Categoria: Jazz

concerti jazz

  • Five for apple live @ Il Melo

    A volte, assistendo a certi concerti, ho l’idea di trovarmi davanti alla perfezione, sebbene sia opinione comune che tale stato non appartenga a questo mondo. Così andavo ragionando la sera del 18 Dicembre u.s., circa le doti rare dispiegate dai musicisti nel locale e tante altre virtù e felici risultati che hanno fatto di quel concerto un evento memorabile.

    Cominciamo dai musicisti: graditissima sorpresa al pianoforte Rossano Sportello, ormai newyorkese da qualche anno, ma per fortuna dei jazzofili italiani, pronto a rimpatriare almeno una volta l’anno: talmente bravo da essere a proprio agio anche sugli spartiti più ostici, così colto e versatile da frequentare con naturalezza l’intera storia del piano jazz, dallo stride piano fino ai giorni nostri, per non parlare del suo bagaglio di pianoforte classico. Alfredo Ferrario – un nome, una garanzia – il clarinetto sembra non avere più segreti per lui e quanto allo swing, (se ancora non lo conoscete) ascoltate per credere.

    Aldo Zunino al contrabbasso: di lui mi limito a dire che grandissimi jazzisti americani in tournee nel patrio suolo (e dico Scott Hamilton e Curtis Fuller, i primi due che mi vengono in mente) insistono per averlo in organico, qualcosa significherà…

    Fabrizio Cattaneo alla tromba, al pari di Zunino è personaggio centrale del mitico Louisiana club (di Genova), unanimemente ritenuto il miglior specialista (o uno dei migliori) del suo strumento per i generi precedenti lo swing e me lo ricordo proprio in questo club con un bel tributo a Louis Armstrong.

    Infine Massimo Caracca alla batteria: vorrei spezzare una lancia a favore di questo musicista schivo e sobrio, capace di un lavoro straordinario anche nei generi di jazz più tradizionale, magnifico nel gioco dei tamburi (timpano compreso) durante i soli. L’approccio stilistico di questo batterista della zona del comasco mi porge il destro per una riflessione di più ampio respiro.

    Una volta per tutte: per un musicista, il solo fatto di non avere uno stile appariscente non significa necessariamente mancare di qualità; se così fosse, Paul Desmond sarebbe stato un altoista mediocre e Freddie Green un chitarrista inutile, il che è definitivamente assurdo e inaccettabile. Molte volte, in musica, il lavorare di sottrazione o l’aver conseguito una propria sintesi strumentale è sinonimo di saggezza e solidità.

    Per la cronaca, ricordo che Sportiello e Caracca furono parte (con Carlo Bagnoli e Tomelleri) del seminale gruppo “Bechet project”, il cui cd venne registrato proprio al Melo. Quindi, vista la lunga amicizia tra Ferrario e Sportiello, e quanto tutti e cinque – in un contesto o in una altro – avevano già suonato insieme, la sera ha assunto il sapore di una rimpatriata e dal palco trapelava costante la gioia dei nostri di fare musica insieme ed il mutuo, reciproco, divertimento. In un club pieno come un uovo, il primo set è cominciato con un blues interrotto da un improvviso boato ( per il rientro/feedback di un radio-microfono) – il che certo non riguarda la perfezione -, che ha suggerito al pianista di fare le presentazioni “unplugged”; si sono succedute belle versioni di classici come “Black & blue” di Fats Waller o “Struttin’ with some barbecue”, con solo di batteria o la bella interpretazione a duo (per piano e tromba) di “It’s wonderful”, dedicata alla memoria del trombonista Lucio Capobianco (altro famoso esponente del Louisiana jazz club), appena scomparso.

    E poi ancora Rosetta (di Earl Hines) e Prisoner of love, che io ricordavo in una interpretazione di Lena Horne.

    Il secondo set ha registrato un pubblico più partecipe e caldo ed ancora numeri di classe in brani come “Royal Garden Blues” od “In a mellow tone”; ricordo poi un lungo brano concluso a trio (piano/contra/batteria), aperto da una suggestiva intro di piano solo, “Lucky to be me” di Leonard Bernstein, che ha lasciato spazio ad una pagina di piano classico, sfociata (con l’ingresso della sezione ritmica) nella celeberrima “Lullaby of Birdland”, davvero preziosi momenti …

    Altre volte mi ricordo di aver visto e sentito il newyorkese adottivo trasformare con successo pagine di Chopin in stile stride, il pianista non è nuovo a queste avventure, che fanno sempre piacere. Ancora il quintetto per la natalizia “Winter wonderland” e la ellingtoniana “Mood indigo” a chiudere le danze (almeno per ciò che riguarda i due set regolamentari).

    Bis con Perdido ed infine That’s a plenty (esempio di Dixieland, musica che – come ricorda Sportiello – non è affatto scontata e/o armonicamente banale).

    Che altro dire? Ho ritrovato con grande piacere la capacità di presentare i brani da parte di Sportiello (che è un’arte sottile, a cui pochi sembrano avere accesso), ma potrei anche parlare delle magnifiche dinamiche al pianoforte da parte di uno dei suoi più bravi esponenti, delle invenzioni a getto continuo di Mr. Ferrario, della cavata straordinaria del contrabbasso, sempre solidissimo e molto, molto musicale. Magari potrei fare un cenno all’impiego sapiente della tromba (con effetti come wha-wha e glissati) o di un batterista di impostazione classica, dal drive autorevole, ma preferisco uscire di scena con un mio personale “grazie a tutti e buone feste” – a musicisti, direttore artistico e staff del Melo – e “lucky to be me” (fortunato ad essere io)… in quel posto, quella sera.

  • Evergreen Trio // Concerto al Melo – Gallarate

    Evergreen Trio // Concerto al Melo – Gallarate

    EVERGREEN JAZZ TRIO

     

    www.myspace.com/evergreenjazztrio

    Luogo: Melo, Gallarate (VA)
    Data: novembre 2012
    Voto: 8,5

    Carlo Uboldi – pianoforte

    Antonio Cervellino – contrabbasso

    Marco Caputo – batteria

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    Quando il pubblico è raccolto dietro ai tavolini di un club si crea, con i musicisti, un rapporto intimo, colloquiale, che fa la differenza durante l’esperienza di un concerto jazz. Specialmente se il leader della formazione, dotato di uno spiccato senso dell’ironai, sa venare un’impeccabile performance con momenti ilari e giocosi.

    L’Evergreen Trio affida il debutto sulla ribalta del Melo di Gallarate alle note del pianoforte di Carlo Uboldi: la tastiera è perpendicolare alla linea della platea, il contrabbasso dietro la sua mano sinistra e batteria alle sue spalle. «E’ un omaggio ad Oscar Peterson – svela Uboldi ai meno preparati – perchè è tra i miei musicisti favoriti, e questo assetto mi permette un’immersione totale nel suono della band senza bisogno di spie».

    La serata si dipana tra strandard jazz, primo amore della formazione (cui inoltre si deve il nome Evergreen) e brani tratti dal loro recente album The Key of Swing (leggi recensione). Ecco quindi Autumn Leaves: sfoderata come apertura svela fin dall’inizio un’intesa eccezionale tra i componenti del trio, che improvvisano con una logica che appare naturale. Dopo la chiusura latin le note del contrabbasso di Cervellino introducono il brano di sua composizione Dorian Blues: un lungo intro, e poi alle note accarezzate del contrabasso si accosta il battito delicato delle spazzole di Caputo: tutto è pronto per l’ingresso di Uboldi che può spaziare su un pedale ostinato fino a che il brano don si tramuta a tutti gli effetti nello swing bluseggiante cui deve il nome.

    E’ quindi la volta della struggente I’m Waiting For My Love, a firma Uboldi: senza cordiera del rullante, i battenti di Caputo creano un’emosfera cupa, sottolineata dal giro di contrabbasso cui è affidato il primo solo del brano (con qualche problema di accordatura, camuffato tuttavia brillantemente dal Cervellino). L’omaggio ad Oscar Peterson continua con un altro brano di Uboldi, The Key of Swing, tutto shuffle e carnalità, prima che Estate (Bruno Martino) chiuda la prima parte dello spettacolo.

    La ripresa vede sul palco solo batteria e contrabbasso impegnati nell’atipico Bass & Brushes (Uboldi) seguita da Things Ain’t What They Used to Be, dedicata dall’Evergreen Trio ad Alvaro Belloni, direttore artistico della rassegna.Quindi è la volta del piano solo per la bellissima Over the Rainbow, prima che altri due brani originali chiudano la serata. Scoglitti Time di Uboldi, scanzonato e giocoso, con inserti latin, trasmette tutta la spensieratezza di una vacanza al mare; quindi Minio, di Antonio Cervellino, dopo una lunga introduzione segnata dall’archetto sul contrabbasso, lascia il posto una una ballata inframezzata da improvvisi cambi di tempo.

    Richiamati sul palco, i musicisti concedono il bis rituale ad un pubblico del Melo che, inizialmente un po’ scettico, ha saputo riconoscere nell’Evergren Trio una piacevole novità.

  • jazzascona 2012 – Sophisticated lady // 21 giugno – 1 luglio – II parte

    jazzascona 2012 – Sophisticated lady // 21 giugno – 1 luglio – II parte

    Ieri, oggi, domani

     

     

    Jazzascona 2012

     

    www.jazzascona.ch

    Ascona, 28 e 29 giugno
    Cannobio, 2 luglio

     

     

    Continuando il mio viaggio in quella multiforme e variegata sarabanda del Festival di Ascona (Jazzascona 2012), ho trovato conferme e novità, senatori ed emergenti, vecchie garanzie e nomi finora sconosciuti, da tenere sott’occhio, buoni da ascoltare di nuovo, alla prima occasione.

    Va da sé che ciò che descrivo è solo una parte di un ben più ampio scenario: con molti concerti ogni giorno in contemporanea, nessuno è in grado di vedere tutto il festival, e ognuno ha un suo festival da ricordare. Dovrò glissare quindi su una pletora di concerti magnifici e/o importanti, dalle Sorelle Martinetti/Orchestra Maniscalchi a Nina Attal, da Till Bronner ad Irma Thomas e tanti altri ancora: bisogna fare delle scelte. Definitivamente ottimo il quintetto dal nome programmatico Old Fashioned della pianista-cantante Silvia Manco, con una delle mie sezioni ritmiche italiane preferite (Giorgio Rosciglione al contrabbasso e Gegè Munari alla batteria) e con un giovane trombonista – se non erro boliviano – Humberto Amesquita ed una vecchia conoscenza degli strumenti ad ancia (qui al sax tenore e clarinetto), Luca Velotti, – anzi, come lo presenta il suo datore di lavoro Paolo Conte, “Sir Luca Velotti”. Grande swing e divertimento a piene mani, sia che fossero stra-classici (It don’t mean a thing, Speak low) o pezzi meno conosciuti (Substitute di Jelly Roll Morton o No moon at all).

    Sorpresa dell’anno, ricordo che il sottotitolo del festival era Sophisticated lady/La città delle donne, la bravissima trombettista e cantante canadese Bria Skomberg, vista in azione con un gruppo di vecchi frequentatori di Jazzascona (Paolo Alderighi al piano, Nicki Parrott al contrabbasso e alla voce, Warren Vachè (nientemeno!) alla cornetta ed un batterista straordinario Guillaume Nouaux) alle prese con un repertorio sufficientemente variegato e accattivante, da cose più prevedibili (la versione di Fever a cura della Parrott) ad altre più filologiche (lo strumentale Trio di Erroll Garner, Alderighi naturalmente sugli scudi – non mi stupisce, conoscendolo, e so benissimo che il giovane pianista milanese è uno dei nostri jazzisti da esportazione più richiesti , un set davvero eccitante!

    Già presente l’anno scorso, il trombettista Jon Faddis (uno dei personaggi centrali del jazz planetario) si è esibito con la Stanford University Jazz Orchestra (un’orchestra di giovani) diretta dal trombettista Frederick Berry: detto che Faddis è davvero notevole in quello che è il punto debole o spina nel fianco di tutti i trombettisti – il registro acuto ed i sovracuti – ed ha improvvisato e svolto temi da par suo, bisogna ammirare il lavoro dell’orchestra, in cui si sono distinti alcuni elementi come la baritonista Sophie Miller ed il trombettista Graham Davis (un destino nel cognome!). Complimenti a tutti, in primis a Berry che ha orchestrato e diretto con sensibilità ed intelligenza, producendosi anch’egli come trombettista (di rango) in Manteca. Una segnalazione per la bravissima cantante Emma Pask, alle prese con un repertorio classico ed accompagnata da The Australians, di cui avevo già scritto da queste colonne: ha swing e personalità.

    Altra grandissima amica del festival, Lillian Bouttè, cantante neworleansina di stanza in germania, un nome una garanzia, con una band precisa per lei (Gumbo Zaire) ed un ospite di riguardo, il tenorista Pee Wee Ellis, che forse molti di voi ricorderanno alla corte di James Brown o con Maceo Parker. Ho potuto vivere grandi momenti come la A-tisket a-tasket, con duetto tra voce e sax od un calypso strumentale tutto a cura di Ellis con grande spazio per il coro del pubblico: mi aspettavo St Thomas da un momento all’altro, invece ecco Caravan, poi tema iniziale e fine brano. Un buon gruppo, ottimi i momenti di interplay tra i due giganti. Ancora musica nella notte – ne dubitavate? – con la jam session all’Hotel Tamaro, con tanti giovani e bravissimi musicisti e musiciste (le Lady 4et di Rhoda Scott), in compagnia di maestri e vecchie volpi come il pianista/cantante David Paquette, il violinista/cantante George Washingmachine, Alderighi e lo stesso Ellis….chi non ha mai visto una di queste sedute ha davvero perso qualcosa di straordinario!!

    Congedo e uscita in stile dal festival il 2 Luglio a Cannobio (VB) Italia , sotto un cielo minaccioso, che fortunatamente ci ha graziato da un ingiusto temporale ed acquazzone.

    Così, nel meraviglioso scenario della piazza dell’imbarcadero (ed in uno slargo del lungolago, poco distante), con tanto di luna piena che spandeva i suoi raggi sul lago, si sono esibiti tre gruppi: apre le danze la Regeneration Brass Band, con tanto di ballerina-coreografa. Ci regalano alcuni brani, fra cui When you’re smiling, Mardì gras in New Orleans e sull’in-cipit di Dinah prendono a muovere verso l’altra parte di Cannobio.

    Prende il palco il quartetto del cantante pianista Larry Franco, che, completato da Anna Korbinska al sax alto, Antonella Mazza al contrabbasso ed Enzo Lanza alla batteria, si produce in una serie di brani dal progetto del 2006 dal nome import/export, cioè standards dal songbook americano uniti in medley (per affinità strutturali) a brani della tradizione swing italiana.Un esempio potrebbe essere costituito dalle celeberrime Besame mucho ed Estate. Molto divertente e tutti davvero notevoli. All’intervallo mi godo un po’ del fantastico gruppo di choro (musica brasiliana primigenia) Creole Clarinets E Trio Perigoso, frutto di una ricerca e collaborazione tra il clarinettista/sassofonista Thomas L’Etienne (altro protagonista di molte scorse edizioni) ed un collega sassofonista tedesco Uli Wunner ed il giovane trio brasiliano (pandeiro, cavaquino e chitarra classica 7 corde): davvero ottimo. Quasi in chiusura, ancora sul palco vicino all’imbarcadero, jam session finale, al quartetto di Franco si unisce tutta la Regeneration (When the saints) ed infine anche L’Etienne (Basin Street Blues), difficile immaginare un finale migliore! Mi piace vedere che anche due comuni italiani (Stresa e Cannobio) hanno contribuito alla festa. Arrivederci al 2013.

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    Leggi la prima parte del reportage di Marco Valugani

  • Roberta Gambarini Quartet // Toronto jazz festival 2012

    Roberta Gambarini Quartet // Toronto jazz festival 2012

    ROBERTA GAMBARINI QUARTET

    Luogo: Main Stage, Toronto
    Data: 25 giugno 2012
    Evento:  Toronto Jazz Festival 2012
    Voto: 6

    Roberta Gambarini: voce

    Dave Restivo: pianoforte

    Neil Swainson: contrabbasso

    Willie Jones III: drums

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    Il Main Stage del Jazz Festival di Toronto sceglie l’ampio spazio su cui si affaccia la City Hall per installare il suo tendone bianco e riempirlo di seggiole che sembrano rubate alla sagra del pesce. Il contesto non fa presagire nulla di buono, ma la voce cui è affidata l’apertura della serata del 25 giugno pare smentire le aspettative: l’italiana trapiantata in America Roberta Gambarini annunciata dall’ufficio stampa del festival come la vera erede di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, e Carmen McRae, sta per calcare il palcoscenico e trasformare un insulso tendone da circo in un tempio del jazz.
    L’inizio a cappella della vocalist sfila senza lode nè infamia tra il rumore dei venilatori e il vociare della gente che, a pochi passi dal tendone, si gode gratuitamente l’oneroso spettacolo.

    Il canadese Dave Restivo sostituisce Eric Gunnison, il pianista originale della formazione che per un contrattempo dell’ultimo minuto non si è potuto esibire: la presentazione, oltre che dalle parole della vocalist, arriva direttamente dalle dita del pianista che suscita da subito l’entusisamo del pubblico.

    La scaletta prevede brani cantati in portoghese, inglese, francese e italiano, regolarmente arricchiti con qualche minuto di scat.

    Quando la luce naturale inizia a lasciare posto all’atmosfera più calda del crepuscolo, la cantante originaria di Torino rievoca un ricordo d’infanzia con On the Sunny Side of the Street (presente – racconta – nella discoteca del padre nella versione di Dizzy Gillespie, Sonny Rollins e Sonny Stitt) per poi passare alla struggente Oblivion di Astor Piazzolla, con testo in francese.

    Un asoolo di contrabbasso di Neil Swainson apre This Masquerade (Leon Russell), quasi un omaggio a George Benson, artista che avrebbe calcato lo stesso palcoscenico la sera successiva; è quindi la volta di With Every Breath I Take, tratta dal celebre musical di Cy Coleman City of Angels

    Nella riduzione per combo di Multi-Colored Blue, presentata da Duke Ellington nella versione per orchestra, Roberta Gambarini annuncia che sarà in grado di cantare anche la strofa centrale del brano scritta per voce maschile. L’ensamble rientra al completo sul tempo blue del brano per reggere i vocalizzi finali della vocalist. 
    Si passa quindi al cavallo di battaglia della Gambarini, Estate di Bruno Martino in cui per una volta lo scat lascia il posto ad un solo di cornetta simulata “a mani nude” dalla cantante.

    La conclusione è affidata allo swing incalzante di Lover Come Back to Me, con lìassolo di Dave Restivo che conquista uno scrosciante applauso del pubblico di casa.

  • Stresa per New Orleans: è qui il festival (Jazzascona 2012) !

    Stresa per New Orleans: è qui il festival (Jazzascona 2012) !

     

    JAZZASCONA

    www.jazzascona.ch

    Luogo: Stresa
    Data: 20 giugno 2012

     

    Molti ancora non sanno che il popolare festival Jazzascona (un tempo Ascona/New Orleans jazz festival), da almeno tre edizioni ha un prologo in Italia, in quel di Stresa, e – dalla scorsa edizione – un epilogo, sempre italiano, a Cannobio e ciò grazie alla collaborazione tra il direttore artistico Nicolas Gilliet e le rispettive amministrazioni comunali e la Provincia del VCO.

    Quest’anno il festival ha per sottotitolo Sophisticated lady, nel segno di un festival al femminile, proponendo non solo donne cantanti, ma anche strumentiste.

    Lasciata al suo destino, per motivi tattici, la “vecchia conoscenza” della Regeneration Brass Band di New Orleans, mi sono concentrato su tre (dei quattro) gruppi per me “nuovi”: la Regeneration, vista e sentita dal 2010 ed anche nel 2011 numerose volte in Ascona [come si fa a perdere una marchin’ band (gruppo di strumenti-ottoni e percussioni che suona e marcia per la strada), che tutti i giorni, più volte al giorno, è una colonna sonora ambulante per le strade ed i vicoli di Ascona, se si è “residenti” per la manifestazione?], pur validissima e molto divertente verrà di nuovo a sonorizzare le mie giornate asconesi. Questo sostanzialmente è quanto rilevo dalla mia serata di mercoledì 20 giugno a Stresa, appunto, per l’apertura del festival.

    Partenza con un personaggio alla sua prima apparizione in Europa, fresca e carina, la pianista-cantante Champian Fulton, con un suo trio che vede Mathias Allamanne al contrabbasso e ospite speciale Fukushi Tainaka alla batteria. Secondo Gilliet questa giovane potrà essere una nuova Diana Krall….ma, molto più vicino a noi, in tema di pianiste/cantanti, io continuo ad amare quella Laura Fedele, che pure di festivals di Ascona ne ha fatti almeno due, e proprio qui a Stresa si era esibita con grande successo due anni orsono. La Krall lasciamola ai pivelli ed ai neofiti.

    La Fulton dimostra una qual certa classe e su classici come Exactly like you, Pennies From Heaven – il primo brano che cantò in pubblico ancora bambina – o Lover Come Back To Me si muove a proprio agio: è una brava cantante, ma nel ruolo di pianista mi piace a tratti, ho apprezzato il suo solo in un brano di Cole Porter dal titolo It’s allright with me. Senza grande personalità, anche se funzionale all’organico ed ai brani, il bassista Allamanne, a differenza del batterista Tainaka, che ha carattere e si sente. Dato comunque il ruolo di apri-pista nella sua prima data italiana, il caldo umido e le zanzare che accorrono da ogni dove nella piazzetta, l’insieme è buono ed in sintesi la Fulton va tenuta d’occhio e d’orecchio…. sa regalare con facilità buone emozioni ed è una frontwoman spigliata e brillante.

    Secondo gruppo della serata il quartetto (piano,sax tenore, basso e batteria) del contrabbassista/cantante Mark Brooks da New Orleans, alle prese con un repertorio variegato, ma di sicuro impatto e spessore musicale: a questo gruppo è toccato l’onere e l’onore di accompagnare le New Orleans ladies, cioè due cantanti donne, la stupenda e coinvolgente Anais St John (vedi foto) e la più matura, straordinaria Germaine Bazzle. La prima è davvero intrigante e come show-girl è scesa dal palco invitando la platea a partecipare attivamente allo spettacolo; la seconda ha dimostrato notevole espressività, arrivando a prodursi in un solo di voce ad imitazione di un trombone con sordina nella classica ellingtoniana Don’t get around much anymore.

    Il quartetto ha fornito numerose prove di valore, su tutte una incendiaria versione del classico calypso St Thomas – pubblico entusiasta…

    Infine quella che secondo me è stata la vera epifania della serata, il valore aggiunto ad un’apertura di festival comunque ricca di emozioni e qualità: The Australians. Costituita da elementi centrali della scena musicale australiana, ecco una swing band che ha davvero tutto per divertire un’ampia gamma di ascoltatori, dai vecchi jazzofili agli assoluti principianti; un settetto compatto e coeso, servito nelle presentazioni dallo humor del batterista Anthony Howe, con un trombonista/arrangiatore/cantante, Dan Barnett, e una figura di culto cioè il trombettista Bob Henderson, ma nessuno ha demeritato.

    Prendono il palco e dopo le presentazioni di rito (rappresentante Città di Stresa e Gilliet) partono con una determinazione ed una solidità impressionanti; i brani si susseguono in un alveo stilistico di swing classico, frammisto ad episodi di jazz arcaico (Bill Russell rag, Riverboat shuffle, Shangai shuffle), tutti i membri del gruppo sono sempre sul pezzo e ci regalano gemme come una Mood Indigo vocale, dai fiati morbidissimi ed una rumba, Buena Vista, (sì, proprio da Buena Vista social club) il cui piano solo sostenuto da una lunghissima rullata di batteria crescente alla fine è da incorniciare…deliziosi, giù il cappello. Certe volte non è tanto importante COSA suonano, ma COME suonano ed in questo caso è stato così. Altre perle ci sarebbero da raccontare, come la Melancholy lullabie con chitarra in primo piano, ma voi segnatevi questo nome – The Australians – ed organizzatevi per raggiungere Ascona, – trovate tutte le info sul sito ufficiale www.jazzascona.ch – se il buongiorno si vede dal mattino, il divertimento e la qualità musicale sono assicurati.

  • Stacey Kent live @ Jazz Cat Club Ascona  23 aprile 2012, ovvero dell’eutrapelia.

    Stacey Kent live @ Jazz Cat Club Ascona 23 aprile 2012, ovvero dell’eutrapelia.

    STACEY KENT

    www.staceykent.com

    Luogo: Jazz Cat Club, Ascona(TI)
    Data: 23 aprile 2012
    Voto: 8

    Stacey Kent – voce

    Jim Tomlinson – sax

    Graham Harvey – piano

    Jeremy Brown – contrabbasso

    Matt Skelton – batteria

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    Col suo carico di gloria, di grammies e di premi Stacey Kent, il personaggio del momento, la prima donna della vocalità jazz, sbarca ad Ascona, tra un concerto all’Olympia di Parigi ed una data al Byrdland di New York.

    Costituisce ottimo risultato per il Jazz Cat essersi aggiudicato un tanto prestigioso nome: va detto come in poco più di tre anni di vita ed attività questo club è riuscito ad inserirsi nella ristretta cerchia dei grandi clubs europei , un fatto importante. Alle 20.40, dopo una breve presentazione congiunta da parte di Nicolas Gilliet (direttore artistico del Jazz Cat Club) e Paolo Keller (RSI rete 2/coproduttore della data), il quartetto prende il palco, uno dopo l’altro, (Matt Skelton alla batteria/NdR batterista mancino, Jeremy Brown al contrabbasso, Graham Harvey al piano, Jim Tomlinson ai sax – tenore e soprano) chiamati da Keller, infine la Kent ,ovviamente ultima ad essere chiamata e ad affacciarsi .

    Partenza con un brano a tempo medio, con solo al tenore da parte di Tomlinson, seguito subito da una lentissima versione del classico di George & Ira Gerswin They can’t take that away from me; le cantanti indulgono spesso in ballads e brani lenti in genere, questo permette loro di far uscire al meglio le proprie qualità interpretative – il guaio è quando ne abusano…

    Passaggio obbligato ad un brano di Jobim, in originale Aguas de marco – ne ricordo una bella versione di Ivano Fossati – che, nell’adattamento francese diventa Les eaux de mars, dal cd Raconte-moi. Tomlinson passa al sax soprano.

    Si noti che la bella Stacey canta tutti i brani a memoria e nello stesso modo conosce la scaletta.

    E’ il momento di parlare e di presentare, la nostra parla in modo velocissimo del tour mondiale che sta compiendo per presentare l’ultimo cd (live) Dreamer in concert e di come, dal suo punto di vista, le cose stiano andando a meraviglia I’m having the time of my life…; una figura sorridente, sobria, per niente diva, nella sue parole non c’è autocompiacimento o affettazione; poi (ri) presenta la band (con particolare attenzione per Tomlinson, che, oltre che sassofonista, è autore delle musiche di molti brani, produttore, arrangiatore, bandleader e ….. suo marito), non avendo sentito, da dietro il palco, la presentazione iniziale.

    E’ la volta di un altro brano da Raconte-moi, cioè Mi amor, una rumba evocativa del clima fine anni ’50, con un’atmosfera da night-club, che personalmente adoro…..il concerto levita, io mi godo il clima, o meglio, il mood.

    Il quartetto la serve splendidamente, sembra un vestito fatto su misura da un sarto, lei muove le spalle a tempo, canta e sorride, sospinta dalla musica e da una sua naturale grazia.

    Ha un timbro vocale sottile, serico, molto duttile e sicuramente di grande fascino; può ricordare vagamente – fra le cantanti bianche – Astrud Gilberto; non fa uso di improvvisazione scat , ma si aiuta un po’, in certi brani, con la chitarra e col fischio. Una figurina luminosa, divertita e divertente, assolutamente protagonista, ma con un senso della misura che la rende deliziosa.

    Il brano finisce e la nostra parla un po’in americano, poi in italiano, scherza col pubblico, sorride ancora ed io inizio a pensare questa donna ha qualcosa di speciale, ma non capisco cosa…; il tutto davanti ad una platea stranamente fredda, finora, dopo gli assolo, zero applausi: il pubblico – si sà – è la parte più imprevedibile di un concerto….. Ancora un paio di brani e ci avviciniamo alla fine del primo set: la Kent si siede ed imbraccia una chitarra classica; breve intro di contrabbasso solo da parte di Brown, intro che risolve nel tema (sempre Jobim) di How insensitive, ancora contrabbasso solo. L’ingresso degli altri musicisti – quintetto se consideriamo la nostra impegnata anche alla chitarra – ci racconta di un gruppo dal grande interplay e dai bei colori. Prima della chiusura del set, col brano Dreamer, la Kent parla del suo amore per la bossa e dell’importanza per lei della scoperta di Jobim e del disco Getz/Gilberto. Inizio secondo set, coerente col primo, la cantante continua a suonare la chitarra, ancora Jobim con Corcovado – forse troppo simile a quella contenuta nel classico LP Getz au go go; seguono un brano di Serge Gainsbourg, dal bell’inizio (voce, basso e rullante) , un originale, una I’ve grown accustomed to HIS face (versione al femminile) ed è la volta del gruppo senza di lei….

    Tomlinson prende la parola e presenta lo standard Broadway, già nel repertorio di Count Basie, il quartetto si disimpegna con ottimo swing e sicuro interplay e dopo il solo di sax tenore, arriva un meritato applauso! Stessa sorte viene riservata al solo di piano. Solo di batteria e tema finale. Gruppo coeso ed equilibrato, dalle stupende dinamiche, con una serie di invenzioni e camei gustosissimi, soprattutto nel lavoro con lei. Sugli scudi Tomlinson, con buona inventiva nel fraseggio.

    Altri due brani, fra cui una bella versione della bossa So nice di Marcos Valle, con cui lei racconta di aver collaborato ed il piacere avuto dal rapporto di lavoro. Qui Tomlinson passa alla chitarra. Questo segnerebbe la fine del concerto, a parte un breve bis, la chapliniana Smile ed i saluti affettuosi della Kent….Forse con un pubblico un po’ più generoso d’applausi, avremmo avuto un altro bis, o più bis, ma tant’è, non sono mancate quantità e qualità. Ho continuato a domandarmi cosa avesse la donna di così speciale e finalmente dopo lunga riflessione, ecco la risposta; la Kent ha una virtù rara: l’eutrapelia. Non sentitevi ignoranti, è un termine rarissimo, potrei sinteticamente definirlo come la capacità di mettere di buon umore, di far sorridere colui che ti sta davanti – per una donna di palco, per una frontwoman, ovviamente, è una manna.

  • Joe Bowie – Mauro Ottolini // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Joe Bowie – Mauro Ottolini // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Absolutely free

    Luogo:  Santa Maria Gualtieri
    Data: 13 aprile 2012

    Invenzioni “grafiche” e fuochi d’artificio. Cala il sipario sulla quattordicesima edizione nel vivace clima da happening ricreato sul palco da Joe Bowie e Mauro Ottolini.

    La sensibilità blues che alimenta il cuore funk del trombonista di St. Louis si materializza in un ottica jazz aperta, rivelando una personalità composita, memore di una carriera sfaccettata e feconda di collaborazioni. Non meno articolato è l’iter artistico di Ottolini, dal conservatorio di Verona intraprende un viaggio “circense” che dalle radici del jazz lo porta ad incanalare il proprio entusiasmo in territori altri (blues, funk, reggae, rock, canzoni del varietà, contemporanea), ricomponendo queste esperienze in un humus personalissimo e moderno.

    Un repertorio basato, nella prima parte, essenzialmente su standard ellingtoniani come l’iniziale Black And Tan Fantasy (dal film omonimo del 1929), introdotta da rumorismi, botti e note stridenti che sfumano nel tema e relativa improvvisazione, in un medley anomalo, che sfocia nel brano di musica contemporanea Ultramarine composto con dei grafici. L’esibizione pirotecnica, figlia di un’attitudine ludica nell’approccio alla pratica musicale, ha visto i due fantasisti confrontarsi sul terreno comune della tradizione afroamericana, l’empatia è tangibile, a fronte di una scaletta approntata in poco tempo.

    L’elaborazione delle composizioni di Ellington prosegue con una versione accarezzata di Come Sunday, seguita da una Caravan aperta da Bowie a ritmo di maracas col sostegno del sousaphone di Ottolini, raggiunto dal partner al trombone. Chiude la carrellata East St. Louis Toodle-Oo, adattamento a due dell’originale per orchestra.

    Spiritual composto da Josh Haden, figlio di Charlie, e il traditional gospel Just A Closer Walk With Thee, propongono Bowie al canto con una timbrica calda/ruvida e faticose arrampicate in vetta; Funky AECO scritto da Lester Bowie per l’Art Ensemble Of Chicago (The Third Decade), è pura essenza funk, un omaggio celebrativo ad un musicista innovativo dallo spirito free. Ottolini alterna il suono in “pompa magna” del sousaphone, che pulsa vibrazioni basse nelle orecchie dei presenti marcando il tempo, al trombone.

    Il vasto campionario di sordine (standard e personalizzate), megafono incluso, amplia la gamma espressiva degli strumenti, in un carnevale di note “distorte”.

    Il bis è un’improvvisazione estemporanea dallo stile cabarettistico, in un duello ironico a suon di note, barriti e schermaglie infantili, fino alla scomposizione dei propri strumenti e intonazione corale, col solo bocchino, di When The Saints Go Marchin’ In, chiudendo definitivamente lo spettacolo.

    Una moderna marching band minimale irriverentemente goliardica.

  • Luciano Biondini e Fabrizio Bosso // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Luciano Biondini e Fabrizio Bosso // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Affinità elettive

    Luogo:  Santa Maria Gualtieri
    Data: 03 aprile 2012

     

    Prossimi alla realizzazione di un album per l’etichetta Abeat, in cui confluiranno alcuni dei brani presentati in concerto stasera, il tandem  Bosso/Biondini ha coinvolto l’uditorio di Santa Maria Gualtieri in una performance dalla comunicativa cangiante.
    In programma, per il terzo appuntamento, due artisti accomunati da un percorso formativo ricco di affinità: gli studi classici, la scoperta del jazz e relative collaborazioni illustri, ma anche la partecipazione a progetti  alternativi in altri territori, portandoli inevitabilmente ad incontrarsi e decidere di proseguire insieme questa parte del viaggio.
    Affinità che si riscontrano anche nell’approccio allo scibile musicale, liberi da condizionamenti, plasmato in funzione di una cantabilità che propende a derive melodiche, senza distinzioni di genere.  
    L’espressionismo jazz, filtrato da un evidente temperamento mediterraneo, affronta un repertorio poliedrico intriso di un ponderato virtuosismo.
    Così tra riletture poetiche di standard (Body & Soul, The Shadow Of Your Smile), si affacciano episodi dallo spirito latin come Matias (Girotto) o Volver (Gardel), entrambi contenuti nell’album “Sol” (Fabrizio Bosso e Javier Girotto Latin Mood, 2008), da cui arriva anche African Friends (Bosso), intervallata da una breve parentesi free; i voli pindarici del fisarmonicista contrastano le irruenze della tromba in un continuo rimando timbrico.
    Dal carnet di Biondini prendono forma Bringi, (Mavì Quartet, 2004), Prendere o lasciare e Prima del cuore. Il tocco fluido e controllato di Biondini fa da contraltare all’esuberanza di Bosso, che alterna fasi introspettive a picchi quasi stridenti.
    L’introduzione del bis avviene sulle note di una Ninna Nanna dallo sviluppo libero con la quale, i due musicisti, prendono congedo dalla platea, non prima di aver offerto un ulteriore bis a firma Biondini (Amoroso).
    Tratto jazzistico e umori mediterranei, un innesto ad alto tasso emozionale.

     


     

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    PROSSIMI APPUNTAMENTI:

    • Venerdì 13 aprile 2012– ore 21 Joe Bowie (trombone, voce, percussioni)Mauro Ottolini (trombone, sousaphone)

     

  • Ares Tavolazzi e Christian Saggese // Dialoghi: jazz per due – Pavia

    Ares Tavolazzi e Christian Saggese // Dialoghi: jazz per due – Pavia

    Romantiche sperimentazioni

    Luogo:  Santa Maria Gualtieri
    Data: 19 marzo 2012

    Secondo appuntamento della manifestazione pavese e ritorno al palcoscenico della sua sede storica.

    La dimensione raccolta dei suggestivi interni di Santa Maria Gualtieri, risultano essere la cornice ideale per accogliere il tono colloquiale dell’esibizione di Ares Tavolazzi e Christian Saggese. Il duo regala una performance raffinata e quasi “cameristica”, che non manca di elargire emozioni sul filo di una proficua interazione.

    La figura di Tavolazzi non necessita di presentazioni, rappresenta un trait d’union tra vari universi musicali, passando dal rock (e non solo) sperimentale degli esordi con gli Area, alle collaborazioni successive con jazzisti internazionali, dalla sfera cantautoriale a musiche per rappresentazioni teatrali (Fondazione Teatro di Pontedera).

    Di estrazione classica, Saggese è chitarrista dal tocco equilibrato e aperto a influenze extracolte, vincitore di premi internazionali (Andres Segovia di Almunecar), vanta collaborazioni illustri anche in ambito rock (Tony Levin, Adrian Belew, Mick Karn, Trey Gunn).

    L’approccio “anarchico” dell’artista ferrarese al contrabbasso, produce una gamma espressiva policroma, ricca di dettagli ritmico-percussivi e melodico-armonici, che interagiscono con gli arpeggi e gli sviluppi del chitarrista in elaborazioni ricercate ma mai auto-celebrative, esibendo un repertorio che spazia in molteplici direzioni. La scaletta del concerto incorpora rielaborazioni di brani degli Area, tra cui Luglio, Agosto, Settembre (nero), che apriva il fondamentale Arbeit Macht Frei, composizioni di Tavolazzi scritte per l’opera teatrale Amleto (Silence in the heaven, Danza I), contenute nell’album Godot e altre storie di teatro (Dodicilune, 2008), dove lo stesso Saggese appare come ospite in alcune tracce.

    Quasi un divertissement la versione per contrabbasso solo di Norwegian Wood dei Beatles, a cui fa eco l’esecuzione in solitaria del chitarrista con Memoria e Fado di Egberto Gismonti e la Sonata op.47 di Alberto Ginastera.

    Una musica contraddistinta da una lieve sfumatura jazz, increspata da influssi classici e sapori mediterranei nel segno di una sperimentazione romantica.

     


     

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    PROSSIMI APPUNTAMENTI:

    • Martedì 3 aprile 2012– ore 21  Fabrizio Bosso (tromba)Luciano Biondini (fisarmonica) 
    • Venerdì 13 aprile 2012– ore 21 Joe Bowie (trombone, voce, percussioni)Mauro Ottolini (trombone, sousaphone)

     

    Romantiche sperimentazioni
  • Paolo Fresu – Omar Sosa // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Paolo Fresu – Omar Sosa // Dialoghi: jazz per due, Pavia

    Giochi senza frontiere

    Luogo: Teatro Fraschini, Pavia

    Data: 12 marzo 2012
    Voto: 8,5

     

    Atmosfere evocative, trance elettronica e pulsazioni afrocubane in un rito sciamanico dall’espressività moderna, aperta alle contaminazioni e alla rilettura della tradizione. La coppia Fresu-Sosaoltrepassa i confini imposti da un mercato sempre più omologato, in una emozionale esplorazione creativa, sfruttando la tecnologia presente in entrambi i set-up dei musicisti.

    Il repertorio proviene dal nuovo disco Alma, inciso dal duo per la neonata etichetta di Paolo Fresu (Tùk Music) dove, al trombettista sardo e al pianista cubano, si aggiunge in alcune tracce il violoncello del brasiliano Jaques Morelenbaum.

    La musica riflette il carattere cosmopolita dei due artisti: l’anima jazz, propulsione primaria delle composizioni, si colora di influenze mediterranee, caraibiche e africane condite da un sapiente dosaggio dell’elettronica. I campionamenti ritmici e vocali si integrano ai suoni del piano elettrico, agli effetti ricercati applicati alla tromba e al flicorno affiancati dalle linee di pianoforte, regalando brani come l’ipnotica No Trance o S’Inguldu in apertura, che dal vivo perde la connotazione fusion. La title track del disco, dall’armonia impalpabile, muta lentamente in leggeri afflati afrocubani, mentre “Angustia” è un veicolo ritmico per le evoluzioni virtuosistiche del duo.

    In scaletta anche l’unico brano non originale dell’incisione, la cover “Under African Skies” di Paul Simon, tratto dal pluripremiato Graceland.

    Un combo coeso dalle dinamiche variabili, aperto all’improvvisazione estemporanea, in cui l’estro giocoso di Sosa è complementare alla vena istrionica di Fresu.

    Il concerto, gratificato dai lunghi applausi del pubblico, è l’ultimo di una serie di date europee per presentare l’album; nel doppio bis un sentito omaggio a Lucio Dalla con la rilettura di Caruso, arricchito da una coda improvvisata, che Fresu presenta come uno dei brani che meglio ci rappresenta all’estero.


    PROSSIMI APPUNTAMENTI: