Categoria: Storie di musica

A dieci anni dalla pubblicazione su Il Giornale, AMAmusic riscopre la famosa raccolta di storie scritte da Cesare G. Romana sui personaggi chiave della storia della musica. Un racconto ogni 15 giorni.

 

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  • Storia di musica n. 11 – Laurie Anderson

    Storia di musica n. 11 – Laurie Anderson

     

    Piccola Sibilla elettronica

     

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    Era un giorno del ’94, in una Monaco rannuvolata. Laurie Anderson s’assopì, come spesso le accadeva, nel tiepido della controra. Chiuse dietro le palpebre i grandi occhi impertinenti e il sogno non tardò a intrufolarsi nel sonno. Era un suo modo di lavorare, il sogno: un’irruzione di fantasia sfrenata nel suo rigido mondo di relais e microchip, voci paranormali di origine ignota a rammentarle il primato dell’imponderabile sull’amatissima scienza. Vide una piana brulla, e su quella una stereofonia di tamburi che correvano come scoiattoli. Ma prima che la vicenda si evolvesse il telefono la distolse dal sonno, e dal sogno.

    Era Lou Reed, di passaggio in Baviera. Si erano conosciuti due anni prima su un set, poi nelle fuggevoli occasioni che costellano la vita delle rockstar. Ora lui le proponeva di cenare insieme: e siccome nulla li accomunava, erano due rette parallele proiettate verso mondi inconciliabili, Laurie disse sì. A cena gli raccontò la sua visione interrotta, e il sogno divenne una canzone da cantare a due voci: In our sleep, nel sonno mentre parliamo/ ascolta il rullo dei tamburi/ nel sonno dove c’incontriamo. Non solo: la cena s’allungò fino a diventare una convivenza, come quando due rette parallele s’incrociano contro le leggi della geometria, e si rifugiano in un loft di New York che è città troppo magmatica perché qualcuno si stupisca di qualcosa, o s’accorga di te.

    Davvero un’insolita coppia, quei due che di uguale hanno solo l’iniziale del nome di battesimo, e il mestiere di musicista scritto sul passaporto. Lui col suo collo da lottatore e l’aspetto da guappo di Coney Island, epopee di droga e di torbidi amori, poeta di dannazioni suburbane e d’inferni quotidiani. Lei radiosa nell’irta raggiera dei capelli e nella non-bellezza da Piaf postmoderna, innamorata della tecnologia quanto lui lo è della rude manualità del rock’n’roll, cinque lauree e un curriculum che accomuna il suo nome a quelli di Philip Glass, John Cage, Peter Gabriel, William Burroughs, Brian Eno, Allen Ginsberg. Fino al Dalai Lama, a Rauschenberg e a Cab Calloway, suo partner in uno storico show di capodanno.

    Se è vera la metafora platonica dei due amanti come parti ricongiunte d’una mela divisa, fu una distrazione degli dei l’avere unito due metà di mele tanto diverse: e tuttavia quella tra Laurie Anderson e Lou Reed è un’unione felice. Il che mai avrebbe previsto, la Laurie dabbene che da scolara modello sognava di fare la bibliotecaria, nella Chicago dov’era nata nel ’47 da un verniciatore e da una violinista, discendenti da antenati puritani venuti dall’Inghilterra per esercitare il prezioso diritto di perseguitare chi non la pensava come loro, perché il re gli vietava di punire chi lavorava di domenica. Quando poi capì che il bibliotecario è soltanto un secondino che tiene i libri in libertà vigilata, Laurie sterzò verso la musica. Spinta dall’esempio materno e dall’appartenenza ad una famiglia di narratori abituali affascinati dal linguaggio: ognuno aveva il suo, lo usava per inventare storie e canzoni, e ci capivamo per telepatia.

    Tutto nella biografia di Laurie Anderson, o nel pochissimo che ne è trapelato, è nel segno della genialità infusa: eccola studiare violino a quattordici anni e a sedici suonare nella Chicago Youth Orchestra, a vent’anni studiare storia, scultura e arte alla Columbia University e intanto occuparsi di fotografia, architettura, elettronica e musica d’avanguardia, a ventidue laurearsi in storia dell’arte e a venticinque in scultura. Mescolando tutto ciò, nei ritagli di tempo, in complicati lavori teatrali, frequentando musicisti d’avanguardia, progettando installazioni multimediali e tenendo corsi universitari per studenti più anziani di lei. Vive in un loft non riscaldato, gira d’inverno senza cappotto più per esprit de bohème che per indigenza, scrive spettacoli e testi inconsueti: un Concerto per automobili in scena nel Vermont e un saggio su Narcolessia e sogni. Nel ’73 la sua prima invenzione: una serie di scatole che discorrono tra loro, ciascuna sul suo piedestallo. Seguiranno la livella parlante (se la inclini da un lato ne esce una voce di donna, dall’altro risponde una voce maschile) e il Tape bow violin, con un nastro magnetico al posto del crine, estremo discendente dell’intonarumori futurista. Non paga, nei suoi spettacoli, la Anderson affida la propria voce al filtro d’un congegno, il Vocoder, che improvvisamente ne muta il timbro in quello d’un cavernoso baritono, lasciando di stucco la platea. Segue una cabina telefonica interattiva, un clone digitale di Laurie medesima, sorta di doppio virtuale da usare nei video, e un congegno ritmico disseminato lungo il suo corpo, che lei suona dandosi grandi manate sul petto, sui fianchi e in fronte. Fare musica è come frugarmi addosso, sfogliare la bibbia dei nervi, che è appunto il mio corpo, spiega lei, e Newsweek parla di Cassandra elettronica che ci nutre con parole immagini suoni melodie gag e storie, altri la definisce l’Archimede Pitagorico del pop. Finché i ladri le svuotano il loft col suo campionario leonardesco di computer, strumenti, formule e appunti.

    Laurie abbandona l’ingrata patria trasferendosi in Messico, dove impasta tortillas per gli indiani Tzotil, che esterrefatti per le sue lenti a contatto la battezzano Loscha, donna brutta con gioielli. Poi si compra una canna da pesca e un’accetta e colleziona esperienze al polo nord, torna a New York e vive in una comune tra agricoltura biologica, radiofonia clandestina, droghe psichedeliche, filosofie orientali. Nel ’77 due settimane di silenzio in un ritiro buddista preludono a un giro degli States con una valigia piena di violini, nastri e arnesi elettronici, punteggiata da concerti e conferenze in bar e musei. L’uscita del primo singolo, It’s not the bullet that kills you, non le impedisce di fare la raccoglitrice di cotone nel Kentucky, poi la spalla del comico Andy Kaufman a Coney Island e infine di tenere corsi di recitazione alle suore benedettine del Wisconsin. Né di ricevere tre lauree honoris causa e di stupire i viennesi con una movimentata performance: canta e affabula su un palco spennellato di sangue, irrompe la polizia e una spettatrice indignata contrappunta il recital a suon di cazzotti. Il pubblico pensa che il tutto faccia parte del copione, e l’unica a restare imperturbabile è lei, la protagonista. Sono incidenti siffatti a preservare Laurie Anderson dagli algidi stereotipi e dagli astratti furori dell’avanguardia, insieme al suo senso indomito della realtà. Così l’impietoso affresco di United states è la caricatura esistenziale e sociale, visiva e sonora di un’America madre e matrigna: Stringimi Mamma tra le tue braccia elettroniche/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari, canta la Cassandra di Chicago in Superman, gran successo nell’81.

    Eppoi c’è il sogno, che è la realtà proiettata nella surrealtà, e riemersa dagli abissi del desiderio e dell’inconscio. E’, anche, la sola concessione all’autobiografia che emerge dal ferreo riserbo di Laurie, e dalla piana oggettività della sua musica. Sognai che sostenevo un esame in una latteria, su un pianeta lontano. Alieni scrutavano la Terra con un telescopio al posto degli occhi, racconta la Anderson, e prontamente il sogno diventa canzone. Oppure: Ero l’amante di Jimmy Carter senza averlo mai visto. Alla Casa Bianca, con altre amanti, discutevamo un suo decreto, che estendeva ai morti l’eleggibilità presidenziale. “Questa sì che è democrazia”, dicevano. Altra canzone. O ancora: Arrivai in auto in una caverna preistorica, dovevo insegnare ai cavernicoli ad usare frullatori e tostapane. Ero un cane in una mostra canina. Passarono mio padre e i miei amici: non ero mai stata guardata così a lungo. Ero su un’isola piena di divi della tivù. C’era un panorama stupendo, ma nessuno lo vide perché tutti dicevano: guardami, guardami. E infine: Sognai Haensel e Gretel, lei faceva l’entraîneuse a Berlino e lui l’attore per Fassbinder. Haensel disse: “Sei una puttana, ho perso la vita in quella stupida favola quando il mio vero amore era la strega cattiva. Tanti sogni, altrettante canzoni.

    La spinta onirica è tanto forte, per la piccola Sibilla elettronica, da permeare la stessa realtà. Così eccola alle pendici dell’Himalaia per cercare il Lama Latso, un lago sulle cui acque – sostiene Laurie – è scritto in codice il nome del futuro Dalai Lama. O trascorrere giorni a progettare, con altri artisti, scienziati, fonici mascherati da paperi e elettricisti in frac, il più improbabile dei suoi spettacoli: un parco e sopra di esso una nube più nera del nero, dal cui ventre sprigioni l’imput segreto capace di donare la favella agli alberi. Spettacolo mai realizzato, s’intende: se la fantasia non conosce limiti la tecnologia ne ha, e grossi.

  • Storia di musica n. 10 – Nick Cave

    Storia di musica n. 10 – Nick Cave

    «Orrendo a vedersi»

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    «Ecco, io ti mando il mio messaggero a prepararti la via: c’è una voce che grida nel deserto…»: così s’iniziava il libro. Steso sul suo letto d’albergo l’uomo dall’anima lunga cominciò a leggere. L’aveva appena comprato, quel volumetto smilzo, in una bottega di Soho, rovistando tra gialli, romanzetti erotici, biografie d’atleti. «Solito papista fanatico», aveva sogghignato il libraio, guardando la faccia da patibolo, lo sguardo in allerta, la piega lunatica dei capelli corvini. Non seppe mai d’aver venduto il Vangelo di Marco, versione cattolica con l’imprimatur di Basilius Hume archiepiscopus, al più ostico tra i maledetti del rock. Leggendario per le sue risse sul palco, per i suoi quarant’anni cresciuti ad eroina e alcol, per il patto col diavolo che lo faceva uscire illeso da mortali overdose e bevute da schiantare un santo.

    L’uomo, che era Nick Cave, percorse d’un fiato quei sedici capitoli dalla trama fitta, poi ripartì e lesse e rilesse, folgorato come Saulo sulla via per Damasco. E per la prima volta, in quattro lustri macinati, avrebbe detto il suo amatissimo Màrquez, «da angelo condannato al marciume», la bottiglia di whisky, sul comodino, restò intonsa.

    La notizia del reprobo redento percorse il mondo ciarliero del rock, e un giornale titolò che Nick Cave, innamorato com’era di Beckett, aveva superato il maestro, e aveva trovato Godot: il suo piccolo dio di speranza, cercato invano nei Profeti e in Dostoevskij, in Dylan e in Artaud, in santo Genet comedien et martyr e in tutte le bibbie della dannazione e del riscatto. Ci fu chi esultò e chi rimpianse il vecchio maudit, chi lo abiurò e chi lo scoprì. Lui rispose con cantici raggianti: «Il tuo volto s’illumina/ c’è un idioma d’amore che sale/ tutta la scienza e la conoscenza e l’arte/ non possono ottenere di più». Il suo gusto per l’eccesso lo trascinò in un parossismo di luce, e dopo aver teorizzato, negli anni, la tragedia della vita ammise: «Per decenni ho tentato d’articolare un senso di perdita che accampava diritti sulla mia esistenza», ma ora Dio è la casa stregata dal desiderio in cui abita la vera canzone d’amore».

    Tre settimane di disintossicazione avevano pulito il sangue di Cave, e la sua mente, dai veleni accumulati in vent’anni, e rivoluzionato il corso franoso della sua esistenza. Cominciata in un livido meriggio australiano, era il 22 settembre del ’57, in una clinica di Warracknabeal, trecento chilometri da Melbourne. Bibliotecaria la madre, Dawn, professore il padre, Colin. Da quelle parti era nato Ned Kelly, capo d’una banda di ladri di mandrie, rapinatori di banche e assassini di sbirri. Catturato, s’offrì al boia con un sorriso e una frase. dopo tutto, questa è la vita. La sua storia colpì nel profondo il piccolo Nicholas, come più avanti quella di Joseph Kallinger, serial killer nella cui mente sconvolta lesse «il rigore di un’impeccabile logica», o di Carl Panzram che, processato arrestato dopo venti omicidi, gridò alla giuria: «Io ho fatto il mio dovere, voi fate il vostro».

    […continua dall’homepage] Nick ne dedusse la visione d’un mondo bifronte, dove il bene ha bisogno del male, la luce della tenebra, Gesù, amato come rarità antropologica e profeta d’amore, di Lucifero, il Guevara biblico che aveva seminato nell’alto dei cieli l’azzardo dell’eversione. E lo disse in decine di testi. «Corruttore di giovani anime», «zozzone decrepito che ha costruito sul camuffarsi da cadavere la propria carriera», tuonavano i giornali. Lui rispose denunciando «la Santa Alleanza tra sinistra liberale e conservatorismo puritano», e tappezzando le pareti di casa con stampe religiose e foto porno, «perché il bene ed il male s’illuminano a vicenda». Alla musica arrivò per narcisismo, per sfidare gli dei e per conquistarsi la stima paterna, che non ebbe mai e fu questa la ferita più agra che l’infanzia gli lasciò. La sua voce stonata funestò il coro della cattedrale anglicana, a sedici anni fondò una band, Boys Next Doors, «incapaci totali, come me», a dodici anni era già maestro di ribalderie. Tentò di denudare a strattoni una compagna di classe, e rischiò un processo per stupro, fondò una setta di alcolisti anonimi e insegnò loro a distillare liquori con zucchero e bucce di patata. Accusato di pederastia, si vestì da donna e redarguì a mattonate i suoi detrattori. S’iscrisse a una scuola d’arte, frequentata da gay e ubriaconi, e dipinse torbide tele, dove l’espressionismo tedesco tendeva la mano a Tiziano, ai maestri del Gotico, al Rinascimento. In un club malfamato incontrò Anita Lane, fuggita da casa, espulsa da scuola, convinta che «pensare con la mia testa mi ha resa distruttiva»: perfetta per lui, che l’avvinghiò in un amore cocente, durato dieci anni fra baruffe, tradimenti e passione.

    In breve fu noto, a Melbourne, per le zuffe che animavano i suoi concerti, i duelli con i naziskin, i festini dove si ballava con i calzoni calati, ci s’imbottiva di acidi, si sradicavano i lavandini dei cessi al ritmo iroso del punk. Fondò un nuovo gruppo, i Birthday Party, traendo il nome da Dostoevskij, e con loro volò a Londra, in cerca di gloria. Gli andò male. La sua reputazione, il suo aspetto, la mestizia dei suoi abiti gli alienarono i gestori dei locali, in albergo una cameriera lo derubò e fu la fame. Visse d’elemosine, di furti, di bottiglie vuote ripescate nelle pattumiere e rivendute per comprarne altre, piene di sidro. Fece lo spazzino e lo sguattero, rubò biciclette per procurarsi la droga e partite di cioccolata per arginare la fame, in un testo si descrisse «Nick the stripper, orrendo a vedersi», in un altro King Ink, Re Inchiostro, «un insetto che odia il suo putrido guscio».

    La rabbia ne fece un poeta: secondo solo a Bob Dylan nel fulgore visionario, nei gorghi di lirismo vorace, vocaboli arcaici, interiezioni brade, conscio con Màrquez che «scrivere bene è il dovere più rivoluzionario d’uno scrittore». Alla fine arrivò un cauto successo: stufi di melassa pop e di mascherate new glamour, i giovani gli accordarono il plauso che la stampa gli negava. Tornato a Melbourne, trovò code di fan fuori dai negozi che vendevano i suoi dischi, e dai locali che lo ospitavano. Ma anche poliziotti: finì in carcere per avere speronato, ubriaco, l’auto d’un commissario, rifugiandosi poi in un bidone d’immondizie, per avere distrutto un pullmino ficcando nel serbatoio un calzino in fiamme, per avere orinato, da un furgone in corsa, sulla moglie d’un ufficiale.

    Per il suo secondo album, Prayers on fire, progettò un video da ambientare in una discarica: un festino all’inferno con tossici veri e veri clochard, un vecchio hippy vestito da Cristo, un capestro su cui un Pantagruel manicomiale se ne stava appollaiato, ululando alla luna. E lui, Cave, impiccato a quel capestro. Cominciò il disgelo della critica: parlarono di «disco superbo, sull’onda di Beckett, Jarry, Père Ubu, Capt. Beefheart», di «miscele di paranoia, passione ubriaca, demenziale autoparodia». Lydia Lunch, «divina» del punk, vi lesse «l’esibizionismo dei timidi», e con Nick scrisse una serie di brevi atti unici. In uno di essi una donna, uccisa da malviventi, ascende al cielo. Poi ripiomba giù, e una voce scandisce: «Non permetteremo a nessuno di elevarsi sopra il letame». «Esprimo il mio gusto per il crimine, l’eros ossessivo, la crudeltà, le chimere», chiosò Cave. E poi, quasi citando Carmelo Bene: «Scrivere drammi è offensivo, il teatro è morto e sepolto». Una frenesia d’orrore sembra percorrere Nick: ai concerti lancia invettive in latino, scaglia microfoni in faccia ai fan, frantuma a testate i tamburi, canta con la faccia insanguinata. Ai fonici ingiunge: «Voglio un sound raschiante, brutto, pieno d’acuti. Qualcosa d’intensamente orrendo». In camerino si buca e lascia sui muri cuori disegnati col suo sangue.

    Nell’83 scioglie i Birthday Party e abbandona Anita, dedicandole Cabin fever: Lui è Achab, lei l’inerme Balena «che cerca di divincolarsi tra un teschio e un pugnale». «Sono un misogino – spiega Cave – le mie opere nascono da una totale, egoistica autoindulgenza». L’anno dopo forma i Bad Seems, i Semi del Male, rubandone il nome dal Libro dei salmi. Ma l’eroina e l’alcol cominciano a fiaccarne gli estri: si ricovera, si disintossica, riconosce che «finora tutto era filtrato dal disgusto che provavo per me stesso». Salvato sul ciglio dell’abisso si trasferisce in Brasile, in cerca del suo nuovo mattino: «Mi giunse una voce così luminosa che mi coprii gli occhi», canta in New Morning.

    A Sâo Paulo conosce Viviane Carneiro, disegnatrice di moda: è l’amore. E la paternità: nel 1991, il piccolo Luke viene al mondo in un mattino raggiante. La bruttezza del padre lo lascia indenne, Cave identifica in quella vita novella la propria rinascita, s’annulla in bamboleggiamenti da vecchio neonato. Ma la felicità rende più insostenibili gli orrori di cui è testimone: le favelas miserande, gli squadroni della morte, i bambini intossicati nell’anima dal baliatico della strada. Decide d’andarsene. Con Viviane pensano all’America, «ma – oppone Nick – è troppo malata di violenza , di sentimentalismo senza sentimento». Meglio Londra: quel torpore di nebbia, quel cielo muschiato di nubi proteggeranno la quiete del naufrago riemerso alla vita. Li accoglie una villa di Kensington nascosta nel verde. Finché, in un negozietto di Soho, Nick Cave trova un libro.

  • Storia di musica n. 9 – Juliette Gréco

    Storia di musica n. 9 – Juliette Gréco

     Fragile frastuono di libertà

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    Anche nella morsa della Gestapo Parigi era smagliante. Ai piedi di boulevard Saint Michel la statua dell’Arcangelo era un inno alla luce, nei giardini del Luxembourg il verde straripava. La ragazza, sedici anni, passò rapida, con i seni da matriarca in affanno e i pantaloni da uomo sformati dall’incuria. Si fermò soltanto nel pronao del teatro, tra le colonne dove i clochard passavano la notte e dove ogni giorno andava a sognare e a dimenticare: sognare un futuro improbabile di palcoscenici, per dimenticare il presente.

    È la prima immagine che i biografi – ultimo lo splendido libro di Bertrand Dicale, intitolato all’artista e fresco di stampa per l’editrice Le Lettere – ci tramandano di Juliette Gréco. L’antefatto è invece a Bordeaux, nel quartiere iper-borghese di Talence che nel ’27 le dà i natali: un’infanzia da bambina ostica, per padre un poliziotto egocentrico e brutale, per madre una letterata altera, distante, persa tra miraggi di grandezza e utopie da femminista avant lettre. La donna chiama la figlia Toutoute, come una trovatella: «Non t’ho fatta io – le ripete -, t’ho comprata dagli zingari». Quando il padre se ne va, solo amico di Juliette resta un grosso, soave orso di pezza: la madre glielo butta via, «era fatta per cose gloriose – dirà la figlia -, la tenerezza le era estranea».

    Ancora implume, in vacanza a Périgord, Toutoute s’innamora. Lui è un gitano sordomuto, vive in una roulotte ed è ammalato, come lei, di libertà. Ma è un amore di soli sguardi: muto, e in più platonico. A svelare a Juliette il mistero del sesso è, in collegio, la suora che una notte si infila nel suo letto, e poi la notte dopo e altre ancora. Finché Toutoute, accusata di furto, litiga con la superiora e l’espellono.

    Tornata in famiglia vive con la madre, le sue amanti e i suoi amanti. Viene come un cardo selvatico, solitaria e spinosa. A tredici anni prende a schiaffi la signora Gréco e poi fugge in un fienile: i gendarmi la ritrovano a notte fonda, tremante di gelo e di terrore. A scuola non lega con nessuno, i giochi dei coetanei la irritano. Passa ore nella toilette a declamare Racine, un’insegnante ne nota “gli occhi di marmo nero, da Cleopatra, e la voce da attrice tragica”.

    Intanto le schiere di Hitler hanno invaso la Francia, la madre di Juliette entra nella Resistenza, fornisce falsi documenti ai partigiani e l’arrestano. Una mattina, Toutoute aspetta la sorella, Charlotte, in place de la Madeleine, quando quattro figuri l’afferrano. Trascinata su un cellulare prende a schiaffi gli uomini della Gestapo e ne è picchiata con foga selvaggia. Nella prigione di Fresnes una kapò, perquisendola, la deflora, poi la chiude, sanguinante, in una cella illuminata giorno e notte, con tre puttane che ne odiano da subito il riserbo insolente, poi finiscono per amarne la fragilità.

    Tornata libera Toutoute alloggia in una pensione vicino a Saint Sulpice, a un fiato da Saint-Germain-des-Prés. Nell’appartamento si gela, il cibo manca e per scaldarsi non resta che sradicare pezzi di parquet e dargli fuoco. Uno studente, Bernard Quentin, offre a Juliette i suoi vestiti e il suo letto, per mangiare Toutoute deruba chiunque abbia una baguette o una fetta di formaggio. Quando, a diciannove anni, resta incinta una mammana l’aiuta ad abortire: le gambe intrappolate in un cerchio di metallo, uno strazio di ferri adunchi, carni ferite, emorragie che si susseguono per giorni e giorni. Juliette è un bucaniere alla deriva, ma è proprio l’indole da bucaniere a salvarla dal naufragio. E un chirurgo di buon cuore: che la vede svenire per strada, la soccorre e la cura, gratuitamente.

    Finisce la guerra, i tedeschi sfollano via, De Gaulle annuncia la riacquistata libertà. E sulla Francia soffia un vento d’allegria ritrovata: “È la dittatura del piacere”, titola un piscia-fogli, come nelle caves della Rive Gauche chiamano i giornalisti. Nei bar di Saint-Germain si reimpara a ridere, si ama, s’inventa. E si beve, a fiumi: «Un po’ perché l’alcol non mancava – dirà Simone de Beauvoir -, un po’ per sfogo, per festa, per oblio». Juliette e Quentin vivono, ora, in una mansarda da vie de bohème, oltre l’abbaino fumano i mille comignoli di Parigi, lui dipinge e lei sogna. O legge: Kierkegaard, Marx, Gide, Teresa d’Avila. Si iscrive al partito comunista, vende l’Humanité, con Marguerite Duras, su per il boulevard Saint-Michel, poi scopre che la militanza è una gabbia, non s’addice al suo animo volatile e restituisce la tessera. Fa la comparsa alla Comédie Française in un dramma di Claudel, intona “costruiremo un domani che canta” a fianco di Trenet e Josephine Baker, recita in Victor o i bambini al potere, di Roger Vitrac, con la regia di Antonin Artaud. Il dramma racconta, dice quest’ultimo, “la disgregazione del pensiero moderno in favore di chissà cosa”, Juliette se ne accende con tale veemenza che un critico le riconosce “una precoce autorevolezza”. Ora i copains di Toutoute sono un professore gentile e ironico, uscito da un lager tedesco, che si chiama Jean-Paul Sartre, e con lui la Beauvoir, Camus, Queneau, Prévert. E Boris Vian, fresco dello sdegnato successo di Sputerò sulle vostre tombe, che suona la tromba in un gruppo jazz e le è maestro di euforie e depressioni. Senza avere mai girato un film o inciso un disco, Juliette si ritrova famosa: per le sue risse, gli amori spiazzanti, le amicizie eterodosse. Per aver preso a ceffoni un ministro troppo galante, per aver messo al tappeto il figlio d’Alfred Cortot, per “la furia selvaggia con la quale fa a pugni”, scrive France Dimanche. Ma soprattutto perché nessuno, nella Francia rinata, sa impersonare, come lei, lo scandalo, la gloria, il frastuono della libertà.

    Declinano intanto, nell’euforia e nell’incertezza del futuro, i tumultuosi anni Quaranta e a Juliette portano in dono il più grande amore della sua vita, e il più feroce dolore. Lui è un campione automobilista, eroe della Resistenza, ingegnere, si chiama Jean-Pierre Wimille, ha gli occhi verdi, le tempie grigie e ventitrè anni più di lei. È mondano quanto lei è schiva, allegro quanto lei è ombrosa. Li avvince la legge degli opposti: si conoscono, si guardano e la passione divampa. Insieme girano Parigi, Antibes, Capri. Dopo la prima notte d’amore, in sogno, Toutoute vede l’uomo morire sulla sua auto, col petto dilaniato dal volante. Ed è esattamente così che Jean-Pierre se ne va il 29 gennaio ’49, sul circuito di Buenos Aires, slittando su una cunetta.

    Per Juliette è una fine senza fine, una disperazione che s’allunga sugli anni a venire. Si guarda vivere con occhi da estranea, si fa ancor più introversa, le leggendarie baruffe sono solo un ricordo. Cerca sollievo, vanamente, in liaisons provvisorie. Con Miles Davis, per esempio: lui, ventitrè anni, è soltanto un cupo, misogino genio in fieri, ma Juliette lo vede “bello come un dio egizio” e gli suscita un amore senza scampo. Per addolcirle il risveglio Davis, immerso nella vasca da bagno, suona Bach, insieme ciondolano ore e ore, mano nella mano, su e giù per il Lungosenna. Finisce tre settimane dopo: Miles torna a New York e sprofonda nell’eroina. Poi Marlon Brando: giovane, bellissimo e già famoso, sfreccia per Parigi con la sua moto enorme. La conquista senza fatica, e senza fatica la perde. Passano tre anni e Toutoute sente incombere il momento di reinventarsi. Lascia i pantaloni sformati e le scarpe da uomo, s’inguaina in tubini neri, muta le forme tozze in una magrezza da naufrago. E trasforma la ragazzaccia della rive gauche in una lady altera. Comincia col cinema: è Circe in Ulysse, di Alexandre Astruc, con Simone Signoret che fa Penelope, Jean Cocteau che è Omero e Jean Genet che dovrebbe essere Polifemo, ma non si fa vedere. Poi le consigliano di diventare cantante. Sartre la guida nella scelta dei brani: liriche di Queneau (Si tu t’imagines), Laforgue (L’éternel féminin), Prévert (Les feuilles mortes) e dello stesso Jean-Paul (La rue des Blancs-Manteauxz).

    Joseph Kosma scrive le musiche e al debutto, in un club della rive droite, applaudono Mauriac, Allégret, Resnais, Erskine Caldwell. Juliette canta con Wimille nel cuore, neppure l’innata alterigia argina l’urgenza del rimpianto. Azzarda Les feuilles mortes e, quando canta “en ce temps là la vie était plus belle”, dalla gola filtra solo un sussurro: il resto è pianto rattenuto. La voce è fosca e imprecisa, ma Sartre ne scrive: “Le parole hanno una bellezza sensuale, e Juliette ce la ricorda: attizza il fuoco che nascondono, ha nella gola milioni di poesie mai scritte”.

    Il dado è tratto, il successo di Juliette Gréco dilaga nel mondo, i maggiori teatri l’accolgono e, tra i primi, quello dei suoi sogni di bambina. Il resto è storia: successi, diatribe, scandali e un rosario lungo d’amici, mariti ed amanti. Musicisti come Sacha Distel, produttori come Darryl Zanuck, attori come Michel Piccoli, Philippe Lemaire che la sposa e ne nasce Laurence-Marie, bionda e ridente e bellissima, Rolande Alexandre che s’uccide col gas, travolto dal disamore di lei. Poi gli amici: Françoise Sagan, Eddie Constantine, Brassens, Léo Ferré, Serge Gainsbourg, Yves Montand, Aznavour. Più un giovane belga con gli occhi di febbre e il viso scarnito, che un giorno le fa ascoltare le proprie canzoni e lei dice: “Non saprei interpretarle come te, cantale tu”. Lui si chiama Jacques Brel, suo pianista e coautore è un tale Gérard Jouannest. Ha modi cortesi, è schivo e tenace. Quando Jacques si ritira a morire nella quiete delle Marchesi, diventa il pianista di Juliette e il suo nuovo marito. Lo è ancora.

  • Storia di musica n. 8 – Piero Ciampi

    Storia di musica n. 8 – Piero Ciampi

     «Sono livornese, anarchico e comunista»

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    Per viatico chiese un fiore e un bicchiere di vino fresco. Poi vide i fianchi dell’infermiera sparire rotondi oltre la corsia, e finalmente scivolò nel nulla. Sorridendo di sollievo, come mai gli aveva concesso la vita. Furono pochi i giornali che annunciarono la morte di Piero Ciampi, in quel diaccio gennaio del 1980 che lui coronò il sogno di un’esistenza «tutta passata a morire, ad ogni cosa che faccio». Parlarono invece i poeti: «Cantò la normale stranezza della realtà – lo descrisse Maurizio Cucchi – con voce così poco canora che non potevi fare a meno di considerarla viva e parlante». Gino Paoli fece eco: «Mi ricordava Vian, Bianciardi e Céline, visse come scriveva: iroso, acre, tenero, assurdo». «Preferiva alla rabbia il litigio, alla provocazione la bagarre», disse Paolo Conte. E Carmelo Bene, compagno di litigiose partite a dama, ringhiò: «Scompare, al solito, una delle rare persone eccezionali che abbiamo, e ci si accorge di lui troppo tardi».

    Fu l’epitaffio più sferzante, quello che Ciampi avrebbe prescelto come il più consentaneo alla sua anima buona e rissosa. Sarebbe stato il più dolce degli epicedi, per la sua boria indifesa e per la sua anima fragile, rafforzata dalle zuffe. «Di mestiere farò il poeta, ma se va male lavorerò in porto dove i cazzotti non mancano mai», confidava ai parenti, ancora bambino.

    Ché furono, i cazzotti, un suo modo di far poesia, insieme al vino e agli amori: pochi, allegri e devastati dall’incuria e dal malanimo, come in fondo fu tutta la sua esistenza. Imparò a fare a pugni fin dall’infanzia, figlio d’un venditore di perle e d’una madre morta giovane, che gli aprì nel cuore una ferita perpetua. Un giorno, con un fratello, diede fuoco alla casa paterna: per allegria, per sfregio o per vedere l’effetto che fa. Studiò di contraggenio, come s’addice alle menti profonde, ebbe amici rissosi come lui e, diplomatosi, emigrò a Milano per compiacere il padre, che lo voleva ingegnere. Ma Milano era euforica, torbida e senza mare, lui era un pirata, abituato al maestrale e al salino. Era un rock’n’roll di cantieri e motori, lui misurava il tempo di vivere sui ritmi lunghi delle onde. Così se ne tornò a Livorno e alle sue asprezze, ché «noi livornesi – diceva, orgoglioso – siamo toscani come gli altri, solo più antipatici».

    Si guadagnò da vivere vendendo lubrificanti, e da sopravvivere scrivendo poesie come questa: Ho visto/ un cuore/ giacere rossastro/ sulla strada/ e un gatto/ mangiarlo/ tra gente/ indifferente. Nel ’55, compiuti i ventun anni, andò al Car di Pesaro, in servizio di leva. Tra le reclute c’era Gianfranco Reverberi: musicista, baffi guasconi, risata pronta. All’attesa per le assegnazioni, Gianfranco sentì «una voce da menefreghista – disse – che articolava un blues», la raggiunse, si presentò e i due furono subito amici. Misero su un complessino, tennero banco nelle balere fino a ferma conclusa. Ciampi scriveva canzoni sui tovaglioli delle osterie, Reverberi ne lesse alcune e disse: «Strane come sono, piacerebbero in Francia». E Ciampi partì per Parigi.

    Portò con sé una camicia, la chitarra e il biglietto d’andata. Sul passaporto pretese che scrivessero: Ciampi Pietro, Livorno 20 settembre 1934, professione poeta. Visse due anni tra ammezzati, conventi e cantine. A mezzogiorno sfilava dai frati per un piatto di brodo, al pomeriggio faceva la questua in Boulevard Saint Germain, la sera cantava nei bistrot, tre locali ogni sera, la ruggine in gola e uno pesudonimo, Piero Litaliano, che i francesi pronunciavano tronco, Litalianò. In un bar del quartiere latino un uomo magrissimo lo ascoltò e poi lo invitò al suo tavolo. Aveva la voce impastata nel cognac ed era Louis-Ferdinand Céline, ormai vicino a morire. Trovò nel livornese allampanato un altro se stesso, gli insegnò il mestiere sottile dell’autodistruggersi, che è un modo di vivere senza il peso di esistere.

    Gli amori francesi di Ciampi furono brevi come fiati di vento: brevi, veementi. Gli chiesi, anni dopo, se ne avesse mai avuto uno felice, che dai suoi versi non si sarebbe detto. «Un paio, ma così corti», rispose brusco. E accennò alla strofa, famosissima, che in una sera parigina gli aveva bofonchiato Céline, appunto: Plasir d’amour ne dure qu’un moment/ chagrin d’amour dure toute le vie. Gli domandai come fosse, Céline. «Aveva una voce d’agonia e un sarcasmo da ciclope, non capii mai se, sotto sotto, amasse più la vita o la morte», ricordò, e fu tutto. Mi parve di vederli, il livornese con gli occhi azzurri che gesticolava senza requie, e di fronte a lui il vecchio fragile, arrivato al termine della notte, che ansimava con ironia di morente.

    Lasciata la Francia, Piero Litalianò vagò tra Inghilterra, Spagna e Irlanda. Seguiva una sua geografia sbilenca, fondata su un atlante arbitrario: la Calabria è un’isola, diceva, l’Irlanda è un paradiso e l’America non esiste più. Quando non trovava dove esibirsi faceva la fame, ma senza rancore: d’altronde «un poeta – spiegava – può andare a cena soltanto sulle stelle». Proponeva canzoni piene di tenerezza furtiva e d’esplicita rabbia, spiegando che cantava «per non ammazzare», e dicendosi «sempre incazzato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista». Alle sue risicate platee parlava spesso di Livorno, «che è un’isola ma è anche il mondo, e io ne sono il Robinson Crusoe». Infatti ci tornò, senza un soldo come quando l’aveva lasciata, costretto dal rimpianto e dal fatto che all’estero non aveva mai ottenuto, tutte insieme, le quattro cose che più gli premevano: una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffé caldo e un taxi alla porta.

    A una festa, a Genova, incontrò un’irlandese alta, snella e bionda. Il suo estro di navigante gliela fece apparire bellissima e in lei s’arenò, la ragazza apprezzò, di lui, la faccia ribalda e la timidezza aspra. Si sposarono, ebbero due figli, poi l’irlandese se ne fuggì: Piero l’amava dal pirata che era, lei cercava il tepore della stabilità. La rincorse in America, non la trovò perché l’America non è Livorno, è un universo dai confini impossibili, dove c’è tutto e nulla. Così si risposò, ma con l’alcol: che non tradisce, alla pari d’un amore s’infiltra nel sangue e pian piano ti consuma. Pochissimi da allora lo videro sobrio. Diceva: «In tutto quello che faccio c’è un po’ di morte».

    Visse tra Roma e Livorno con quello squarcio nell’animo. Gino Paoli lo impose alla Rca, gli procurarono un contratto e una casa, lui firmò, prese i soldi e sparì. Fece dischi con etichette rionali, firmandosi ora Piero Litaliano, ora Ramsete, poi col suo nome e cognome, e ogni volta con lo stesso insuccesso. Sul palco arrivava quasi sempre ubriaco, dimenticandosi i testi e reinventandoli all’impronta, con la logica storta e la coerenza bambina del poeta che credeva di essere, e probabilmente non fu. Del valore dei soldi non ebbe mai cognizione, gli piaceva la fama ma mal sopportava le telecamere: «Se vogliono riprendermi paghino – diceva -, sono ricchi, questi signori della tivù: portano mocassini da diecimila lire». Cantanti e cantautori? Se ne sentiva disamato, li chiamava “pezzi di merda” e preferiva frequentare pittori e scrittori: Bevilacqua, Turcato, Schifano, Carmelo Bene. E tuttavia Paoli gli incise vari brani, Aznavour lo volle al suo fianco in tivù, altre sue cose le interpretarono Gigliola Cinquetti, Connie Francis, Milly, Nicola di Bari, Morandi. E Nada la livornese, stregata da quel suo sguardo «dolce, triste, profondo: lo sguardo d’un bambino che sa ma non sa come fare». Ché piaceva, in fondo, l’impudicizia del suo mettersi a nudo, la voglia di autoritrarsi in pagine come questa: Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ ha un carattere malinconico/ beve come un irlandese…

    Trascorse così vent’anni: tribolando e divertendosi tra lucidissime sbronze, prestiti mai restituiti, contratti disattesi, parchi successi, turbolenti concerti, amicizie e inimicizie egualmente riottose. E per vent’anni, sorso dopo sorso, preparò la sua fine, aspettando che il fegato gli si spappolasse nell’alcol: invece il destino gli giocò l’ultima beffa, uccidendolo di cancro alla gola. Un ospedale romano gli fu ultima casa e ultima spiaggia, finché se ne andò come in una pagina del suo Céline, l’ultima di Voyage au bout de la nuit: «È crollato, tranquillo, tra enormi sospiri. Ha dormito. Che non se ne parli più». Gli restò, sul viso, un sorriso di pace, come mai la vita gli aveva concesso. Non fu difficile, trasferirlo dal letto alla bara: il male aveva reso il suo corpo sottile come una vela, tanto che sotto il lenzuolo – fu detto – rimaneva soltanto la sua intelligenza. Quando gli portarono il vino del commiato e il fiore della tregua, cadde nel sopore della buona morte. Tra i poeti, veri, che gli dissero addio, l’epicedio più bello glielo dedicò Francesco De Gregori: «Nella noiosa foresta della Gente Muta, le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po’ di buona sorte, puoi vedere un pezzetto di luna».

  • Storia di musica n.7 – Joni Mitchell

    Storia di musica n.7 – Joni Mitchell

    L’insidiosa patologia della libertà

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    Fu lei stessa a diagnosticare il male che l’affligge ormai da sessant’anni, l’insidiosa patologia della libertà. Comparandosi «al cuore d’un cactus», morbido dentro ma intoccabile fuori, in una delle sue canzoni più chiaroveggenti. Il testo le nacque al volante, mentre correva lungo l’East Coast in uno dei suoi raid solitari, e riflettendo sui perché della vita spense il motore e annotò, sul retro d’una multa: «Convinta d’amarli tutti/ li ha portati dentro i suoi sensi/ hanno riso dentro la sua risata». Poi ci ripensò ed aggiunse: «Ma guai se qualcuno la volesse in eterno/ impegnata com’è a essere libera».

    Fu così che Joni Mitchell codificò la sua vocazione all’incompiutezza, prepotente fin da quando, pittrice stregata da Botticelli e Van Gogh, un destino scortese le assegnò un futuro da cantautrice. Incompiutezza ribadita dai suoi molti amori, tutti grandi e non grandi abbastanza da resistere al tempo. E già presumibile nell’irrisolta bellezza del suo stesso viso: fatato nei presupposti, con quegli occhi d’acquamarina e i capelli di finissimo oro, e tuttavia spigoloso, quasi la natura avesse dimenticato di levigarne le asperità.

    Un’infanzia nomade, condivisa con una madre insegnante, Myrtha, che cercò di educarla ai sovrani principi americani, e un padre aviere, William, che le trasmise il batterio dell’indipendenza, fu l’humus nel quale, anno via anno, germogliarono le sue irrequietezze. Nata nel ’43 a Fort MacLeod, poco più che un villaggio nell’ovest del Canada, visse poi a Calgary, quindi a North Buttleford e ancora a Saskatown, a un passo dalle riserve indiane di Saskatchewan. Crebbe tra le melopee pellerossa e le filastrocche della nonna materna, l’impazienza del jazz, le musiche di Mozart e il garbo viennese di Schubert. Le infinite praterie, le danze coloratissime degli indiani, il turchese dei grandi laghi accesero il suo amore per la pittura, lo studio del pianoforte suscitò una più mansueta vocazione alla musica, una poliomielite domata a fatica alimentò la sua insicurezza e ad indirizzarla alla poesia fu un’insegnante della Queen Elizabeth School, che vide i suoi disegni e dedusse: «Se sai raccontare con i pennelli, puoi farlo anche con le parole». Fu così che Roberta Joan Anderson, dodici anni, intraprese il cammino che l’avrebbe tramutata, tempo un decennio, in Joni Mitchell. Si comprò un ukulele e le feste dei teen ager, poi le pedane delle coffee house, le offrirono la prima platea. Rifaceva Mozart a tempo di folk, rileggeva Ray Charles, Chuck Berry, gli Everly Brothers. Le lezioni all’Alberta College of Arts l’annoiavano, le esibizioni al club The Depression le diedero qualche brivido in più e a ventun anni salì su un treno per Toronto, l’ukulele a tracolla, in borsetta la sua prima canzone, Day after day per viatico i dischi di Judy Collins. Un compagno del liceo le offrì il destro di diventare madre, incompiuta anche in questo: la neonata fu data in affidamento, lei se ne dimenticò per ritrovarla trent’anni dopo e vivere, già anziana, una maternità differita.

    A Toronto rimase perché le mancarono i soldi per il ritorno: conobbe Dave Van Ronk e Odetta, frequentò le cantine con Leonard Cohen, Buffy Sainte-Marie e Neil Young, faticò a trovare ingaggi e fece la commessa in un emporio. Qui conobbe un folksinger più squattrinato di lei, si chiamava Chuck Mitchell e le disse: «Sposami, avrò cura di te». Obbedì. Si lasciarono un anno appresso, dopo un soggiorno a Detroit e una canzone The Last Time I Saw Richard, scritta per formalizzare l’addio. Altri treni la condussero a New York, poi in Florida, quindi in California. E un nuovo amore la gettò tra le braccia di David Crosby: generoso, massiccio, perso in un circuito di droghe, alcol, utopie hippy. Nell’éra dei figli dei fiori, lui divenne il guru della West Coast, Joni ne condivise gli ideali e le sbornie. Finì due anni dopo, lei scrisse: «Mi mandò a quel paese/ barcollai verso la porta/ un altro uomo allungò la mano/ io la colmai d’argento». E, coerente, si trasferì tra le braccia di Graham Nash, che di Crosby era tra gli amici più stretti. Ma prima fece in tempo a pubblicare Joni Mitchell, il suo album d’esordio, a cogliere tiepidi applausi alla Royal Festival House londinese e a partecipare ad un tour con Crosby, Stills, Nash & Young: trionfale per loro, disastroso per lei che ogni sera fuggiva dal palco, piangendo per la disattenzione del pubblico. Un nuovo disco Clouds, con la parentesi pacifista di The Fiddle And The Drum, ne raddrizzò la pencolante notorietà. A Woodstock, invitata, non andò ma descrisse quel raduno come l’ultimo avamposto di un Eden possibile: «Ho sognato di vedere bombardieri – cantò – mutarsi in farfalle/ sopra la nostra nazione/. Siamo polvere di stelle/ dobbiamo tornare al Giardino». L’anno dopo era già una star, stanca e alienata. La consueta insicurezza l’indusse ad annunciare il ritiro dalle scene «per dipingere, distrarmi e viaggiare», e dopo tre mesi a smentirsi con Ladies Of The Canyon: autobiografico, solare, la fedele chitarra folk immersa in un alone gentile di violoncello, pianoforte, flauto, clarino. E anche Nash fu consegnato all’album dei ricordi. Ci fu una crociera con Crosby, un tour europeo, un soggiorno in Grecia, l’amore fulmineo con un contadino trovato in una comune naturista, dopo quelli con un gigolò cocainomane e con un prete conosciuto in un aeroporto: perché «ogni volta mi sento appena nata/ uno squarcio di luce nella tempesta».

    Fu proprio la sua incompiutezza di donna a rendere grande la sua musica. Scavalcò i generi come una farfalla curiosa. Dall’impressionismo passò al jazz e nella sua tenuta, tra il verde della British Columbia, affluirono Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Gerry Mulligan, Wayne Shorter, John McLaughlin. La cercò il grande Charles Mingus e le propose un album su versi di Eliot. Lei passò una notte a leggere: «Ci sarà tempo per chiedersi “Avrò il coraggio?”/ e poi “Avrò il coraggio?”/ e ancora: “Avrò il coraggio?“/ tempo per voltarsi a scendere le scale/ con una chiazza calva in mezzo ai capelli». All’alba decise che non ce l’avrebbe fatta, chiamò il maestro e disse: «Sarebbe più facile rifare la Bibbia». Mingus ribatté: «Allora scriviamo altre cose». Era costretto su una sedia a rotelle, morì in corso d’opera ma l’album, Mingus, uscì egualmente, incompiuto rispetto alle intenzioni, perfetto negli esiti. E tuttavia l’insuccesso fu clamoroso, le radio lo ricusarono, la critica ne fu spiazzata.

    Un giro in auto, tutta sola, nel sud degli States, e la partecipazione alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan – «per studiare il misticismo e le malformazioni dell’ego» -, la nascita e la fine d’un nuovo amore col batterista John Guerin fornirono a Joni l’idea di Hejira: trasse il titolo dal viaggio di Maometto tra la Mecca e Medina, che consacrò l’avvento dell’Islam, ma ne fece il simbolo della sua itinerante inquietudine. I critici ironizzarono – «È sempre in cerca d’un approdo sfuggente» -, lei annunciò l’ennesimo ritiro, s’occupò di cinema e fotografia, imparò a giocare a nascondino col proprio mito. In un film mai distribuito impersonò un ragazzo nero e lo chiamò Art Nouveau, poi a richiamarla alla musica fu Paolo di Tarso: Joni lesse la seconda Lettera ai Corinzi e la trasformò in canzone sull’amore, «che si compiace della verità/ mai dell’ingiustizia/ e vede come vede un bambino». Tornò su un palco al fianco degli U2, ne fu surclassata e se ne andò, urlando alla platea: «Tenete le bombe per dopo». Ma, questa volta, non pianse: la sua insicurezza aveva trovato il puntello dell’aggressività, e gliene venne un’inconsueta gioia di vivere. Era l’89 quando andò al premio Tenco: cantò con la febbre alta, «avvolta in calzoni e scialli tzigani», nel dopoteatro un pianista azzardò un samba e la vedemmo in piedi su un tavolo, a ballare in una sorta di transfert orgiastico. Il suo compagno era, all’epoca, il bassista Larry Klein. Lo sposò, col suo aiuto ritrovò la figlia ignorata per trent’anni, poi lo lasciò. Al catalogo delle incompiutezze risolte aggiunse la maternità e s’inoltrò in un’imprevista avventura, quella di un’esistenza appagata. Accanto al nuovo compagno, Dan Freed, alla figlia Kilauren e alla figlia di costei, s’inventò madre e nonna e la sua musica s’adeguò alla quiete finalmente trovata. Un critico l’accusò di «raccontare gli anni Ottanta da idealista intristita degli anni Sessanta», lei rispose nel più eloquente dei modi, con le tinte solatie di Man From Mars. E se un brano rammentava il distacco da Klein, Joni ne esorcizzò con ironia l’occasionale mestizia, attribuendone il testo «non alla fine del mio matrimonio, ma alla scomparsa del mio gatto». E si rifugiò tra le braccia di Freed. Ora era una donna in pace, «emersa – secondo una sua metafora – dall’indaco tumultuoso». Alle soglie dei sessant’anni il cactus aveva perso le spine: «Che il nostro slancio non venga mai meno – implorò in Facelift – la felicità è il migliore di tutti i lifting possibili».

  • Storia di musica n. 6 – Jeff Buckley

    Storia di musica n. 6 – Jeff Buckley

    Scintilla bagnata

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    Quando il fiume lo restituì, Jeff Buckley era un gonfio pupazzo di carne fracida, due ombre per occhi, il viso da serafino devastato dai pesci e dalla corrente. Otto giorni prima, quando il gorgo l’aveva inghiottito, era ancora il più bello tra i travagliati angeli del rock: diafano, lo sguardo sfuggente dei timidi, il sorriso malcerto di chi si porta appresso quella melanconia atavica che fa sentire le donne un po’ amanti e un po’ mamme. Apparteneva, insomma, alla razza apollinea dei Jim Morrison, dei Jackson Browne, dei Syd Barrett, dei Brian Jones. E di Tim Buckley, suo padre.

    Era un crepuscolo di maggio, quando morì. L’aria di Memphis s’imporporava come in un distico di lui, Jeff: «C’è un orizzonte rosso/ fiammeggia urlando i nostri nomi». Buckley aveva lavorato per ore al nuovo disco, ora ascoltava i Led Zeppelin sulla riva del Wolf River, poco lontano cantava il Mississippi. Poi lo videro alzarsi, gettarsi vestito nell’acqua, sparirvi. Si mormorò di suicidio e si vociferò di incidente. Si evocò il fantasma del padre, morto diciotto anni prima di droga, detestato, adorato, eluso, bramato da questo figlio così simile a lui. «Ora, dovunque siano, sono davvero uniti», si consolò alle esequie Ann Marie, sorellastra di Jeff.
    Il breve patrimonio della sua vita lo spese a inseguire un fantasma, suo padre. Per decidere se odiarlo o amarlo, esserne il calco o l’antitesi. Concluse il suo inutile viaggio in un gorgo del Mississippi, era il crepuscolo, l’acqua di maggio era tiepida e la morte dovette sembrargli mansueta. Ora, fu detto, lui e l’altro avrebbero potuto incontrarsi.

    Questa è la storia di Jeff Buckley, musicista rock annegato a trent’anni. Storia strana ed estrema quella dei Buckley, Jeff annegato a trent’anni, Tim  ucciso dalla droga a ventotto. Mediamente noto, da vivo, il primo, e idolatrato in morte, amatissimo in vita il secondo, e quasi dimenticato poi. Al figlio, Tim aveva trasmesso di tutto: il viso d’angelo, il talento, la voce eterea ed estesa, la voglia e il rovello di vivere. Ma solo per via genetica: Buckley senior se ne andò da Los Angeles che la moglie Mary, diciotto anni, era ancora incinta di Jeff. Approdò a New York lasciando ad entrambi soltanto una canzone sbruffona e dolente d’addio: «Non so nuotare nelle tue acque – diceva alla donna – né tu camminare sulle mie terre». Poi una strofa su quel nascituro «fasciato di amare storie e mal di cuore/ mendico d’un sorriso». Versi feroci e facilmente profetici, ché a Tim bastava guardarsi allo specchio, per sapere come suo figlio sarebbe stato, e di quali patemi sarebbe vissuto.

    E’ il giugno ’66, siamo ad Anaheim, Los Angeles.
    Jeff nasce quattro mesi dopo, è il giugno ’66. Cresce con Mary, i suoi amanti, una zia e una nonna, senza padre e tuttavia impregnato di lui. Carico di rancore per il suo abbandono, eppure mendico di quel sorriso, in una bipartizione dell’io che è l’anticipo della schizofrenia. Padre e figlio s’incontrano una sola volta, il ragazzo ha otto anni e il padre venti di più, ma una settimana di convivenza non sana il reciproco disagio né rafforza il reciproco radicamento: semmai dovette accrescere, in entrambi, il timore d’un possibile affetto, che nessuno dei due cercava ed entrambi inconsciamente volevano. E che li avrebbe come mutilati, Tim nella sua irresponsabilità vagabonda, Jeff nel suo bisogno d’identità: non il figlio di Tim Buckley, la star, ma semplicemente Jeff Scott Buckley, musicista.

    Con quel vuoto dentro Jeff viene su, come vuole la convenzione biografica, “normalmente felice”. Ma non troppo: una qualche saggezza già adulta, i capelli, alla nascita, quasi canuti, una connaturata mestizia inducono i familiari a chiamarlo el viejito, il vecchietto. La nonna materna ama citare, guardando il nipotino, Thomas Hardy e il suo Piccolo Padre Tempo: «Era la vecchiaia mascherata da giovinezza, così maldestramente che la sua vera identità trapelava dalle crepe». Ed è come se il piccolo cherubino crescesse con due anime: l’una colma di grazia, l’altra oscura, ribelle, da perseguitato. Mary gli suona le canzoni di Tim, lui dirà a tutti, per anni, di non averne mai sentita una: e intanto gli monta una gran voglia di conoscerlo, l’uomo che lo ha rifiutato. Per adorarlo, chissà, o per ferirlo a morte, per scegliere se esserne il doppio o l’antitesi.

    La nonna gli regala una vecchia chitarra, lui si diverte a far rotolare tra le corde biglie di vetro, per cavarne liquescenze e sospiri. E’ la radice delle canzoni future.
    Quando Mary sposa Ron Moorhead, un meccanico appassionato di rock, Jeff assorbe quella passione ma non riesce a surrogare col patrigno il suo padre fantasma. La metà più ombrosa del suo carattere scatena il sarcasmo degli amici: «Sciocco moccioso», «Tonto caccoloso», «Scotty vasino» sono i soprannomi che gli infliggono, e peggio di tutti «Buckley-Fuckley». Anche per questo, all’asilo, lo iscrivono come Scott Moorhead. Ma alla morte di Tim si riprenderà il cognome paterno: «Non so perché lo faccio. O forse sì”, spiegherà, senza spiegare.

    Quell’assenza paterna, dunque, scandisce l’adolescenza di Jeff. E con essa la musica: quella che Mary suona al pianoforte o al violoncello (Chopin, Mendelssohn) e poi Bacharah, Edith Piaf, Led Zeppelin, Joni Mitchell. E Jim Morrison, grande amico di Tim. Poi la poesia:in una canzone a lui dedicata, i Cocteau Twins chiameranno Jeff «cuore di Rilke», ma un bisogno di filiazione lo spinge, piuttosto, verso i grandi visionari, quale era stato suo padre: Neruda, Lorca, Ginsberg una cui strofa – «Hipsters con la faccia d’angelo/ ardenti per l’antico contatto celeste/ fluttuanti sulle vette della città contemplando jazz» – sembra il suo ritratto.

    Nel ’75 Mary scopre che l’ex marito terrà un concerto a Hunkington Beach, un sobborgo di Los Angeles. Ormai Tim è un Icaro bruciato dai sogni e dalle droghe, il suo successo ha scalato il cielo ed è franato giù, nell’anticamera del dimenticatoio. Ma che importa: Mary conduce il figlio al concerto – «era tutto eccitato, gli fiammeggiavano gli occhi, non riusciva a stare seduto». Poi gli presenta il padre. Risultato: un abbraccio di dieci minuti e l’invito a trascorrere insieme le feste di Pasqua. Che, come si è detto, non spianano la strada ad un vero legame: i due sono troppo uguali per scoprirsi complementari, e perché sull’emulazione prevalga l’amore. Un mese dopo un’overdose si porta via Tim, e Jeff non va ai funerali: non l’hanno invitato.

    Diventato adulto il giovane Buckley sbarca il lunario da centralinista e da commesso, fa il barista negli stessi locali in cui, smesso il grembiule e imbracciata la chitarra, intrattiene i tiratardi. Finché nel ’90, a ventiquattro anni, fa la stessa scelta di Tim: lascia la California, “paese di selvaggi e di gente repressa”, e se ne va a New York. Canta negli stessi locali dove aveva cantato suo padre, non dice a nessuno di esserne il figlio ma i meno immemori risconoscono in quell’atteggiarsi da bimbo smarrito la fragilità di Tim, il suo sguardo, la voce estesa ed eterea, intrisa di spleen e di sogni. E quando lo invitano a partecipare a un Tim Buckley Memorial, nella St. Ann’s Church di Brooklyn, Jeff s’arrende, ma a patto che nessuno annunci il suo nome. Poi sale sull’altare e canta I never asked to be your mountain, la canzone con cui il padre, venticinque anni prima, si era congedato da Mary. E conclude attaccando Once I was a soldier: «Qualche volta mi domando – urla – se anche solo per un attimo/ ti ricorderai di me».

    Ora Jeff Buckley è un musicista noto. Suona alla radio accompagnando, all’harmonium, le declamazioni di Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, tiene applauditi concerti al Sin-é, firma il contratto che gli consente di registrare Live at Sin-é, il suo disco d’esordio. Gira l’Europa e l’America. Le sue sono, formalmente, canzoni d’amore, ma il tema dell’abbandono vi domina e rimanda ad un’altra perdita, mai accettata. «Se solo tornassi da me», sospira in Mojo Pin. «Soffocano il mio nome, così facile da imparare», soggiunge in Lorca. «Non essere come colui che mi ha fatto invecchiare/ come chi ha lasciato dietro di sé solo un nome», chiede in Dream brother. Un giorno, a Parigi, durante un suo concerto, due hippy intonano un brano di Tim. Lui li guarda poi mima, sarcastico, una morte per overdose. A un giornale dichiara: «Che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me, ha aperto delle porte ma io non le ho mai attraversate». Quando, però, gli mostrano una fanzine dedicata a Tim, Jeff la sfoglia, le mani gli tremano, gli occhi s’inumidiscono, vede una foto del padre e sussurra: «Qui doveva avere bevuto“. Poi accarezza l’immagine, con una tenerezza che nessuno gli aveva mai visto.

    Finalmente ha instaurato, col ricordo paterno, un rapporto positivo, esultano i familiari. E una sera del maggio ’97, a Memphis, il giovane ascolta dischi in riva al Wolf River. Il Mississippi scorre poco lontano, il sole tramonta e ricorda una canzone di Jeff, «c’è un orizzonte rosso, fiammeggia urlando i nostri nomi». Gli amici vedono Buckley tuffarsi, vestito, e nuotare fino al gorgo che lo inghiotte. E’ l’estrema illusione, il ritorno agognato tra le braccia paterne. E la celebrità ormai inutile, l’alluvione di inediti, gli omaggi postumi, Joni Mitchell che parla di «scintilla che sfreccia nel cielo della notte, verso uno strano posto», Bono che piange «quella pura goccia di suono, in un oceano di rumore».

  • Storia di musica n. 5 – Jimmy Page

    Storia di musica n. 5 – Jimmy Page

    “Page Satàn, page Satàn aleppe”

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    Una scrittrice, Ellen Sander, ne attestò «lo sguardo febbrile e miserabile, che rende le quindicenni perverse», altri lo descrissero capace di resistere, senza un’ora di sonno, per giorni e settimane. Secondo gli agiografi fu Satana, nientemeno, a scatenare nel suo corpo malato una vitalità fuori norma e un talento iperbolico. E precocissimo: a sedici anni Jimmy Page, poi chitarrista e genio dei Led Zeppelin, già stregava le platee nei teatrini del Middlesex, dov’era nato da James, impiegato della Raf, e Patricia, segretaria d’un medico.

    Era il ’44, nel cielo britannico infuriavano gli Zeppelin e Jimmy, detto Pagey, s’inoltrò in un’infanzia senza amici, ché «la solitudine, se ai più fa paura, a me dà sicurezza». Gli regalarono una chitarra spagnola e Buddy Holly, James Burton, Bert Jansch furono i suoi primi modelli, Jeff Beck e Eric Clapton i primi sodali. Frequentò soprattutto il blues, che ammaliava Londra con Alexis Korner, John Mayall, Cyril Davies. Di Robert Johnson, icona di tutti i bluesmen del Delta, amò soprattutto un verso, «Salve Satana, è l’ora di andare». Poi, da una biografia ottocentesca, apprese che Nicolò Paganini, il sommo violinista, «aveva ottenuto dal demonio il proprio genio, in cambio di un’anima già abbastanza dannata». Da Goethe scoprì che Mefistofele aveva sedotto Faust impugnando violino e archetto, e come un Paganini rinato imparò a suonare la chitarra con l’arco, traendo dal Mi acuto stridori e lamenti d’un inferno virtuale, dal Mi basso borborigmi e cachinni d’un Ade venturo.

    Le bubbole che ogni tanto si scrivono, o dicono, sui nessi tra rock e satanismo, lo intrigarono e lo lusingarono. Suonò in vari gruppi, fu musicista di studio – “pistolero mercenario”, si definì, civettuolo – per i Them di Van Morrison, gli Who, i Kinks, Johnny Halliday. Per comprarsi una chitarra elettrica, e coronare il suo sogno al crocicchio tra Les Paul, Django Reinhardt e Jimi Hendrix, fece lo strillone e il lavavetri, l’autostop lo portò in Scandinavia e di là un viaggio in India lo condusse tra poeti del mantra e incantatori di serpenti. Tornò stremato nel fisico, ma con molte idee in più. A diciott’anni entrò nei Crusader e svenne al primo concerto, malato com’era di bronchi e d’inedia. Ristabilitosi alla meglio, suonò con Sonny Boy Williamson, un maciste di muscoli e blues, e del grande maestro lo incantò il sarcasmo saturnino, la costante ubriachezza, le imprese mirabili che gli si attribuivano: come l’avere incendiato un albergo di Birmingham, arrostendo un coniglio in una caffettiera.

    L’ingresso negli Yardbirds svelò un Page «ispirato, gentile, servizievole – fu detto – almeno finché l’ego non si mise di mezzo». Un barcone ormeggiato sul Tamigi fu la sua casa, e là vuole la leggenda che Lucifero andasse a trovarlo, in una notte doverosamente tempestosa, porgendogli un contratto in caratteri runici e una penna intinta nel sangue. Fu poco dopo che nacquero i New Yardbirds, poi divenuti i Led Zeppelin. Jimmy reclutò il bassista John Paul Jones, timido e colto, e Robert Plant, un marcantonio in camicie di pizzo e boccoli biondi, innamorato di saghe celtiche e chanson de geste. Poi arrivò John “Bonzo” Bonham, che aveva costruito la sua prima batteria con un bidone di sali da bagno, una lattina di caffè e alcune pentole, foderandola di carta stagnola per farla crepitare come uno Sten. Una filastrocca del tempo di guerra – «Vola, Zeppelin, brucia l’Inghilterra» – suggerì il nuovo nome del gruppo, le utopie escatologiche di Plant sposarono, per la legge degli opposti, gli estri sulfurei di Page e il successo non tardò. Tour trionfali, festini bislacchi e morbosi, droga, alcol, tumulti scandirono la neonata celebrità. L’America adottò i nuovi divi, William S. Burroughs coniò per loro la definizione di heavy metal e Page la rispedì al mittente, protestando: «Non siamo dei fracassoni, ci attraggono la luce e l’ombra, il dramma e la versatilità». Attratto da tanto talento Elvis Presley li ricevette coprendoli di monili preziosi, e volle intonare con loro Treat Me Like a Fool. In Vietnam, i marines incalzavano i vietcong al ritmo di Whole Lotta Love, il primo hit del quartetto: «Ti darò il mio amore, baby/ vuoi tutto quanto il mio amore?».

    Fu all’alba degli anni Settanta che Jimmy lesse, per caso, un libro di Alesteir Crowley, il papa dei satanisti. Alpinista, mago, grande affabulatore costui si diceva capace di cancellare la propria immagine dagli specchi, di resuscitare plotoni di demoni perché lo assistessero nei suoi duelli, di dialogare con la testa d’un uomo decapitato, che di notte rotolava per le sue stanze. Predicò il culto di Toth e di Horus, «per ricreare lo Spirito ucciso dai preti», asserì che «l’amore è degradazione e dannazione», viaggiò tallonato da creditori e polizia. W.B. Yeats lo cacciò personalmente da un’associazione esoterica, la Sicilia lo bandì dopo che lui vi aveva creato l’”abbazia rustica di Thelema”, e morì nel ’47, a Brighton, sopraffatto dall’asma e dallo sfacelo dei bronchi.

    Page acquistò Boleskine House, vicino al lago di Lochness, dove Crowley aveva abitato, e la tramutò in tempio: la riempì con i libri del guru, i suoi tarocchi, le tuniche da druido che Alesteir aveva indossato per officiare i suoi riti. Un satanista famoso, Charlie Pierce, fu incaricato di arredare la villa, la disseminò di simboli apocalittici e leggiadrie floreali, occultò il montavivande in un antico confessionale. Quanto a Pagey, fece suo il motto di Crowley, «fà quello che vuoi, è il solo modo di essere», e vi sovrappose le parole che William S. Burroughs, il meno candido tra i poeti della beat generation, aveva dedicato proprio ai Led Zeppelin: «Far musica vuol dire rifornirsi alle fonti dell’energia magica, e può essere pericolosissimo». Dal tutto, poi, ricavò una sintesi folgorante: «Vivo rischiando, la prudenza mi è impossibile, l’esistenza è una danza sul ciglio del baratro».

    Non gli difettò la coerenza: ingaggiò John Bindon, gangster e omicida, lo insignì del titolo di Primo Assassino e gli affidò il servizio d’ordine dei Led Zeppelin. Dell’ondata punk, che invadeva l’Europa con la sua rozza irruenza, disprezzò tutto tranne un gruppo, i Damned, il cui nome evocava panorami infernali e il cui “carisma negativo” lo sedusse. Si cimentò in sortilegi irrorati dal sangue di pipistrello, e forse lo inorgoglì la torva nomea che il suo satanismo gli andava creando. Né mancarono i pretesti: un guardiano di Boleskine House finì suicida, un altro impazzì e tentò di sterminare la propria famiglia, Bonzo morì nell’80, dopo una notte irrorata da quaranta bicchieri di vodka. Morirono ancora un fotografo amico di Page, l’ex Yardbird Keith Relf, un altro amico e il figlioletto, cinque anni, di Robert Plant. Tutto questo fu addebitato alla magia nera, che Page praticava e poi smentiva, senza persuadere nessuno.

    Le sue amanti lo descrivono, invece, tenero e cavalleresco, più simile ad un principe azzurro che ad un vicario di Satana. Charlotte, una modella francese, lo amò fino a dargli una figlia, Miss Pamela, scafata regina delle groupies americane, attestò: «Mi fa sentire una principessa, è soffice e pudico come una gemma di rosa». Lori Maddox, che gli si diede a quattordici anni, raccontò: «Ci vedevamo e piangevamo a dirotto, tanto eravamo felici. Poi l’eroina lo ha rincretinito». E forse fu a causa dell’eroina, e d’un delirio protrattosi per almeno un decennio, che alla fine Pagey crollò, non riuscendo più ad assegnare un metodo alla propria follia: «Fornisce un esempio perfetto di magia impazzita – accusò il regista Kenneth Anger -: non riuscendo più a comprenderla, gli è impossibile sopportarla». Lui, melanconicamente, confermò: «Ho impiegato anni cercando un angelo con un’ala spezzata, ho inseguito il canto d’un cigno che muore, che è il suono più bello mai esistito. Ora m’aspetta un monastero, o un manicomio: per impazzirvi in pace».

    Quando Bonzo morì, per due anni Page affondò nel silenzio. Ne riemerse suonando Chopin a un concerto benefico, Clapton e Beck, presenti, lo trovarono «scheletrico, rinfrancato, buffonesco». Annunciò d’avere ripudiato l’eroina, ma fu arrestato due volte per fatti di coca. Nell’84 escluse di voler rifondare i Led Zeppelin Plant ribatté definendolo «il Wagner della Telecaster, il Mahler della Les Paul», e l’anno dopo si ritrovarono, sul palco del Live Aid, per offrire a un miliardo di telespettatori un dagherrotipo  di quello che erano stati. Un tour e un buon disco tentarono invano di restituire a quel dagherrotipo i colori della realtà: mancava la convulsiva passione d’un tempo, l’empito mistico, l’ossessione faustiana.

    Oggi si parla sempre meno di Pagey, che il 9 gennaio compirà sessantotto anni. Paul McCartney lo definisce «una reliquia, che ricorda un tale di nome Jimmy Page», gli agiografi raccontano, con qualche rammarico, d’un uomo ricco, solo e in pace col mondo. Forse è stato lui, a stancarsi di Satana. O forse ha ragione Georges Bernanos: il diavolo è un amico volubile, «mai che rimanga con te fino in fondo».

  • Storia di musica n. 4 – Nino D’Angelo

    Storia di musica n. 4 – Nino D’Angelo

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    Che suo figlio Gaetano potesse diventare, un giorno, Nino D’Angelo non era negli estri profetici di Totonno ‘o Baffotto, calzolaio per servirla. In San Pietro a Patierno l’orizzonte era quello stretto dei bassi, consentiva sogni avari: una stradina, ‘O Pizzo Casale, dove il cielo di Napoli s’affacciava parco e le botteghe degli scarpari s’inseguivano a contatto di gomito. Poi l’aeroporto e, di là, il prato dove gli studenti, fuggiti da scuola, consumavano amori da tirocinanti. Qui abitavano i D’Angelo: Gennaro ‘o Pazzo, il nonno, e Maria sua sposa, spazzina al Maschio Angioino. Eppoi Totonno con la moglie, Emilia ‘a Casoria, e i sei figli badati da zia Marialuce, dettaa mugliera d”o preveto per un antico amore con un seminarista. Nino è uno scugnizzo industrioso, discolo al giusto grado e col buonsenso degli umili, alias della sua gente. La statura non proprio imponente gli attira il soprannome di Semmenziella, poi di Miezumetro, quando, a quattro anni, comincia a cantare a ‘o conciertino dell’Addolorata, poi nei ristoranti e ai matrimoni, e diventa «chillo cantante sicco sicco cu’o vestito verde”, unico abito buono di cui i fratelli dispongano, scambiandoselo secondo urgenze. È il nonno a insegnargli l’arte aspra del sopravvivere: Gennaro ha la sagacia dei naviganti, uscito da un ictus chiede la pensione d’invalidità, gliela negano, lui si finge pazzo e va in manicomio. Ama il Napoli, Gimondi e i comunisti, che sono «quelli che si sentono uguali a noi», spiega. Tra i nipoti predilige Giuseppe ‘o Muorto, che di tutti è il più smunto. Ogni tanto gli allunga un centolire, che non si sappia: ma agli altri lo sanno, e ‘o Muorto finisce, ogni volta, derubato. I fratelli, del resto, si rubano a vicenda i cerchioni dell’auto, poi li rendono previo compenso perché l’arte del sopravvivere, nei bassi, è anche questo.

    È Gennaro ‘o Pazzo a imparare a Nino le canzoni in voga a Piedigrotta, o tra i posteggiatori del lungomare. Quanto a Totonno, regala al figlio una fisarmonica, ma avverte: «Fatti un mestiere, di musica non si campa». E Nino, obbediente, accarezza un domani da calciatore. Gioca nella Sandrina, una squadra rionale, è scattante e veloce ma la stazza non è da campione. Non ha nemmeno un pallone con cui allenarsi: lo chiede alla Befana, ma la vecchietta, con gli anni, ha perso i riflessi, gli porta, ogni anno, una pistola giocattolo, e hai voglia a scriverle chiedendo un pallone, o una batteria, poi un’auto. Gli regalano, per consolarlo, una bici di nome Graziella, e pedalando scopre che di là da San Pietro a Patierno, fuor dal Quartiere d”e Scarpare, abita, inatteso, il mondo. Ben oltre «quel cielo periferico – scriverà nella sua autobiografia – dove gli aerei svegliavano i sogni delle persone che avevano visto la guerra». E ben oltre quel selciato lunatico, dove «l’emarginazione e la disoccupazione camminavano strette nei cappotti consumati di facce abituate al niente, in quella strada senza marciapiede dove l’odore del ragù domenicale arrivava fino agli altari delle messe».

    A scuola Nino non brilla, l’insofferenza per i libri è una virtù di famiglia. Di francese impara soltanto pardon e je t’aime, in musica gli danno due, ma la maestra lo sente cantare e ne è incantata: «Così piccire’, sei già meglio di Rondinella, guaglio‘», sospira. E all’esame di francese – lui fa scena muta -, gli offre un appiglio insperato: «Cantami la Marsigliese», propone. Nino salta all’inpiedi sulla sedia, esegue ed è promosso. Di studiare, del resto, ha poche occasioni: uno zio apre un negozio di scarpe, di quelli dove i clienti pagano solo a Natale, quando arriva la tredicesima. Il negozio tiene aperto di notte, Semmenziella intrattiene gli acquirenti cantando, s’addormenta mentre quelli si provano le scarpe, nelle pause corre in una chiesa vicina, abbandonata, a fumare. Tra i commessi c’è Antonio, sposato, gran barzellettiere: un giorno lo trovano stecchito nell’auto, incolpano la camorra, poi scoprono, come in una sceneggiata, che a pagare i sicari è stata la moglie. E Nino impara che non c’è sceneggiata più talentosa, e più verace della vita.

    E la vita, per come lavedelui, è a tempo di musica. Nel teatrino della parrocchia don Raffaello, ‘o preveto, organizza serate canore, Nino partecipa con Voce ‘e notte e da allora non c’è festa, o sponsale, o cresima dove non lo reclamino. Càpita un impresario e sentenzia: «Con quel fisico puoi cantare soltanto storie di guai». E lui, ligio, obbedisce: ai pranzi nuziali racconta di spose in lutto, mariti ammazzati, malemmi sciupafamiglie, vedi un via vai di mani che s’abbassano sotto i tavoli e gli scongiuri subissano gli applausi. Intanto ‘o Semmenziella frequenta, con i risultati consueti, l’istituto tecnico. Ma dura poco: a Totonno, che adesso fa il barista al buffet della stazione, gli prende un infarto e il figlio lo sostituisce. Poi vende gelati sulle pensiline, all’in piedi sul carrettino intona uapparia, e i gelati vanno via più veloci dei treni. Passa Alberto Lupo, lo sente, gli regala ventimila lire, un cappotto e l’indirizzo d’un impresario. «Ti farà fare un disco – dice, con la sua voce impostata -, credo che farai strada». L’impresario vuole mezzo milione, Nino lo racimola da parenti ed amici, l’altro intasca, lo convoca per l’indomani ma muore nella notte. «Neanche ‘a Maronna addulurata, ormai, può guarirmi dalla jella», si rassegna Nino. E dice addio al mezzo milione e alla musica. Fino a che, in un circolo di Casavatore, conosce tal Toni Coppola, detto Cuppulella, cantante. Che gli presenta don Vincenzo Gallo, fabbricante d’ombrelli e paroliere per sfizio. Si riparla di fare un disco: i soldi li presta una strozzina, don Vincenzo ci mette il testo, Nino la musica ed esce A storia mia. Nel testo un ragazzo scippa i passanti per curare la madre morente: «Storia vera – s’inventa Nino, facendo il giro dei negozi -, è capitata a un mio fratello, e con i soldi del disco spero di tirarlo fuor di galera». È il suo primo successo.

    Ora ‘o Semmenziella è quasi una star. Nelle radio spopola, il suo cachet sale, da diecimila che era, a trentamila lire, Annamaria, la figlia di Gallo, gli offre trepidando il suo cuore. Lei ha quindici anni e lavora in una fabbrica di jeans, un incendio incenerisce il laboratorio, muoiono in tre ma lei si salva. E diventa la signora d’Angelo. La luna di miele, a Roma, costa duecentomila lire e pone le premesse per la nascita del piccolo Toni. L’evento ispira a Nino ‘A parturente, che scala le classifiche e lo scugnizzo di Pizzo Casale è subito un divo. Lo accolgono, al primo tour, alberghi a quattro stelle «e perfino il bagno in camera», rileva, stranito. E non solo: le ragazze gli strappano i vestiti di dosso, Mario Abate va in camerino e lo chiama collega, all’ingresso dei teatri la folla sventola le bandiere del Napoli.
    Nascono, sul modello di Merola, le prime sceneggiate firmate da D’Angelo. Con personaggi fissi – isso, issa e ‘o malamente – e titoli che cambiano. Ecco Monaca e mamma, poi ‘A discoteca: un fratello vuole avvelenare il protagonista per soffiargli l’eredità, la platea s’immedesima: «Nino nun t”e piglià – urlano -, frateto te vo’ accirere“. E a Pino Prestieri, che interpreta il ruolo del cattivo, i baristi rifiutano il caffè. Convinto che porta bbuono, lo scugnizzo adotta i capelli a caschetto che hanno reso famose la Carrà e la Caselli, il regista Ninì Grassia lo ingaggia per un film con Regina Bianchi, Celebrità, Mario Merola lo vuole al suo fianco in Tradimento e in Giuramenti, e un nuovo film, ‘Nu jeans e ‘na maglietta, sancisce nel mondo la fresca popolarità. Ora anche i grandi s’inchinano all’astro nascente: Maradona lo vuole incontrare e nasce un’assidua amicizia, Miles Davis ascolta un suo brano, alla radio d’un taxi, e vorrebbe suonarlo. Ma Nino cade dalle nuvole:«È un po’ che non leggo il Corriere dello Sport», si scusa, convinto che Davis sia un calciatore.

    Nei suoi testi palpita una Napoli allegra e desolata, sconfitta e beffarda: quella di sempre. Lo applaudono in Germania e in Belgio, poi a New York, Chicago, Toronto. Solo il mondo della cultura, e le satrapie dello star system, lo snobbano: lo chiamano «l’intellettuale del trash», un cronista ciancia, nientemeno, di «fenomeno che bisogna reprimere». Nino debutta a Sanremo e l’accoglie il gelo, i ras della canzonetta non perdonano il piccolo parvenu che riempie le piazze. Quando qualcuno gli sbriciola a pistolettate i vetri di casa, lui si trasferisce a Roma. Muoiono i suoi genitori e la depressione lo inchioda per tre interminabili anni. Ma dentro quel corpo da scricciolo cova una volontà da titan: ‘o Semmenziella si taglia il caschetto, legge Raffaele Viviani e ne trae uno straordinario spettacolo, ascolta Peter Gabriel e la sua musica si fa vibrazione del mondo: tepori mediterranei, ritmi e colori del Magreb, andamenti di danza rubati alla fuga dei secoli.

    Lo scugnizzo che credeva Miles Davis un calciatore è ora un musicista completo. La metamorfosi lascia attoniti detrattori e fan. Una regista, Roberta Torre, chiede a Nino le musiche per Tano da morire, film sulla camorra in forma di musical. Lui va a lambire i ritmi scoscesi del Bronx, trasloca sotto il sole di Napoli l’urgenza nera del rap, e anche gli intellettuali devono far di cappello: Goffredo Fofi sdogana il nome di D’Angelo nei sinedrii della cultura ufficiale, il David, eppoi un Nastro d’argento premiano il Morricone dei bassi, l’ateneo di Salerno gli spalanca l’aula magna e Bassolino la ribalta gloriosa del Mercadante. Anche a San Pietro a Patierno il tempo ha arato e raccolto: i ciabattini d’allora sono diventati ricchi, i poveri sono sciamati nelle roulottes del post-terremoto. Lui ci torna, ogni tanto: si guarda attorno, cerca «la povertà di chi ha sempre aspettato domani per vivere meglio», e non la trova più.

  • Storia di musica n. 3 – Courtney Love

    Storia di musica n. 3 – Courtney Love

    Follia bionda

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    Di bello, Courtney Love ha soprattutto la bocca, con quelle labbra così perfette che sembrano disegnate. Ma a sedurre Kurt Cobain, suo marito, fu la parlante rotondità delle sue natiche, e forse quel suo carattere da efferata bambina, che marcia contro le avversità della vita col solo intento di inventarne di nuove. Entrambi musicisti, entrambi cantanti, entrambi eroinomani, lui in continua altalena tra depressioni mortali ed entusiasmi caduchi, lei sempre intenta a scagliare folgori al cielo, per dissiparne l’azzurro. Lui impregnato di morte fin dall’infanzia, terrorizzato dalla celebrità, tormentato dall’incapacità a «scrivere musiche che, riascoltandole, mi piacciano», lei assetata di fama purchessia, dotata di un suo arrogante amore per la vita.

    Furono quello che si dice una strana coppia, eppure perfetta: tanto simili e tanto opposti da integrarsi in una sorta di dissonante armonia. E a loro agio nella passione come nella rissa. Quando si sposarono – nel ’90, in Estremo Oriente, lui strafatto e lei tutta un florilegio di fuck e fuck you – Courtney aveva ventotto anni. Era nata nel ’64 a San Francisco, primogenita d’una quindicina tra fratelli e fratellastri, da una psicologa alquanto svitata, Linda, e da un biografo dei Grateful Dead, Hank Harrison. Poi i genitori divorziarono e Linda, trasferitasi in una comune neozelandese, portò con sé la piccola Love Michelle, cambiandole il nome in Courtney e scaricandola or qua or là, tra collegi ed affidamenti. Tutti resi effimeri dal caratterino di quella pupattola biondissima, lattea, il cui aspetto ricordava certe sataniche fanciulle da film horror. «Alle feste tutti s’aspettano che appicchi il fuoco o spacchi i vetri – dirà anni dopo -, io cerco di mostrarmi gentile ma alla lunga non reggo».

    Non fu propriamente un’infanzia felice, ma ricca di premonizioni e di esperienze, questo sì. Non ancora adolescente, Courtney vede Tatum ‘O Neal recitare in Paper moon, decide: «Farò l’attrice» e la sua vocetta tiene banco in jingles pubblicitari e doppiaggi. Intanto la madre si trasferisce nell’Oregon e la riprende con sé. Courtney festeggia il trasloco facendosi sorprendere a rubare in un negozio e scappando da casa. Ha diciotto anni, va a Liverpool e lavora in una discoteca per travestiti, poi vola a Minneapolis e s’improvvisa divetta punk fondando le Sugar Baby Doll, delle quale dirà: «Erano penose, speriamo che non abbiano lasciato registrazioni in giro». Del resto l’ambiente musicale, a Minneapolis, le sembra un deserto, «e io sono troppo estroversa per sentirmi parte di qualsiasi ambiente», decreta. Così torna a San Francisco, canta con i Faith No More, va in Alaska dove, da cameriera di topless bar, diventa spogliarellista da duecento dollari a sera: «Non sono una bellezza, sono scarsa di stile e di tette», riconosce, ma sopperisce con la verve.

    Trapiantata a Los Angeles il regista Alex Cox la fa recitare in un western, Diritti all’inferno, poi la vuole in Sid & Nancy, un film su Sid Vicious (Sex Pistols) morto dopo avere assassinato la fidanzata Nancy Spungen: dapprima, Courtney dovrebbe impersonare quest’ultima, poi Cox le preferisce Chloe Webb e la dirotta in un ruolo di contorno. Lei abbozza: «E’ insensato inseguire la fama», sentenzia, e fonda gli Hole, tuttora il suo gruppo, guadagnandosi da un recensore la definizione di “diabolica, splendida icona punk“.

    Durante un concerto Kurt Cobain la vede e ne è attratto: perché è bionda come lui, perché gli ricorda per l’appunto Nancy Spungen, perché dice quello che pensa, «magari parlando prima di pensare». Lei ricambia l’interessamento pur essendo fidanzata con Billy Corgan, degli Smashing Pumpkins: sedotto, costui, dal fatto che «Courtney, se diventasse un’artista solista, supererebbe la fama di Patti Smith. Ha un enorme talento grezzo e nella sua follia c’è l’intelligenza d’un genio. Ma è un personaggio da fumetti, è posseduta da un’idea parossistica del rock». Cobain le dedica pubblici apprezzamenti, Courtney gli invia una scatola a forma di cuore piena di pigne, conchiglie, fiori, una bambola e un servizio da te in miniatura. E Kurt ringrazia scrivendo Heart-shaped box. La prima volta che s’incontrano, Courtney gli allunga una pacca sullo stomaco che gli toglie il fiato, l’altro gliela restituisce e dopo una cordiale chiacchierata si congedano a calci nel didietro.

    La neonata amicizia dà sui nervi a Corgan, che una sera caccia di casa la fidanzata ingiungendole: «Va’ dai Nirvana e non tornare più». La ragazza lo prende in parola: va da Cobain, gli si dà e la loro storia decolla. E’ il 1991. Negli alberghi i due si presentano come Simon Ritchie, vero nome di Sid Vicious, e signora, il confine tra tenerezze e contumelie è sempre più stretto. A un telecronista Courtney dichiara che «Kurt mi fa fermare il cuore ma è uno stronzo», lui ricambia in versi: «Tienimi stretto con respiri di verità/ ti auguro un male terminale». Il primo album degli HolePretty on the inside, fa scrivere a un critico che «quella sballata scopatrice di star e cercatrice d’oro ha preso tante sberle, ma finalmente ce l’ha fatta». Gli Hole, per ora, sono più famosi dei Nirvana, e quando Kurt e Courtney decidono di sposarsi, lei pretende un contratto prematrimoniale: «Per evitare – spiega – che, se ci separiamo, tu scappi con i miei soldi». Cosa l’ha sedotta in quel timido eroinomane, bello come un paggio, d’una biondezza contro natura, divorato dalle nevrosi? Forse un contorto senso materno, unito all’amore per la marginalità. E per la stravaganza, che a Kurt non difetta: ha battezzato Fecal Matter, materia fecale, il suo primo gruppo, ama gli scrittori – Burgess, Beckett, Bukowsky, Burroughs – il cui cognome comincia per “b”, gli piace adornare muri di case e portali di chiese con scritte del tipo: «Dio è gay», «Nixon ha ucciso Hendrix», «Abortite Cristo». E’ stato portiere in un ostello, maestro di nuoto, custode di studi dentistici. Ha vissuto in un tugurio con le pareti coperte di bambole squartate, disegni orrifici, foto di vagine malate strappate a libri di medicina, in compagnia d’un reggimento di topi, gatti, conigli e tartarughe cresciute ad hamburger. Tra le droghe, disdegna la cocaina «che rende troppo socievoli», e predilige l’eroina «che costa, ma dà sollievo». E vi converte l’amata, con qualche fatica perché la ragazza non sopporta aghi e siringhe. E’, insomma, un amore impregnato di autodistruzione, quello che Courtney definisce «un rituale d’accoppiamento per gente affetta da disfunzioni». A una sfilata di moda i due amanti cominciano baciandosi e finiscono lanciandosi bicchieri tra un fuggi fuggi di mannequin, uscendo lui dichiara che «di lei mi piace il fatto che, in qualsiasi momento, qualcuno potrebbe accoltellarla», lei ribatte che «Kurt è un gran maiale scontroso e io sono la troia che sta rovinando i Nirvana, una specie di Yoko Ono». Un giornale la definisce «un urlante fantoccio a molla dagli occhi spiritati», dopo che Courtney, in pochi giorni, ha invaso le cronache con le seguenti prodezze: scazzottare il presidente d’una casa discografica, malmenare una biografa dei Nirvana, appiattire con un pugno il naso d’un fan dei medesimi, che l’aveva chiamata “Courtney whore“, Courtney puttana.

    Al matrimonio, in vetta a una collina vicino al mare di Waikiki, Kurt arriva in pigiama verde, la sposina veste di pizzo, gli invitati sono cinque e Courtney è incinta da un mese. Durante la gravidanza abbandona l’eroina, il che la rende felicemente intrattabile. Per impedirle di bucarsi la casa discografica le mette alle costole due guardie del corpo, che i neo-coniugi eludono fuggendo dalla porta di servizio del loro albergo. Quando vede l’ecografia della nascitura, l’aspirante mamma esclama: «Bella, sembra un fagiolo», e infatti la bimba sarà battezzata Frances Bean, fagiolo. Il parto avviene nell’agosto ’92, al Cedar Sinai di Los Angeles, dove anche Cobain è ricoverato per un’utopica disintossicazione. Quando comincia il travaglio Courtney schizza dal letto, trascinandosi dietro il trespolo della fleboclisi, e irrompe nella stanza del marito urlando: «Non mi lascerai farlo da sola». Kurt la segue in sala parto e quando Frances comincia a venire al mondo prima vomita, poi sviene. Il Tribunale della Famiglia, sobillato dalla stampa, vieta a «quei due drogati» di tenere la figlioletta, affidandola a una zia, e il dolore porta entrambi a progettare il suicidio. Che per lui è solo un appuntamento rinviato per anni: l’8 aprile 1994 si chiude nel garage della sua villa e si spara in bocca. Nessuno sa dove sia, Courtney dà fuori di matto finché, tre giorni dopo il suicidio, un elettricista trova il cadavere. Alle esequie la moglie improvvisa un irrituale elogio funebre. Legge la lettera d’addio in cui il marito dichiarava di essere stufo del rock, e lo arricchisce d’una personalissima chiosa: «Ma allora – urla –, perché cazzo non hai cambiato mestiere?». Poi guida la folla in un coro di “scemo, scemo“. Due anni dopo Il Duce, un carneade del rock, sosterrà d’avere ucciso Cobain su mandato di Courtney, in cambio di cinquantamila dollari. «Meglio bruciare che svanire lentamente», gli avrebbe detto la donna, citando Neil Young. Nulla di vero, una volta tanto.

  • Storia di musica n. 2 – Serge Gainsbourg

    Storia di musica n. 2 – Serge Gainsbourg

     

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    Suo padre, un ebreo moscovita fuggito a Parigi dopo la débâcle dello zar, portò con sé la famiglia, l’opera omnia di Dostoevskij e un sogno: suonare Rachmaninov all’Opéra. Un fato malevolo lo confinò a strimpellare canzonette nei cabaret, e lui si vendicò imponendo ai figli lo studio del pianoforte, e una mal digerita vocazione al concertismo. L’ultimogenito, Lucien, si vendicò a sua volta, snobbando Rachmaninov e strimpellando canzonette nei cabaret, a riscatto di un’infanzia condannata alla solitudine da un’aerofagia patologica: “Balie e governanti – svelerà nell’autobiografico Evguénie Solokovne erano atterrite. È vero, una mi istruì sull’alfabeto cirillico, un’altra m’insegnò a suonare l’harmonium, ma le più fuggirono, inorridendo ai miei cinguettii di bebé emessi par derrière“.
    Ad acuire la sua selvatichezza provvide l’occupazione nazista, che lo costrinse a girare con la stella di David cucita sulla camicia, “rischiando ogni giorno d’essere issato su un vagone piombato“: “Ho vinto una stella gialla“, canterà anni dopo, con raggelante sarcasmo. E intanto mutò in Serge Gainsbourg il nome e il cognome d’origine, Lucien Ginsborg, e a undici anni debuttò, travestito da diavolo, nel music-hall di Fréhel, regina della rive droite. Fu un pompiere in servizio ad offrirgli la prima Gitane della sua vita: l’ultima l’avrebbe fumata cinquantadue anni dopo, sul letto di morte, dopo aver cantato che “Dio è un fumatore di Avana/ è stato lui a svelarmi/ che il tabacco porta in paradiso“.

    Il teatro gli ispirò un amore lunatico, com’era nella sua indole. Passò alla pittura, deciso ad emulare l’estro frenetico di Delacroix, che si vantava di eseguire un ritratto nei pochi attimi in cui un suicida lascia il balcone per sfracellarsi sul selciato. Lo attrasse il dadaismo di Picabia, poi lo sedusse l’asserzione di Paul Klee, che “solo i bambini, i pazzi e i primitivi hanno ancora il potere di vedere“. S’iscrisse all’Académie di Montmartre, quindi al liceo Condorcet. Fu apprezzata una sua copia del Perseo di Benvenuto Cellini, del quale lesse l’autobiografia e mutuò la sregolatezza. L’antisemitismo vigente nulla poté contro il nitore del suo talento, salvo il fatto che “la spontaneità dei miei schizzi fu presto irreggimentata dai pedagoghi, che non sapevano cosa farsene dei miei palloni cubici, dei conigli a scacchi, dei maiali blu e di altri embrioni fantastici. Eccelse ai corsi di nudo, finché i corpi delle modelle, gonfi o ossuti che fossero, non scatenarono la sua misoginia. Ma agevolarono in lui “una vera maestria nel disegno, inferiore soltanto a quella dei miei peti“: che imparò ad attribuire, per sottrarsi all’imbarazzo, a Mazeppa, il suo bulldog dai dolci occhi rosei e perennemente stupiti.

    L’espediente non gli evitò l’espulsione dall’accademia. Morto il padre, ne dilapidò l’eredità in bagordi e macchine d’epoca, si guadagnò da vivere insegnando disegno, facendo da baby sitter ai figli dei rifugiati israeliti, colorando le foto dei divi del cinema e suonando nei piano-bar. Passava di casa in casa – Salvador Dalì fu tra i suoi anfitrioni – e d’amore in amore, corteggiatissimo nonostante il viso corrucciato e le orecchie a sventola. E tuttavia sprezzante, nei confronti delle amanti, fino a dedurre che “è meglio la tua assenza della tua incoerenza“: come cantò per una di esse nel disco d’esordio, affollato di controllori del tram che sognano il suicidio, battone che biascicano chewing gum durante l’amore, amanti persi “nella noia mortale che provo con te/ tanto che d’amore in amore prendo una penna/ e riempio di nero le A e le O del giornale“.

    A scriver musica aveva cominciato nel ’54, celandosi dietro lo pseudonimo di Julien Grix, in omaggio all’eroe stendhaliano e al pittore cubista Juan Gris. Fece il pianista e il direttore d’orchestra, debuttò in radio e in una boîte degli Champs Elysées conobbe Boris Vian, che sul Canard enchaîné inneggiò al nuovo talento: “Se abbaiate contro le false canzoni e i falsi della canzone – scrisse – comprate questo disco“. Alludeva a Le poinçonnier de lilas, primo successo di Serge. Un critico vi scoprì che “Gainsbourg usa le parole per strappar loro la maschera, e dietro la maschera c’è il vuoto“: e d’altronde “meglio non pensare a niente che non pensare affatto/ niente è assai meglio di tutto“, aveva decretato Serge, imprigionando il proprio destino in un ossimoro, quello d’un anarchico senz’ombra di utopie. E per tutta la vita avrebbe continuato, da nihilista assoluto, a bollare, sì, le ipocrisie dei perbenisti, la corruzione dei potenti, le devastazioni del nazismo elencate in Rock Around The Bunker, ma nella certezza che contro l’eclisse dell’etica non c’è redenzione: “Quando ho finito le mie otto ore – scrisse – non mi restano, per sognare, che gli orribili fiori della carta da parati“.

    Né l’amore gli offrì scampo: Je t’aime… moi non plus, il suo brano più noto, apparve, con i suoi sospiri orgasmatici, un tributo alla forza vivificante dell’eros. Fu, invece, la constatazione che l’ossessione sessuale non è che un ripetitivo agitarsi, ché “l’amour phisique est sans issue“. Trovò tuttavia in Jane Birkin la passione più grande della sua disamorata esistenza: giunta dopo due mogli, due paternità e altrettanti divorzi, e dopo l’effimera liaison con Brigitte Bardot, per la quale quella canzone fu scritta, per essere poi interpretata a due voci con Jane.

    Con l’epopea dei grandi chansonniers ebbe un rapporto da guastatore: praticò il jazz, precorse la world music, s’adattò allo yé yé per demolire l’illusione, letteraria e teatrale, di cui s’era alimentata la grande chanson française. E per fare soldi: “Se scrivo dodici capolavori e li metto in un disco – confidò – due di essi avranno successo, gli altri saranno ignorati. Se scrivo dodici canzoni per altrettanti interpreti, i successi saranno dodici“. Brigitte Bardot, Dionne Warwick, Donna Summer, France Gall, Petula Clark, Dalida, Juliette Gréco furono tra le interpreti d’un canzoniere che aggregava humour nero, levità strafottente, vicende di depressione, malattie, droga. E il cui autore si definiva, con tetra civetteria, “fiero, maldestro, violento“, e ancora “ladruncolo, grande falsario, depresso forsennato“.

    Si costruì una tematica imponendosi un’esistenza spericolata: vodka e champagne per prima colazione, cinque pacchetti di Gitanes al giorno, le notti passate per strada a fraternizzare con gli spazzini, o nei commissariati in cerca di ladri, spacciatori e puttane cui rubare il segreto del non vivere. Invitato a recitare in uno sceneggiato sulla Rivoluzione francese, pretese per sé il ruolo del marchese di Sade. In un varietà televisivo bruciò una banconota da cinquecento franchi, prima d’intonare la Marsigliese a ritmo di reggae. Bissò lo scandaloso successo di Je t’aime… moi non plus registrando, con la figlia Charlotte, una sulfurea Lemon incest. I grandi maledetti del jazz, Charlie Parker, Thelonius Monk, Miles Davis alimentarono il “cubismo ritmico” e la tensione perversa della sua musica, ma fu Charles Baudelaire il definitivo modello. Refrattario alla fede dei suoi avi, e per nulla imbevuto di religione dell’uomo, Gainsbourg trovò nei Fleurs du mal un appropriato vangelo. Fece sua la metafora baudelairiana del Trismegisto, “Satana culla il nostro spirito incantato/ sul guanciale del Male/ ogni giorno scendiamo d’un passo verso l’inferno/ senza orrore“, e concordò col poeta nel delegare alla morte, che “ogni giorno scende, fiume invisibile, nei nostri polmoni“, l’approdo liberatorio al nulla. Che lo soccorse nel 1991: quando il fegato cirrotico, i polmoni ingrommati, il cuore disinnescato e ribelle lo condussero pietosamente alla fine. È lecito intuire il sollievo con cui Serge Gainsbourg, dal disilluso dandy ch’era stato, s’abbandonò a quel Niente inseguito per tutti i sessantatrè anni della sua vita. “La seule solution c’était de mourir“, aveva cantato del resto, con Brigitte Bardot, in Bonnie et Clyde. Nella bara ottenne che gli mettessero un pacchetto di Gitanes e una bottiglia di whisky.