Caine – Ambrosetti – Di Castri: Harmonic Connection // Piacenza Jazz Fest 2013

Angelo Bardini

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Angelo Bardini

É un itinerario affascinante quello proposto dal trio Caine/Ambrosetti/Di Castri al pubblico convenuto all’Auditorium. Un viaggio temporale che prende le mosse dalle intuizioni di Bach (padre della moderna sintassi musicale), allacciandosi, attraverso un sagace gioco di incastri e richiami, al jazz, mettendone in risalto le analogie.

 

La sovrapposizione di soluzioni armoniche e improvvisative (le cosiddette variazioni molto in auge nel settecento) fra musica barocca e idioma afroamericano, permette di tracciare una direttrice che collega direttamente il compositore tedesco a Miles Davis, John Coltrane e al jazz in genere.

 

Un trittico progressista, che ha tracciato nuove rotte non sempre totalmente comprese, e la cui valenza compositiva trascende i limiti imposti dal tempo risultando perennemente attuale. Caine, Ambrosetti e Di Castri costituiscono un triangolo isoscele dal sapore cameristico, in cui il polimorfismo di Uri Caine si amalgama all’articolazione fantasiosa di Franco Ambrosetti e alle solide architetture di Furio Di Castri con risultati eccelsi.

 

Il progetto non ha mire accademiche ma tende semplicemente a dimostrare quanto contemporanee, e coincidenti con la scrittura jazzistica, siano le partiture di Bach. Il pianista americano ci ha abituati da tempo alle sue incursioni nella tradizione euro-colta con proposte singolari: da Mahler a Schumann fino a Verdi senza farsi mancare sconfinamenti in territori rock e latin oriented, con una visione della musica ad ampio raggio, scevra da preconcetti o luoghi comuni. Ambrosetti è un gentleman del jazz, la classe e lo stile raffinato si coagulano nel timbro caldo, dalle inflessioni quasi vocali ed esente da sovracuti, profuso al flicorno, suono che gli ha valso elogi da un “avaro” Miles Davis; l’incontro con Caine risale al 2008, per la registrazione dell’album del trombettista The Wind.A fare da addensante un capitano di lungo corso come Di Castri, vero e proprio pilastro del jazz italiano, intestatario di una carriera densa di episodi eterogenei e collaborazioni illustri (Rava, Petrucciani, Baker, Fresu, Konitz, Galliano, solo per citarne alcuni).

 

Il concerto si divide in due parti: nella prima protagoniste assolute sono le Variazioni Goldberg, punto di partenza per elaborazioni di stampo jazzistico che deviano dalla strada maestra per riaffacciarcisi a fasi alterne. I linguaggi si fondono, le armonie si assommano incastrandosi minuziosamente; le linee del trombettista svizzero provengono da un adattamento di alcune parti originariamente scritte per il flauto, intercalando passaggi classici e derive jazz, mentre il tocco fluente di Caine volteggia sulla tastiera tra citazioni di Bach e stride piano in un continuum senza tempo. Di Castri passa da uno swingante walking bass a sequenze colte e frasi con l’archetto con disarmante naturalezza.

 

Nella seconda parte il trio si accosta agli standard affrontando brani di Miles (Seven Steps To Heaven e la ballad Blue In Green ripresa nel bis), una romantica ballad a firma Dave Grusin (A Love Like Ours) e una celebratissima Autumn Leaves, inserendo nella lista anche una composizione di Caine (la sfaccettata Otello). Nel bis, oltre alla già citata Blue In Green, i tre si sono divertiti ad improvvisare su di un canonico blues caratterizzato dalle escursioni classiche di Caine. Un’equazione perfetta che ha elargito grande musica.

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