Categoria: Jazz

concerti jazz

  • Jerry Bergonzi Trio // JAZZaltro @ Art Blakey Jazz Club di Busto Arsizio

    Jerry Bergonzi Trio // JAZZaltro @ Art Blakey Jazz Club di Busto Arsizio

    JERRY BERGONZI TRIO

     

    www.manomanouche.com

    Luogo: Art Blakey, Busto Arsizio (VA)
    Data: 27 febbraio 2012
    Voto: 7,5


    Jerry Bergonzi – sax tenore

    Dave Santoro – contrabbasso

    Andrea Michelutti – batteria

     



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    Di italiano, a Jerry Bergonzi non resta che il nome: è l’orgoglio americano (concetto così affascinante, forse perchè così estraneo a noi italiani) a trasudare non solo dal look del celebre sassofonista, da quei jeans, T-Shirt e cappellino da baseball che sembrano una divisa nazionale, ma anche e soprattutto dalle parole che accompagnano il brano di apertura. «E’ giusto amare un presidente che ama la musica» dichiara, e omaggia Barack Obama dedicandogli il pezzo.

    Così prende il volo la serata che vede Bergonzi tornare all’Art Blakey Jazz Club a distanza di dieci anni dalla prima volta; l’occasione è il terzo appuntamento della rassegna JAZZaltro, che cade in concomitanza con l’ultimo concerto della stagione live del club.

    Dalla tematica temporale si passa a quella spirituale con il brano successivo, Awake, ispirato al compositore da una parabola su Buddah: l’illuminato, sceso dalla cima della montagna su cui stava meditando da tempo, a chi gli domandava se fosse un un dio, un santo o un alieno, rispondeva semplicemente: «Son desto» (I’m awake, appunto). Sono le vivacissime note del sax tenore a tracciare l’andamento del brano, poi le bacchette di Andrea Michelutti prendono il sopravvento; una battuta di contrabbasso e l’ensemble si riunisce per il finale.

    Di sè Jerry Bergonzi dice solo che sfotunatamente non ha mai imparato l’italiano. Ma dei suoi compari di ribalta tesse le lodi definendone metaforicamente le qualità: Michelutti è «l’uomo che ti seguirebbe ovunque, anche in un vicolo oscuro, e che sa sempre darti la cosa di cui hai bisogno al momento più oppurtuno». Dave Santoro è invece il “big man” dietro al contrabbasso, «quello che dirige il traffico o che sta dietro ai fornelli. Insomma, il cuoco».

    E, subito dopo, le note di note di Silent Flying iniziano a fluire dal sassofono di Bergonzi, sembrano levitare impalpabili sopra al fruscio delle spazzole, fluttuano ambigue e infine si dissipano sul solo di contrabbasso.  Segue Demolian Mode, altro brano tratto da Three for All.

    Il primo set si chiude come si era aperto, con una dedica, questa volta diretta ad un caro amico di Bergonzi, il primo che – ci spiega il sassofonista – ha creduto in lui: You’re My Everything.

    Protagonista assoluto del rientro in scena è il sassofono tenore: un solo eclettico e variegato permette a Bergonzi di far sfoggio di tutta la maestria strumentale per cui è celebre nel mondo. Tocca a Michelutti l’avvio del pezzo successivo: le bacchette scorrono su tom e rullante, la cordiera inizialmente è assente, e poi inserita per marcare la seconda parte nel solo più frenetica e serrata. La batteria carica e il sassofonista rientra a pieno regime, con un fraseggio e un’intensità interpretativa che provocano l’esaltazione del pubblico.

    La ballata successiva serve a ripristinare lo stato di quiete in sala, lo swing spensierato di chiusura a congedare allegramente il pubblico che affollava il club.

  • Tullio De Piscopo & Band – Dal Blues al Jazz con … Andamento Lento // Teatro Galleria Legnano

    Tullio De Piscopo & Band – Dal Blues al Jazz con … Andamento Lento // Teatro Galleria Legnano

    Tutti insieme appassionatamente per l’Associazione Onlus ARES

    TULLIO DE PISCOPO & BAND

    www.tulliodepiscopo.it

    Luogo: Teatro Galleria, Legnano (MI)
    Data: 24 febbraio 2012
    Voto: 6

    Mattia Cigalini – sax alto
    G.Luca Silvestri – chitarre
    Fabio Visocchi – tastiere e piano
    Cesare Pizzetti – contrabbasso ed electric bass
    Matteo Mammolo – percussioni
    Tullio De Piscopo lead – voce e drum

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    Nulla come la musica riesce a intrappolare e conservare le nostre emozioni, stati d’animo, sensazioni, e a restituirceli, fossero anche trascorsi decenni, con la stessa vividezza del momento in cui li abbiamo vissuti. Così è per alcune canzoni che si sono insinuate nei nostri primi anni di vita, formando una specie di colonna sonora, spesso annidata nell’inconscio, che attende solo di essere rievocata. Per questo motivo, mi chiedo quanti, bambini negli anni ottanta, non abbiano  indissolubilmente impresso nella memoria il riff e il nonsense di Andamento Lento, e quanti abbiano provato la mia stessa emozione e curiosità di fronte alla possibilità di sentirla intonare dal vivo dall’autore a 24 anni dalla sua creazione.

    Possibilità che si è concretizzata grazie al progetto di beneficienza di Eventi per il mondo, per la cui causa si sono esibiti nel Teatro Galleria di Legnano artisti del calibro di Gino Paoli, Giorgio Conte e, appunto, Tullio De Piscopo.

    Ma il lato nostalgico non è l’unico che rende affascinante questo concerto: De Piscopo è un batterista virtuoso e sanguigno, esuberante e tecnicamente ineccepibile, passionale e virtuoso. Un mix decisamente allettante.

    Anticipano l’ingresso del festeggiato (cade, infatti, proprio il 24 febbraio il compleanno di De Piscopo, come suggerisce un grande striscione affisso dai fan in galleria) i suoi giovani scugnizzi, in realtà jazzisti affermati e conosciuti; l’intro strumentale crea attesa, l’atmosfera resta sospesa fino all’ingresso di De Piscopo tra gli applausi del pubblico.

    Già durante il primo brano emerge l’effervescente Mattia Cigalini: perfettamente a proprio agio sul palcoscenico si renderà protagonista, nel corso dell’esibizione, di duetti spumeggianti con l’incontenibile De Piscopo che sentenzia, abbracciandolo: «Così giovane, eppure così bravo!»

    La componente scenica è evidentemente parte integrante e imprescindibile dello spettacolo: così il ritmo tribale di Primavera è sottolineato nel finale dalle percussioni suonate da tutti gli strumentisti schierati a bordo palco. Da lì, il passaggio all’ “Hidee-hidee-hidee-ho” (Minnie The Moocher) lanciato verso il pubblico è breve.

    Tocca a Cesare Pizzetti l’introduzione del brano successivo in cui De Piscopo si lascia andare ad un assolo a dir poco pirotecnico, passando in rassegna ogni singolo componente della batteria, senza esclusione di colpi.

    Abbandona quindi la postazione dietro le pelli, si porta al microfono e lo spettacolo si trasforma in vera e propria commedia famigliare: prima il batterista si cala nella parte di nonno Tullio, afferra il nipotino in platea e gli fa provare l’ebbrezza del palcoscenico (cui il bambino sembra del tutto indifferente). Poi la leggerezza dell’infanzia lascia il posto alla tema grave della morte, quella della madre di De Piscopo, che il musicista rievoca con un racconto e col suono degli hang.

    Pagina chiusa, è ora il ritmo festaiolo di Conga Milonga ad imporsi, con tanto di inserto rap di Cigalini. E dopo il riscaldamento, ecco lo slancio di Andamento Lento che si fonde con Sex Machine e Blues Brothers, prima di ritonare sul suo celebre refrain: le bacchette di De Piscopo, scatenate, non risparmiano nemmeno le corde del basso di Pizzetti.

    Il ritratto famigliare lasciato in sospeso viene ora completato con l’esibizione della nipotina che accompagna il nonno durante la canzone ispirata dalla sua nascita, Ballando ballando.

    Il momento più clou della serata è toccato quando De Piscopo riprone il brano presntato all’academie de france che gli valse il primo premio consegnatogli direttamente dalle manio di Billy Cobham: l’assolo scorrre sulle pelli, tra cui spicca una seconda grancassa inserita tra il raid e il china, sfocia nella dance e trionfa sui Carmina Burana, mentre coriandoli piovono dal cielo.

    Per i bis Tullio De Piscopo riserva Torero, brano che – ci spiega – avrebbe dovuto reincidere assieme al suo illustre conterraneo Renato Carosone (progetto che sfortunatamente non si sarebbe mai concretizzato). C’è spazio ancora per un paio di brani e un omaggio per il compleanno del cantante, prima che la sala inizi lentamente a svuotarsi.

     

  • Manomanouche Quartet // Concerto a Jazz’Appeal, Melo di Gallarate

    Manomanouche Quartet // Concerto a Jazz’Appeal, Melo di Gallarate

    MANOMANOUCHE QUARTET

     

    www.manomanouche.com

    Luogo: Melo, Gallarate (VA)
    Data: 21 febbraio 2012
    Voto: 8,5

     

    Nunzio Barbieri – chitarra

    Luca Enipeo – chitarra

    Jino Touche – contrabbasso

    Massimo Pitziani – fisarmoni

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    Fantasia tzigana

    Le parole non servono: sono i gesti, gli sguardi, le sfumature di colore a guidare le note dei Manomanouche, quartetto zingaro nel tocco e nel piglio, che non sosta nemmeno per il tempo di una canzone.
    E’ affidato alla chitarra di Nunzio Barbieri il compito di introdurre il pubblico al gipsy jazz dei Manomanouche Quartet. La base ritmica di contrabbasso e chitarra coglie il momento ed incalza, spingendo la fisarmonica sd impadronirsi della scena; uno stop, un solo di Jino Touche e l’ensamble ripropone il tema principale che porta alla chiusura del primo brano. Il ritmo gitano del pezzo successivo è lo sfondo del solo acrobatico di Barbieri: Massimo Pitziani lo scruta, si compiace e lo segue virtuoso fino allo scrosciare degli applausi.
    Segue un tre quarti sostenuto ed arioso, un valzer gipsy-musette su cui la fisarmonica respira e spiega ampiamente le ali: chissà quanti dei presnti si sono sentiti trasportare, per il tempo della canzone, in un’antica brasserie sulle rive della Senna.

    Pochissime parole di ringraziamento di Nunzio Barbieri precedono la sognante Manoir des Mes Reves, blanda composizione di Django Reinardth in cui chitarra solista e fisarmonica dialogano, si rincorrono, intrecciano e poi districano armoniosamente.

    Prima della pausa ecco il quartetto alle prese con la celebre Minor Swing: prima le due chitarre tacciono, poi entrano in crescendo con un arpeggio ipnotico riproposto subito dopo dalla fisarmonica. Il pezzo si dilunga in una serie di falsi finali, quasi a voler suggerire l’importanza della contaminazione (o l’ascendente rock?) nella musica dei Manomanouche: la sei corde cita con una disinvoltura sconfinante nell’ironia Michelle (Beatles), Babe I’m Gonna Leave You e Stairway To Heaven (Led Zeppelin), Smoke on the Water (Deep Purple), e addirittura la Marcia alla Turca di Mozart, prima di arrendersi al finale.

    Il rientro dopo la pausa è inaugurato da un arpeggio ossessivo della chitarra solista, ancora una volta seguita a ruota da un assolo di fisarmonica degno del Volo del calabrone: non è improvvisazione ciò che sta accadendo sul palco del Melo, è di più, un vero e proprio atto creativo guidato da un sottile filo d’intesa. Ancora un pezzo spagnoleggiante che vede Jino Touche esibirsi in un assolo accompagnato esclusivamente dal picchiettare ritmato delle dita degli altri musicisti, e poi a richesta arriva Que Reste-t-il De Nos Amours?, di Charles Trenet; il tempo viene aumentato prima del finale, ancora una volta all’insegna della citazione: canzoni popolari e inni francesi, questa volta. Il concerto termina con Tears, melodia languida, ideale per un congedo.

    Il quartetto, nonostante l’indicazione di Barbieri che sottolineava ironico come i bis si possano tranquillamente ascoltare sul CD in vendita, rientra in scena per quel rituale cui – pare – nessuno può sottrarsi. Ecco quindi Bossa Dorado, gli applausi della sala gremita e i Manomanouche che ripongono gli strumenti acustici nelle custodie. Speriamo di incontrarli al più presto durante il loro  girovagare tzigano.

  • Tommaso Starace Quartet  // live @ Art Blakey jazz club

    Tommaso Starace Quartet // live @ Art Blakey jazz club

    TOMMASO STARACE QUARTET

     

    www.tommasostarace.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
    Data: 12 dicembre 2011
    Voto: 8,5

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    Tommaso Starace – sassofono | MIchele di Toro – pianoforte | Attilio Zanchi – contrabbasso | Tommasco Bradascio – batteria


    L’Art Blackey Jazz Club di Busto Arsizio affida l’ultimo saluto al 2011 alle mani sapienti di quattro formidabili musicisti riunitisi sotto la guida di Tommaso Starace per omaggiare uno dei più apprezzati pianisti jazz di tutti i tempi: Michel Petrucciani.

    Il sassofonista italo-australiano, introduce con eleganza e competenza i brani, il personaggio cui è dedicata la serata e i suoi compagni di palcoscenico: MIchele di Toro, Attilio Zanchi e Tommasco Bradascio.

    Nella gremita sala del jazz club, le note di She Did it Again si fanno largo tra fette di panettone e calici di spumante: la band ha già in pugno la platea. Even Mice Dance scalda il pubblico, subito dopo assorto, in religioso silenzio, nell’ascolto del Preludio n. 20 di Chopin: quando le dita di Michele Di Toro (formazione classica, mestiere e sensibilità) si posano sui tasti del pianoforte sembra che un incantesimo sia sceso sulla sala.
    Incantesimo che viene dissipato dalle variazioni latin su cui gioca il pianista nella seguente Looking Up, dimostrando una versatilità e un virtuosismo davvero invidiabili.

    Il percorso attraverso la storia musicale di Michel Petrucciani prosegue con una serie di brani celebri del pianista francese, tra cui spicca la stupenda Hidden Joy.

    Il risultato è una serata riuscita, di altissimo livello, come tante ce ne sono in questo piccolo e riservato tempio del jazz.

     

     

  • Felice Clemente Quartet  // live @ Art Blakey jazz club

    Felice Clemente Quartet // live @ Art Blakey jazz club

    FELICE CLEMENTE QUARTET

     

    http://www.feliceclemente.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
    Data: 24 Gennaio 2012
    Voto: 7

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    Felice Clemente – sassofono | Massimo Colombo – pianoforte | Giulio Gorini – contrabbasso | Massimo Manzi – batteria


     

    Il ritorno all’Art Blackey del Felice Clemente Jazz Quartet è l’occasione per portare  al cospetto del pubblico i brani tratti da Nuvole di carta, ultimo lavoro fresco di pubblicazione.

    Il quartetto inaugura la serata con The Second Time, il cinque quarti che apre anche l’album da cui è tratto, Blue Of Mine.

    Lenta e malinonica, Nuvole di carta è introdotta dal pianoforte di Massimo Colombo: il brano sembra non voler accettare la fine indugiando su una serie su false chiusure prima che il rientro corale lo conduca al termine definitivo.

    Segue Paradossi, tratta dallo stesso album ma in completa antitesi con la title track. A guidarla è una sorta di frenesia accompagnata ad una ricerca di suoni che vanno al di là della normale percezione: corde del pianoforte stoppate e pizzicate a mani nude, aste percosse dalle bacchette, ritmo singhiozzante e note di sax sporcate dal growl.

    Il sax soprano introduce il brillante tema della successiva The Courage to Try prima dell’incipiti classico, quanto incisivo, di Lost In Blues, traccia a firma Giulio Gorini: il sassofono prende il volo sulle scale di contrabbasso fino allo stop dei battenti di Massimo Manzi, quindi il quartetto riattacca (quasi) in contemporanea per il finale ricalcato sull’inizio.

    Aneddoti, brano di Massimo Colombo, sancisce la chiusura della prima parte della performance.

    Al rientro, sul palcoscenico ci sono solo Colombo e Clemente per due brani introspettivi, due notturni (n. 2 e n. 5)  tratti dal terzo ed ultimo album citato durante la serata: Doppia Traccia, che di notturni a firma Colombo ne contiene nove.

    Si ritorna a Nuvole di carta con The young prince and princess, tratto dalla suite di Rimskij Korsakov ispirata a Le Mille e una notte per poi passare a To Clifford, omaggio swingante e incalzante di Massimo Colombo a Clifford Brown.

    To Mjg ci accompagna con l’andamento spedito del terzinato verso la fine del concerto. A tracciare il passo del pezzo è Massimo Manzi, subito seguito da sax soprano, contrabbasso e pianoforte; un assolo di batteria e si riparte col tema iniziale che porta alla chiusura.

    Il bis in levare stacca dal resto del concerto e accompagna all’usicta il pubblico dell’Art Blackey Jazz Club, come sempre coccolato dalle scelte artistiche dell’organizzazione.

     

  • Anne Ducros & Giuseppe Emmanuele Trio // Live @ Melo di Gallarate

    Anne Ducros & Giuseppe Emmanuele Trio // Live @ Melo di Gallarate

    ANNE DUCROS & GIUSEPPE EMMANUELE TRIO

    www.anneducros.com

    Luogo: Melo, Gallarate (MI)
    Data: 13 Novembre 2011
    Evento: Jazz’Appeal
    Voto: 8

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     Anne Ducros – voce | Giuseppe Emmanuele – pianoforte | Yuri Goloubev – contrabbasso | Marco Castiglioni – batteria


    «La differenza tra un terrorista e una cantante di jazz bionda? Col terrorista si può negoziare» ironizza, ben consapevole del proprio temperamento, la parigina Anne Ducros; e i suoi scudieri, il trio capitanato dal Giuseppe Emmanuele, sembrano tutt’altro che infastiditi (fatta forse eccezione per Yuri Goloubev) da questa dittatura platinata, splendido sunto di fascino, umorismo, intraprendenza e mestiere.

    Alvaro Belloni, cui si deve l’organizzazione della serata, ruba alla musica solo il tempo di un augurio di buone feste. Ecco quindi che all’intro di piano solo si affianca con discrezione il contrabbasso di Goloubev, subito seguito da Marco Castiglioni alla batteria: al suo ingresso il brano cambia tempo e prende il volo e il rituale giro di assoli sintonizza il pubblico sulle frequenze dell’ensemble prima che la vocalist salga sul palco.

    Le prime note di Who Can I Turn To, così limpide e pertinenti, non lasciano dubbi: la cantante avvolta in pantaloni di pelle nera ha intenzione di stupire e lo fa fin dal primo brano dimostrando, oltretutto, una spiccata propensione all’improvvisazione e una totale padronanza dello scat.

    Il successivo brano a firma Nat King Cole, The Very Thought Of You, è una ballata struggente ricamata su tutta l’estensione vocale della Ducros; stacco netto, ritmo incalzante e inserti latin per il pezzo che segue, inframezzato dall’assolo senza cordiera di Castiglioni. La vocalist ha ormai in pugno musicisti e spettatori, scherza con le prime file, gioca col sul suo italiano «scadente» (in realtà non lo è affatto) e chiede al barman, da brava francese, un bicchiere di vino rosso. Sceglie poi di aumentare il tempo di Just In Time (il momento, evidentemente, lo esige) e il brano decolla: stupendo il duetto scat-contrabbasso che termina solo quando, dagli occhi di lei, partono due scintille che attizzano pianoforte e batteria per il gran finale. Su Body and Soul il ritmo rallenta e Anne Ducros chiude a cappella per passare, accompagnata solo dal pianoforte, a Softly Softly as in a Morning Sunrise.

    Dopo una breve pausa per «prendere da bere il più possibile e far entrare un po’ di denaro nelle casse del club», consiglia la cantante, il concerto riparte sulle note di contrabbasso di Close Your Eyes, subito seguita dal lento Stairway To The Stars. L’introduzione di Footprints è di nuovo affidata a Goloubev, che lascerà la sua impronta sul brano con un assolo pressoché disarmante: senza trascurare nemmeno un millimetro della tastiera, il contrabbassista fa sfoggio di una tecnica davvero invidiabile.

    Anne Ducros riprende in mano le redini dello spettacolo con The Shadow Of your Smile e, decisa ad iniziare accompagnata solo da Giuseppe Emmanuele, stronca l’iniziativa di Goloubev ammutolendolo con un cenno della mano. Nei suoi piani, l’ingresso di contrabbasso e batteria serve ad aumentare l’effetto d’insieme sulla seconda strofa; la scelta si rivelerà perfettamente azzeccata.

    «Jazz e lingua francese: un matrimonio infelice» sentenzia con spirito la Ducros nell’introdurre l’ultimo brano in scaletta e accenna una strofa nella sua lingua madre facendo il verso ad Edith Piaff, «un po’ come il tedesco e la bossa nova» e intona per gioco qualche verso in lingua pseudo-teutonica su ritmo latino; quando poi fa sul serio, ecco Jaques Brel: Ne Me Quitte Pas.

    Impossibile per la formazione sottrarsi al bis. La composizione prescelta è How Insensitive di Carlos Jobim e, mentre l’archetto fa vibrare le ultime note di contrabbasso, anche la serata scivola verso la fine, lasciando una traccia indimenticabile sul palco del Melo di Gallarate.

  • Nicola Mingo: We Remember Clifford // Concerto @ Blue Note di Milano

    Nicola Mingo: We Remember Clifford // Concerto @ Blue Note di Milano

    NICOLA MINGO

    www.myspace.com/nicolamingo

    Luogo: Blue Note, Milano
    Data: 4 Dicembre 2011
    Evento: We Remember Clifford
    Voto: 8

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     Nicola Mingo – chitarra | Roberto Tarenzi – pianoforte | Giorgio Rosciglione – contrabbasso
    Gegè Munari  – batteria


    Nicola Mingo approda al Blue Note di Milano per mettere in scena il suo ultimo lavoro: We Remember Clifford è un tributo al Clifford Brown in cui composizioni originali si alternano a brani rivisitati del celebre trombettista hard bop.

    L’apertura della serata è affidata agli accordi iniziali di Brown’s Blues, brano a firma Mingo, eseguiti sulla sei corde dall’autore: classico minor blues in puro stile hard bop, ci fornisce il primo assaggio del tocco dell’ensemble attraverso gli assolo di chitarra, piano e contrabbasso; stessa sequenza per la successiva Daahoud, la cui esecuzione risulta però sporcata da un paio di corde calanti della chitarra.

    La ritrovata accordatura coincide con lo scoccare dell’interplay nell’esecuzione di Sandu: l’intesa diventa tangibile nel dialogo tra chitarra e batteria, che chiude il pezzo con i tre spericolati stop and go. Si approda quindi al ritmo incalzante della title track di album e concerto, We Remember Clifford, in cui il giovane Roberto Tarenzi non risparmia nemmeno un’ottava durante il raffinato assolo che merita l’inchino di Nicola Mingo; dopo il breve solo di Giorgio Rosciglione bastano pochi attenti accordi di pianoforte per rincondurre il quartetto verso il finale in cui i musicisti giocano con false chiusure fino a quella definitiva.

    Gli animi si placano con la seguente ballata inedita composta da Clifford Brown per la moglie, La Rue, ma basta poco perchè Gegè Munari faccia ritornare alti i livelli di adrenalina sul palco e tra il pubblico grazie ad uno scoppiettante assolo in The Blues Walk, mentre Rosciglione, forse memore dei suoi trascorsi nelle orchestre di Rota e Morricone, come un regista esperto dirige con sobria autorità l’evolversi dell’esecuzione.

    Un’originale sovrapposizione tra il tema di Poinciana e Joice Spring (Brown) precede il brano scelto per la chiusura, Narona (Mingo), ma il quartetto non può abbandonare il palco prima di concedere al pubblico il rituale bis richiesto a gran voce da tutto il locale. Il pezzo designato per il rientro in scena è Cherokee, standard firmato da Ray Noble su cui Gegè Munari a briglia sciolta sfodera tutto il suo temperamento partenopeo per terminare in bellezza la serata: dopo aver misurato con le bacchette ogni componente della sua batteria, si alza in piedi e continua il suo assolo strabordante percuotendo il leggio ed infine le corde del contrabbasso per dare vita, con la complicità di Rosciglione, ad un siparietto che strappa al pubblico un sorriso e l’ultimo applauso scrosciante. 

    I ringraziamenti finali vanno al produttore Franco Galliano che, dice Mingo «Ha reso possibile la realizzazione di questo lavoro» e ad una vecchia conoscenza dei tempi della naja che Giorgio Rosciglione, a distanza di cinquant’anni, ha avuto modo di ritrovare proprio tra i tavoli del Blue Note: a riprova del fatto che il jazz sa creare legami indelebili che non conoscono limiti di spazio e tempo.


    L’album

    1. Brown’s Blues
    2. Daahaud (Clifford Brown)
    3. Sandu (Clifford Brown)
    4. We Remember Clifford
    5. Jordu (Duke Jordan)
    6. La Rue (Clifford Brown)
    7. The Blues Walk (Clifford Brown)
    8. Easy Bop
    9. Another Once
    10. Narona
    11. Joice Spring  (Clifford Brown)

    FEATURING:

    Antonio Faraò

    Marco Panascia

    Tommy Campbell

  • Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Gino Paoli: Un incontro in Jazz // Live @ Padova Jazz Festival 2011

    Un incontro in Jazz

    Luogo: Teatro Verdi, Padova
    Data: 18 novembre 2011
    Evento: Padova Jazz Festival 2011
    Voto: 8

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    Gino Paoli – voce  |  Flavio Boltro – tromba  |  Danilo Rea – piano  |  Rosario Bonaccorso – contrabbasso 
    Roberto Gatto – batteria


    Chissà se all’epoca in cui scriveva La Gatta, Gino Paoli avrebbe mai pensato di ritrovarsi, a distanza di 50 anni, a swingare in giro per il mondo assieme a quattro tra i migliori jazzisti sulla scena internazionale. Che l’abbia fatto o meno, lo spettacolo Un incontro in Jazz, con quell’alto mix di mestiere, passione e divertimento, è un perfetto connubio tra due generi, il jazz e la canzone cantautorale, che tendono solitamente a non parlarsi. E quando, sul palco, musicisti del calibro di Danilo Rea, Roberto Gatto, Rosario Bonaccorso e Flavio Boltro si divertono, è matematico che anche il pubblico venga travolto dalla stessa euforia.

    La serata, che si sarebbe snodata tra standard e celebri composizioni dell’autore de Il Cielo in una stanza, ha due introduzioni: la prima, in diretta, della presentatrice del Padova Jazz Festival; la seconda, in lingua spagnola, registrata durante un precedente concerto a Cartagena, è parte integrante dello show «perché – afferma Paoli – quella voce ci fa arrapare, e l’arrapamento è condizione necessaria per un buon concerto».

    Su uno swing fluido e sensuale, la melodia di Time After Time è intagliata dalla voce ruggine di Paoli; quando si interrompe è per lasciare che i musicisti si presentino, uno per uno, attraverso i loro solos. Il brano scelto per inaugurare la serie a firma Paoli, è Sapore di sale, seguito da La Gatta: simile ad una filastrocca scherzosa, la canzone si trasforma in un gioco di intese tra i musicisti con cambi di tempo e di ritmo, a seconda dello strumento solista, un’irriverente tromba growl e un contrabbasso percosso dalle sapienti dita di Bonaccorso, che non risparmia slide, armonici e slap; il cantante, dal suo sgabello, guada ammirato l’esecuzione rivoluzionata della sua composizione.

    La lingua spagnola ritorna sulle note di Contigo en la distancia (Luis Miguel) seguita dalla bella prova vocale di Vivere Ancora: è però la tromba di Boltro ad aprire e chiudere il brano concedendosi sul finale una divagazione effettata, con sovrapposizioni e intrecci giocati sul delay.

    Senza fine, (cui aveva reso omaggio anche Markelian Kapedani con il suo pianoforte solo in apertura di serata) è il pretesto per un funambolesco assolo di batteria: a metà del brano la scena è lasciata interamente a Roberto Gatto che, per stupire, sceglie di semplificare: posa le bacchette e a mani nude, pelle contro pelle, libera il suono più puro e primordiale delle percussioni. La platea è quasi ipnotizzata.

    Smile (Nat King Cole) e Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet) precedono l’ultima tranche di brani di Paoli: E m’innamorerai, Che cosa c’è, Ti lascio una canzone (accompagnata solo da Danilo Rea) e, gran finale, Il cielo in una stanza.

    I bis sono acclamati a gran voce da tutto il teatro, che faceva registrare il tutto esaurito già da giorni.

  • Rosa Brunello Quintet // live @ Art Blakey jazz club

    Rosa Brunello Quintet // live @ Art Blakey jazz club

    ROSA BRUNELLO QUINTET

    www.myspace.com/rosabrunello

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
    Data: 14 Novembre 2011
    Voto: 6

    {gallery}concerti/rosa_brunello{/gallery}


    Rosa Brunello – contrabbasso ! David Boato – tromba e flicorno | Piero Bittolo Bono – sax | Riccardi Chiarion – chitarra | Luca Colussi – batteria


    Se non proprio un filo conduttore, si può scorgere, nell’ultima serie di concerti dell’Art Blakey jazz Club di Busto Arsizio, una tendenza: dare sempre più spazio a formazioni capitanate dal gentil sesso. Alla grandiosa prova dei Gaia Cuatro, tracciata dall’archetto impetuoso di Aska Kaneko, è seguito il concerto del trio di Chihiro Yamanaka ed infine la prova di questo giovane quintetto voluto da Rosa Brunello, graziosa e tanace contrabbassita lagunare.

    E’ sua la firma su quasi tutti i brani suonati nel corso della serata, che inizia appunto su un riff di contrabbasso, subito rimarcato dalla batteria nell’attesa che anche la chitarra si aggiungesse affinché il sax di Piero Bittolo Bono e la tromba di David Boato potessero spiaccare assieme il volo.

    Stesso incipit per la seguente Viali in fiore: il contrabbasso scandisce un riff orecchiabile replicato dalla chitarra elettrica su cui sax e tromba entrano sinuosamente all’unisono. Cambio di tempo e ritmo per uno stacco swingante prima del ritorno al tema iniziale, da cui sfileranno gli assolo dei musicisti con un Bittolo Bono scatenato.

    Spazzole e flicorno per la successiva ballata Sister ‘n Lò, dedicata alla sorella nel giorno delle sue nozze, in cui trova spazio un assolo della Brunello prima che il sax si faccia carico della chiusura del brano. Decisamente più frenetica e articolata, Malasaña sembra evocare il vivace quartiere di Madrid da cui prende il nome, diventando quasi delirante nell’assolo finale del sax tenore in cui Bittolo Bono sembra fare il verso a John Zorn.

    Al rientro in scena dopo la pausa il quintetto esegue il primo brano che non porta la firma della sua leader, ma di un altro Brunello, il padre di lei. David Boato abbandona la sordina utilizzata il Laguna per tema e assolo, eseguito con qualche esitazione, della successiva Camarones a la plancia.

    Prima di chiudere il concerto Rosa Brunello dedica un brano alla danzatrice e scenografa Pina Bausch in nome di una sorta di sincretismo artistico da cui i musicisti a volte non possono prescindere.

    Di questa giovane formazione, quello che salta subito all’occhio è la determinazione e l’entusiasmo e, in particolar modo per quanto riguarda l’autrice dei brani, una notevole propensione alla melodia che conferisce un’immediata orecchiabilità a molti dei brani proposti. D’altro canto si sente forse la mancanza durante l’esecuzione di “altruismo” e condivisione, nel senso che, troppo concentrati sui loro strumenti, complice probabilmente la mancanza d’esperienza, i musicisti riescono ancora a creare quell’atmosfera ludica e consapevole che riesce sempre ad appagare anche chi è in ascolto.

  • Chihiro Yamanaka Trio // Concerto @ Art Blakey Jazz Club

    Chihiro Yamanaka Trio // Concerto @ Art Blakey Jazz Club

    CHIHIRO YAMANAKA TRIO

    www.myspace.com/chihiroyamanaka

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
    Data: 31 OTTOBRE 2011
    Evento: Rassegna Jazz
    Voto: 8

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    Chihiro Yamanaka – pianoforte
    Mauro Gargano – contrabbasso
    Mickey Salgarello – batteria


    Quando si aggirava tra i tavoli dell’Art Blakey Jazz Club alla fine del concerto, vestito nero, teiera stretta timidamente tra le mani e cappello a punta regalatole per la notte delle streghe, Chihiro Yamanaka sembrava, più che una malvagia fattucchiera, una splendida e minuta fatina con un sorriso dolce e riservato. Ma se qualcuno l’avesse vista qualche istante prima, mentre piegava al suo volere gli 88 tasti del pianoforte, avrebbe avuto, quanto meno della sua grandezza, una percezione totalmente differente.

    Lo slancio e l’intensità che avrebbero permeato il sound della serata si sono mostrati a tutti i presenti sulle prime note di Take Five: il celeberrimo cinquequarti di Dave Brubeck è per l’occasione rivisitato e modulato, ma mai distorto o forzatamente distaccato dall’originale. La stupefacente padronanza, la determinazione e la tecnica di Chihiro Yamanaka divampano sul palco nel rispetto della tradizione, e conferiscono al brano una nuova forza propulsiva.

    Nell’introdurre Antonio’s Joke, composizione della pianista ispiratale dalle vicende di un suo estroverso amico e coinquilino siciliano, la Yamanaka accenna una sorta di captatio benevolentiae rivolta al club che le sta sta ospitando: «Art Blakey è il mio batterista preferito, ho tutti i suoi dischi. Quindi per me è doppiamente un piacere essere qui». Quello che colpisce immediatamente nell’ascolto di Antonio’s Joke è la spiccata propensione melodica della compositrice: il brano è familiare e piacevole fin dal primo ascolto senza sacrificare costruzioni sofisticate e virtuosismi impegnativi.

    L’approdo successivo è alla musica classica con Liebesleid (Love’s sorrow) di Fritz Kreisler, ma la marca inconfondibile dell’arrangiamento è quella di Chihiro Yamanaka: il tema viene subito affermato dal pianoforte con un carattere caliente, poi il brano si snoda tra solo di pianoforte e batteria che creano una dinamica accattivante, mentre la pianista vive e partecipa la musica con una fisicità che aumenta ancor più il coinvolgimento della platea.

    Il rientro dalla pausa è segnato da un omaggio ad Aldo Romano con Somebody’s Proof, seguito da una rivisitazione di Giant steps di John Coltrane. La successiva Rainbi and Rain, ancora a firma Yamanaka, inizia con lo sgocciolare delle note fluide del contrabbasso di Mauro Gargano, seguite da un pizzicato che ricorda il picchiettio della pioggia sul suolo; come un rombo di tuono il pianoforte poco dopo entra “a piene mani” e si conquista la scena.

    Lo swing di Flight Of The Foo Birds (Count Basie) è l’ennesima scelta azzeccata per il divertimento della platea che a questo punto non ha nessuna intenzione di farsi sfuggire l’occasione di ascoltare un altro brano del trio e a gran voce chiede il bis. Ce ne saranno due prima che la pianista giapponese e i suoi due scudieri lascino il palco trra gli applausi di un pubblico affascinato: l’ennesima prova della grande musica che risuona da anni tra le pareti dello sperduto vicolo Carpi di Busto Arsizio.