Categoria: Recensioni dischi

  • 4T // Fabio Gianisi

    4T // Fabio Gianisi

    Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l’album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l’idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.

    Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni – adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l’ascoltatore con un incipit d’impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l’aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

     

    Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

     

    L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
    Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

     

    Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall’altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell’atto creativo, l’immediatezza di un’opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

     

    Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l’indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all’ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

     

    Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

  • We Can’t Dance // Genesis

    We Can’t Dance // Genesis

    Ultima prova in studio dei Genesis con Collins a voce e batteria, “We can’t dance” invade i negozi sul finire del 1991 con il non difficile compito di far dimenticare il rozzo e svogliato “Invisible touch“. Compito assolto con lode, nel senso che far meglio non era difficile, però questo nuovo prodotto è un disco piuttosto piacevole, forse non indimenticabile, ma quanto meno dimostra che il trio sapeva ancora produrre le lunghe suite progressive che avevano costellato l’epoca d’oro, suite che, non poteva essere diversamente, rappresentano la parte migliore dell’opera.

     

    Il riferimento va in particolar modo a “Fading lights”, guarda caso parto pressoché uniforme del solo Banks, che include anche una potente sezione strumentale, e a “Driving the last spike”, forse la miglior espressione della raccolta, con rimandi ai tempi epici di “One for the Vine”. La canzone esprime un’accorata celebrazione degli uomini che contribuirono alla costruzione delle ferrovie britanniche, a fine’800, molti dei quali lasciarono la vita allo scopo. Striato di venature funky-rock, è composto da numerose sezioni melodiche che si ripresentano ad intervalli diversificati, combinando alla perfezione presente e passato della band.

     

    Molti dei testi, in genere firmati da Collins, sono di denuncia sociale. Il problema è che talvolta si dimostrano piuttosto superficiali (“Way of the world”), o vagamente ruffiani (“Tell me why”), il che non era infrequente nemmeno nelle sue uscite solistiche. Tanto per stare sul negativo, la parte meno interessante di “We can’t dance” è rappresentate dalle nenie amoreggianti e del tutto superflue di cui i propri autori (Collins e Rutherford) avevano già lordato altri dischi, con armonie stucchevoli e risapute: “Hold on my heart”e “Never a time” In genere però questi difetti non gravano poi tanto sulla valutazione media di “We can’t dance”. Sono assai più rilevanti, infatti, i risvolti positivi. Primo tra essi, al dà del recupero della vena progressive, il fatto che, lasciata finalmente alle spalle la spanciata elettronica, questo è un album corredato di rock convincente. Numerosi gli episodi in tal senso. “No son of mine”, cronaca d’uno struggente rifiuto famigliare, ha un ritmo sferzante e un impatto violento, lontano dalle produzioni patinate dell’epoca di cui è figlio. Sprigiona un’atmosfera cupa, cosparsa di tensione, che investe anche “Dreaming while you sleep”, dal tema altrettanto scottante, stavolta si parla di investimenti stradali, mancato soccorso e successivo percorso di pentimento. In entrambe le occasioni, in gran spolvero sono le usuali scudisciate di tom e cassa a cura di Filippone nostro e i ruggiti dell’elettrica di Rutherford, a corollario di refrain trascinanti e scala classifiche, il che in genere non guasta.

     

    Di natura differente, ma altrettanto valido, l’argomento che sostiene la traccia seconda, “Jesus He knows me”. Sotto i riflettori stavolta vanno le grossolane, gradasse millantazioni dei santoni da quattro soldi che infestano le strade del mondo, espresse e dileggiate tramite un gustoso skiffle, con un intermezzo reggae e una ripresa vigorosa del tema, mentre il televangelista le spara sempre più grosse e i creduloni abboccano a grappoli. Forte e intensa anche “Living forever”, con rimbombanti tastiere in primo piano e l’eterno quesito della vita infinita e via elucubrando. Tanto per insistere, impossibile non apprezzare il brano d’apertura, “I can’t dance”, che, al di là del video divertente, rappresenta uno bizzarro miscuglio heavy-pop arricchito da colorati effetti di moog. Giocato su di un riff reiterato e ipnotico, risulterà gradito dal pubblico e dalle charts, come molti, del resto, dei singoli tratti da questo long-playing.

     

    Infine, da registrare un riuscito attimo di raccoglimento, altamente emozionale, che non corre tuttavia il pericolo di impiantarsi nella melassa e spostare verso il basso la valutazione di “We can’t dance”. Risponde al nome di “Since I lost you”, mesto pensiero che il gruppo dedica a Conor, figlio di Eric Clapton tragicamente scomparso. Interpretazione coprente e sentita, poco (niente era impossibile…) spazio alla drammatizzazione: l’omaggio è servito, ed è un bell’omaggio. Così come questo album, canto del cigno dei Genesis nella loro classica formazione post-Gabriel e Hackett, è un ottimo congedo, che riscatta in parte i grigiori del decennio appena terminato.

     

  • Vivere o Niente // Vasco Rossi

    Vivere o Niente // Vasco Rossi

    Chi vi scrive è un fan di Vasco Rossi; ma non dell’ultimo Vasco, quello dei mille greatest hits , dei jingle pubblicitari e delle canzoni tamarre finto-rock o elettroniche degli ultimi due lavori. Sono cresciuto con Vado al Massimo, Vado a gonfie vele e ritrovarmi questi versi mitici a sorpresa in quella che è forse la sua migliore canzone dal 1993 capirete che mi provoca brividi ed emozioni molto molto forti.

    Partiamo col dire che dopo una pausa “commerciale” di almeno 15 anni, il Blasco nazionale è tornato con un lavoro pieno di rock, di chitarre (il lavoro di Stef Burns in particolare è da urlo), di ironia, di melodie semplici come solo lui sa o sapeva fare.
    Vasco è da sempre così: o si ama o si odia, non ci sono mezzi termini. Però è innegabile che nel povero panorama italiano dominato da cosiddetti artisti “creati” dalla tv è sempre lui l’unico vero cantautore che trascina col suo rock ironico e diretto, ma mai banale, con canzoni d’amore mai patetiche o melense, con citazioni filosofiche mai troppo serie, con lezioni di vita e aforismi che da sempre segnano i suoi lavori.

    Già dalle prime note della prima canzone, Vivere non è facile, il buon Blasco ritorna dopo 15 anni alla grande una canzone che inizia lenta, con la sua voce roca sempre unica e con versi che ti toccano subito: ”io sono qui e vivo come pare a me”, ”non mi so difendere da me”, per poi salire e incalzare subito con un bel rock orecchiabile, ma è la fusione di parole e musica che da sempre marchiano a fuoco la sua musica. E anche questo pezzo. Ma è dalla seconda traccia che si capisce la differenza con gli altri. Il Manifesto Futurista della Nuova Umanità è Vasco al 101%: un rock che trascina da subito, da urlare e cantare dal vivo, un groove che non esce dalla testa con un testo ironico e ispirato come un pezzo degli anni 80. ”Ti prego perdonami se non ho più la fede in te / ti faccio presente che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza di te” è quasi chiudere un cerchio iniziato con Portatemi Dio e la voce con cui la canta vale da sola l’ascolto del pezzo. Bellissima.

    Starò meglio di così, il pezzo seguente, forse è l’unico anello debole dell’intero cd; dico forse perchè contiene anch’esso spunti notevoli, scie country-blues molto interessanti, ma forse il testo non è così ispirato come il resto dell’album.

    Menomale che la canzone che segue è la prima sorpresa positiva del disco: Prendi la strada è una canzone sottovalutata nei primissimi ascolti, ma che poi ti prende sempre più con un ritmo leggero e allegro, ma con un testo blaschiano “e quando arriverà la domenica e sarà sempre colpa tua / avrai almeno la soddisfazione di dire che sei stato il peggiore” e citazioni impegnate “non aspettare Godot / la vita è tua”. Tutto perfetto, anche il bridge di piano che non esce più dalla testa.

    Qualcosa degli ultimi due album riaffiora con la seguente Dici che, intro elettronico, rock che cresce sempre di più e testo d’amore non banale come solo lui sa scrivere. Non un capolavoro ma un bel pezzo e bellissime parole: ma l’amore così non è un progetto non è mai come vuoi tu / e l’amore così è maledetto non sai mai se durerà ”.

    Il primo singolo del disco, la nota Eh già, non uscirà più dalle nostre teste. Non un pezzo da 10 e lode, intendiamoci, ma un capolavoro di ironia e leggerezza che è una piccola lezione ai suoi detrattori che non perdono occasione per attaccarlo:sembrava la fine del mondo / ma sono ancora qua / ci vuole abilità e ha detto tutto.
    Dopo una canzone così non poteva che esplodere un rock ‘n’ roll che suonerà alla grande in quel di San Siro. Sei Pazza di me sembra proseguire idealmente nella musica e nel testo il discorso iniziato con Cosa vuoi da me, descrive l’uomo ideale per una donna a letto, ideale appunto e non realizzabile. Meditate donne, un po’ maschilista se vogliamo ma ci sta; da urlare e cantare dal vivo.

    E poi? e poi arrivano le due gemme del disco, gemme nel vero senso della parola, due capolavori che rimarranno nella storia delle sue grandi canzoni come non si sentiva da Gli Angeli e Sally.

    La prima è la title track, che inizia sussurata con un arpeggio pulito ”brividi sento quando guardo i lividi” non so come ci riesce, ma non puoi non sentirli pensando ai lividi che la vita ti lascia. E’ così, non si può negare, ma poi esplode la rabbia con un urlo Vaschiano al 101% ”io non voglio fare finta che / che vada tutto bene perchè “è” / guardami, io sono qui e te le voglio urlare / IO STO MALE” un urlo liberatorio senza ipocrisie inutili: nella vita non va tutto bene e lui te lo fa urlare al mondo. Capolavoro. Il Blasco è qui, o vivi o ti arrendi, Vivere o niente.

    Segue il vero capolavoro del disco, un brano che è la canzone migliore di Vasco da non so neppure quanto, un intro che ricorda il Tango degli anni d’oro, ma che vive di vita propria. Ma è nella fusione col testo che non si riesce a non riflettere e a trattenere le emozioni. Quante volte ci si chiede (io lo faccio sempre) se tutta “questa scienza” serva davvero a vivere meglio? “sai che si potrebbe restare per dei mesi appesi ad un aquilone guardando il cielo che si muove e il sole che muore?”. Forse solo su quell’aquilone, distaccati dal nostro mondo riusciremmo a capire. O no? Oppure dal Messico, “vado al massimo / vado a gonfie vele” ci fa tornare alla memoria che lui queste cose ce le dice da tanto e se le chiede da tanto. Ma le risposte sono ancora lontane. Chapeu!

    Poi ancora rock, rock ironico, Non sei quella che eri, ironia sulla coppia che scoppia, sulla donna a cui non va bene mai nulla e che cambia sempre ”prima dici qui / poi volevi lì / poi che non dovevo neanche fare così / tu non sei quella che eri”. Divertente con un riff accattivante.

    Stammi vicino è una canzone d’amore vasco-style dolce, ma amara, con una musica sopraffina (la prima scritta per Vasco da quel grande artista che è Stef Burns). Vale la pena ascoltarla solo per “faremo così come fossimo solo io e te in questo mondo ipocrita che non ha domani”. Non una delle migliori, ma impreziosita anche dall’assolo di chitarra meraviglioso.

    E siamo arrivati alla fine, alle due canzoni “riempitivo” se vogliamo riassumerle, ma che sono proprio il manifesto del disco, un ritorno agli anni 80-90 nelle musiche e nei testi. Maledetta ragione, uno scarto di Liberi Liberi è divertente, rock anni ’80 con un testo da presa in giro. E Mary Louise un ritorno di Susanna dopo 31 anni di oblìo, due chicche che vanno prese come due regali in più in un disco che comunque rimane il miglior disco italiano degli ultimi anni e di Vasco degli ultimi 15.
    Il Blasco è tornato davvero, quasi non ci credevo, avevo perso le speranze di ritrovarlo ancora così ispirato in uno studio di registrazione. Ma invece è capitato e ha cancellato in un batter d’occhio tutti i dubbi musicali che mi avevano lasciato (pur essendo sopra la media della musica italiana) gli ultimi due lavori mediocri con all’interno alcuni, ma solo alcuni, spunti memorabili. Blasco c’è e speriamo che Dio ce lo conservi per un bel po’.

  • Station To Station // David Bowie

    Station To Station // David Bowie

    Ultimo album prima della celebre trilogia berlinese, che fortunatamente consta di opere ben più consistenti di questa, Station To Station vede un Bowie non al massimo della forma dare vita ad un lavoro poco fantasioso, con testi ammiccanti al nonsense ed in più parti eccessivamente diluito.
    La title track registra una lunghezza inusitata, oltre dieci minuti, ma il dipanarsi della canzone non pare, a livello puramente stilistico, giustificare una tale dilatazione. Il riff di base occupa l’intera prima parte del brano, il ritornello ribadito ossessivamente (It’s Too Late) tutta la seconda. In mezzo giacciono accenni prog non adeguatamente sviluppati ed il tutto si risolve poi in una goliardica festa rock impeccabilmente suonata e con almeno tre minuti di troppo. Una session in scioltezza tra musicisti generosamente trasportata su vinile. Segue il funky lento di Golden Years, che mantiene un tono minore per l’intera durata, offrendo variazioni poco immaginative e mancando dell’intuizione di qualità, del guizzo vincente a far decollare la canzone. Perché un mood tanto dimesso per un testo tutto sommato fiducioso e ottimista? Golden Years dimostrò un buon potenziale commerciale: offerta ad Elvis Presley, venne poi pubblicata dallo stesso Bowie come singolo allorchè il re del rock rigettò l’offerta; nel corso degli anni sarebbe stata tuttavia abbastanza ignorata dal vivo.

    Il punto più alto di Station To Station è, facilmente, il caldo lirismo di Word On A Wing, manifesto della nuova dimensione religiosa raggiunta dal Duca, affascinante nel contrasto tra la linearità strutturale della strofa e le complicate intersecazioni delle altre parti. Un deciso step further nella ricerca stilistica del nostro, qui felicemente in grado di sposare gli elementi prog tipici del periodo con il proprio, personalissimo stile creando una delle sue più significative espressioni.

    Peccato che la qualità di Word On A Wing abbia scarsi riscontri nelle altre zone di Station To Station. Il Rhythm & blues di TVC 15 è piuttosto insipido, ed anche in questo caso pretestuosamente dilatato e ripetitivo. Il ritornello, nonché il corettino ad opera dello stesso Duca, delinea un pezzo assai poco stimolante, piuttosto indegno del brano che ha seguito; la parte più divertente è il testo stravagante e allucinogeno, che almeno funziona a livello di scherzo.

    Appena meglio la track successiva, l’ultima originale, ossia l’hard rock di Stay, che fa parte di quella categoria di pezzi urban nella quale potremmo catalogare tra gli altri i successivi Loving The Alien o This Is Not America; ma anche in questo caso non rappresenta molto di più di un brano d’atmosfera che sfila via senza suscitare particolare impressione.

    Oscillante tra il funky rock di Young Americans, le vecchie tensioni glam e gli albori del nascente movimento punk, Station To Station non rappresenta insomma un’opera particolarmente ispirata; tra l’altro Bowie regala solo una trentina di minuti di materiale proprio, scegliendo poi di terminare il tutto con la cover di Wild Is The Wind, che detto per inciso è una delle più memorabili tracce nel disco, ma che ovviamente nulla toglie o aggiunge alla valutazione tecnica dello stesso. Poteva benissimo chiuderlo con Stay, anche se, volendo trovarne un risvolto positivo nella presenza del brano di Dimitri Tiomkin e Ned Washington , il Duca riesce quantomeno ad esaltare (memore di Pin Ups) le proprie qualità interpretative.

    Teoricamente sarebbe un buon lavoro di un buon artigiano, ma la valutazione resta bassa in quanto da un David del 1976 si era già abituati a ben altre emozioni. Si rifarà subito, infilando poi una serie di capolavori (Low, Heroes, Lodger Scary Monsters), fino alla svolta brillantina di Let’s dance.

  • All That You Can’t Leave Behind // U2

    All That You Can’t Leave Behind // U2

    Affacciatisi al terzo decennio della loro fulminante carriera, Paul, Edge, Adam & Larry devono essersi guardati intorno e aver realizzato che c’era, evidentemente, qualcosa da aggiustare. La parentesi cosiddetta “sperimentale” di Zooropa, pur apprezzata dalla critica, era stata mal digerita dal pubblico; i nostri avevano reagito con il successivo, oscuro Pop, che invece ha messo tutti d’accordo, in negativo. Come ripartire? Magari liberandosi dalle influenze techno/trip hop che avevano in parte attecchito nel sound della band finendo per annacquare anche materiale in sé valido. E così il nuovo millennio si apre, finalmente, con un rock semplice e ordinato (ordinario) che prende il nome di Beautiful Day e che dà il via ad un disco formato da suoni che vanno oltre stravaganze ed eccentricità. Devono aver pensato, opportunamente, che il non aver più niente da dimostrare non è un motivo valido per rinunciare a produrre buona musica.

    All That You Can’t Leave Behind ricomincia sulle ceneri di Achtung Baby; scusate il ritardo. La dichiarazione d’intenti viene ribadita subito, durante la dedica appassionata allo sfortunato amico Michael Hutchence: “I’m just trying to find/ a decent melody. Per inciso, proprio durante uno dei picchi melodici dell’opera, Stuck In A Moment You Can‘t Get Out Of. Un ottimo inizio, e con Elevation arriviamo subito al brano più elettrizzante della raccolta. Finalmente un elettrorock convincente, una modernità convogliata su binari sonori intriganti, sensati. (E nella colonna sonora di Tomb Raider l’effetto è assicurato).

    Un break di energia, prima di un altro sentito omaggio. Il riff struggente di Walk On scandisce un incoraggiamento delicato, affettuoso: “You’re packing a suitcase for a place none of us has been – a place that has to be believed to be seen“, destinatario: Aun San Suu Kyi. Superfluo sottolineare la messa al bando della canzone in Birmania. E le atmosfere proseguono poi placide e pensose, il tenue sventolio dei violini introduce il canto d’addio di Kyte: “Non ho paura di morire, non ho paura di vivere“, definitivo magari ma non disperato. Paul confermerà il pezzo come dedicato al padre. E’ un momento meditativo del disco, e prosegue con la dolcezza di In A Little While, una delle melodie più seducenti dell’intero lavoro. Sono questa, insieme a Wild Honey le track più leggere dell’album, ma mantengono uno spessore di cura e di classe che fa piacere (ri)trovare in materiale U2 dopo un certo tempo.

    Perché poi c’è un’ultima parte di All That You Can Leave Behind dove uno la leggerezza se la scorda. Perché dietro la mesta, gentile armonia di Peace On Earth si cela la tragedia del terrorismo, (Real IRA, Omagh, Northern Ireland, 1998). E a rivestire questa melodia troviamo un testo amaro, senza speranza, forse inopportuno nel citare i nomi di alcune delle vittime del massacro, retorico in certi passaggi (“le persone che non incontreremo mai“), magari atipico, quasi smarrito nella sua desolata negatività (Pace sulla terra…lo cantiamo a Natale, ma speranza e realtà storica non si sposano mai“). Ma certamente ad alta densità emozionale, in particolar modo quando dal vivo veniva presentato in coppia con Walk On.

    A questo punto s’insinuano le ipnotiche sequenze ritmiche di When I Look At The World, nenia in apparenza priva di pretese, e che invece solleva nuovi interrogativi scottanti, non necessariamente religiosi nonostante il riferimento alla Bibbia, che sono destinati a rimanere, come sempre per uomini troppo piccoli quali siamo noi, senza risposta. I toni dell’opera ondeggiano dunque tra fiducia e sconforto, sublimazione e afflizione, intimo e pubblico, in una parola è la vita viva che torna ad essere protagonista, al di là di utopie ed astrazioni. E il disco attraversa la cruda urbanità di New York, numero richiestissimo on stage, per poi chiudersi quietamente, con la buonanotte di Grace, protagonista eterea e positiva che, tramite un timido bluesino accarezzato dalla slide di Edge, “si prende tutte le colpe e le vergogne“, “ha tempo per parlare” e “trova la divinità in qualsiasi cosa“. Il Messia che si ripresenta per guarire questi tempi martoriati? Non saprei, ma sicuramente la chiosa ideale per un’opera che gli U2 non potevano più esimersi dal pubblicare.

  • Insomniac // Green Day

    Insomniac // Green Day

    Quando una persona decide d’ascoltare un cd, un vinile o persino una musicassetta, novanta su cento decide di ascoltare I brani in fila, senza funzione random. Trovatomi chissà come tra le mani questo quarto album dei Green Day, Insomniac, ho fatto lo stesso, ed al termine del quarto pezzo camminavo sulle acque. La sequenza iniziale di Insomniac è, senza tema di smentite, da manuale del punk. Otto minuti d’irridente potenza introdotti dalla grinta di Armatage Shanks, che sciorina sguscianti passaggi di quarta, proseguiti dagli stacchi selvaggi di Brat, ove Billie Joe confessa il suo incubo uxoricida a scopo di lucro, integrati dalla spensieratezza apparente di Stuck With Me, la cui tematica riecheggia (trent’anni dopo Help!) il disagio di costituire una gallina dalle uova d’oro, conclusi dalla crudezza autolesiva di Geek Stink Breath, La comune peculiarità di queste canzoni è una coprente immediatezza. Il talento più riconosciuto dei tre ragazzi di Berkeley è, fin dai tempi del loro esordio giovanissimi a fine anni ’80 proprio questo. A ciò vada aggiunta, e non è cosa da poco, la stupefacente capacità di cucire armonie differenti (i cosidetti “cantati”) su scheletri di brani basati praticamente sempre sugli stessi accordi. Le prime quattro tracce di Insomniac ne sono esempio notevole, e parevano schiudere la strada verso un album brillante. Purtroppo, nel prosieguo l’anima caliente dell’eroe del punk si raffredda leggermente, anzi sensibilmente.

    Nel resto di Insomniac troviamo infatti espressioni di rock ordinate, quasi “professionali” (No Pride86), inni tanto divertenti quanto leggeri (Walking Contradiction), ameni esercizi in controtempo semplici come una passeggiata in bici.(Bab’s Uvula Who?)

    Il fatto è che non appena cale la tensione emotiva, i suoni tendono a macchiarsi qua e là d’un sinistro deja-vu. La sensazione è quella di un prematuro appagamento, come una di ricerca stilistica stagnante, frenata dai comodi guanciali su cui i nostri forse iniziavano ad indugiare, forniti dalla major ove erano approdati con Dookie. Certo, i testi mantengono quel “sense of darkness” che contraddistingue la proposta poetica dei Green Day, ma anche in questo campo sarebbe magari lecito attendersi qualcosa di nuovo.

    Tutto sommato il grande lavoro diventa con lo scorrere delle tracks un lavoro poco più che ordinario, rivalutato per fortuna verso lo scadere del minutaggio da un’altra perla nascosta. Il micidiale medley Brain Stew/Jaded è un numero d’alta (in) digeribilità, nel quale l’heavy incontra il garage punk e Billie Bad Boy può finalmente vestire dell’atmosfera più consona le più allettanti espressioni del suo delirio professionale. Sarà un eroe maledetto costruito a tavolino, ma almeno qui sentirlo blaterare “Passed the point of delirium” piuttosto che “We’re gonna die! Blessed into our extinction” suona appena meno artefatto. Il disco aveva appena riacquistato un po’ di vitalità con Stuart And The Ave, passando attraverso il delirio claustrofobico di Panic Song, con il testo a cura di Mike Dirnt, che concepisce ed esegue anche una vibrante, prolungata introduzione in stile gothic, ed è quasi un peccato il tutto debba concludersi con riempitivi come Tight Wad Hill o Westbound Sign, tutto materiale ampiamente già suonato. Anche la spartana, totale assenza di arrangiamenti contribuisce all’impiattimento della proposta musicale. Senza nemmeno l’ausilio d’un assolo o d’un differente apporto melodico, molti brani appaiono all’ascolto simili tra loro; il sound distintivo dell’elettrica riproposto invariabilmente in ogni track, alla lunga risulta ridondante, monotono. Un attimo di distrazione e non sai più che canzone stavi ascoltando. Impressione ribadita anche dai risultati ottenuti nelle charts, di gran lunga inferiori a quelli di Dookie. Dieci minuti di grande musica, altrettanti di noia e qualche buono spunto: troppo poco. Non che i ragazzi, probabilmente, non se ne siano resi conto: in futuro arriveranno acustiche, pianoforti e concept albums.

  • London Calling // The Clash

    London Calling // The Clash

    La domanda è: i Clash erano un gruppo punk? Risposta: Lo erano se si considera la stagione del suddetto punk circoscritta ai suoi anni fondamentali, ossia dal 1976 al 1978, in cui bands tanto geniali (Damned), quanto provocatorie (Sex Pistols) che oscure e decadenti (Siouxsie and the Banshees), mitragliavano le proprie vibranti adesioni al movimento. Il problema semmai era che con l’avvento del 1979 il genere non pareva aver più granchè da dire. Gli ambiti del punk erano per propria natura tanto violenti e nichilisti quanto ristretti, e furono proprio i Clash a rinnovarne i canoni ed ampliarne i confini, con una ricerca stilistica che, attraverso i due vinili di London Calling e ancora maggiormente i tre di Sandinista, li consegna ai posteri forse anche più segnatamente dei genuini The Clash o Give ‘em Enough Rope.

    In quest’album trovate rock, rock’n’ roll, rhythm’n’blues, pop, soul, ska, reggae solo per citarne gli ingredienti fondamentali, oltre a finezze impensabili fino a pochi mesi prima quali il calypso di Revolution Rock o il bebop di Jimmy Jazz. Naturalmente, nessuna abdicazione alla denuncia sociale, anzi, la band rilancia: nella opener London Calling, ove i timbri battenti del basso di Simonon accompagnano un infuriato Strummer che punta il dito contro il nucleare (sfruttando anche l’onda emozionale causata dall’ incidente del marzo dello stesso anno in Pennsylvania), ma anche contro conflitti razziali e disoccupazione. Per potenza e coinvolgimento vi si può accostare Spanish Bombs, che accompagna con tenui melodie tropicali la guerra civile spagnola, oppure la martellante Guns Of Brixton, prima fatica del bassista Paul Simonon ed interpretata dallo stesso, storie d’ordinaria violenza urbana.

    La palma della track più discussa viene però assegnata al secondo singolo Clampdown, e le dichiarazioni di Strummer non aiuteranno a far luce sul caso, i cui versi potrebbero indifferentemente essere interpretati come attacchi al fascismo, al nazismo, al capitalismo. Summa di un intero manifesto generazionale in meno di quattro minuti, la canzone non riscosse però il successo che ci si sarebbe attesi; il pubblico si lascia forse sedurre più volentieri dallo jamaican sound di Wrong ‘em Boyo, in realtà una delle più irresistibili covers mai realizzate dai quattro, o dalla fulminea Koka Kola.

    Temi più personali nella grintosissima ed accattivante Death Or Glory, che avrebbe probabilmente meritato anche un singolo per la sua immediatezza e scandaglia le difficoltà del riuscire a gestire la vita da “grandi”, come se il gruppo riconoscesse in maniera implicita di dover superare la propria fase ideologicamente “giovane e spensierata” per assumersi nuove e più profonde responsabilità. E senza soluzione di continuità, il senso di alienazione e confusione nella crescita sono trattati in Lost In The Supermarket o anche in Rudie Can’t Fail.

    Doveroso spazio a parte per Train In Vain, principalmente opera di Mick, alla quale spetta il primato di prima hit della band a gravitare intorno allo sconosciuto (per il gruppo) pianeta dei sentimenti. Amore, timore della solitudine e della perdizione, magari rancore verso chi lascia e tradisce. Anche un punk-rocker ha un cuore? Jones confermerà in un’intervista che si tratterà dell’unica lovesong mai scritta dalla band; senza entrare nel merito, il brano ed il suo testo sono davvero significativi per quanto riguarda la metamorfosi che i Clash stavano intraprendendo. E forse anche una canzone d’amore, sotto forma di grido di dolore, può essere definita The Card Cheat, rock bello e dolente, sull’abbandono del soldato forte ed orgoglioso (“all the men who have stood with no fear”) che muore solo, rimpiangendo non tanto la gloria ma l’umanità d’affetti che gli sono stati preclusi e non ritroverà.

    Anche il pubblico pare apprezzare la svolta di Headon e compagni; sarà grazie a questo disco che l’America s’accorgerà finalmente di loro. Perderanno certamente qualche fan oltranzisticamente ottuso, ma ormai la via è tracciata: London Calling è un album completo, emozionante, sentito, ma non è un masterpiece. I ragazzi erano sì riusciti a coniugare la violenza nullista del punk con un suono ad ampio raggio aperto e critico sulla realtà quotidiana, ma il capolavoro arriverà non appena troveranno il coraggio di osare oltre il limite del consentito, di sperimentare, di irridere le convinzioni senza condizionamenti, come storicamente han fatto solo i musicisti veri, Beatles e pochi altri. Ossia con l’opera successiva.

  • The Final Cut // Pink Floyd

    The Final Cut // Pink Floyd

    Avete letto bene. Nonostante quanto riportato sulla copertina del disco, non me la sento di avallare fino in fondo questa come la dodicesima opera dei Pink Floyd. A seguito dell’ erezione del muro, e forse già da qualche tempo prima, nulla era rimasto della band. Nessuna traccia degli incubi psichedelici di barrettiana memoria, peraltro già svaniti da tempo con il suo profeta. Ma nemmeno le indimenticabili suite progressive che avevano caratterizzato la produzione del decennio successivo, da Atom a Animals. E neppure, infine, gli elementi della band. Wright defenestrato, Gilmour, impigrito ed adombrato, ridotto a session man del suo stesso gruppo. Mason che cerca di seguire le correnti contrastanti con palese mancanza d’entusiasmo. Responsabile unico del progetto Final Cut è Waters, e il progetto è da lui stesso definito nelle note di copertina: “Requiem per il sogno del dopoguerra”.

    E’ un viaggio crudele, agghiacciante attraverso la coscienza e lo spirito della società umana fuoriuscita dal secondo conflitto mondiale, al termine del quale l’uomo si scopre devastato, inesorabilmente privo di speranze circa un futuro vivibile. Non solo per i danni causati dalla guerra, ma anche per le fosche prospettive che trapelano da un avvenire che si ciberà del nucleare (Two Suns In The Sunset), e che vedrà la predominanza di guide politiche cieche e potenze commerciali-economiche senza scrupoli (Not Now JohnThe Post War Dream). Un viaggio che analizza spietatamente l’incubo del reduce, attraverso le atmosfere grevi di Your Possible Pasts o The Hero’s Return, storie di sopravvissuti che si raffronteranno in eterno con reminiscenze tanto drammatiche quanto indelebili. Oppure disillusi da ingannevoli promesse di grandezza, che ora annegano nell‘alcool (Paranoid Eyes).

    L’ immagine migliore dello stato d’animo di chi torna dalla guerra è resa superbamente dalla frase di apertura di Southampton Dock: “Sbarcarono in 45, nessuno rideva, nessuno parlava. C’erano troppi buchi tra le linee.” Non manca la cronaca della fine di un soldato (“The Gunner’s Dream“), che nell’approssimarsi del momento supremo lascia la poetica e fievole eredità di un sogno di pace. Il Waters più prettamente politico emerge in “Get your filthy hands off my desert“, sul combattimento delle Falkland, e nel miraggio pazzoide di The Fletcher Memorial Home, nel quale anela alla fondazione di una speciale casa di riposo per politici dei quali evidentemente non doveva aver eccessiva stima; oltre all’immancabile Thatcher figurano Reagan, Begin, Nixon, Brezhnev. L’uomo medio del postwar, secondo l’allegro Ruggero, non può che meditare il suicidio, che però non ha il coraggio di attuare (The Final Cut).

    E la musica? Strepitosa. Dolorosamente struggente, schizofrenica, fortunatamente più minimalista che sontuosa, il che aggira la trappola della retorica. Pianoforti dimessi e malinconici, fiati tormentati ed ardenti. L’efficace parentesi del rock duro di Not Now John, non a caso l’unico contributo vocale di David Gilmour, che comunque pennella interventi notevoli in Fletcher e Your Possible Pasts. L’apocalittico timbro del sax che chiude Two Suns In The Sunset, il pezzo migliore e dunque il più adatto a porre fine al disco, mentre i due soli al tramonto (quello naturale e quello radioattivo) calano il sipario su un’opera emotivamente irraggiungibile, una sentita, sofferta, irripetibile trasposizione in musica di uno dei momenti più oscuri e crudeli della storia dell’ umanità.

  • The Game // Queen

    The Game // Queen

    La copertina dell’ottavo album dei Queen The Game, che vede i nostri, ormai galleggianti più al di là che al di qua dei trenta, imbrillantinati e con giacche di pelle nera da macho, può già dare un interessante indizio su quale tipo di musica si vada ad ascoltare. The Game, emesso al centro del primo anno del nuovo decennio, è un vero spartiacque stilistico per la produzione dei quattro. L’introduzione dell’elettronica, che fa tanto ‘80ies, il passaggio da una vena glam a un sound più accessibile, con aperture al rock’n’roll e al rockabilly, e per finire l’assimilazione della matrice disco funky che da qualche anno inondava i prodotti discografici d’oltreoceano. Miscelando questi fattori e condendoli con la classe che è loro propria, i ragazzi creano uno dei loro dischi più divertenti, direi eccitanti, spensierati e potenti dell’intera loro discografia. Due sono i manifesti di questa nuova primavera della band. Il primo è l’irripetibile Another One Bites The Dust, possente esercizio funk scaturito dalla penna di Deacon, con un testo perfetto per la vena da “duro” di Mercury, che diventerà uno dei più venduti singoli del pianeta in quella bollente estate. Pregnante esemplificazione dell’orma black di questo disco, vedrà il proprio trionfo nelle charts soul e diverrà on stage un numero atteso e immancabile. L’altro classico dell’opera è Crazy Little Thing Called Love, dove Mercury anticipa il fenomeno Brian Setzer, che proprio l’anno successivo invaderà il music biz con i suoi gatti randagi, e conduce tutti in pista con la ritmica e occhialoni neri.

    Intorno a queste due tracce, la proposta della band è invariabilmente convincente.

    Sia essa costituita dal rock pesante di Dragon Attack, anch’esso venato di cadenze saltellanti, tra le quali l’elettrica del suo autore sfracella soli vertiginosi, oppure dal rock grintoso e senza fronzoli di Rock It, atletica composizione tayloriana stranamente ignorata dal vivo. La proposta migliore di Mercury è la opener Play The Game, caldo invito a tempo di slow rock a partecipare al gioco (of love, of course) da parte di un frontman monotematico, che poi nella successiva Don’t Try Suicide consola con un nuovo sinuoso r’n’r chi dal gioco si è fatto scottare e magari soffre di fisime autodistruttive.

     

    Anche il secondo pezzo creato dal bassista fa parte del Gioco. Need Your Loving Tonight emana tale candor, anche nel testo, da parere uno dei primi, timidi tentativi beatlesiani, ed il pezzo stesso è forse più che un tributo al periodo di Eight Days A Week. Al gioco partecipa May, e sue sono le tracks più meste e riflessive del disco, le uniche. I tormenti illustrati dal chitarrista verso una persona cara che sta per perdere (Sail Away Sweet Sister) o per una storia andata a male su cui assai aveva puntato (Save me) sono accompagnati da melodie struggenti, elettrificate il giusto, il cui refrain corale si stampa fin da subito nel cuore e la mente dei fans. Non manca l’espressione sempre un pò fuori dalle righe di Roger, che ribadisce una certa predilizione per suoni piuttosto scarni, scevri da melodie pompose o arrangiamenti troppo arzigogolati, sulla tradizione di Fight From The Inside o anche Fun It, e la sua “Coming soon” non costituisce eccezione.

     

    Ma nemmeno modifica il trendy di un album compatto e soddisfacente, pur nella sua esiguità (con una trentina di minuti di “running time” si rileverà il disco più breve della loro carriera). Non cercate significati reconditi, che non ci sono; gli incazzati e sanguinolenti anni settanta sono finiti, e non è più il caso di lanciare anatemi. Inizia l’era glaciale dell’electronic- divertissement. Ed anche i sudditi preferiti della regina vi si adegueranno per i prossimi tre/quattro dischi, intingendovi la tradizionale proposta hard’n’heavy. Sempre con classe, of course.

  • Love Symbol // Prince

    Love Symbol // Prince

    Trainato da una manciata di singoli di discreto successo a cavallo dell’oceano, la prova n.14 dell’ammiraglio (Nelson) consiste in un doppio disco che segue la formula della rock opera e della stessa possiede tutte le prerogative: brani legati senza soluzioni di continuità, superflui stralci di dialogo denominati “segue”, e soprattutto una proposta stilistica ad ampio raggio, come succedeva tra i solchi multicolori di Parade o Sign of the Times, o come sarà per il prossimo futuro Emancipation.

     

    Non c’è genere lasciato inesplorato nelle tracce di Love Symbol, ed opportunamente trattasi di esplorazioni succose e pregnanti. Nel primo lato è ancora la black side del rocker di Minneapolis ad essere preponderante. Solchi inondati da impronte di funk massiccio sempre dissimile e sempre coinvolgente, sia esso miscelato al jazz sofisticato di Sexy Mother Fucker, che si trasforma sul finale in una festa rhythym’n’blues dominata dal sax, oppure quello di strada di My Name Is Prince, ossessivo e spruzzato di metal, per chiudersi collo snello The Max, assaggio di trip-hop. Pace fatta grazie alle dolci atmosfere di Love to the 90s, flaccido slow per spazzole da batteria, e due dei più classici lenti made in Prince: tra di essi, Damn U si fa preferire a Sweet Baby, per una maggior articolazione del tema melodico. E l’ allegra marcetta reggae di Blue Light, dalla sequenza d’accordi talmente elementari da non parere nemmeno opera di Roger nostro, tiene il morale alto.

     

    Dato che proprio non se ne può fare a meno, anche qui il ragazzo inserisce una pestifera roba dance denominata I Wanna Melt With You, ma è l’unica caduta di stile. Porgete piuttosto orecchio, cari ascoltatori, al blusaccio da taverna di The Morning Papers ove il ragazzo slaccia finalmente la museruola alla chitarra e si lancia in soli atrofizzanti, cosicchè uno si ricorda, “ah, si è proprio lui, quello di Purple Rain”, e considera anche che se egli si ricordasse di azionare un po’ più frequentemente il suo talento migliore (quello di chitarrista, appunto) e meno di sbirciare ragazzotte sculettanti (S.M. F. docet) l’astina del livello delle sue produzioni s’alzerebbe ancora di più.

     

    Tuttavia uno non è genio a caso, e forse sarebbe troppo uno snaturarsi per lui, il cercare di darsi un minimo di ordine. Ed ecco allora che ti fa incazzare all’ascolto di The continental, hard rock a tutto spiano che chissà perché verso la fine resetta in stucchevoli coretti da amorini sulla spiaggia. Ritira la tavoletta da surf, ammiraglio Nelson, e mostraci anche sul lato B cosa sai fare. Fortunatamente la risposta è: Yes, Sir. Il primo frutto del rinsavimento è Seven, il pezzo di maggior successo di Love Symbol, una piacevole filastrocca corale intessuta di richiami epico- religiosi, nemmeno rarissimi nelle tematiche del principe, nella quale Roger inserisce anche un frammento di un duetto tra Otis Redding & Carla Thomas. Ma un deciso rialzo della lancetta del gradimento scaturisce dall’ascolto del micidiale medley Arrogance/The Flow. E’ un’ incandescente cacofonia di hard-funk e r’n’b con i fiati lanciati a dissonanze selvagge, che evidenzia i virtuosismi della sua (semi) nuova backing band, The New Power Generation, che sposata alle intuizioni melodiche del principe scintilla fuochi d’artificio.

    Così uno poi si rilassa volentieri, con l’eleganza della raffinata And God Created Woman, ma è una breve oasi di tranquillità. The sacrifice of Victor ributta tutti in pista, ok Mr. Nelson, anche per questo disco ci hai fatto ballare abbastanza, le trombe non ce la fanno più.

     

    Così l’ uomo del Minnesota chiude con il finale che ti aspetti e che ci voleva. Ovvero con una traccia di progressive rock in cui rispolvera finalmente la potenza del suo strumento chiave: la chitarra. Three Chains o’Gold è stata da molti vista come omaggio a Mercury vista la struttura “a stadi” che ricalca quella di Bohemian Rhapsody; per quanto mi riguarda è un brano che riafferma, ce ne fosse ancora bisogno, una versatilità con pochi eguali e il fatto che anche in questo album, come in tutte le sue opere più riuscite, il piccolo Roger mostra un’irridente, inarrivabile maestria nel crear musica di qualsiasi sorta, senza paletti. Sempre che lo possa fare in pace, viste le uggiose traversie con le case discografiche a causa delle quali cambierà nominativi e diffonderà per un certo tempo lavori solo sul web. Ma che rimanga un artista con il raro dono della predisposizione al “tutto”, è in quest’opera ampiamente ribadito.