interpretazione è da pelle d’oca, l’incantesimo completo. La scaletta non si abbassa mai di tono e l’ensamble dà il via a Everybody Knows subito seguita da In My Secret Life, un’escalation di successi che provoca ripetuti scrosci di applausi tra il pubblico entusiasta. Cohen non perde occasione per presentare la formazione composta da eccellenti musicisti. Sembra compiaciuto ed allo stesso tempo ammirato quando, alla fine di ogni assolo, si toglie il cappello e umilmente accenna un inchino per ringraziare l’esecutore che ricambia il gesto di stima.

    E’ il momento di Who By Fire, intonata come da copione duettando con la corista, e Hey, That’s No Way To Say Goodbye prima che Anthem chiuda la prima parte del concerto, tenuto in perfetto equilibrio dall’alternanza di brani del primo Cohen e quelli tratti dalla sua discorafia più recente.

    Dopo la pausa il menestrello settantaquattrenne torna sulla ribalta saltellando e il pubblico viene deliziato da brani del calibro di Suzanne, The Gypsy’s Wife e Halleluja, la cui interpretazione, così densa e toccante, non avrebbe lasciato indifferente nemmeno l’animo più arido. La seconda parte del concerto trova conclusione (e un’altra occasione per nominare i musicisti) sulle note di I’m Your Man.

    Cohen è molto disponibile all’interazione col pubblico, raccoglie i complimenti e risponde con cortesia, gioca con l’audience promettendo risposte che finiscono in suoni giocosi e privi di senso. Si instaura un rapporto quasi confidenziale che riesce a mettere a proprio agio l’una e l’altra parte dopo quattordici anni di lontananza.

    So Long Marianne dà inizio alla lunga serie di bis, in cui Cohen lascia molto spazio alle brave e affascinanti coriste e agli assoli di Neil Larsen (tastiere, strumenti a fiato), Bob Metzger (chitarre e voci), Javier Mas (chitarre acustiche), Rafael Gayol (batteria e percussioni) e Dino Soldo (tastiera, sassofoni e voci). Sister Of Mercy è l’ennesimo successo che ci viene proposto, ma la terza ora di concerto sta quasi per scadere e tutti si aspettano ancora qualcosa. Alcune voci si alzano dal pubblico invocando Chelsea Hotel, mentre io continuo a sperare in Famous Blue Raincoat. Il tempo avanza rapidamente e senza accorgercene siamo nel mezzo di Closing Time un titolo che non lascia adito a dubbi circa l’imminente e definitiva chiusura dello show. Il palcoscenico si svuota rapidamente e a noi non resta che un senso di appagamento e il ricordo di un evento unico, venato dal rammarico per il vuoto lasciato da quel brano, un vuoto che difficilmente avrà un’altra occasione per essere colmato.

  • Burt ammalia la folla

    Burt ammalia la folla

    BURT BACARACH

     

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano

    Data: 26 Ottobre 2008

    Tour 2008

    Il problema di avere così tanti successi all’attivo nella propria carriera è che si finisce col non sapere dove metterli. Il pubblico si aspetta di ascoltarli tutti quando ha la rara opportunità di passare delle ore in un teatro in compagnia di Burt Bacharach, e lui deve trovare una formula per non deludere nessuno. Ecco dunque un originale show che alterna medley di brani popolari ad esecuzioni integrali di pezzi tratti del suo repertorio più recente (e meno noto) per un totale di tre ore di concerto che l’ottantenne pianista e compositore di Kansas City fa scivolare via con disinvoltura, senza sentirne minimamente il peso.

    L’apertura delle danze è affidata a Mario Biondi che, come egli stesso sottolinea, deve molto al maestro statunitense; con la sua voce bollente ha scaldato il pubblico al punto giusto, con cinque pezzi tra i quali non potevano mancare I Love You More e This Is what You Are.

    Burt Bacharach fa il suo ingresso in scena dopo che tutti gli altri musicisti hanno già preso posto, saluta il pubblico e si siede al pianoforte a coda, elegante e classico, come ci si aspetta da un autore di classici indelebili. Un accenno di What the World Needs Now is Love infuoca gli animi del pubblico che subito dopo è trascinato nel medley delle immortali Don’t Make Me Over, Walk On By, This Guy’s In Love With You, I Say A Little Prayer For You, Trains And Boats And Planes, Wishin’ And Hopin’ e (there’s) Always Something There To Remind Me interpretate dale impeccabili cantanti.

    One Less Bell To Answer è il primo brano suonato in versione integrale, subito seguito da I’ll Never Fall In Love Again. Sulle note di Only Love Can Break A Heart e Do You Know The Way To San Jose le due cantanti si alzano dai rispettivi sgabelli per un’interpretazione ancora più coinvolgente. Anyone Who Had A Heart è seguito da un lungo assolo di tromba e dall’interpretazione dell’unica voce mascile (oltre naturalmente a quella del compositore)

    Il secondo medley si apre con il più popolare dei brani, Magic Moment, che presto lascia spazio al più toccante dei brani del concerto The Look Of Love in cui lo stesso Bucharach intona parte del cantato provocando uno scrosciante applauso del pubblico. La sfilza di successi continua con What’s New, Pussycat, Arthur’s theme e termina con Raindrops Keep Fallin’ on My Head.

    Nella scaletta c’è spazio ancora per qualche brano del repertorio più recente prima del gran finale con la ripresa di What The World Needs Now Is Love e Raindrops Keep Fallin’ On My Head che lasciano un pubblico in tripudio pienamente appagato.

  • La suggestione della semplicità

    La suggestione della semplicità

    LEONARD COHEN

     

    Luogo: Lucca, Piazza Napoleone

    Data: 28 luglio 2008

    Evento: Summer festival

    Lucca, Piazza Napoleone, un bicchiere di vino rosso, un posto a sedere: lo scenario è impeccabile, il palcoscenico imponente. L’aria si carica di un misto di eccitazione e misticismo, sembra che nulla possa intaccare la perfetta atmosfera che precede l’ingresso di Leonard Cohen. Tuttavia, una pecca c’è: il cantautore canadese, puntuale come l’orologio che tiene al polso, inizia lo show come da programma, ma è il sistema ad incepparsi e qualche centinaio di persone restano bloccate all’esterno dell’area con i posti numerati. Riesco solo ad intuire le splendide Dance Me To The End Of Love e the The Future tra le urla della gente infuriata accalcata agli ingressi che non vorrebbe perdersi neanche una nota di un incipit così importante. Ancora qualche attimo di sofferenza e finalmente riesco a prendere posto; bastano pochi secondi perchè il timbro di Cohen spazzi via ogni traccia di nervosismo dal mio stomaco per riempirlo di pace ed emozioni positive.

    Chitarra a tracolla (come accadrà per l’esecuzione di altri classici degli inizi) Cohen intona Bird on A Wire: l’interpretazione è da pelle d’oca, l’incantesimo completo. La scaletta non si abbassa mai di tono e l’ensamble dà il via a Everybody Knows subito seguita da In My Secret Life, un’escalation di successi che provoca ripetuti scrosci di applausi tra il pubblico entusiasta. Cohen non perde occasione per presentare la formazione composta da eccellenti musicisti. Sembra compiaciuto ed allo stesso tempo ammirato quando, alla fine di ogni assolo, si toglie il cappello e umilmente accenna un inchino per ringraziare l’esecutore che ricambia il gesto di stima.

    E’ il momento di Who By Fire, intonata come da copione duettando con la corista, e Hey, That’s No Way To Say Goodbye prima che Anthem chiuda la prima parte del concerto, tenuto in perfetto equilibrio dall’alternanza di brani del primo Cohen e quelli tratti dalla sua discorafia più recente.

    Dopo la pausa il menestrello settantaquattrenne torna sulla ribalta saltellando e il pubblico viene deliziato da brani del calibro di Suzanne, The Gypsy’s Wife e Halleluja, la cui interpretazione, così densa e toccante, non avrebbe lasciato indifferente nemmeno l’animo più arido. La seconda parte del concerto trova conclusione (e un’altra occasione per nominare i musicisti) sulle note di I’m Your Man.

    Cohen è molto disponibile all’interazione col pubblico, raccoglie i complimenti e risponde con cortesia, gioca con l’audience promettendo risposte che finiscono in suoni giocosi e privi di senso. Si instaura un rapporto quasi confidenziale che riesce a mettere a proprio agio l’una e l’altra parte dopo quattordici anni di lontananza.

    So Long Marianne dà inizio alla lunga serie di bis, in cui Cohen lascia molto spazio alle brave e affascinanti coriste e agli assoli di Neil Larsen (tastiere, strumenti a fiato), Bob Metzger (chitarre e voci), Javier Mas (chitarre acustiche), Rafael Gayol (batteria e percussioni) e Dino Soldo (tastiera, sassofoni e voci). Sister Of Mercy è l’ennesimo successo che ci viene proposto, ma la terza ora di concerto sta quasi per scadere e tutti si aspettano ancora qualcosa. Alcune voci si alzano dal pubblico invocando Chelsea Hotel, mentre io continuo a sperare in Famous Blue Raincoat. Il tempo avanza rapidamente e senza accorgercene siamo nel mezzo di Closing Time un titolo che non lascia adito a dubbi circa l’imminente e definitiva chiusura dello show. Il palcoscenico si svuota rapidamente e a noi non resta che un senso di appagamento e il ricordo di un evento unico, venato dal rammarico per il vuoto lasciato da quel brano, un vuoto che difficilmente avrà un’altra occasione per essere colmato.

  • Burt ammalia la folla

    Burt ammalia la folla

    BURT BACARACH

     

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano

    Data: 26 Ottobre 2008

    Tour 2008

    Il problema di avere così tanti successi all’attivo nella propria carriera è che si finisce col non sapere dove metterli. Il pubblico si aspetta di ascoltarli tutti quando ha la rara opportunità di passare delle ore in un teatro in compagnia di Burt Bacharach, e lui deve trovare una formula per non deludere nessuno. Ecco dunque un originale show che alterna medley di brani popolari ad esecuzioni integrali di pezzi tratti del suo repertorio più recente (e meno noto) per un totale di tre ore di concerto che l’ottantenne pianista e compositore di Kansas City fa scivolare via con disinvoltura, senza sentirne minimamente il peso.

    L’apertura delle danze è affidata a Mario Biondi che, come egli stesso sottolinea, deve molto al maestro statunitense; con la sua voce bollente ha scaldato il pubblico al punto giusto, con cinque pezzi tra i quali non potevano mancare I Love You More e This Is what You Are.

    Burt Bacharach fa il suo ingresso in scena dopo che tutti gli altri musicisti hanno già preso posto, saluta il pubblico e si siede al pianoforte a coda, elegante e classico, come ci si aspetta da un autore di classici indelebili. Un accenno di What the World Needs Now is Love infuoca gli animi del pubblico che subito dopo è trascinato nel medley delle immortali Don’t Make Me Over, Walk On By, This Guy’s In Love With You, I Say A Little Prayer For You, Trains And Boats And Planes, Wishin’ And Hopin’ e (there’s) Always Something There To Remind Me interpretate dale impeccabili cantanti.

    One Less Bell To Answer è il primo brano suonato in versione integrale, subito seguito da I’ll Never Fall In Love Again. Sulle note di Only Love Can Break A Heart e Do You Know The Way To San Jose le due cantanti si alzano dai rispettivi sgabelli per un’interpretazione ancora più coinvolgente. Anyone Who Had A Heart è seguito da un lungo assolo di tromba e dall’interpretazione dell’unica voce mascile (oltre naturalmente a quella del compositore)

    Il secondo medley si apre con il più popolare dei brani, Magic Moment, che presto lascia spazio al più toccante dei brani del concerto The Look Of Love in cui lo stesso Bucharach intona parte del cantato provocando uno scrosciante applauso del pubblico. La sfilza di successi continua con What’s New, Pussycat, Arthur’s theme e termina con Raindrops Keep Fallin’ on My Head.

    Nella scaletta c’è spazio ancora per qualche brano del repertorio più recente prima del gran finale con la ripresa di What The World Needs Now Is Love e Raindrops Keep Fallin’ On My Head che lasciano un pubblico in tripudio pienamente appagato.