Louis Hayes & The Cannonball Legacy BandLuogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
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Louis Hayes & The Cannonball Legacy BandLuogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
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DADO MORONI, JOE LOCKE, ROSARIO GIULIANISTEPPIN’ ON STARSLuogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
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Apertura atipica per un festival jazz: il trio vibrafono-pianoforte-saxofono potrebbe incuriosire e un po’ spaventare chi non fosse avvezzo alle prodezze di Dado Moroni, Joe Locke e Rosario Giuliani. Ma dal palco, durante la cerimoniosa presentazione, arriva subito un segnale rassicurante: nel mezzo di una sbrodolata di retorica non priva di strafalcioni le poche, lucide parole di Achille Castelli, patron del festival, sono una garanzia e l’unico vero omaggio alla musica: la passione per il jazz, continua ricerca coltivata con discrezione, è ciò che ha reso possibile lo svolgersi di Eventi in Jazz e che tutt’oggi ne decreta il successo.
Calano le luci e la parola è lasciata alla musica. Il vibrafono è protagonista del primo brano in cui il sound del trio viene sviscerato cautamente: Swords Of Whisper è un blando e sognante omaggio di Joe Locke a Little Jimmy Scott, vocalist americano. Il pianoforte sostiene la struttura del brano mentre il vibrafonista si lascia trasportare dai quattro battenti in sapienti improvvisazioni che svelano a tratti reminescenze beatlesiane. Nel corso della serata capiterà ancora che il quartetto di Liverpool ispiri i musicisti sul palco: la composizione Quiet Yesterday di Dado Moroni nasce da un un gioco del pianista sul finale del quasi omonimo pezzo di McCartney.
La serata continua con un altro brano a firma Locke (video) estrapolato dalla sua suite in sei movimenti: è la volta del sax contralto di Rosario Giuliani che irrompe nel brano con una scarica di note sfuggenti. Subito dopo ecco che il sassofonista mette in mostra l’altro lato della personalità del trio (come lo definisce lo steso Locke) con una ballata che sfiora il melenso dal titolo My Angel.
Decisamente più scanzonato e divertente il successivo omaggio a Lennie Tristano, Lennie’s Pennies in cui i tre musicisti si cimentano in altrettanti assoli che stuzzicano la platea fino allo scrosciare finale di applausi (video). Alla già citata Quiet Yesterday segue la title track dell’album, Steppin’ on Stars: è il vibrafonista di origini californiane a catturare l’attenzione del pubblico, grazie al suo sorprendente vistuosismo associato ad una particolare atleticità, che gli permette di ingaggiare una sorta di danza con le note che dalle lamelle si librano nell’aria.
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In chiusura il trio sfodera prima Brother Alfred, legata ad un divertente aneddoto sul padre di Dado Moroni, e poi The Peacock, brano dall’incedere cadenzato che ricorda il passo dello sgargiante pennuto.
Il fluire copioso degli applausi a fine concerto, oltre che decretare il successo della prima serata di Eventi in jazz, è sicuramente un segnale di buon auspicio per la continuazione della manifestazione bustocca.
Leggi la recensione di DADO MORONI, JOE LOCKE e ROSARIO GIULIANI live @ Art Blakey Jazz Club

Larry Schneider, Ferdinando Faraò, Marco Vaggi e Luigi Bonafede QuartetLuogo: Circolone, Legnano (MI)
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La più celebre tradizione jazz, dal Capolinea di Milano ai club newyorkesi, intrisa dell’eclettismo di Ferdinando Faraò, passa e lascia il segno al Circolone di Legnano, trasformatisi in occasione della rassegna Si sbagliava da professionisti in luogo di culto per amanti del genere.
Il trio di Faraò per la serata si fregia della collaborazione di Larry Schneider: la storia del sassofonista originaio di Long Island parla attraverso il suo curriculum, che riporta collaborazioni con musicisti del calibro di Billy Cobham, Horace Silver e Bill Evans.

GIOVANNI FALZONE SPECIAL BANDLuogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
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Una serata all’Art Blakey Jazz Club riesce sempre ad incantare grazie al suo particolare fascino anacronistico: la frenesia della contemporaneità e lo squallore di una modernità asettica non riescono ad oltrepassare le spesse tende in velluto rosso che preservano una scena d’altri tempi, calcata dai migliori jazzisti in circolazione.
Se poi, dietro alla porta d’ingresso, ad aspettarti ci sono un gruppetto di note pronte a trasportarti dritto al cuore di Lonely Woman, è inevitabile sentirsi parte di un epos in cui sembrano riecheggiare le parole di Ornette Coleman «Non ho mai cercato di suonare la musica del mio tempo, ho sempre cercato di pormi fuori dal tempo».{gallery}concerti/falzone_spcial_band_coleman{/gallery}
Simili i presupposti da cui prende le mosse il progetto della Giovanni Falzone Special Band per uno spettacolo che, senza lasciare dubbi circa gli intenti, intitola Around Coleman. E’ lo stesso trombettista siculo a sottolineare la volontà di inserirsi sulla scia di quel modo di vivere e pensare la musica, al di fuori e oltre le regole del tempo, pescando dal repertorio delle origini, quindi interpretando liberamente standard e brani originali, concedendosi tanto al free quanto al bop, senza temere incursioni di altri generi musicali.
Le intenzioni di Falzone trovano terreno fertile per diventare un funambolesco spettacolo in grado di divertire, coinvolgere ed emozionare grazie a musicisti che non si fanno pregare quando si tratta di dare al brano il proprio apporto unico e peculiare: all’esplosivo e incontenibile trombone di Beppe Caruso fa eco il versatile ed impeccabile Francesco Bearzatti, mentre Zeno De Rossi, eclettico, regge sapientemente la ritmica assieme al contrabbasso di Paolino Dalla Porta; il tutto è prepotentemente orchestrato dall’istrionico Falzone che imprime la propria personalità tra le note di ogni brano.
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L’apertura affidata a Blues Connotation, tratta da Ken Burns Jazz di Ornette Coleman, sembra voler dichiarare apertamente agli ascoltatori che dovranno aspettarsi un’esibizione libera di spaziare attraverso un ampio universo sonoro, senza restrizioni o paletti di alcun genere. Così la sucessiva Fuga mentale, brano originale di Falzone, può tranquillamente andare a parare sulle note di Lonely Woman in un gioco di rimandi e citazioni in grado di divertire pubblico e musicisti. Il gioco si ripete col successivo brano introdotto da un solo di batteria che prepara la scena all’unisono dei fiati; il giro degli assolo inizia con la tromba del leader, prosegue con il trombone sordinato di Caruso e si conclude sulle note vellutate e aeree del sax di Baerzatti.
Il viaggio della Giovanni Falzone Special Band non può non soffermarsi sull’emblematica Free, presente nell’album Change of The Century del 1959, primo brano della storia in cui compare ufficialmente la parola che avrebbe contraddistinto un’epoca del jazz. Si tratta di una serie di microtemi, frammenti di pochissime battute, attorno ai quali i musiciisti si divertono a costruire ed improvvisare: una sferzata di energia allo stato puro proviene dal fraseggio di Beppe Caruso che modula ed arricchisce il suono con qualunque tipo di artificio, dalla straight al growl. In quanto a fantasia non è da meno De Rossi che dopo aver messo mano a stracci, catene ed aver utilizzato le bacchette in tutti i modi (anche impropri) possibili, in un finale che rischia di sfociare nel garage stacca il piatto dalla piantana e continua a percuoterlo sulla pelle del rullante.
La serata continua con ordine cronologico approdando a Ornette! (1961), ma per il congedo si sceglie un’inversione di marcia con un salto al jazz delle origini di Bourbon Street, nome di una via centrale di New Orleans, appunto: Bearzatti accantona il sax per dedicarsi ad un clarinetto scanzonato, che sembra in alcuni passaggi fare il verso al minstrel.
Allegramente si conclude quindi un concerto intenso e coinvolgente, senza sbavature nè tempi morti, interpretato da cinque assoluti protagonisti della scena jazzistica internazionale.

‘S WONDERFUL QUARTETLuogo: Il Melo, Gallarate (VA)
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LARA IACOVINI: voce |
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Ci aveva già pensato Conte, a suo tempo, a legare indissolubilmente quella “s” alla parola “wonderful”, ma in quel caso era più per ragioni metriche (e di pronuncia) che concettuali.
Diverse le premesse che hanno portato al concepimento del nome del quartetto in questione: il ragionamento è piuttosto articolato ed ha una duplice matrice. Duplicità che ritorna anche a livello musicale e compositivo nei brani riarrangiati e suonati dallo ‘S Wonderful quartet.
Ciò che viene proposto è una rivisitazione del repertorio di «due grandi artisti del 900» per citare l’introduzione di Laura Iacovini, il primo dei quali viene subito svelato grazie alla significativa – soprattutto per la serata – Wonderful: George Gershwin. La chiave di lettura completa l’abbiamo con la successiva I Wish di S. Wonder: il gioco è fatto.
Il quartetto, capitanato dalla coppia Iacovini-Fioravanti, nasce da un’idea del contrabbassista che si propone di riarrangiare in chiave jazz i brani del divino Wonder e rileggere le composizioni del sacro Gershwin in una sorta di inversione delle parti che dimostri come «in fondo i due personaggi non siano così distanti l’uno dall’altro».
A rompere il ghiaccio è il vibrafono di Andrea Dulbecco, il miglior candidato a sprofondare la platea nell’atmosfera fiabesca che così bene si addice ad un concerto pre-natalizio.
Cambio di rotta per la successiva I Wish, introdotta da un trascinante riff di contrabbasso che sostiene il brano fino all’entrata, nella seconda strofa, degli altri strumenti. Si continua con il Wonder di You Are The Sunshine Of My Life, in una morbidissima versione accarezzata dalle spazzole di D’Auria. Il contrabbasso si ritaglia lo spazio per un assolo prima che, al ritorno del tema, rientri anche la voce per il gran finale.
Dopo il tris di Wonder il pallino passa a Gershwin con Facin In The River che sprigiona l’indole più selvaggia di Francesco d’Auria: con un balzo dalla batteria al cajon anche il registro sonoro viene sbalzato verso una nuova dimensione, fresca, autentica, tribale. Il giochetto ingaggiato dalla Iacovini, in cui il pubblico viene sfidato ad indovinare i titoli dei brani, continua con un “aiutino” da parte della cantante «E’ tratto da Porgy And Bess, ma non è Summertime» (cui, per altro, sarà riservato il posto d’onore del bis); quindi i musicisti si preparano alla prevedibile I Love You Porgy.
Ormai giunti al sesto brano bisogna prendere coscienza del fatto che la nitidezza traballante delle note tenute, le esitazioni sugli acuti ed un’intonazione spesso calante non dipendono da una questione di riscaldamento, ma probabilmente da una serata no della vocalist, accentuata da un’espressività non proprio brillante. E la prima parte del concerto si chiude con Master Blaster in cui Andrea Dulbecco si rende protagonista con un assolo di vibrafono.
Il rientro dei musicisti in scena segna l’inizio della parte più libera ed estrosa del concerto. Parte Fioravanti con uno solo sleppato di contrabbasso e poi D’Auria si cimenta nella “prova” dell’hang, suonato rigorosamente a mani nude: eccezione della serata, I sogni di Piero è un brano origiale del percussionista.
Approfittando della postazione – l’hang si suona seduti, sul cajon in quest’occasione – D’Auria inizia a picchiettare al ritmo, neanche a dirlo, di I Got Rhythm.
Non plus ultra, Summertime segna la fine di un concerto che avrebbe forse necessitato di un po’ più di passione e consistenza per essere degna conclusione di Jazz’Appeal 2010.

ALIFFI- D’AURIA SEXTET
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Maurizio Aliffi: Chitarra. Francesco D’Auria: Batteria e percussioni. Marco Ricci: Contrabbasso. Luca Gusella: Marimba. Beppe Caruso: Trombone e Tuba. Marco Brioschi: Tromba. Roberto Martinelli: Clarinetto e Sax Contralto. Michel Godard: Tuba e Serpentone. |
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Se vi stupisce vedere tubi pluviali ed atri oggetti impropri su un palcoscenico allestito per uno spettacolo jazz, probabilmente non avete mai assistito ad un concerto di Francesco d’Auria. Se poi trovate singolare che un componente della sua formazione maneggi un ottone colorato di nero a forma di biscione, forse non sapete nemmeno che, accanto al suo sestetto, il percussionista siciliano ha schierato lo special guest Michel Godard. Niente di più normale, infatti, che vedere il musicista parigino destreggiarsi tra questo affascinante serpentone ed una tuba azzurra, sfoderata, al solito, come strumento solista.
Sembra un riferimento esplicito al curioso strumento il primo pezzo, Mamba Nero, aperto e chiuso dai duettanti D’Auria e Godard e composta da Aliffi; il chitarrista è autore anche della successiva Pesci nell’acqua, brano blando ed ondeggiante, accarezzato dal fruscio delle spazzole sulle pelli e dall’archetto sulla marimba.
L’introduzione della successiva Saturnia è affidata al flicorno di Marco Brioschi, che passa subito dopo alla tromba sordinata per l’atmosfera sognante di Un amore (D’auria), creata anche grazie all’assolo di marimba di Luca Gusella.
I giochi di parole sembrano essere un debole dal leader percussionista, che non a caso intitola To Be il suo successivo brano originale. L’escamotage consiste nel percuotere una serie di tubi pluviali di lunghezza differente con dei battenti di gommapiuma pressata e il risultato è un suono ovattato, dolce ed avvolgente. Per I sogni di Piero, D’Auria mette finalmente le mani sull’hang che dall’inizio del concerto campeggia al centro della scena incuriosendo e stuzzicando la fantasia dei meno avvezzi. Il titolo stesso lascia intuire il suono onirico che quello strano aggeggio a forma di UFO è in grado di produrre, soprattutto se supportato dalle note rarefatte della chitarra e dalle successioni sinuose di Godard.
C’è ancora spazio per una composizione a firma Martinelli e per Upupa prima che D’Auria inizi ad agitare vorticosamente un tubo flessibile sopra la testa (una tecnica che affonda le sue radici in primitive pratiche di tele-comunicazione) per introdurre Sottomarini e pattini; il brano è il pretesto per un lungo assolo del percussionista che passa con disinvoltura dalle mazze da timpano alle canoniche bacchette.
A concerto terminato, la metà dei musicisti esce di scena, l’altra metà non intende le intenzioni e resta al suo posto: “abbiamo preparato i bis – sdrammatizza D’Auria al rientro sul palcoscenico – ma non gli applausi». Tri Bop segna la chiusura definitiva di un concerto che ha incantato e divertito il pubblico, mancando tuttavia di un po’ di quella verve che generalmente fa la differenza durante un’esibizione live.

GAIA CUATRO E PAOLO FRESULuogo: Teatro Nuovo, Varese
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Si dice che dall’incrocio e dallo scambio fiorisca la qualità. E’ anche vero che da due Giapponesi e due Argentini che condividono lo stesso palcoscenico non sai proprio cosa aspettarti, finché ti rendi conto che era esattamente ciò che avresti sperato di ascoltare.
Un sound carico di emozioni, di vissuto e di tradizione e allo stesso tempo denso di innovazione, voglia si scoperta e curiosità: riff esplosivi, suoni sublimi e graffianti, incursioni rapinose nel folclore e ritorno a registri classici. Certo è che ogni persona presente domenica sera al Teatro Nuovo di Varese deve aver avuto la mia stessa impressione: l’ho capito sentendo uno scrosciare incontrollato di applausi che faceva vibrare le pareti della sala ad ogni inchino dei Gaia “Cinco” schierati a bordo palco per il congedo a fine concerto. Già, “cinque”. Infatti, come se non bastasse la formazione originale ad estasiare i presenti, l’evento è stato impreziosito dalla tromba di Paolo Fresu e dalla ricchezza espressiva dei suoi suoni.
A nulla sono valsi i tentativi della sorte di compromettere la buona riuscita della serata: i problemi di acustica, i fastidiosi fruscii che hanno rimandato l’apertura del concerto e minacciato per qualche minuto la serenità dei musicisti, sono stati brillantemente superati e cancellati dai ricordi della platea nell’istante in cui l’archetto di Aska Kaneko ha sfiorato la prima corda.
Ha inizio l’incantesimo, il tango si scompone in una tavolozza di colori rimescolati da percussioni tribali, quindi il sapiente ed estroso tocco di Carlos “El Tero” Buschini riamalgama il tutto mentre il violino fa brillare di gaiezza la composizione.
Dopo due brani, che Aska Kaneko condisce anche con una sorprendente ed intensa interpretazione canora, fa il suo ingresso sulla ribalta Paolo Fresu, flicorno in una mano, tromba nell’altra, sedia alla destra del palco, un ventaglio di fogli sparsi sul pavimento. Inizia all’unisono con Aska, il feeling è tangibile, come il valore aggiunto dato dal loro piacere di suonare assieme. Le peculiari posizioni plastiche del trombettista di Berchidda ed i suoi voli tra effetti lisergici ed echi sibilanti regalano ancora più eleganza e sinuosità ad una scena che già ne ha già da vendere.
Dell’album Udin l’ensemble ripropone parecchi brani, la maggior parte a firma Gerardo Di Giusto: il pianista regala all’audience pezzi come Gaia, Como lo veo e Habanera che emozionano per il tocco deciso e virtuoso e per la ricerca dell’unicità nello sperimentare, ad esempio, il pizzicato direttamente sulle corde dello strumento.
E proprio l’unicità è forse l’elemento che contraddistingue ogni componente dei Gaia Cuatro: ne sono esempio il personalissimo assetto percussivo di Tomohiro Yahiro, una mano sul cajon e l’altra ad agitare una bacchetta su ritmi jazz; la dolcezza dei suoni di Asaka Kaneko, che non temono di atterrare su registri aspri e dissonanti per il gusto di ricercare una determinata sensazione sonora. In tutto questo si inserisce ed integra alla perfezione Fresu, che più che uno special guest sembra “uno di loro”.
I musicisti, chiamati a gran voce dal pubblico, non possono sottrarsi ai due bis (e molti altri ne sarebbero venuti, se il potere decisionale fosse stato unicamente nelle mani della platea).
Quando il teatro si svuota la magia momentaneamente finisce, ma resta la voglia di ascoltare e riascoltare quel suono che ti afferra e difficilmente di abbandona. Il tempo di arrivare a casa ed inserire nel lettore il cd.
Gerardo Di Giusto piano
Aska Kaneko violin,voice,(erh-hu)
Carlos ‘el tero’ Buschini bass
Tomohiro Yahiro percussion

I JAZZ ENSEMBLE 2010Luogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
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Hanno esordito in ottetto il 18 aprile di quest’anno: freschi di formazione ma non certo di primo pelo, quasi tutti leader di altre band, i musicisti dell’I Jazz Ensemble 2010 si esibiscono sotto la guida di Roberto Gatto. E’ proprio la sua batteria a dominare la scena, in posizione insolita e fin troppo enfatica al centro del palcoscenico.
Il repertorio da cui attinge l’ensamble è decisamente vasto: oltre ai molti brani originali ed agli immancabili standards, si aggiungono composizioni rubate ad altri contesti sonori, dalla canzone popolare alla musica da film, come da migliore tradizione jazz.
Il brano scelto per l’apertura è il più che esaustivo biglietto da visita The Swingng Cats, ma è sulla successiva Mushi Mushi (Keith Jarrett) che la sezione dei fiati, condotta da un incontenibile Falzone, mette in mostra tutto il proprio vigore.
Take The Dark Train, composizione originale di Battista Lena, precede il tema fiabesco di Pure Immagination, musica estrapolta dalla colonna sonora di Willy Wonka e riarrangiata in chiave jazz da Roberto Gatto.
Il batterista romano tiene a sottolineare l’eterogenea provenienza regionale dei musicisti riuniti per l’occasione sul palcoscenico del Teatro Sociale di Busto Arsizio; ma è la cultura romanesca che si vuole celebrare col successivo brano: omaggio a Trovajoli, contaminato dal “sentire” del lungo Tevere, il risultato è un’esplosione burlesca di note e citazioni popolari, in cui l’immaginario sonoro è arricchito dalla fantasia dei singoli musicisti. E’ così che le bacchettate di Gatto non risparmiano nemmeno il leggio mentre la tromba di falzone sembra ridere divertita.
Ancora una composizione di Gatto, poi King Porter Stomp di Jelly Roll Morton, quindi il gran finale e l’attacco dei “bis” (senza finta, questa volta). La chiusura del concerto è uno sconcertante siparietto da villaggio turistico che vede i musicisti incitare la platea ad intonare il tema dell’ultimo pezzo, indegna conclusione di due grandiose ore di jazz.
Roberto Gatto batteria e direzione musicale
Gaetano Partipilo sax alto Max Ionata sax tenore
Giovanni Falzone tromba
Roberto Rossi trombone
Alessandro Lanzoni pianoforte
Battista Lena chitarra
Dario Deidda contrabbasso e basso elettrico

FRANCO D’ANDREAwww.francodandrea.comLuogo: Auditorium Cianfarani, Chieti
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Chieti in Jazz 2010 riceve la sua consacrazione sull’altare spoglio dell’Auditorium Cianfarani: non servono fronzoli a Franco D’Andrea, tantomeno ne ha bisogno il suo selezionato pubblico. Austero e solitario come il pianoforte a coda che lo attende sulla ribalta, il canuto pianista si presenta alla platea semplicemente entrando nel vivo della musica: nel gioco di rincorse tra polpastrelli e palmi di mano non risparmia nemmeno un’ottava della tastiera, alternando ai cambi di ritmo il ritorno dei temi.
Round Midnight è solo una tappa del viaggio attraverso il repertorio di Monk, Evans, Ellington, alternato a composizioni originali del performer che sembra voler rendere al pubblico, in poco più di un’ora di sola musica, la sua articolata definizione del termine “jazz”. Il tempo di ringraziare con un frettoloso inchino e D’Andrea è di nuovo alla sua postazione. L’accostamento insistente di alti e bassi cercati agli estremi della tastiera crea una particolare drammaticità, una conversazione tra i personaggi di una racconto da cui affiorano, di tanto in tanto, citazioni di standards.
Prima della rituale uscita di scena finale e successivo rientro tra gli applausi c’è tempo ancora per un paio di brani: un accompagnamento ostinato regge solidamente cinque buoni minuti di pura e virtuosa improvvisazione, mentre la chiusura è affidata ad un’altra composizione a firma D’Andrea.
L’atteggiamento pacato non cambia durante i bis: l’apparente timidezza di uno cortese signore d’antan che fatica a raccogliere gli applausi cela un’ostentata consapevolezza di chi sa di non dovere spiegazioni. Un’ultima planata tra i classici non manca di sfiorare il Gershwin di I Got Rhythm prima che D’Andrea si congedi da un pubblico appagato da un ascolto tanto impegnativo quanto memorabile.

JOE LOCKE, DADO MORONI e ROSARIO GIULIANIwww.joelocke.comLuogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
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L’Art Blake Jazz Club di Busto Arsizio è questo: ci vai una sera per assistere ad un concerto e bere una birra e può essere che ci trovi Joe Locke in carne ed ossa, magari in trio con Dado Moroni e Rosario Giuliani.
L’appuntamento è tra i più importanti del cartellone, oltre ad essere l’ultimo nel calendario la stagione.
Ed inizia magicamente, grazie all’atmosfera fiabesca che le prime note del vibrafono fanno calare come d’incanto sulla sala. Non ci vuole molto perché Locke catturi la platea: stivale pitonato, charm da rock star a metà tra Tom Waits e d Iggy Pop, il musicista newyorkese inizia a saltellare su e giù per il vibrafono sfoggiando al contempo un eccezionale virtuosismo e delle ottime doti attoriali.
Al brano di apertura a firma Locke, Sword of Whispers, una composizione che il vibrafonista dedica a Little Jimmy Scott, segue The Peacocks brano dall’incedere lontanamente esotico che vede Giuliani destreggiarsi al sax soprano.
I tre continuano in un gioco di richiami e contrappunti, domande e risposte, per arrivare a manifestazioni di virtuosismo concitato, in cui la fisicità diventa un fattore fondamentale sul palco: Locke rimbalza accanto alle lamelle percosse dai suoi quattro inarrestabili battenti ed il pianoforte di Moroni inizia ad inclinarsi e sobbalzare, come se le note suonate riuscissero ad animarlo.
E’ il momento di Alone, composizione di Dado Moroni onirica, quasi ipnotica, che ben si adatta ai suoni della serata, cui segue un ultimo swing prima della pausa.
Al rientro scopriamo che l’interplay del trio non è cambiato, anzi! My Angel, morbida composizione di Giuliani, è una carezza delicata prima che la sfida all’ultima nota ingaggiata da Locke e Moroni ricominci a pieno regime. Nel finale c’è spazio per un brano scritto da Locke dedicato alla sorella, Beatrice Rose, simile ad una nenia rubata ad un antico carillon, e per Brother Alfred, di Dado Moroni, ultima della serie registrata all’Oratorio S. Cecilia di Perugia.
Il pubblico è soddisfatto, nonostante il trio vibrafono-pianoforte-sax non sia esattamente una formazione facile da ascoltare. La grandiosa empatia ed il talento con cui i tre sono riusciti a coinvolgere la platea è per questo motivo ancora più apprezzabile: solo il vero bisogno di musica riesce a portare a risultati così autentici; ne è riprova il fatto che dopo due ore e mezza di concerto, Locke continuava a suonare, solo sul palco, davanti ad una sala vuota…