Categoria: Recensioni dischi

  • X & Y // Coldplay

    X & Y // Coldplay

    E’ con X & Y, terzo capitolo della loro discografia, che i Coldplay conquistano un posto al sole nel music biz internazionale. Con ben quattro singoli a sbancare le charts e successo planetario. Meritato? Abbastanza, malgrado non sia il caso di gridare al miracolo.

     

    Il carattere saliente del disco è costituito da una sorta di cosmic sound, che più che agli U2, cui i quattro sono da sempre paragonati, rimanda ad indimenticate lezioni di Kraftwerk (che in Talk sono una presenza quasi tangibile) e persino di Rockets, si, proprio quelli di Galactica, che si vestivano di carta stagnola. Peculiarità che, non potrebbe essere altrimenti, i nostri combinano con quanto sanno fare meglio, ossia melodie gentili, struggenti parti di piano e synth, la voce suadente di Chris Martin e, in questo caso, la sapiente produzione di Ken Nelson, oltre che della stessa band.

     

    E’ un amalgama forse azzardato, ma che porta in questo lavoro a risultati brillanti: tappeti magnetici di basso, chitarre spaziali ed atmosfere ariose contraddistinguono brani come Square one, la stessa Talk o la superba X & Y, che intitola il prodotto e ne cela nel testo la filosofia: You and me are flowing into outer space...

     

    Altre canzoni vedono prevalere la componente prettamente melodica. E’ il caso di What if, dove i ragazzi si pongono interrogativi eterni ed eternamente irrisolvibili, finchè il pezzo resta in sospeso, e non potrebbe essere altrimenti poiché, come un vecchio poeta ebreo americano scrisse cinquant’anni fa, la risposta soffia nel vento. Oppure Fix you, che di What if pare la replica, in cui parla l’ angioletto buono che promette amicizia, sostegno, presenza. Non esattamente una gran scoperta, ma sono queste espressioni dolci e sognanti, caratterizzate da accordi semplici, armonie tenui, leggere, rese senza impastarsi di retorica e costituendo invece un insieme piuttosto attraente. Specie Fix you, con quell’azzeccato intermezzo vivace a ravvivare l’atmosfera in verità piuttosto avvilita. Speed of sound, singolo trainante dell’album, ne è la sintesi più pregnante. Su arrangiamenti che paiono uscire da una session informale di Adam & The Edge, il senso della melodia innata nella band cuce un brano leggiadro, mite, pressoché perfetto nella cantabilità del refrain e del bridge. Anche se, a parere di chi scrive, il meglio deve ancora arrivare, ed il meglio veste le calorose sonorità di The hardest part e, meglio ancora, di Swallowed in the sea, che saranno anche semplici canzoni d’amore (persino naif in qualche circostanza: You left the sweetest taste in my mouth), ma sono anche movimento, coralità, emozione. Insomma, questi con la melodia ci sanno fare.

     

    In genere, la seconda parte del disco vede il prevalere dell’umanità sulla tecnologia, sia in musica che in parole; il quadro è completato dalla pigra ballata di A message, che riprende i contenuti di Fix you, ricalcandone finanche il finale. Pochi i pezzi prettamente rock; un genere, e con quest’opera i Coldplay lo dichiarano apertamente, di cui non si riconoscono tra i portabandiera. E anche laddove i quattro s’inoltrano timidi in un sentiero di questo tipo, non vanno mai al di là di ritmi scattanti e soffici distorsioni. Nel caso di specie, l’espressione migliore è la torva Low, che si fa preferire a White shadows, tanto piacevole quanto prevedibile nel suo crescendo. Assai più interessante (ed isolata) è la cupa dissonanza di Twisted logic, lento ed avvolgente viadotto verso il futuro: You’ll go backwards but then you’ll go forward again, più chiaro di così!

     

    Né U2 né Radiohead dunque: tenebrosi, educati e comprensivi, Martin e soci sviscerano in X & Y la loro pacata essenza di star mondiali. Non chiedete loro di smetallare, ci mancherebbe altro, però di album godibili come questo ne servirebbe oggigiorno certamente qualcuno in più.

  • Sogno n. 1 // Fabrizio De André

    Sogno n. 1 // Fabrizio De André

    Lui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

     

    Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel brano l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

     

    Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

     

    Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

     

    Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

  • Lulu // Lou Reed & Metallica

    Lulu // Lou Reed & Metallica

    Scrivere questa recensione per me era doveroso essendo fan di lungo corso dei Four Horsemen, con la premessa altrettanto doverosa che non si tratta del loro nuovo disco nè del nuovo disco di Lou Reed ma un progetto a sè stante.

     

    Detto questo partiamo con lo specificare l’unico vero difetto di questo lavoro: troppo lungo. In alcuni episodi soprattutto lo si nota, fosse stato meno degli 87 minuti che è, sarebbe stata ancora più vicino al capolavoro assoluto.

     

    Nonostante queste collaborazioni di solito abbiano un solo denominatore comune e cioè il denaro, questa unione fra due nomi ormai mitici della musica rock mondiale non ce l’ha. Non è commerciale, non è facile da ascoltare anzi scontenterà i fan più fedeli dell’uno e dell’altro e non poteva essere altrimenti visto che è ispirato ad un’opera teatrale (anzi due) degli inizi del ‘900 di un visionario pre-impressionista (Fred Wedekind).

     

    La storia su cui è basato tutto il disco è quella di una ragazzina stuprata e schiavizzata dal suo primo protettore che, divenuta adulta, si vendica diventando prostituta d’alto bordo, sfruttando a sua volta i potenti, sino a cadere in disgrazia, arrivando a battere il marciapiede per sopravvivere, finendo uccisa a coltellate da Jack lo Squartatore. Capirete che un lavoro del genere non può diventare un disco da classifica, la follia artistica di Lou Reed (non nuovo a lavori spiazzanti) unita a quella dei Metallica (mai uguali a se stessi in 30 anni di carriera) genera un mix esplosivo pieno di episodi trash metal, rock classico, industrial, ambient e doom. Arte signori non noccioline.

     

    Se cercate qualcosa di orecchiabile forse solo in 3 episodi potete avere ciò che cercate (non nel testo ovviamente, pregno di sesso violenza e disperazione). Si parte con Brandenburg Gate e si inizia spiazzando un pò l’ascoltatore con un intro acustico che però lascia subito il posto alla voce di Lou che per tutto il disco sarà una voce narrante, una litania fuori dagli schemi piuttosto che un cantato classico. La canzone prosegue con un mid-tempo alla Load con i chorus di Hetfield a fare da contorno (come in tutti gli 87 minuti). Il singolo The View è un mix fra un testo affilato e crudo e dei riff dapprima lenti e opprimenti che sfociano in un veloce Slayer-style, condito dalla voce narrante di Reed, una litania che ben si adatta a tutto il brano.

     

    I due brani seguenti Pumping Blood e Mistress Dead, sono due pugni nello stomaco veri e propri. Ci troviamo dei testi deliranti e drammatici cantati in maniera quasi insopportabile, speed metal e noise, doom…i due episodi forse piu difficili da asssimilare ma per questo forse che più rendono l’idea di cosa sia Lulu: un mix di teatro, dramma e musica. Ambizioso. La seguente Iced Honey è forse l’unica vera canzone che ricorda il rock alla Sweet Jane di Reed e secondo me sarà il prossimo singolo. Ad ascoltarla sembra una b-side anni ’70, molto riusciti anche i chorus di Hetfield che ben si integrano col cantato di Lou Reed. Bella. Cheat on me probabilmente è la più sperimentale del disco ed è anche la meno riuscita, un lungo avanzare di ambient, archi, batteria soft: cresce nel finale ma non convince.

     

    E’ la volta di Frustration, forse una delle due canzoni gemma dell’intero lavoro. Lunga lunghissima (8 minuti abbondanti): noise e poi i Metallica con dei taglienti riff da metal anni ’70, che si alterneranno in tutta la song. Intricato difficile da seguire, prima noise poi ancora riff, Reed che recita…non è una canzone da mainstream certo ma è esaltante pensare che artisti così famosi e rispettati decidano di non dare retta a nessuno di esprimere senza filtri ciò che sentono. Le seguenti Little Dog e Dragon saranno il preludio intricatissimo (davvero difficile da assimilare dopo vari ascolti) della canzone finale che a mio giudizio sarà il capolavoro dell’intero lavoro e cioè Junior Dad.

  • Orizzonti perduti // Franco Battiato

    Orizzonti perduti // Franco Battiato

    Assai particolare il posto che Orizzonti perduti occupa nella discografia del cantautore siciliano. Erano anni che Franco Battiato non s’esponeva al pubblico con un concept album, dai tempi, direi del progressive-sperimentale della metà dei settanta. E’ un disco monotematico, incentrato sui ricordi, sui flash-back, con una vasta gamma di situazioni, fisionomie, consuetudini desuete e rivisitate, più che con nostalgia, con autentico rimpianto. Per contro, appaiono qua e là fotografie impietose di ansie moderne, piccoli grandi sacrifici senza amore, aspre negatività del presente. Un’opera di contrasti, dunque, tra un passato tanto anelato quanto impossibile ed un oggi ruvido e inevitabile, che sceglie uno stile ben preciso, ossia la rinuncia totale a strumentazioni acustiche, a favore di un’ elettronica dilagante, priva di pulsazioni umane, freddamente impeccabile e soprattutto, “tipicamente” odierna.

     

    Non c’è nessun elemento, nel caso di Orizzonti perduti, per parlare di rock, o pop, o qualsivoglia altro genere: l’arrangiamento elettronico uniforma l’ intera proposta, senza per questo svilirne il valore. Anche le artiche tastiere de La stagione dell’amore, per citare il pezzo più celebre, rendono in modo eccellente il rammarico per un treno che non ripasserà, un’afflizione apparentemente senza speranza, che lascia un piccolo spiraglio (“Ancora un’altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore, nuove possibilità per conoscersi“), salvo concludere che “gli orizzonti perduti non ritornano mai”, mentre la melodia evapora come in un sogno lontano, anacronistico. Un Franco triste? Forse, ma anche un Franco isterico, nelle nevrosi in serie citate in Un’altra vita, causate dall’esistenza attuale, che si riflettono poi sulla sfera intima: “anche con te m‘arrabbio senza una vera ragione“. Qui il ritmo è, non a caso, battente e sfiatato, e il finale vuoto, iniquo come le giornate frenetiche e insensate d’oggi. Speranza? Poca. Forse in certe battute di Gente in progresso, in cui il motivo s’ingentilisce proprio in corrispondenza di lampi di positività (“E avremo nuovi amici, vicini a nuovi amori”). Ma in genere, il presente a Francuzzo nostro va indigesto assai. La musica è stanca riproduce fedelmente quanto esprime nel titolo, con strofa e ritornello ingrigiti da armonie grevi, ripetitivamente ipnotiche, a un passo dalla dissonanza, e con bridge di smancerosi coretti in falsetto. Leggete questa frase e tenete presente che è stata incisa nel 1983, che diremmo ora? “Brutta produzione altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più, e quante cantanti di bella presenza che starebbero meglio a fare compagnia…” E’ la traccia in cui, più d’ogni altro nell’album, il malessere s’esprime attraverso i suoni, che lasciano il termometro dell’emozione e del piacere ancorato allo zero, esattamente ciò che il cantautore intendeva esprimere. Come combatte l’uomo Battiato l’idiosincrasia per la civiltà d’oggi? Con l’isolamento. La solitudine di Tramonto occidentale dà bene l’idea della sua ricetta per salvarsi dal calderone di negatività: “..non scrivo mai a nessuno, non ho voglia né di leggere o studiare, solo passeggiare sempre avanti e indietro..”, mentre osserva divertito i fenomeni di massa (fanatismo pallonaro, in questo caso) da cui si guarda bene di farsi coinvolgere. Snobismo? Può darsi; sicuramente mancata accettazione, rifiuto di uniformarsi a tutti i costi, espressi tramite un’armonia che prende il largo proprio mentre il protagonista sottolinea la predilizione per i piccoli piaceri, spesso dimenticati o sottovalutati, in questo caso quello di una sigaretta “per il gusto del tabacco”. Riscoprire le piccole cose, e la gustosità delle stesse, dunque.

     

    Ma il leit motiv di Orizzonti perduti resta la celebrazione del passato, dove c’è pura, semplice nostalgia (“tornerò…non scorderò…” da Campane tibetane o anche Zone depresse, che cita nientemeno che l’idrolitina!), e qui le musiche sono lievi, trasognate, sospinte da un desiderio irrefrenabile del tempo che fu. La chiave di lettura del disco è però nel brano d’apertura, ossia Mal d’africa, in cui Battiato si rivede quando, ragazzino in canottiera sulle sedie per strada, condivideva un momento di convivialità oggi impensabile, tra odori di brillantina e pomeriggi di siesta…i titoli delle canzoni citate nel ritornello sono inevitabilmente retrò (Stand by me su tutte) ed il sound intenso e struggente, seppur nel suo grigio “elettronismo”.

     

    Ed è proprio questo il punto: l’elettronica totalitaria, assoluta, rappresenta l’impersonalità, la piattezza del presente, che predomina sul sentimento e sul calore d’una volta. Questo disco è il documento d’un disagio e Battiato rinuncia volutamente alla vitalità degli strumenti classici, laddove il “classico” è qualcosa che può solo essere rimpianto. Disco amaramente evocativo, coraggiosamente integralista, ancorchè premiato più dalla critica che dal pubblico.

  • Voodoo Lounge // Rolling Stones

    Voodoo Lounge // Rolling Stones

    Quando questo ventesimo album degli Stones venne pubblicato, alla metà di luglio del 1994, un lustro era trascorso dall’ultima opera da studio, e visto che questa non era poi granchè, la speranza era che cinque anni di silenzio valessero almeno la pena per qualcosa di più appetibile. Per fortuna è il caso di questo Voodoo Lounge, che rivendica quanto meno una maggior decisione, un’energia più propositiva rispetto alle ultime cose made in Stones.

     

    Bill Wyman non è più della partita, e dietro la consolle si presenta nientemeno che Don Was; uno pensa, qualcosa deve cambiare per forza. Infatti. Le prime tre canzoni iniziano quasi con lo stesso stacco di batteria, un segnale forse della vigoria che pervade il disco? Fatto sta che il trittico Love is strong, You Got Me Rrocking e Sparks Will Fly costituiscono un arcobaleno rock and roll composto rispettivamente da black sound, hard rock, rockabilly. La presenza più superba in questo campo è però quella di I go wild, un rock forte e diretto, con chitarre e voci all’unisono e la vocalità decisamente cattiva di un Jagger assoluto padrone della scena. Il valore di Voodoo Lounge va ricercato anche in una ricerca stilistica maggiormente improntata ad uno stile meno patinato e più sporco, che aveva d’ altronde sempre caratterizzato i lavori più riusciti. Non solo la opener Love Is Strong ne è un azzeccato esempio, con l’ottimo uso dell’armonica, finalmente riadottata dopo anni d’esilio, che pervade un sound tanto felicemente metropolitano. Ma anche Moon Is Up e Thru and Thru sono intriganti prototipi del ritrovato “bad mood” dei cari cinquantenni. Quest’ultimo pezzo è particolarmente intenso, con Richards lead vocalist che accarezza e aggredisce, misterioso e sfuggente, Tom Waits de’noantri, in sei minuti di fresca, intrigante suspance.

     

    Ma Voodoo Lounge è anche, evidentemente, blues. E c’è blues e blues. C’è quello sprizzato di funky che porta al deliziante quadretto di Suck On The Jugular, con quei coretti a risposta che riportano indietro di venticinque anni senza che uno se ne accorga. Quello trascinato, incalzante di Baby Break It Down. C’è, malauguratamente, quello di Brand new car, risaputo, stereotipato, riproposto senza una variazione che ne giustificasse la presenza. Ecco il primo piede in fallo: era necessario inserire anche qui la medesima versione di Spider And The Fly? Deformazione professionale, forse; certamente una delle due tracce inutili del disco. L’altra risponde al nome di Out of tears, è una lagna insopportabile di oltre cinque minuti basata su tre note di pianoforte, lenta da morire con un ritornello abominevole che recita così: “Non piangerò quando ti dirò addio, non ho più lacrime…”. Pensa te. Piuttosto inascoltabile, e scriteriatamente scelta come singolo, venne giustamente spernacchiata dalle charts di entrambe le parti dell’atlantico, che vi negarono l’ingresso nei primi trenta.

     

    Fortunatamente, si possono reperire espressioni melodiche di ben altro spessore. Il country and grass di Sweethearts together e l’estasi attonita di Blinded by Rainbows sono pura delizia. Fa tenerezza il “Jagger perdente” di New Faces, la cui armonia è talmente semplice è carina che gli si perdonano banalità impressionanti tipo My Heart Is Breaking in Two…, almeno non c’è l’ appiccicaticcia, nauseante drammaticità di Out Of Tears. Anche in questo campo è però un brano cantato da Keith Richards a spiccare, ossia la ballata di The Worst, permeato di leggiadria malgrado il suo interprete si premuri di ribadire al partner che lui è “il tipo peggiore che lei potesse incontrare”, d’altra parte trent’anni di immagine diabolica non si possono mica buttare in due minuti di canzone.

     

    Un autentico miglioramento dunque, sigillato dalla chiosa r’n’ r di Mean disposition, con Wood e Richards a far trillare le chitarrine con suoni tanto arcaici quanto naif, sembrano John e George ad Amburgo. Peccato per le due brutture segnalate in precedenza, il che non impedisce a Voodoo Lounge di rappresentare il lavoro migliore da Tattoo You, tredici anni prima.

  • New Adventures in Hi-Fi // R.E.M.

    New Adventures in Hi-Fi // R.E.M.

    Decimo lavoro per la band georgiana ed ultimo a vedere la presenza dietro i tamburi del buon Bill Berry, che lascerà amichevolmente l’anno successivo, ritirandosi dal music biz. Quello che si dice chiudere in bellezza. New Adventures in Hi-Fi è un prodotto eccellente, nella quale l’alone di tragicità, quasi di fine incombente che trasudava da alcuni solchi del disco precedente lascia spazio a un’introspezione talvolta scottante ma meno istintivamente negativa, come in Bittersweet me o nel monito antidroga di So fast so numb.

     

    Sono questi, come molti altri dell’album, pezzi potenti, puliti, trascinanti, ed il marchio di fabbrica dell’opera. Non che si sia parlando, a livello stilistico, d’un lavoro rigidamente monotematico. La melodia affiora in sporadiche ma indimenticabili occasioni. La più riuscita è la traccia di chiusura Electrolite, dove il suono da carillon del piano di Mike Mills duetta col violino di Andy Carlson creando una sinfonia sobria e profonda, mentre Stipe proclama la sua ricetta di consapevolezza per il 2000: ”Stand on a cliff and look down there, don’t be scared, you are alive…”.

     

    In Be Mine, la dichiarazione d’amore totalitaria di uno Stipe che dell’amata vuole rappresentare persino la religione, è sostenuta dal tono modesto di un’elettrica distorta, solo in alcuni refrain accompagnata da basso e batteria, e malgrado l’assolutismo del testo l’effetto è ostinatamente incantevole. E melodici sono, curiosamente, gli altri singoli estratti dall’album. E-bow the Letter è una tesa, sofferta testimonianza d’ amicizia a River Phoenix, impreziosita dal controcanto di Patti Smith. Il rimpianto si mischia all’incredulità, allo sgomento (“…Tastes like fear…”), sentimenti incastonati in armonie tutt’altro che semplici, seppur eteree e riflessive. Discorso che vale anche per How The West Was Won And Where It Got Us, dall’andatura sincopata, simil-hip hop sino alle gustose variazioni dissonanti del piano, che posta come brano d’apertura lascia già intendere che questa non sarebbe stata un’ opera mediocre.
    Un’impressione che diventa presto certezza, ed a certificarla arriva a metà disco il brano migliore, ossia l’ incredibile Leave. Prendete una malinconica nenia in minore, distorcetela ed elettrificatela pesantemente, conditela di un feedback ossessionante e ripetitivo e svolgete il tutto per oltre sette minuti: ecco l’espressione più originale dell’intero catalogo dei nostri. Assurdo non includerlo nella lista dei singoli, e tendo a pensare che sia stata più un’idea della Warner che dei quattro.

     

    L’ascolto di New adventures suscita, in genere, sensazione di forza e sostanza. Wake Up Bomb è esattamente come promette il titolo, una scarica di energia su un testo pomposamente auto celebrativo, che si dipana lungo i tre classici accordi da rock’n’roll.(Quella di Sweet Home Alabama, per capirci). Departure è pezzo ancora più acceso, con quel riff d’una nota sola, tanto elementare quanto coinvolgente e quella coralità strabordante.

     

    E’ un lavoro arioso, che celebra le gioie degli spazi ampi, del viaggiare senza limitazioni, del non cristallizzarsi in un ambiente (o in una ritrita monotonia di vita). Indicativo (e chissà se voluto) in questo senso il contrasto il tono cupo di Leave (“partire”, nel dubbio) e quello festoso di Departure (“partenza”, nella decisione). Il primo chiude il lato A ed è come la fine di un sogno. Il secondo apre la nuova possibilità cogliendo l’ occasione del volo e dando il via a una nuova fase. Un’altra perla di questa pregiata collezione è la ballata folk di New Test Leper (che, malgrado il verso iniziale non ha nulla di “anticristiano”, come dichiarato dallo stesso Buck, è invece un mero dileggio di certi scimuniti TV show), il brano forse più tipicamente Rem. E, dato che la perfezione non è (quasi mai) di questo globo, si potrebbe anche storcere (leggermente) la bocca di fronte a produzioni secondarie come Undertow o Low desert, che infatti sono “scarti” di Monster, oppure Zither che è uno strumentale tanto piacevole quanto superfluo. Non bastano, è ovvio, a inficiare la qualità superiore di un disco come New Adventures, che chiude un’ epoca e lo fa nei migliore dei modi, con una qualità che lustri dopo la band non ha ancora eguagliato.

  • The Crossing // Paul Young

    The Crossing // Paul Young

    A dieci anni dal breakthrough planetario (No Parlez), che l’aveva affermato come interprete raffinato e suadente, Paul Young affronta il nuovo decennio con un’opera ambiziosa, per la quale raduna un parterre di sessionmen di tutto rispetto (Jeff Porcaro, Billy Preston, Paul Jackson Jr e Pino Palladino, solo per citarne alcuni, e Don Was alla consolle). A The Crossing arride effettivamente un certo successo, con due singoli indovinati che lo riportano in auge dopo qualche anno di penombra. Hope in a hopeless world è una torta al miele di buoni sentimenti (sulla tradizione di Love Of The Common People), ovvero disgrazie dell’umano esistere anestetizzate da snelle tastiere disco e ritmi allegrotti. Maggior fortuna per Now I Know What Made Otis Blue, a pieno merito visto che è il brano migliore e uno dei migliori in assoluto del suo repertorio, un intrigante esercizio soul pennellato per le impressionanti qualità vocali del nostro. E seppur non allo stesso livello, non mancano nel disco altri episodi convincenti. Il souldance di Down in Chinatown, permeato da trombe sommesse, o le atmosfere sofisticate di Half A Step Away, cintata da percussioni ovattate, ne costituiscono buon esempio.

     

    Young alza ancora il tiro nella cupa The Heart Is A Lonely Hunter che s’avvale di un refrain ben costruito e non banale, (il che non è sempre automatico) e risulta il pezzo più incisivo firmato da lui stesso. E’ verso la fine del disco che la qualità tende a scemare. Lo speranzoso inno di Follow On (“Uomini soli con le dita sul futuro…“) è banalotto e dolciastro, rivestito oltretutto da un arrangiamento pomposo che non fa che appesantire un insieme già poco digeribile. Discorso analogo per la blanda chiusura di It Will Be You, beato lamento guancia a guancia gia propinatoci in tutte le salse durante lunghi decenni di tradizione strappalacrime, con l’inevitabile, stereotipato solo di sax alla fine. In quest’ambito sono più azzeccati gli slow di Bring Me Home o Won’t Look Back, che sprigionano almeno un briciolo di vitalità, pur restando fedeli ai canoni stilistici del decennio precedente. E in fondo, il problema generale che affligge The Crossing è proprio questo: le atmosfere, le sonorità sono ancora sfacciatamente, fatalmente anni ottanta. E’ un album che manca di ricerca, di sperimentazione magari, affidandosi a canoni sicuri e ritriti, quelli sui quali il personaggio ha costruito il suo successo. Ma in quanto a rinnovamento e crescita, non c’è molto da dire.

     

    In più è un lavoro eccessivamente incentrato sulla melodia (vedo già i sedicenni sospirare sui coretti di Love Has No Pride, il motivo più accattivante della raccolta). Paul deve aver scordato in qualche camerino la sua essenza rock, celebrata in passato da dischi come Other Voices, o vecchi successi come “I’m Gonna Tear Your Playhouse Down”. Un brano come Only game in town avrebbe certamente dato altra resa con un arrangiamento grintoso, magari distorto, piuttosto che ritrovarsi ingabbiato negli usuali, confortanti stereotipi di tocchetti di tastiera, note alte di sax e drumming elettronico.

     

    Poco di nuovo, insomma, e il tutto porta in fin dei conti a considerare questa di The Crossing un’operazione trascurabile, utile certamente a riaccendere le luci della ribalta sul ragazzo di Manchester, ma non ad ampliarne la credibilità artistica quanto avrebbe meritato e forse ottenuto con un pizzico di coraggio in più.

  • Don’t Believe The Truth // Oasis

    Don’t Believe The Truth // Oasis

    Trovatisi di fronte ad una sostanziale disapprovazione per la loro ultima fatica, Heathen Chemistry, i ragazzi di Manchester impiegano tre anni per progettarne ed attuarne un seguito, e nella primavera del 2005 vede la luce il sesto album della band: Don’t Believe The Truth. Preceduta e trainata da un singolo classicamente Oasis, la lenta, pesante Lyla, con quell’inizio che fa tanto Who, scelta come leading single dai discografici contro il parere dello stesso Noel, quest’opera contiene materiale in genere altrettanto buono e spesso migliore, che riacquisterà al gruppo il favore di pubblico e critica.

     

    Malgrado lo strombazzato processo di democratizzazione in atto da qualche anno in seno all’inquieta compagine, è ancora una volta il lavoro del Gallagher anziano a profondere lustro e valore. Non a caso suoi sono i tre singoli estratti dall’album. Oltre a Lyla, ecco l’anatema di Mucky Fingers, potente ed elementare wall of sound di bass-guitar-n’drums- distilla elucubrazioni profonde ed insidiose (“Tu credi di meritare una spiegazione sul significato della vita…”). Diametralmente opposto il concetto espresso da The Importance Of Being Idle, dove, con voce lambente il falsetto, il nostro dichiara non esservi nulla di meglio nella vita di un letto accogliente sotto il cielo stellato. Beato fancazzismo, illustrato con un tango sognante ed insolito, invero di grande fascino. Part Of The Queue si risolve invece in una grintosa schitarrata in minore, con un cantato incisivo e iridiscente. Ma è l’ultimo brano Noel-made a meritare tutta l’attenzione. Let There Be Love, melodia di chiusura che si sprigiona dai solchi con andatura liturgica, per poi prendere forma autonoma nel bridge, interpretato dallo stesso autore, che culmina in un crescendo meditabondo e coinvolgente, furbescamente inserito nel bel mezzo di liriche che inneggiano ai buoni sentimenti, ossia quanto di più tipicamente Gallagher si possa immaginare.

     

    Alcune, non tutte, tra le tracks restanti eguagliano il livello dei cinque pezzi di Noel. Citerei la opener, Turn Up The Sun, del bassista Andy Bell, che consta di un sofisticatoo stacco strumentale posto all’inzio e alla fine di un piacevole, corale pop-rock. Liam se ne esce con una manciatina di brani tra cui la più degna di nota è per distacco la scattante The Meaning Of Soul, stomp istantaneo che strizza l’occhio al garage. Quando il fratellino cerca di tracciare una propria strada artistica, ecco che raggiunge risultati anche lusinghieri, come nella melodica, riflessiva, apparentemente semplicistica Guess God Thinks I’m Abel, (che suona come una mano tesa per il Caino di famiglia).

     

    Meno interessante risulta il suo materiale quando, al contrario, scimmiotta il chitarrista con robette fiacche, insipide come Love Like A Bomb. Gem Archer contribuisce la rockeggiante A Bell Will Ring, mentre Bell pennella anche Keep The Dream Alive, tutti brani piacevoli ma che se dimostravano qualcosa, era il fatto che i nuovi membri degli Oasis subivano, positivamente, l’influenza stilistica di Noel. Non che questo comprometta il livello generale dell’opera, la cui pubblicazione recuperò agli Oasis più di una simpatia, alienata dalle ultime vicende che ne avevano caratterizzato la storia, artistiche o meno. Ma nell’ambito della band s’era accesa una scintilla pericolosa, che avrebbe scatenato un incendio inestinguibile, quattro anni e un disco più tardi. Liam e gli altri forse pensavano, già all’epoca, di poter far a meno di Noel, della sua maggiore esperienza ed, evidentemente, delle sue maggiori abilità a livello di songwriting; fatto sta che Don’t Believe The Truth segnava il miglior disco dei discoli di Manchester dai tempi di What’s The Story, ormai dieci anni prima, e che, fino a prova contraria, le gerarchie avrebbero fatto bene a restare quelle che erano.

  • Revolver // Beatles

    Revolver // Beatles

    Eccola, inevitabile, imponente, impetuosa, dopo gli assestamenti e gli accenni di Robber Soul, la chiave di volta della produzione beatlesiana: risiede in questo disco dall’anonima copertina in bianco e nero, approdato nei negozi il 5 agosto del 1966. In trentacinque minuti di musica l’ampliamento e la ricerca stilistici portano a risultati tali da mettere d’accordo i critici più scettici e probabilmente mal disposti dagli echi della beatlemania, ancora al di là da sbiadire. Una crescita che si palesa sin dalle tracce più semplci, direi basilari dell’album: Taxman, She said she said, Dr. Robert e And your bird can sing sono vivaci, energiche espressioni rock, e quasi sempre dietro ad esse c’è l’anima vibrante di John Lennon, praticamente autore unico dei brani più movimentati di Revolver, pregni di immagini tanto colorate (per non dire allucinate..) quanto sgargiantemente vitali.

     

    La vena lirica di Paul McCartney tocca in quest’occasione vette di nevi perenni, offrendo un contributo poetico che negli anni successivi avrebbe faticato persino solo ad approcciare. Le storie di strazianti solitudini di Eleanor Rigby e For no one sono letteratura eccelsa, accompagnate con la dovuta discrezione da impeccabili sezioni classiche. L’immagine della ragazza che raccoglie il riso in una chiesa vuota dopo un matrimonio, ed il delicato suono del corno che dissolve “lacrime senza amore piante per nessuno” certificano e suggellano un livello assoluto, e forse inimmaginabile solo un paio d’anni prima. Ennesimo punto di forza di Revolver è la definitiva consacrazione come autore di George Harrison, che sarà il primo a stupirsi d’aver ben tre sue composizioni sul disco. Oltre alla succitata Taxman, ritmato e sarcastico piagnisteo d’un ricco contribuente soggetto al vorace sistema di tassazione britannico, il ventitreenne baronetto propone I want to tell you, una sorta di blues veloce guidato dal piano, in uno stile che ispirerà anche la successiva Old brown shoe, nonché la karmica, fatalista Love you to, che sdoganerà definitivamente, dopo la breve comparsa su Norwegian wood, l’esotica presenza del sitar nel materiale dei fab four.

     

    Il sentiero innovativo percorso da Revolver segna una nuova, significativa tappa nell’inno soul di Got to get you into my life, trionfo uptempo di fiati assortiti, cartuccia Motown sparata da un McCartney che aveva appena finito di rilassare l’ascoltatore con la regina delle love song, la melliflua, ruffiana ed intrigante Here there and everywhere. E ancora, altre brillanti tonalità di colore arricchiscono la tavolozza di Revolver: c’è la deliziosamente retrò Good day Sunshine, che non poteva essere che di Paul, così come solo John poteva scrivere una canzone come I’m only sleeping, affascinante laude all’ozio totale e senza condizioni, con quel sound cantilenante, surreale nel suo interrompersi a metà cammino per poi riprendere stancamente e lanciare all’ascoltatore perle di attualissima, rovinosa saggezza: “Running everywhere in such a speed – till they find there’s no need…

     

    Poi? Fine delle sperimentazioni? Insomma. Potremmo aggiungere che l’ultima traccia di Revolver rappresenta il codice d’accesso alla Nuova Epoca: Psichedelia, Flower Power, Estate dell’amore. Il messaggio, forte e chiaro, è racchiuso nei tre minuti di Tomorrow Never Knows, che ne distilla le peculiarità con un incedere ipnotico, tanto impersonale quanto avvolgente: “Spegni la mente, rilassati, lasciati trascinare dalla corrente…non è morire.. arrenditi al vuoto…gioca il gioco dell’esistenza fino alla fine del principio…”. Tra lampi di rullante in controtempo, effetti sonori, nastri al contrario e quant’altro, l’ex Beatle sorridente John Lennon conduce i suoi tre amici e noi con loro al di là di ogni vetusto residuo yeh yeh.

     

    Cosa dite? Non ho citato Yellow submarine? E’ vero, ma i quattro erano ormai adulti e potevano anche permettersi una canzone per bambini, (tanto a cantarla è il più bambino di tutti), il che evidentemente nulla toglie o aggiunge ad uno delle quattro/cinque opere fondamentali della storia del rock.

  • Verità nascoste // Le Orme

    Verità nascoste // Le Orme

    Verità nascoste è l’opera che più compiutamente fotografa l’essenza rock-prog delle Orme. L’innesto fondamentale è quello di uno strumento, la chitarra, che, a differenza del precedente album, Smogmagica, non stravolge l’anima melodica del complesso, ma ne affina e completa la natura. Dove l’anno prima, la ruggente presenza di Tolo Marton aveva impresso un’impronta hard-rock al sound delle Orme, in Verità nascoste il nuovo chitarrista, Germano Serafin, che entrerà più stabilmente nella line-up, duetta paritariamente con le imprescindibili tastiere di Pagliuca allargando gli orizzonti musicali della band veneziana. Naturalmente il risultato è assolutamente convincente, probabilmente il lavoro migliore della loro intera discografia.

     

    Insieme al concerto, l’opener del disco, è un esempio esaustivo dell’ equilibrio raggiunto: situazioni armoniche differenti, concatenate in sequenza, in cui chitarra e tastiera s’alternano alla barra di comando in una vera dichiarazione d’intenti. In ottobre riporta parzialmente alla cupezza di certi toni di inizio decennio, penso ad esempio a La porta chiusa, con Tony leader incontrastato e solo brevi ma acute puntualizzazioni solistiche di Serafin. In un ambito così rigoglioso di suoni, c’è spazio per l’oasi quieta della title track. Verità nascoste, è puro frammento di poesia, sostenuta dalla sola acustica ed ingentilita nella seconda parte dal flauto traverso ed un quartetto d’ archi, mentre le parole suonano vagamente nostalgiche per la purezza d’ un passato che non tornerà. Brano da parificare alle più elevate espressioni madrigali d’oltre manica. Un avvolgente riff in minore riporta tensioni palpabili nella successiva Vedi Amsterdam, pezzo con cui torna a fare capolino la denuncia sociale cui l’ex trio di Marghera non ha mai del tutto rinunciato, allontanando del tutto l’opera dalle atmosfere bucolico-pastorali, classiche del genere.

     

    E il singolo prescelto per il lancio non si discosta dal trend generale: Regina al troubador non presenta la minima concessione alla commercialità (E nemmeno all’orecchiabilità, motivo per il quale era probabilmente stato escluso dall’album il singolo precedente, Canzone d’amore, prima traccia della band caratterizzata dalla presenza di Serafin), un testo oscuro quanto basta su un altro soggetto “difficile” e il tono basso di Pagliuca nel bridge, che se non è una primizia poco ci manca.

     

    Non manca il tocco di allegra follia di Radiofelicità, confessioni di un radio maniaco che chiude agli altri il suo esclusivo mondo di magico ascolto, gonfio di effetti dissonanti. (Con una frase rivelatrice: “Non devi sforzarti di cercare di capire / se passo i miei giorni ad ascoltare il mondo”, d’attualità sconcertante trentacinque anni dopo). Tastiera ponderosa per la pressante, eccitata, I salmoni, il proclama ideale a sdoganare sogni, utopie, un coraggio celato dietro le mortificazioni di una realtà opprimente. E gli eccellenti stacchi disarmonici di basso e batteria (In questo album Michi dei Rossi raggiunge forse le più alte vette del proprio virtuosismo) rappresentano forse gli sporadici momenti di mesto ritorno alla realtà stessa.

     

    Il grande ritorno da protagonista di Germano Serafin è colto dalla canzone di chiusura dell’ opera, Il gradino più stretto del cielo; un riff struggente ad aprire ed un sostenuto assolo a chiudere. (Quello stesso riff è piaciuto molto anche a Phil Collins, a giudicare dall’ascolto di Misunderstanding, edita quattro anni più tardi, che ne presenta uno di spiccata, curiosa somiglianza).

     

    Verità nascoste rappresenta il momento più elevato dell’ intera produzione delle Orme, in quanto è l’unica occasione in cui interagiscono due fattori fondamentali: equilibrio stilistico e materiale impeccabile. Proprio a livello di tracks la fatica seguente, Storia o leggenda appare leggermente più debole, mentre nel biennio ’ 79-’80 vedranno la luce due celebri opere in cui musica da camera e folk si amalgamano in contaminazioni disorientanti e seducenti. Dopo quel periodo, l’età significativa delle Orme, sfiniti da crisi artistiche, defezioni e litigi, sbiadisce, è proprio il caso di dirlo, progressivamente.