Autore: Martina Bernareggi

  • Il gioco delle coppie di Jazz’Appeal 2010

    Il gioco delle coppie di Jazz’Appeal 2010

    ‘S WONDERFUL QUARTET

    Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
    Data: 14 dicembre 2010
    Evento:  Jazz Appeal 2010
    Voto: 5

    LARA IACOVINI: voce
    RICCARDO FIORAVANTI: contrabbasso
    ANDREA DULBECCO: vibrafono
    FRANCESCO D’AURIA: batteria e percussioni

    {gallery}concerti/swanderful_quartet{/gallery}

    Ci aveva già pensato Conte, a suo tempo, a legare indissolubilmente quella “s” alla parola “wonderful”, ma in quel caso era più per ragioni metriche (e di pronuncia) che concettuali.
    Diverse le premesse che hanno portato al concepimento del nome del quartetto in questione: il ragionamento è piuttosto articolato ed ha una duplice matrice. Duplicità che ritorna anche a livello musicale e compositivo nei brani riarrangiati e suonati dallo ‘S Wonderful quartet.
    Ciò che viene proposto è una rivisitazione del repertorio di «due grandi artisti del 900» per citare l’introduzione di Laura Iacovini, il primo dei quali viene subito svelato grazie alla significativa – soprattutto per la serata – Wonderful: George Gershwin. La chiave di lettura completa l’abbiamo con la successiva I Wish di S. Wonder: il gioco è fatto.

    Il quartetto, capitanato dalla coppia Iacovini-Fioravanti, nasce da un’idea del contrabbassista che si propone di riarrangiare in chiave jazz i brani del divino Wonder e rileggere le composizioni del sacro Gershwin in una sorta di inversione delle parti che dimostri come «in fondo i due personaggi non siano così distanti l’uno dall’altro».
    A rompere il ghiaccio è il vibrafono di Andrea Dulbecco, il miglior candidato a sprofondare la platea nell’atmosfera fiabesca che così bene si addice ad un concerto pre-natalizio.

    Cambio di rotta per la successiva I Wish, introdotta da un trascinante riff di contrabbasso che sostiene il brano fino all’entrata, nella seconda strofa, degli altri strumenti. Si continua con il Wonder di You Are The Sunshine Of My Life, in una morbidissima versione accarezzata dalle spazzole di D’Auria. Il contrabbasso si ritaglia lo spazio per un assolo prima che, al ritorno del tema, rientri anche la voce per il gran finale.
    Dopo il tris di Wonder il pallino passa a Gershwin con Facin In The River che sprigiona l’indole più selvaggia di Francesco d’Auria: con un balzo dalla batteria al cajon anche il registro sonoro viene sbalzato verso una nuova dimensione, fresca, autentica, tribale. Il giochetto ingaggiato dalla Iacovini, in cui il pubblico viene sfidato ad indovinare i titoli dei brani, continua con un “aiutino” da parte della cantante «E’ tratto da Porgy And Bess, ma non è Summertime» (cui, per altro, sarà riservato il posto d’onore del bis); quindi i musicisti si preparano alla prevedibile I Love You Porgy.

    Ormai giunti al sesto brano bisogna prendere coscienza del fatto che la nitidezza traballante delle note tenute,  le esitazioni sugli acuti ed un’intonazione spesso calante non dipendono da una questione di riscaldamento, ma probabilmente da una serata no della vocalist, accentuata da un’espressività non proprio brillante. E la prima parte del concerto si chiude con Master Blaster in cui Andrea Dulbecco si rende protagonista con un assolo di vibrafono.

    Il rientro dei musicisti in scena segna l’inizio della parte più libera ed estrosa del concerto. Parte Fioravanti con uno solo sleppato di contrabbasso e poi D’Auria si cimenta nella “prova” dell’hang, suonato rigorosamente a mani nude: eccezione della serata, I sogni di Piero è un brano origiale del percussionista.
    Approfittando della postazione – l’hang si suona seduti, sul cajon in quest’occasione – D’Auria inizia a picchiettare al ritmo, neanche a dirlo, di I Got Rhythm.
    Non plus ultra, Summertime segna la fine di un concerto che avrebbe forse necessitato di un po’ più di passione e consistenza per essere degna conclusione di Jazz’Appeal 2010.

  • Gli eroi sono tutti giovani e belli

    Gli eroi sono tutti giovani e belli

    FRANCESCO GUCCINI

    www.francescoguccini.it

    Luogo: Mediolanum Forum,Assago
    Data: 10 dicembre 2010
    Evento: Tour 2010
    Voto: 9

    {gallery}concerti/guccini{/gallery}

    Se anarchia implica disordine, qualcuno mi dovrà spiegare cosa ci faceva buona parte delle dodici mila anime inneggianti alla A cerchiata seduta in modo composto sul pavimento del Forum di Assago, senza che nessun’autorità cercasse di imporre una qualsivoglia norma comportamentale.
    Già, perché un concerto di Guccini bisogna goderselo seduti in terra, con le gambe incrociate ed una bottiglia di vino tra le mani, non importa che si abbia 10 o 70 anni (tanto era vario il pubblico che il cantautore emiliano, generazione dopo generazione, continua ad ammaliare).
    Inizia lo show, via al monologo: ciascuno ascolta rapito il protagonista della serata che si presenta sempre allo stesso modo, giovane e bello (chi trovasse questa affermazione strampalata probabilmente si sarà limitato ad un superficiale e fuorviante colpo d’occhio). Attualità, politica, una battuta per introdurre del il primo brano “a sorpresa” e Canzone per un’amica già risuona all’interno del palazzetto. Si prosegue con un salto temporale di un paio di lustri, Lettera, per poi ritornare alla leggenda di Noi non ci saremo.

    Spazio quindi a brani dei primi album, alcuni dei quali insoliti per la scaletta live: sulla scena sfilano, quasi fossero reali, personaggi appartenuti alla storia di Francesco Guccini: ecco Il frate , Amerigo e, sublime, Il pensionato, introdotti, come si fa tra amici, con racconti, aneddoti e un velo di nostalgia. Seguono canzoni del calibro di Autogrill, Canzone per Piero e Quattro stracci, gridata e vissuta dal pubblico più giovane con una passione quasi commovente. E non poteva essere altrimenti, data l’interpretazione di Guccini, che si abbandona flusso vigoroso del sue composizioni facendole vibrare ed urlare come fossero giovani erinni. A farne le spese sono i suoi fidi musici che devono talvolta rincorrersi e saltare qualche accordo per riallineare metrica e battute. Nessun problema naturalmente per strumentisti del calibro di Bandini, Tempera, Manuzzi, Mingotti, Marangolo e l’inseparabile Flaco che riescono, con uno sguardo ed un sorriso, a mettere ogni cosa al posto giusto.

    Il momento di più alta partecipazione e coinvolgimento arriva con la “nuova” Su in collina, interpretata in modo quasi solenne e seguita da Canzone dei dodici mesi. Poche note dell’arpeggio di chitarra bastano ad identificare la successiva Canzone di notte n. 2: ora è sicuro, nessun rimpianto per questa serata.

    Tutti in piedi, sempre con creanza, per i classici di coda: Eskimo, Cyrano, Dio è morto; quindi i musicisti depongono gli strumenti e lasciano la scena al cantautore che impugna la sei corde ed allo stesso modo tiene in pugno le migliaia di anime in ascolto. Le prime strofe chitarra e voce de La locomotiva racchiudono tutto Guccini, tutta la sua potenza, la sua fermezza eroica, la sua lucida e giovane bellezza.

  • Gli eroi sono tutti giovani e belli

    Gli eroi sono tutti giovani e belli

    FRANCESCO GUCCINI

    www.francescoguccini.it

    Luogo: Mediolanum Forum,Assago
    Data: 10 dicembre 2010
    Evento: Tour 2010
    Voto: 9

    {gallery}concerti/guccini{/gallery}

    Se anarchia implica disordine, qualcuno mi dovrà spiegare cosa ci faceva buona parte delle dodici mila anime inneggianti alla A cerchiata seduta in modo composto sul pavimento del Forum di Assago, senza che nessun’autorità cercasse di imporre una qualsivoglia norma comportamentale.
    Già, perché un concerto di Guccini bisogna goderselo seduti in terra, con le gambe incrociate ed una bottiglia di vino tra le mani, non importa che si abbia 10 o 70 anni (tanto era vario il pubblico che il cantautore emiliano, generazione dopo generazione, continua ad ammaliare).
    Inizia lo show, via al monologo: ciascuno ascolta rapito il protagonista della serata che si presenta sempre allo stesso modo, giovane e bello (chi trovasse questa affermazione strampalata probabilmente si sarà limitato ad un superficiale e fuorviante colpo d’occhio). Attualità, politica, una battuta per introdurre del il primo brano “a sorpresa” e Canzone per un’amica già risuona all’interno del palazzetto. Si prosegue con un salto temporale di un paio di lustri, Lettera, per poi ritornare alla leggenda di Noi non ci saremo.

    Spazio quindi a brani dei primi album, alcuni dei quali insoliti per la scaletta live: sulla scena sfilano, quasi fossero reali, personaggi appartenuti alla storia di Francesco Guccini: ecco Il frate , Amerigo e, sublime, Il pensionato, introdotti, come si fa tra amici, con racconti, aneddoti e un velo di nostalgia. Seguono canzoni del calibro di Autogrill, Canzone per Piero e Quattro stracci, gridata e vissuta dal pubblico più giovane con una passione quasi commovente. E non poteva essere altrimenti, data l’interpretazione di Guccini, che si abbandona flusso vigoroso del sue composizioni facendole vibrare ed urlare come fossero giovani erinni. A farne le spese sono i suoi fidi musici che devono talvolta rincorrersi e saltare qualche accordo per riallineare metrica e battute. Nessun problema naturalmente per strumentisti del calibro di Bandini, Tempera, Manuzzi, Mingotti, Marangolo e l’inseparabile Flaco che riescono, con uno sguardo ed un sorriso, a mettere ogni cosa al posto giusto.

    Il momento di più alta partecipazione e coinvolgimento arriva con la “nuova” Su in collina, interpretata in modo quasi solenne e seguita da Canzone dei dodici mesi. Poche note dell’arpeggio di chitarra bastano ad identificare la successiva Canzone di notte n. 2: ora è sicuro, nessun rimpianto per questa serata.

    Tutti in piedi, sempre con creanza, per i classici di coda: Eskimo, Cyrano, Dio è morto; quindi i musicisti depongono gli strumenti e lasciano la scena al cantautore che impugna la sei corde ed allo stesso modo tiene in pugno le migliaia di anime in ascolto. Le prime strofe chitarra e voce de La locomotiva racchiudono tutto Guccini, tutta la sua potenza, la sua fermezza eroica, la sua lucida e giovane bellezza.

  • NOVARA JAZZ WINTER 2010

    NOVARA JAZZ WINTER 2010

     

    4 e 5 Dicembre 2010
    presso l’Auditorium del Conservatorio G.Cantelli
    via Collegio Gallarini, 1 a Novara.

     

     

     

     

    Programma:

    SABATO 4 DICEMBRE 2010

    Sabir Mateen Omni Four
    Sabir Mateen tenor sax & flute
    Matt Lavelle trumpet
    Silvia Bolognesi double bass
    Warren Smith drums

    opening act: Noego

     

    DOMENICA 5 DICEMBRE

    Mike Reed’s People Places & Things
    Greg Ward (altsax)
    Tim Halderman (tenorsax)
    Jason Roebke (double bass)
    Mike Reed (drums).

    opening act : Ferrian/Pissavini/Quattrini trio featuring Sabir Mateen

     

    INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI

    Prevendita su www.vivaticket.it (Vivaticket)
    Apertura porte ed acquisto biglietti: dalle ore 20.00 della sera del concerto
    Ingresso a 1 concerto: 10 € Abbonamento a 2 concerti: 15 €
    Per gli Amici del Novara Jazz un cd in omaggio.

    Marco Scotti
    Ufficio Stampa Novara Jazz
    +39 340 3411099
    press@novarajazz.org
    follow us: twitter.com/novarajazz
    talk with us: www.facebook.com/novarajazz

  • NOVARA JAZZ WINTER 2010

    NOVARA JAZZ WINTER 2010

     

    4 e 5 Dicembre 2010
    presso l’Auditorium del Conservatorio G.Cantelli
    via Collegio Gallarini, 1 a Novara.

     

     

     

     

    Programma:

    SABATO 4 DICEMBRE 2010

    Sabir Mateen Omni Four
    Sabir Mateen tenor sax & flute
    Matt Lavelle trumpet
    Silvia Bolognesi double bass
    Warren Smith drums

    opening act: Noego

     

    DOMENICA 5 DICEMBRE

    Mike Reed’s People Places & Things
    Greg Ward (altsax)
    Tim Halderman (tenorsax)
    Jason Roebke (double bass)
    Mike Reed (drums).

    opening act : Ferrian/Pissavini/Quattrini trio featuring Sabir Mateen

     

    INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI

    Prevendita su www.vivaticket.it (Vivaticket)
    Apertura porte ed acquisto biglietti: dalle ore 20.00 della sera del concerto
    Ingresso a 1 concerto: 10 € Abbonamento a 2 concerti: 15 €
    Per gli Amici del Novara Jazz un cd in omaggio.

    Marco Scotti
    Ufficio Stampa Novara Jazz
    +39 340 3411099
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  • Via al Festival di Sanremo. E la musica?

    di Alfonso Gariboldi

    Come ogni anno: discussioni a non finire circa l’edizione numero 61 del Festival di Sanremo, che si terrà dal 15 al 19 febbraio prossimi. Faccio una premessa indispensabile: non sono mai stato a priori contro il Festival. Penso che la musica in tivù sia comunque un fatto positivo, anche se ad esempio ritengo eccessivo, quasi invadente, lo spazio dedicato ai sempre più agguerriti ragazzini cantori d’Italia nelle prime serate delle reti principali (alla faccia della privacy dei minori). Ma il Festival da troppi anni ormai mi dà l’idea di una struttura graziata dalle leggi della fisica: sopravvive procedendo per un’inerzia che non ha mai fine, che non riceve mai colpi di grazia. Ogni anno si cerca il balsamo rigeneratore, la cura miracolosa che lo riporti ai fasti del passato e, cosa ancora più importante, ne riporti i protagonisti in cima alle classifiche possibilmente oltre il limite dell’inverno. Perché, diciamoci la verità: chi a giugno d’ogni anno ricorda almeno cinque canzoni del Festival di novanta giorni prima? In realtà, il momento d’oro di Sanremo va da settembre in poi, quando iniziano a montare le polemiche prima sul conduttore, poi sulle vallette, poi sul numero delle serate e i contenuti “extra” delle stesse, poi sulle modalità con cui si sono stabiliti gli inclusi e gli esclusi…

    E la musica? Che dovrebbe esserne il veicolo fondamentale?
    Perché in questi ultimi anni, ma potrei dire quasi decenni, le canzoni che escono da Sanremo non occupano più l’immaginario collettivo così a lungo come in passato?
    Nomi che sono sempre gli stessi? Formule contorte, big che non avrebbero le credenziali per esser definiti tali e altri che non le hanno più? Perché nella stessa giornata in cui scrivo (23 dicembre), su un frequentato forum musicale sul web ci sono messaggi di persone che scrivono che non lo guarderanno a priori?

    Negli anni ottanta, faccio un esempio, da Sanremo sono usciti artisti che poi un accenno di carriera l’hanno anche fatta. Butto lì: Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti. Questa funzione di lancio mi pare si sia persa un po’, nelle edizioni più recenti. I tempi che verranno potranno anche smentirmi clamorosamente, ma è innegabile che, lo scrivo con dispiacere, il Festival di Sanremo rappresenta ormai un fenomeno più mediatico che musicale, che brucia veloce le proprie tossine di polemiche e interessi e al fischio finale tutto si rimette in moto per una nuova edizione, senza una vera, indispensabile, ricerca stilistica, di rinnovamento “tecnico”.

  • Via al Festival di Sanremo. E la musica?

    di Alfonso Gariboldi

    Come ogni anno: discussioni a non finire circa l’edizione numero 61 del Festival di Sanremo, che si terrà dal 15 al 19 febbraio prossimi. Faccio una premessa indispensabile: non sono mai stato a priori contro il Festival. Penso che la musica in tivù sia comunque un fatto positivo, anche se ad esempio ritengo eccessivo, quasi invadente, lo spazio dedicato ai sempre più agguerriti ragazzini cantori d’Italia nelle prime serate delle reti principali (alla faccia della privacy dei minori). Ma il Festival da troppi anni ormai mi dà l’idea di una struttura graziata dalle leggi della fisica: sopravvive procedendo per un’inerzia che non ha mai fine, che non riceve mai colpi di grazia. Ogni anno si cerca il balsamo rigeneratore, la cura miracolosa che lo riporti ai fasti del passato e, cosa ancora più importante, ne riporti i protagonisti in cima alle classifiche possibilmente oltre il limite dell’inverno. Perché, diciamoci la verità: chi a giugno d’ogni anno ricorda almeno cinque canzoni del Festival di novanta giorni prima? In realtà, il momento d’oro di Sanremo va da settembre in poi, quando iniziano a montare le polemiche prima sul conduttore, poi sulle vallette, poi sul numero delle serate e i contenuti “extra” delle stesse, poi sulle modalità con cui si sono stabiliti gli inclusi e gli esclusi…

    E la musica? Che dovrebbe esserne il veicolo fondamentale?
    Perché in questi ultimi anni, ma potrei dire quasi decenni, le canzoni che escono da Sanremo non occupano più l’immaginario collettivo così a lungo come in passato?
    Nomi che sono sempre gli stessi? Formule contorte, big che non avrebbero le credenziali per esser definiti tali e altri che non le hanno più? Perché nella stessa giornata in cui scrivo (23 dicembre), su un frequentato forum musicale sul web ci sono messaggi di persone che scrivono che non lo guarderanno a priori?

    Negli anni ottanta, faccio un esempio, da Sanremo sono usciti artisti che poi un accenno di carriera l’hanno anche fatta. Butto lì: Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti. Questa funzione di lancio mi pare si sia persa un po’, nelle edizioni più recenti. I tempi che verranno potranno anche smentirmi clamorosamente, ma è innegabile che, lo scrivo con dispiacere, il Festival di Sanremo rappresenta ormai un fenomeno più mediatico che musicale, che brucia veloce le proprie tossine di polemiche e interessi e al fischio finale tutto si rimette in moto per una nuova edizione, senza una vera, indispensabile, ricerca stilistica, di rinnovamento “tecnico”.

  • Tubi e serpi al Magenta Jazz Festival

    Tubi e serpi al Magenta Jazz Festival

    ALIFFI- D’AURIA SEXTET
    CON MICHEL GODARD

    Luogo: Teatro Lirico, Magenta (MI)
    Data: 26 novembre 2010
    Evento:  Magenta Jazz Festival 2010
    Voto: 7

    Maurizio Aliffi: Chitarra.
    Francesco D’Auria: Batteria e percussioni.
    Marco Ricci: Contrabbasso.
    Luca Gusella: Marimba.
    Beppe Caruso: Trombone e Tuba.
    Marco Brioschi: Tromba.
    Roberto Martinelli: Clarinetto e Sax Contralto.
    Michel Godard: Tuba e Serpentone.

    {gallery}concerti/Aliffi-D-Auria-6tet-con-Michel-Godard{/gallery}

    Se vi stupisce vedere tubi pluviali ed atri oggetti impropri su un palcoscenico allestito per uno spettacolo jazz, probabilmente non avete mai assistito ad un concerto di Francesco d’Auria. Se poi trovate singolare che un componente della sua formazione maneggi un ottone colorato di nero a forma di biscione, forse non sapete nemmeno che, accanto al suo sestetto, il percussionista siciliano ha schierato lo special guest Michel Godard. Niente di più normale, infatti, che vedere il musicista parigino destreggiarsi tra questo affascinante serpentone ed una tuba azzurra, sfoderata, al solito, come strumento solista.

    Sembra un riferimento esplicito al curioso strumento il primo pezzo, Mamba Nero, aperto e chiuso dai duettanti D’Auria e Godard e composta da Aliffi; il chitarrista è autore anche della successiva Pesci nell’acqua, brano blando ed ondeggiante, accarezzato dal fruscio delle spazzole sulle pelli e dall’archetto sulla marimba.
    L’introduzione della successiva Saturnia è affidata al flicorno di Marco Brioschi, che passa subito dopo alla tromba sordinata per l’atmosfera sognante di Un amore (D’auria), creata anche grazie all’assolo di marimba di Luca Gusella.

    I giochi di parole sembrano essere un debole dal leader percussionista, che non a caso intitola To Be il suo successivo brano originale. L’escamotage consiste nel percuotere una serie di tubi pluviali di lunghezza differente con dei battenti di gommapiuma pressata e il risultato è un suono ovattato, dolce ed avvolgente. Per I sogni di Piero, D’Auria mette finalmente le mani sull’hang che dall’inizio del concerto campeggia al centro della scena incuriosendo e stuzzicando la fantasia dei meno avvezzi. Il titolo stesso lascia intuire il suono onirico che quello strano aggeggio a forma di UFO è in grado di produrre, soprattutto se supportato dalle note rarefatte della chitarra e dalle successioni sinuose di Godard.

    C’è ancora spazio per una composizione a firma Martinelli e per Upupa prima che D’Auria inizi ad agitare vorticosamente un tubo flessibile sopra la testa (una tecnica che affonda le sue radici in primitive pratiche di tele-comunicazione) per introdurre Sottomarini e pattini; il brano è il pretesto per un lungo assolo del percussionista che passa con disinvoltura dalle mazze da timpano alle canoniche bacchette.

    A concerto terminato, la metà dei musicisti esce di scena, l’altra metà non intende le intenzioni e resta al suo posto: “abbiamo preparato i bis – sdrammatizza D’Auria al rientro sul palcoscenico – ma non gli applausi». Tri Bop segna la chiusura definitiva di un concerto che ha incantato e divertito il pubblico, mancando tuttavia di un po’ di quella verve che generalmente fa la differenza durante un’esibizione live.

     


  • Tubi e serpi al Magenta Jazz Festival

    Tubi e serpi al Magenta Jazz Festival

    ALIFFI- D’AURIA SEXTET
    CON MICHEL GODARD

    Luogo: Teatro Lirico, Magenta (MI)
    Data: 26 novembre 2010
    Evento:  Magenta Jazz Festival 2010
    Voto: 7

    Maurizio Aliffi: Chitarra.
    Francesco D’Auria: Batteria e percussioni.
    Marco Ricci: Contrabbasso.
    Luca Gusella: Marimba.
    Beppe Caruso: Trombone e Tuba.
    Marco Brioschi: Tromba.
    Roberto Martinelli: Clarinetto e Sax Contralto.
    Michel Godard: Tuba e Serpentone.

    {gallery}concerti/Aliffi-D-Auria-6tet-con-Michel-Godard{/gallery}

    Se vi stupisce vedere tubi pluviali ed atri oggetti impropri su un palcoscenico allestito per uno spettacolo jazz, probabilmente non avete mai assistito ad un concerto di Francesco d’Auria. Se poi trovate singolare che un componente della sua formazione maneggi un ottone colorato di nero a forma di biscione, forse non sapete nemmeno che, accanto al suo sestetto, il percussionista siciliano ha schierato lo special guest Michel Godard. Niente di più normale, infatti, che vedere il musicista parigino destreggiarsi tra questo affascinante serpentone ed una tuba azzurra, sfoderata, al solito, come strumento solista.

    Sembra un riferimento esplicito al curioso strumento il primo pezzo, Mamba Nero, aperto e chiuso dai duettanti D’Auria e Godard e composta da Aliffi; il chitarrista è autore anche della successiva Pesci nell’acqua, brano blando ed ondeggiante, accarezzato dal fruscio delle spazzole sulle pelli e dall’archetto sulla marimba.
    L’introduzione della successiva Saturnia è affidata al flicorno di Marco Brioschi, che passa subito dopo alla tromba sordinata per l’atmosfera sognante di Un amore (D’auria), creata anche grazie all’assolo di marimba di Luca Gusella.

    I giochi di parole sembrano essere un debole dal leader percussionista, che non a caso intitola To Be il suo successivo brano originale. L’escamotage consiste nel percuotere una serie di tubi pluviali di lunghezza differente con dei battenti di gommapiuma pressata e il risultato è un suono ovattato, dolce ed avvolgente. Per I sogni di Piero, D’Auria mette finalmente le mani sull’hang che dall’inizio del concerto campeggia al centro della scena incuriosendo e stuzzicando la fantasia dei meno avvezzi. Il titolo stesso lascia intuire il suono onirico che quello strano aggeggio a forma di UFO è in grado di produrre, soprattutto se supportato dalle note rarefatte della chitarra e dalle successioni sinuose di Godard.

    C’è ancora spazio per una composizione a firma Martinelli e per Upupa prima che D’Auria inizi ad agitare vorticosamente un tubo flessibile sopra la testa (una tecnica che affonda le sue radici in primitive pratiche di tele-comunicazione) per introdurre Sottomarini e pattini; il brano è il pretesto per un lungo assolo del percussionista che passa con disinvoltura dalle mazze da timpano alle canoniche bacchette.

    A concerto terminato, la metà dei musicisti esce di scena, l’altra metà non intende le intenzioni e resta al suo posto: “abbiamo preparato i bis – sdrammatizza D’Auria al rientro sul palcoscenico – ma non gli applausi». Tri Bop segna la chiusura definitiva di un concerto che ha incantato e divertito il pubblico, mancando tuttavia di un po’ di quella verve che generalmente fa la differenza durante un’esibizione live.

     


  • Gaiezza senza confini

    Gaiezza senza confini

    GAIA CUATRO E PAOLO FRESU

    Luogo: Teatro Nuovo, Varese
    Data: 15 novembre 2010
    Evento: Tour 2010
    Voto: 9

    {gallery}concerti/gaia_cuatro{/gallery}

    Si dice che dall’incrocio e dallo scambio fiorisca la qualità. E’ anche vero che da due Giapponesi e due Argentini che condividono lo stesso palcoscenico non sai proprio cosa aspettarti, finché ti rendi conto che era esattamente ciò che avresti sperato di ascoltare.
    Un sound carico di emozioni, di vissuto e di tradizione e allo stesso tempo denso di innovazione, voglia si scoperta e curiosità: riff esplosivi, suoni sublimi e graffianti, incursioni rapinose nel folclore e ritorno a registri classici. Certo è che ogni persona presente domenica sera al Teatro Nuovo di Varese deve aver avuto la mia stessa impressione: l’ho capito sentendo uno scrosciare incontrollato di applausi che faceva vibrare le pareti della sala ad ogni inchino dei Gaia “Cinco” schierati a bordo palco per il congedo a fine concerto. Già, “cinque”. Infatti, come se non bastasse la formazione originale ad estasiare i presenti, l’evento è stato impreziosito dalla tromba di Paolo Fresu e dalla ricchezza espressiva dei suoi suoni.

    A nulla sono valsi i tentativi della sorte di compromettere la buona riuscita della serata: i problemi di acustica, i fastidiosi fruscii che hanno rimandato l’apertura del concerto e minacciato per qualche minuto la serenità dei musicisti, sono stati brillantemente superati e cancellati dai ricordi della platea nell’istante in cui l’archetto di Aska Kaneko ha sfiorato la prima corda.

    Ha inizio l’incantesimo, il tango si scompone in una tavolozza di colori rimescolati da percussioni tribali, quindi il sapiente ed estroso tocco di Carlos “El Tero” Buschini riamalgama il tutto mentre il violino fa brillare di gaiezza la composizione.
    Dopo due brani, che Aska Kaneko condisce anche con una sorprendente ed intensa interpretazione canora, fa il suo ingresso sulla ribalta Paolo Fresu, flicorno in una mano, tromba nell’altra, sedia alla destra del palco, un ventaglio di fogli sparsi sul pavimento. Inizia all’unisono con Aska, il feeling è tangibile, come il valore aggiunto dato dal loro piacere di suonare assieme. Le peculiari posizioni plastiche del trombettista di Berchidda ed i suoi voli tra effetti lisergici ed echi sibilanti regalano ancora più eleganza e sinuosità ad una scena che già ne ha già da vendere.

    Dell’album Udin l’ensemble ripropone parecchi brani, la maggior parte a firma Gerardo Di Giusto: il pianista regala all’audience pezzi come Gaia, Como lo veo e Habanera che emozionano per il tocco deciso e virtuoso e per la ricerca dell’unicità nello sperimentare, ad esempio, il pizzicato direttamente sulle corde dello strumento.

    E proprio l’unicità è forse l’elemento che contraddistingue ogni componente dei Gaia Cuatro: ne sono esempio il personalissimo assetto percussivo di Tomohiro Yahiro, una mano sul cajon e l’altra ad agitare una bacchetta su ritmi jazz; la dolcezza dei suoni di Asaka Kaneko, che non temono di atterrare su registri aspri e dissonanti per il gusto di ricercare una determinata sensazione sonora. In tutto questo si inserisce ed integra alla perfezione Fresu, che più che uno special guest sembra “uno di loro”.

    I musicisti, chiamati a gran voce dal pubblico, non possono sottrarsi ai due bis (e molti altri ne sarebbero venuti, se il potere decisionale fosse stato unicamente nelle mani della platea).
    Quando il teatro si svuota la magia momentaneamente finisce, ma resta la voglia di ascoltare e riascoltare quel suono che ti afferra e difficilmente di abbandona. Il tempo di arrivare a casa ed inserire nel lettore il cd.

     

    Gerardo Di Giusto piano
    Aska Kaneko violin,voice,(erh-hu)
    Carlos ‘el tero’ Buschini bass
    Tomohiro Yahiro percussion