Categoria: Jazz

concerti jazz

  • Dal Greenwich Village, la storia del Jazz fa tappa a Busto Arsizio

    Dal Greenwich Village, la storia del Jazz fa tappa a Busto Arsizio

    ABRAM BURTON & ERIC MCPHERSON QUARTET

    www.abrahamburton.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
    Data: 19 giugno 2010
    Evento: Rassegna Jazz
    Voto: 6

    Partita finita, l’Italia ha pareggiato. Lo schermo (e il ricordo) del match si sollevano rapidamente al di sopra del palcoscenico, svelando i musicisti pronti a dare inizio alla grande musica di cui tutti li sappiamo capaci. Dezron Douglas è già entrato appieno nella parte: da lui scaturiscono le prime decise note di contrabbasso; subito dopo Abraham Burton lo incalza con poche battute ostinate di sassofono, prendendo la rincorsa per lo slancio dell’ensemble nel vivo del brano. Trattasi di A Night in Tunisia, composizione di Dizzy Gillespie, animata dalle sapienti dita del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti, special guest della serata. All’assolo di sax e tromba, segue quello del giovane pianista David Bryant, mentre la chiusura è affidata alla maestria di Eric Mcpherson, che sembra voler sottolineare come, con pelli e percussioni, possa farci tutto ciò che vuole.

    Il feeling tra i componenti del quartetto è tangibile e non potrebbe essere altrimenti, se si pensa che Burton e Mcpherson sono letteralmente cresciuti assieme per le strade del Greenwich Village: amici fin dall’infanzia, hanno dato vita di recente a questo progetto che riunisce musicisti di primo piano sulla scena jazzistica internazionale.

    Tuttavia, non vale lo stesso per Franco Ambrosetti che, dopo un inizio brillante, inciampa sulle composizioni originali di Burton e compagni. Il secondo brano, un omaggio alla città di Avellino con cui il quartetto americano si dichiara «innamorato dell’Italia», è un lento che sembra spiazzare Ambrosetti, apparentemente impacciato ed incapace di una reazione che gli permetta di entrare nel mood del brano. Va un poco meglio con la successiva ballata, anche se il connubio tra Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti continua a non fare scintille.

    Il quarto brano si apre con un funambolesco assolo di tromba che racchiude in sé i presupposti di una ritrovata sintonia tra le parti. Purtroppo il pezzo segna anche la chiusura del concerto, dato che i musicisti concederanno al pubblico solo il bis rituale prima del congedo.

    Nel complesso la musica del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet è riuscita come sempre ad emozionare, merito anche della passione e della partecipazione con cui i musicisti vivono ogni brano, una passione fisica, in particolar modo per quanto riguarda Dezron Douglas, autentico propulsore della formazione.

    L’Art Blakey Jazz Club ha dimostrato ancora una volta di saper stupire tanto i propri soci quanto gli ospiti saltuari che, per caso o di proposito, si imbattono in una delle sue celebri serate all’insegna di eccellente musica jazz. L’appuntamento è quindi per il 28 giugno con il trio Loke-Giuliani-Moroni, nomi che difficilmente potranno tradire le aspettative.

  • L’Hard Bop vola tra le immagini

    L’Hard Bop vola tra le immagini

    MAURO BRUNINI JAZZ QUINTET

    www.maurobrunini.com

    Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
    Data: 5 ottobre 2009
    Evento: Fly Jazz – mostra fotografica
    Voto: 6

    Un appuntamento jazzistico importante per chi ami vivere questo genere di musica a 360°; un ensemble di cinque elementi unito ad una mostra fotografica; insomma, un’esperienza completa. all’Art Blakey Jazz club di Busto.

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    Sul palco è già schierato il quintetto capitanato da Mauro Bruni mentre tutto attorno, sulle pareti del locale, decine di altri musicisti sfilano immortalati negli scatti di Fiorenzo Pellegatta. Vibrano le prime note del tema di Johnny Comes Lately (Billy Strayhorn), sax e tromba si susseguono nell’assolo per poi intavolare un colorito dialogo con la batteria. Nessuno stacco nel passaggio ad A Nice Friend, composizione originale di Brunini che vede tutti i musicisti prendere la scena per il rituale assolo di introduzione: il compositore è alla tromba, Tullio Ricci al sax tenore, Michele Franzini al pianoforte, Roberto Mattei al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

    Dopo la presentazione degli interpreti e dei brani suonati fino a questo punto, è la volta di Daahoud (Clifford Brown) e della ballata di Freddie Hubbard Brigitte. Seguono quindi Moontrane di Woody Shaw, in cui è la batteria a rendersi protagonista dopo un vivace scambio con sax e tromba, e la latineggiante Stablemates di Benny Golson, mentre sulle pareti della stanza splendide istantanee di Stefano Bagnoli, Fabrizio Ottaviucci, Marco Zanoli, Fabrizio Bosso (solo per citarne alcuni) in atteggiamento meditativo sembrano vivere la musica suonata dal quintetto. Caratteristica degli scatti di Pellegatta, infatti, è saper cogliere l’espressione che dà adito all’introspezione dell’artista, ritratto non necessariamente nell’atto della mera esecuzione e neppure nel più esplosivo momento interpretativo, per quanto vi siano sicuramente importanti esemplari anche di questo genere nel suo archivio fotografico. Quello che fa la differenza, tuttavia, sono quelle immagini che catturano il musicista in atteggiamento contemplativo, quasi rapito da un’esperienza mistica. Mille parole faticano a rendere l’idea, vedere per credere!

    Prima della pausa è il momento del blues Birdlike, ancora Freddie Hubbard, cui è dedicata anche la ripresa: sulle note di Tribute to Hubbard di Michele Franzini i musicisti tornano sulla scena a pieno regime. Second Line si inserisce come diretta conseguenza della precedente sia a livello sonoro che autoriale, mentre si cambia registro sulla successiva ballata You Go To My Head cui è affidata la chiusura ufficiale della performance.

    A questo punto non può mancare il bis, la frizzante e articolata composizione di Brunini Fats & Curios: tromba e sassofono all’unisono corrono sul tema principale, mentre i fasci di luce degli scatti più sperimentali di Pellegatta, che ricordano a tratti la vivacità espressiva di Pollock, sembrano agitarsi a ritmo di jazz.

  • Il MiTo dei Diavoli

    Il MiTo dei Diavoli

    PAOLO FRESU DEVIL QUARTET

     

    www.paolofresu.it

    Luogo: Villa Simonetta, Milano
    Data: 7 settembre 2009
    Evento: MiTo
    Voto: 9

    Così è scritto: l’inferno è nato per mano di un angelo, un angelo trasformatosi in diavolo. E’ quindi lecito pensare che la naturale evoluzione dell’Angel’s Quartet, storica formazione capitanata da Paolo Fresu, sia il Devil Quartet: «dopo gli angeli non potevano mancare i diavoli» afferma il trombettista di Berchidda, riferendosi ai suoi tre compagni “infernali”, Stefano Bagnoli, Bebo Fera e Paolino Dalla Porta.

    Il quartetto viene presentato dallo stesso Fresu come un gruppo molto circolare in cui non c’è un vero e proprio ruolo. Di fatto, le personalità sul palcoscenico non sembrano adatte ad interpretare una parte marginale ed è per questo che il dialogo tra di loro si fa così interessante. Nell’introdurre concerto e progetto, Fresu risponde ad una domanda sul ruolo che ha per lui l’ascolto e lo studio dei grandi jazzisti del passato: «Vengo dalla scuola di Davis e Backer» afferma «la tradizione è per me un pilastro imprescindibile. Loro mi hanno insegnato la filosofia delle note, anche di quelle sbagliate, suonate al momento giusto”.
    Ed è proprio la filosofia delle note a prendere corpo, alcuni istanti dopo il discorso introduttivo, con Another Road To Timbuctù: un’esplosione di suoni, effetti e sensazioni, un continuo dialogo tra le distorsioni lisergiche della chitarra di Bebo Ferra e il flicorno di Fresu, mentre il contrabbasso si diverte a seguire e imitare le note degli assoli. Atmosfera totalmente diversa si crea sull’apertura di Mimì, onirica composizione di Paolino Dalla Porta: gli effetti del flicorno e l’archetto sulle corde del contrabbasso si fondono preparando l’avvio morbido del brano, le spazzole di Bagnoli completano l’esperienza sognante che si estingue nell’assolo pizzicato di contrabbasso fino quasi a spegnersi. Il tutto prepara il terreno per l’esplosione sonora al momento del rientro degli altri strumentisti, scroscio di applausi sulle squillanti note del flicorno cui è anche affidata la chiusura del brano in respirazione circolare.

    Game 7, ancora Paolino Dalla Porta, inizia col ritmo tribale delle spazzole sulle pelli senza cordiera e continua con l’ingresso all’unisono di tutti altri strumenti. Un lungo assolo di chitarra con distorsioni roccheggianti porta il brano verso il medley con il successivo Elogio del discount, brano velocissimo che diverte sia i musicisti che un pubblico in estasi. Cambio di registro con la successiva Giovedì, sinuosa ballata di Bebo Ferra resa ancora più sensuale dalla tromba sordinata di Fresu; completano in quadro l’archetto di Dalla Porta e il fruscio finale delle spazzole di Bagnoli agitate accanto al microfono.

    Un picchiettio insolito cattura a questo punto l’attenzione del pubblico, il suono delle dita che percuotono flicorno, corde del contrabbasso e chitarra dichiarano l’inconfondibile inizio di Moto perpetuo. Brano composto da Fresu per il documentario Percorsi di Pace del regista Ferdinando Vicentini Orgnani è caratterizzato da uno spettacolare gioco di effetti sul suono del flicorno e rimandi ad atmosfere mediorientali.

    Il concerto si chiude con una sorta di rituale che tocca a tutti i «papà-jazz». Fresu, dopo aver passato parecchi anni a suonare le ninna-nanne dedicate ai figli degli altri musicisti, vuole ora la sua parte, essendo sul palco il papà più recente, e introduce, scherzando con la sua solita (auto)ironia sull’originalità dei titoli, le due ballate Ninna nanna per Andrea, eseguita alla tromba sordinata, e Inno alla vita, esempi eclatanti della metodicità di cui Paolo Fresu è capace.

  • Il quartetto All Star illumina il Melo

    Il quartetto All Star illumina il Melo

    QUARTETTO ALL STAR

     

    Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
    Data: 19 maggio 2009
    Evento: Jazz Appeal
    Voto: 8

    Una rassegna riuscita quale è stata Jazz Appeal edizione 2008-2009 non poteva che avere un epilogo in grande stile: musicisti di altissimo livello ed ospiti a sorpresa sono passati davanti agli occhi di un pubblico quasi in adorazione, cullato da un’organizzazione che non ha mai lasciato a desiderare, specialmente nella persona del sig. Bellloni, le cui attente scelte hanno sicuramente fatto la differenza.

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    Diamo uno sguardo al cartellone prima che la musica inizi: Massimo d’Avola al sax tenore, Andrea Pozza al pianoforte, “Big” Luciano Milanese al contrabbasso e Stefano Bagonoli alla batteria; un quartetto all stars i cui soli nomi suonano come una garanzia.
    Una battuta umoristica del presentatore accompagna l’entrata in scena di Bagnoli che immediatamente raccoglie e controbatte prima di accomodarsi alle pelli col fare di un turista in villegiatura, in realtà consapevole che di lì a poco avrebbe fatto vibrare a suo piacimento l’animo e le viscere dei presenti. Seguono Milanese, Pozza e D’Avola; non sono di molte parole i musicisti, l’unica voce che si udirà per la prossima ora sarà quella raffinata dei loro strumenti. Stefano “brushman” Bagnoli ha già in mano le sue spazzole, D’Avola scandisce il tempo ed ecco Speak Low, composizione originale di Kurt Weil seguita dal lento Let’s Cool One di Thelonious Monk, in cui Milanese con lo charme di jazzman vissuto fa trasparire tutta la sua esperienza da un assolo ricco di passaggi che lasciano un velo di ammirazione sul volto dello stesso D’Avola. In Autumn Serenade all’apertura del sax segue la vellutata variazione di Pozza, mentre Bagnoli passa dalle spazzole alle bacchette (che, lasciate cadere dal batterista, toccano il suolo rispettando la metrica!) secondo uno schema che si ripresenta regolarmente e imprime ai brani un andamento del tutto personale e sempre coinvolgente. L’incalzare del ritmo indica che è arrivato il momento di Just In Time. Un gioco di sguardi tra i componenti dell’ensamble lascia presagire che la base ritmica stia tramando qualcosa alle spalle di del solista ed infatti alcuni istanti dopo tutti gli strumenti contemporanemente tacciono e l’intera scena è dominato note del saxofono (passaggio non corcordato preventivamente beanchè in passato fosse abitudine di D’Avola eseguire il brano il quel modo). Conclude la prima parte del concerto una composizione di D’Avola, Black Machine, in cui trova spazio un intenso assolo di batteria.

    Al ritorno dalla una pausa piuttosto prolungata D’Avola non perde l’occasione per dimostrare la propria riconoscenza ed apprezzamento ad organizzazione e musicisti, un atteggiamento positivo e rimarchevole da cui le nuove leve avrebbero molto da imparare. Si ricomincia con Extemporaneous di Steve Grossman, amico e “compagno d’avventure” del sassofonista che ricorda piacevolmente alcune esperienze vissute assieme. Porta la firma di D’Avola la successiva Sonia che rispetta negli assoli la successione sax-pianoforte-contrabbasso e vede nel finale l’impiego delle mani nude dell’eclettico batterista. Il saxofono suona un tema in solitaria, il contrabbasso ne duplica ne note, il ritmo è spensierato, il brano Star Eyes: la performance è (apparentemente) chiusa da un finale frenetico dopo un movimentato botta e risposta tra D’Avola e Pozza.

    Lungi dall’essere conclusa, la serata volge ora verso il gran finale. I più attenti avevano già notato tra il pubblico la presenza di Stefano Colnaghi e Giovanni Falzone che sono ora chiamati ad affiancare il solista sul palco. I tre partono all’unisono, ma qualcuno devia verso un tema diverso: «Scusate» irrompe D’Avola «era la stessa tonalità, stesso tempo…mi sono confuso!». Più che un errore definirei l’imperfezione come uno spiraglio da cui sbirciare la grandezza di ciò che sta dietro ad una performance come questa. «Vabbè, facciamo questa allora» continua Falzone. Il tempo di un respiro e Just Friends ha inizio. D’Avola lascia la scena e si aggira tra i tavoli passando da esecutore a fruitore mentre l’eccentrico trombettista si lascia andare ad un assolo che coinvolge e “sconvolge” il pubblico; quindi è il turno di Colnnaghi che anticipa con eleganza l’irruento rientro in scena di D’Avola.
    Il pezzo designato per il secondo “bis” è un tiratissimo Cherokee, mentre il finale è affidato a Bye Bye Blackbird in cui la performance sopra le righe di Falzone, condita da urla e sgambettate durante un assolo concitatato, infuoca il pubblico prima che lasci la sala con un’aria decisamente divertita ed appagata.

  • Quando Psiche smette di cercare Amore

    Quando Psiche smette di cercare Amore

    PAOLO CONTE

    www.paoloconte.it

    Luogo: Teatro A. Ponchielli, Cremona
    Data: 20 aprile 2009
    Evento: Tour 2009
    Voto: 7

    Il Teatro Ponchielli con la sua raccolta atmosfera d’antan ha qualcosa di contiano insito nel suo stesso spazio: la suggestione di uno sguardo dal loggione alla platea, unita all’impeccabile acustica, rende completa l’esperienza di un concerto di Paolo Conte.
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    Dietro al drappo di velluto rosso gli scudieri (come ama definirli lo stesso Conte) attendono l’arrivo loro cavaliere, un frettoloso signore con abito ton sur ton che dalle quinte è magneticamente attratto verso un pianoforte dall’aria vissuta. Quel cavaliere disincantato, ma pur sempre schivo, redini alla mano inizia a condurre la combriccola partendo, come di dovere, da Psiche, suo ultimo album: Il quadrato e il cerchio è il brano prescelto. Il pubblico, avido di vecchi successi, è presto accontentato con Sotto le stelle del jazz, Come di e Alle prese con una verde Milonga. La serie di classici è coronata dall’immancabile Bartali eseguita, come da copione live, con un particolare arrangiamento: l’inizio, lento e sofferto, è trascinato solo da voce e pianoforte fino al segnale del celeberrimo “zaz-zaraz-za”, che dà il via all’esplosione strumentale con clarinetto, bandeon, violino e marimba in prima linea. Come legato al pianoforte da un bisogno fisico, Conte si alza dallo sgabello e si porta al microfono accanto alla coda, ma la mano non perde mai il contatto con il suo strumento. La canzone che richiede la presenza eretta del cantautore è Bella di giorno, languido e melanconico lento in stile parigino incentrato su un tema già rodato; lo sguardo del personaggio-Conte che incontra quello della bella protagonista del brano serve da aggancio alla successiva Gioco d’azzardo: la situazione è simile, ma in un passato più audace e gagliardo. Dopo la presentazione di Max Pitzianti, che con scioltezza si destreggia tra tasti e ottoni, si passa a Gli impermeabili subito seguita da Lo zio, in cui la teatralità di Conte, di nuovo in piedi e perfettamente calato nel ruolo, raggiunge l’apice grazie anche alla gestualità paradossalmente elegante legata al rituale del kazoo. Il pezzo è il pretesto per una danza frenetica intavolata dall’archetto del violino e i quattro mazzuoli della marimba che, sapientemente manovrati da Di Gregorio, valgono a quest’ultimo un sincero quanto fragoroso riconoscimento da parte del pubblico. Ancora in piedi per la canzone che precede la pausa, il cantautore astigiano intona L’amore che calcando molto, forse esagerando, l’interpretazione canora, tanto che la smorfia di dolore sul verso finale (“Ma credo in te dolce nemica”) sembra quasi spiazzare il pubblico, che esita alcuni istanti prima dell’applauso di rito.

    Silenziosa velocità, ovvero “l’elegia della bicicletta” (per citare l’autore) dà inizio alla seconda parte della performance. Secondo uno schema che ricalca quello dell’incipit, il brano estrapolato da Psiche è seguito dai tre fondamentali Madeleine, Dancing e Chiamami adesso fino ad arrivare al grande classico Genova per noi in cui è concesso alle sole dita del compositore accompagnare il cantato. Conte non rinuncia a ritagliarsi lo spazio di una lapidaria esibizione alla marimba prima di dare in pasto al pubblico l’attesissima Via con me, punteggiata dal pizzicato del barbuto violinista, Piergiorgio Rosso, capace di guadagnarsi durante la serata un ruolo da protagonista oltre allo sguardo ammirato di Conte. Una Berlino anni Cinquanta anticipa le atmosfere rarefatte di Max, con Jino Touche che abbandona nuovamente il contrabbasso per dedicarsi al basso elettrico. A chiudere la “trilogia della bicicletta” ecco Diavolo rosso, brano sempre molto intenso nella versione live, in cui i musicisti si alternano all’assolo su una serrata e costante base ritmica, sostenuta soprattutto dall’instancabile chitarrista Daniele dall’Omo, che si spreme fino all’ultima pennata. Sul finire del brano dall’effetto catartico, Conte alza gli occhi al cielo come attraversato da un’esperienza mistica e purificatrice prima di eseguire Eden, pezzo toccante dedicato al padre.

    Si sa che la fastidiosa incombenza del bis è ineluttabile, quindi i musicisti usciti di scena ritornano ai loro posti sul ritmo latino di Cuanta pasión. La canonica versione live iper-velocizzata di Via con me scandisce il concludersi della serata e soddisfa il pubblico che può finalmente intonare “It’s wonderful, s-wonderful, s-wonderful…” prima di lasciare il teatro.

    Nonostante l’uscita del nuovo album, nulla è stato aggiunto all’ingranaggio live perfettamente funzionante degli anni passati. Il timore è che una formula ormai consumata possa perdere di vigore, inficiando la buona riuscita della performance che, per quanto ineccepibile dal lato tecnico (i musicisti e polistrumentisti di cui si circonda Conte sono sempre impeccabili), rischia lentamente di perdere l’impatto iniziale. Per il momento ci godiamo il ricordo di uno spettacolo sempre emozionante, ma l’augurio è che una scintilla inattesa possa donare una rinnovata vitalità alle future esibizioni.

  • 4 modi per stupire

    4 modi per stupire

    4 WAYS QUARTET

     

    Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
    Data: 24 marzo 2009
    Evento: Jazz Appeal
    Voto: 8

    Accade a volte che la musica crei straordinarie alchimie; capita che un’esibizione dal vivo riesca a trascinare pubblico e musicisti oltre il limite di un godimento razionale; accade a volte di trovarsi al posto giusto nel momento giusto…con le persone giuste.

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    Il centro culturale Università del Melo ha ospitato, nell’ambito dell’iniziativa Jazz Appeal, un concerto che è stato a detta di molti dei presenti il più coinvolgente di tutta la stagione. I nomi dei musicisti facevano presagire che la serata sarebbe stata di alto livello, ma la reazione che si è innescata durante l’esibizione era difficile da immaginare anche per i più entusiasti. Il contesto ambientale ha sicuramente giocato la sua parte: l’atmosfera calda e familiare del Melo, l’accogliente sala con candele accese sui tavolini, crea la condizione in cui tutti noi ci auguriamo di gustare un concerto di musica jazz.

    Fanno il loro ingresso i musicisti. Valerio della Fonte afferra il contrabbasso, Michele Salgarello si accomoda alle percussioni, Xavier Davis prende posto al pianoforte a coda; infine ecco Emanuele Cisi assieme ai suoi sax tenore e soprano. La “parola” è subito lasciata alle note di How Deep Is The Ocean (Irving Berlin) di cui il 4 Ways Quartet fa una ricca rivisitazione. Sui volti dei musicisti si dipinge immediatamente una certa soddisfazione e i sorrisi che si scambiano impiegano poco tempo a sciogliere il pubblico. Composizione originale di Della Fonte, Nevertheless diventa lo scenario di un sottile gioco di richiami e intese per i componenti della band che sembrano molto divertiti dai continui cambi di ritmica richiesti dal brano. Porta la stessa firma la successiva Beyond The Meadow, una ballad che vede per la prima volta Salgarello alle prese con le spazzole e ci regala un intenso assolo di contrabbasso dell’autore.
    No Way, composizione di Emanuele Cisi tratta dall’album Urban Adventures, è il pretesto per un richiamo al nome della formazione, 4 Ways, ovvero quattro modi, quattro vie, che per caso si sono incrociate. E forse è stato proprio questo a rendere così viva ed emozionante la serata: quattro musicisti che si incontrano per la prima volta durante il pomeriggio e la sera dello stesso giorno si esibiscono rendendo partecipe il pubblico della loro esplorazione, dell’emozione della scoperta nel momento stesso in cui si conoscono e misurano l’un l’altro. Impensabile che un altro genere di musica possa avere la stessa potenzialità.
    Chiude la prima parte del concerto The Dance Of Life, un vero e proprio inno alla vita, come afferma lo stesso Cisi.

    La ripresa dopo la pausa è affidata ad un altro pezzo di Valerio della Fonte, Lisa’s Attitude, seguito dalla composizione di Xavier Davis The Message in cui è il sax contralto ad intervallare le corpose improvvisazioni del pianista. Un classico, Pannonica di Thelonius Monk precede la conclusiva Song For Jolanda in cui il pathos cresce fino all’esaltazione dei musicisti e del pubblico in standing ovation. Il coinvolgimento del quartetto, perfettamente domato dai più esperti del mestiere, sì può dire che abbia quasi travolto il giovane batterista che sì è lasciato andare ad una performance a tratti esagitata, mancando forse ancora di quella sensibilità che è propria dei veterani.

    Impossibile per il 4 Ways Quartet sfuggire al bis, richiesto a gran voce dal pubblico prima che la formazione potesse accennare il congedo. Senza esitazione Valerio, Emanuele, Xavier e Michele ripartono a pieno regime per il gran finale che tutti si aspettano. Pianoforte e saxofono danno vita ad una splendida conversazione che da dialogo diventa sfida: le note dei due strumenti si cercano, si rincorrono, poi si incontrano e si allineano tra il divertimento di interpreti e fruitori.

  • Inside Emerald Quartet: riverberi e riflessioni jazz

    Inside Emerald Quartet: riverberi e riflessioni jazz

    CLAUDIO FASOLI EMERALD QUARTET

    www.claudiofasoli.com

     

    Luogo: Camera del Lavoro, Milano
    Data: 31 gennaio 2007
    Evento: Presentazione dell’album Venice Inside
    Voto: 8

    Venice Inside, ultimo lavoro di Claudio Fasoli, che l’auditorium della Camera del Lavoro di Milano ospita il concerto dell’Emerald Quartet, attuale formazione del sassofonista veneziano.

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    Fasoli si immerge nelle acque di Venezia per cogliere le suggestioni trasmesse dalla città e ritrovare la propria infanzia: un tuffo nel passato, un ritorno alle origini tradotto in sensuali note jazz. Per usare un’immagine evocata dallo stesso compositore, Venezia è una città che poggia sulla luce: i riverberi dell’acqua portano ai nostri occhi una dimensione cromatica differente rispetto al resto del mondo. Sembra che questa dimensione unica e peculiare sia stata catturata e rielaborata da Fasoli che ci restituisce quelle emozioni “visive” con una musica caleidoscopica ed evocativa.

    Come dimostrano i brani scelti per la presentazione dell’album, la titolazione di Venice Inside ha un ruolo ben preciso nel viaggio all’interno della città d’acqua, essendo addirittura legata alla toponomastica urbana. Il concerto (come anche Venice Inside) si apre infatti con Rioterà contrazione di rio terà, ovvero “canale interrato”, elemento tipico della viabilità veneziana. Segue Kimpale, tatto dall’album del 2007 Adagio: composizione languida e meditativa vuole suggerire con ancora più enfasi lo stretto legame tra l’infanzia del sassofonista e il suo “borgo natio” (ricordiamo che la foto utilizzata come copertina di questo album ritrae Fasoli da bambino in una cornice veneziana). Con Giudecca il riferimento geografico diventa esplicito, mentre il sassofono tenore riscalda la platea, complice l’ottima acustica dell’auditorium che valorizza l’esecuzione di ogni strumentista.

    Tra i due sassofoni che durante il concerto si alternano tra le dita di Fasoli è ora il soprano a rendersi protagonista di un sinuoso dialogo con contrabbasso ed archetto: le note arabeggianti in apertura di Arogarb sono un immediato rimando storico alla Serenissima, luogo di scambi tra oriente ed occidente, che hanno lasciato un segno indelebile nell’anima della città. Sembra strizzare l’occhio ai paesi arabi anche il titolo, lettura al contrario (o come si suol dire, “da destra verso sinistra”) della parola Bragora. La musica non si interrompe e nella transizione verso Aponal (il significato, come quello di Bragora, è da ricercare tra le fermate dei vaporetti di Venezia) restano solo le note di Yuri Goloubev a sostenere il cambio di strumento di Fasoli. Il brano quindi si lascia andare ad una scintillante e frenetica improvvisazione che ricorda lo sfavillio della luce sulla superficie increspata del mare e spazza via ogni possibile dubbio circa il feeling tra i componenti del quartetto, un’intesa che difficilmente può lasciare indifferente l’ascoltatore. Lo stesso Claudio Fasoli ricorda l’impatto che ebbe su di lui il trio: imbattutosi in un’esibizione di Mario Zara (pianoforte), Yuri Goloubev (contrabbasso) e Marco Zanoli (percussioni), rimase immediatamente colpito e coinvolto dalla loro speciale “disponibilità” e sensibilità, dall’energia che scaturiva dalla loro performance, fonte per lui di infiniti stimoli. Spontaneità nel gesto tecnico, anche il più audace, e armonia all’interno della formazione sono elementi che riescono a coinvolgere anche i non addetti ai lavori, oltre che impressionare i veterani del mestiere, e l’Emerald Quartet riesce a sintetizzarli splendidamente. Come suggerito dal nome bizzarro di Aponal, anche la scelta dei titoli sembra legata ad un’esperienza infantile in quanto momento ludico, un gioco di suoni e significati che ciascun compositore gestisce in base al proprio gusto e carattere. Ma il riferimento ad una ricerca delle origini non si ferma qui e si insinua anche nella scelta strumentale. Con l’Emerald Quartet, infatti, Fasoli torna al quartetto classico dopo un lungo percorso di sperimentazione con formazioni anomale, caratteristica che lo aveva contraddistinto durante la sua pregressa carriera. Negli anni ’80 il sassofonista veneziano prova ad esibirsi con due contrabbassi, oppure senza contrabbasso, o ancora senza batteria: sperimenta tutte le combinazioni possibili per esplorare nuove strade. Come egli stesso ha giustamente sottolineato, l’approccio compositivo varia in base alla formazione per cui stai scrivendo musica, se manca uno strumento le scelte sono necessariamente insolite ed ardite. Bisogna accettare una vera e propria sfida e percorrere strettoie compositive che Claudio Fasoli, forse abituato alle anguste calli veneziane, ha sempre affrontato con disinvoltura indirizzandosi verso soluzioni alternative. E questa negli anni è stata la sua marca distintiva, i suoi brani sono caratterizzati e riconoscibili, al di fuori di quella tendenza all’omologazione che oggi rischia di diventare la regola.

    La nuova sfida annunciata dal sassofonista è una sorta di rivoluzione dall’interno, dettata dalla volontà di innovare partendo dalla tradizione. Svela che il prossimo lavoro potrebbe essere una nuova opera dedicata alla tipicità veneziana, in lingua inglese questa volta, e forse le due opere “lagunari” potrebbero entrare a far parte di una trilogia che Fasoli paragona, sorridendo, ad una sorta di Divina Commedia. Il nostro pensiero va immediatamente ai musicisti lo accompagneranno durante questo viaggio dantesco, al trio Zanoli-Goloubev-Zara che sarà sicuramente il miglior traghettatore.

  • Burt ammalia la folla

    Burt ammalia la folla

    BURT BACARACH

     

    Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano

    Data: 26 Ottobre 2008

    Tour 2008

    Il problema di avere così tanti successi all’attivo nella propria carriera è che si finisce col non sapere dove metterli. Il pubblico si aspetta di ascoltarli tutti quando ha la rara opportunità di passare delle ore in un teatro in compagnia di Burt Bacharach, e lui deve trovare una formula per non deludere nessuno. Ecco dunque un originale show che alterna medley di brani popolari ad esecuzioni integrali di pezzi tratti del suo repertorio più recente (e meno noto) per un totale di tre ore di concerto che l’ottantenne pianista e compositore di Kansas City fa scivolare via con disinvoltura, senza sentirne minimamente il peso.

    L’apertura delle danze è affidata a Mario Biondi che, come egli stesso sottolinea, deve molto al maestro statunitense; con la sua voce bollente ha scaldato il pubblico al punto giusto, con cinque pezzi tra i quali non potevano mancare I Love You More e This Is what You Are.

    Burt Bacharach fa il suo ingresso in scena dopo che tutti gli altri musicisti hanno già preso posto, saluta il pubblico e si siede al pianoforte a coda, elegante e classico, come ci si aspetta da un autore di classici indelebili. Un accenno di What the World Needs Now is Love infuoca gli animi del pubblico che subito dopo è trascinato nel medley delle immortali Don’t Make Me Over, Walk On By, This Guy’s In Love With You, I Say A Little Prayer For You, Trains And Boats And Planes, Wishin’ And Hopin’ e (there’s) Always Something There To Remind Me interpretate dale impeccabili cantanti.

    One Less Bell To Answer è il primo brano suonato in versione integrale, subito seguito da I’ll Never Fall In Love Again. Sulle note di Only Love Can Break A Heart e Do You Know The Way To San Jose le due cantanti si alzano dai rispettivi sgabelli per un’interpretazione ancora più coinvolgente. Anyone Who Had A Heart è seguito da un lungo assolo di tromba e dall’interpretazione dell’unica voce mascile (oltre naturalmente a quella del compositore)

    Il secondo medley si apre con il più popolare dei brani, Magic Moment, che presto lascia spazio al più toccante dei brani del concerto The Look Of Love in cui lo stesso Bucharach intona parte del cantato provocando uno scrosciante applauso del pubblico. La sfilza di successi continua con What’s New, Pussycat, Arthur’s theme e termina con Raindrops Keep Fallin’ on My Head.

    Nella scaletta c’è spazio ancora per qualche brano del repertorio più recente prima del gran finale con la ripresa di What The World Needs Now Is Love e Raindrops Keep Fallin’ On My Head che lasciano un pubblico in tripudio pienamente appagato.