Categoria: Recensioni dischi

  • Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

    Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

     

     

     

     

    Per la sua rentrèe nel music biz dopo quattro anni d’inattività, sulla quale si è parlato quasi sempre a sproposito, John sceglie una formula inattesa, cioè l’alternare il proprio materiale a quello della mogliettina orientale. E malgrado non sia semplice analizzare con obiettività un prodotto che vede la luce ventidue giorni prima dell’omicidio del suo autore, a parere di chi scrive si tratta d’ un disco brillante di luce propria, indipendentemente dai fatti dell’8 dicembre.

     

    Le canzoni di Lennon sono intimiste ed emozionanti; l’ex-baronetto mostra, forse con un po’ di pudore, il suo lato sentimentale riuscendo, opportunamente, a non scivolare nella melassa. Si comincia con il singolo trainante, (Just like) starting over, un tuffo nelle atmosfere patinate delle dance hall anni ’50, che contiene la dichiarazione d’intenti espressa nel titolo, una bella pietra sopra, ripartire da capo, andarsene lontano. Cleanup time è invece un esercizio mid-tempo nel quale il concetto di rinascita si amplia affrontando il tema della rinuncia all’alcool e alle droghe, con rivelazioni sulla vita coniugale della coppia post-’75: “The queen is in the counting house/Counting out the money/The king is in the kitchen/Making bread and honey”.

    Ad appesantire il clima idilliaco provvede il rock cupo di I’m losing you. Lennon affida a un sincopato lamento in minore, liricamente assai valevole, il timore di perdere Yoko, una volta riconquistatala con fatica a metà decennio. Sarà purtroppo lei a perdere lui. E’comunque l’unico momento tetro: il pezzo successivo, Beautiful boy è un’incantevole dedica a Sean, che vanta un middle eight d’alto spessore melodico e alcune frasi che è impossibile ascoltare senza un doloroso sentimento d’afflizione:“life is what happens to you/while you’re busy making other plans”.

     

    Watching the wheels, il punto più notevole dell’intero lavoro è una sognante marcetta dominata dal pianoforte, con la quale John si rivolge al suo pubblico, razionalizzando con leggerezza di spirito la lunga assenza dalle scene. Musicalmente sarebbe stato il punto di partenza perfetto, per il suo futuro artistico. Livello mantenuto alto anche dalla successiva Woman, il brano di maggior successo di Double Fantasy, love song d’intensità maccartiana, colma d’elogi e onori diretti alla metà giapponese, che ha pochi uguali, nel genere, nell’intera produzione di Lennon. Sempre Yoko la destinataria inconfutabile dell’ultima sua traccia, un’allegra cantilena sostenuta dall’armonica a bocca, con invocazioni vagamente iettatorie, visto quanto sarebbe poi successo, (“Your spirit s’ watching over me, Dear Yoko“…) e positività a mille.

     

    Le espressioni della succitata Yoko sono pregne d’accenti new wave, il che la porta a cavalcare l’onda, se non addirittura a originarla (le opinioni divergono) di bands come B’52 o la Lovich. Tra di esse, la più accessibile è certamente il rock scattante, deciso di I’m moving on, che funziona quasi come da risposta ai fantasmi di I’m losing you, alla quale segue senza soluzione di continuità. 

    Kiss kiss kiss, col coitus ininterruptus da sol levante che ne occupa l’intero minuto finale e Give me something, nevrotiche e frastagliate, suonano in effetti più moderne (il che non è quasi mai sinonimo di migliori) rispetto alle proposte del marito. La meglio Ono la troviamo peraltro in Beautiful boys, ove si veste da donna del mistero e cesella una melodia fosca e intrigante, con più d’una frase evidentemente autobiografica (“Don’t be afraid to go to hell and back“).

     

    I’m your angel è un valzerotto piuttosto abusato che par preso di peso da un musical dimenticato; meglio lo ska rallentato di Everyman has a woman who loves him. Chiude l’album un brano il cui titolo è tutto un programma, la corale, quadrata, Hard times are over, che riporta alla mente il Bowie di Young Americans. In essa, l’autrice dichiara che i tempi duri erano finiti, almeno per un pò. Esattamente per 22 giorni.

     

    Al netto d’ogni emozionalità, un’opera ragguardevole, questa dei coniugi Lennon; per John sarebbe stato un nuovo inizio, il destino ha voluto diversamente. Lo sfruttamento comincerà presto e durerà almeno un trentennio: da John Lennon collection del 1982 a (per ora) Double Fantasy Stripped (!) nel 2010.

     

     

     

     

  • Hot Space  // Queen

    Hot Space // Queen

    Fino a pochi anni prima, sulla copertina dei loro dischi, i Queen imprimevano con orgoglio la scritta: “”And no synthesizers””. E se qualcosa era cambiato dalla pubblicazione di The Game, più di qualcosa stava evidentemente cambiando quando, una bella mattina dell’aprile 1982, i negozi si trovarono inondati dalla nuova fatica dei quattro.

     

    Hot Space fu un colpo per i seguaci del gruppo ma anche per l’ascoltatore neutrale, in quando proprio sul sintetizzatore era largamente impostato. Il nuovo album propone, per tutto il primo lato e più sporadicamente nel secondo, venature funky e ritmi prettamente dance. Con premesse simili il rischio di un tuffo nella palta era straordinariamente alto, in quanto, se il cambiamento stilistico fosse rimasto fine a sé stesso, né critici né pubblico avrebbero avuto pietà  della band. Ma la prerogativa di Hot Space è proprio quella, per fortuna, di saper adattare l’elettronica al proprio sound più classico, creando una sorta di «hardn’rhytym» che porta a risultati (quasi sempre) efficaci.

     

    Le espressioni più significative di questo new trendy abitano una di fianco all’altra e rispondono al nome di Dancer (di May) e Back Chat (di Deacon), ed il messaggio è trasparente: se proprio bisogna andare in discoteca, ci si va armati sino ai denti, con l’elettrica distorta a furoreggiare da inizio a fine. Il più attratto dal nuovo giocattolo stilistico pare essere, manco a dirlo, Freddie Mercury. Ma se Staying Power, modulata su toni bassi e smorzati, suona piacevole ed elegante, Body Language, che oltretutto i quattro ebbero la brutta idea di pubblicare come lead single, è roba davvero difficilmente digeribile, ricolma di gemiti e urletti ed adornata di un testo vuoto e insulso, quello si, ingrediente abituale delle dance halls di tutto il mondo. L’ ingegnosa linea di basso che sostiene (è proprio il caso di dirlo) il brano non basta a risollevarne le sorti. E’ anche vero che trattasi dell’unico, vero errore di Hot space, commesso probabilmente per il gusto dell’ eccesso, che s’addiceva particolarmente al leader. Le canzoni di Roger Taylor sono accomunate da una ritmica incalzante e messaggi ottimisti: se Action This Day; con la chitarra all’unisono con il levare, è un deterrente alla staticità  di una soffocante esistenza metropolitana, Calling All Girls è l’allegro, sbarazzino richiamo a Play The Game» (of love, naturalmente) e diventa il primo pezzo del batterista a vincersi il lato A di un singolo.

     

    Come accennato, il secondo lato dell’album rientra nei canoni più tradizionalmente Queen, e gli spasimi “”discorock”” assumono un profilo più dimesso. A dimostrazione, ecco la seconda prova di Brian May, forse il meno toccato dall’innovazione, che sprigiona la sua classica potenza heavy nella mordace Put Out The Fire. C’è tempo, a questo punto di Hot space, per un paio di momenti lirici davvero coinvolgenti: Life Is Real è la quintessenza del Mercury riflessivo, che omaggia John Lennon con una delle sue melodie più tenere ed emozionanti (e per non lasciare dubbi circa il destinatario della dedica, apre il pezzo con gli stessi tre tocchi di triangolo che iniziavano Starting over, l’ultima canzone incisa da John). Sbigottimento, angoscia, bisogno di certezze: tocca a Las palabras de amor, il Brian più intimo, riportare aspettative, speranza, con un brano acceso di coralità  fiduciose (E il ritornello in spagnolo, per ruffianare il mercato sudamericano). La succitata Calling All Girls e Cool cat, un’inusuale collaborazione Mercury-Deacon lento funky che dà  libero sfogo ai falsetti selvaggi del signor Bulsara, preparano il campo all’ultima traccia del lavoro, che merita tutta l’attenzione. Under Pressure, prima (ed ultima) collaborazione con David Bowie, è un’efficace pennellata glam-rock contro le nevrosi e le insanie della vita odierna, a discapito di rapporti sinceri e duraturi; messaggio in linea con il positive thinking dell’intero album che frutterà  ai quattro (cinque per una volta) il secondo singolo più venduto in assoluto dopo Another One Bites The Dust. E chiude in crescendo questo disco coraggioso ed innovativo, talvolta esagerato, bistrattato (non poteva essere altrimenti) all’epoca e rivalutato negli anni, che influenzerà  in misura variabile la restante produzione Queen del decennio in corso.

  • Cloud 9  // George Harrison

    Cloud 9 // George Harrison

    Il dato più significativo rapportabile a quest’undicesima prova da solista di Harrison, che vede la luce cinque anni dopo il leggero Gone Troppo, è che, come risulta chiaro fin dal titolo, George fa finalmente pace con sé stesso e il suo passato. E crea musica definitivamente scevra da solenni attestazioni filosofico-religiose, che farcivano, non sempre in modo del tutto opportuno, i solchi dei suoi dischi della prima metà  degli anni settanta, ma anche da livorosi riferimenti alla golden age di vent’anni prima.

     

    Le intenzioni sono chiare sin dal blues d’apertura, la claptoniana Cloud 9, sodo e coprente omaggio a Lennon, di cui prende in prestito una delle espressioni preferite, che diverrà  uno dei caposaldi della tourneé giapponese di qualche stagione più avanti. L’amore, dunque, la gioia; ecco le muse ispiratrici di Cloud 9. Grazie anche all’ aiuto di Jeff Lynne (Electric Light Orchestra), amico e coautore dei due brani, il nostro fornisce esempi davvero belli in This Is Love and When We Was Fab, specialmente nella seconda, un affettuoso tributo alla beatle-era che riesce a non cadere mai nel patetico. Tra i fumi di un primitivo sogno psichedelico, un pizzico di flower-power e l’inconfondibile tocco di Mr. Starkey alla batteria, il muro tra il signor Harrison e il cucciolo George viene definitivamente sbriciolato. La disperazione è un qualcosa d’intangibile, che non abita (più) qui. Ulteriore dimostrazione la presenza a fine album della vecchia hit di Rudi Clark, Got My Mind Set On You, un twist seducente che risale ai tempi di Amburgo, che completa il restauro d’immagine del ragazzo (e gli restituisce una hit mondiale sei anni dopo All Those Years Ago. N.1 in America e Canada e 2 in patria). Ma anche Fish On The Sand, Wreck Of The Hesperus e sopratutto il rock possente di That’s What It Takes sono fresche e coinvolgenti.

     

    Momenti di riflessione, in ogni caso, non ne mancano. Il lirismo di Just For Today è manifesto di una nuova, saggia semplicità . E Someplace Else, in versione riveduta e corretta (e migliorata) rispetto alla soundtrack di Shangai Surprise, si candida ad essere una delle espressioni melodiche più riuscite del suo intero catalogo solista. Palma del brano migliore alla straordinaria Devil’s Radio, fremente rock da strada che si risolve in un attacco frontale al gossip e al male derivante da certe disinvolte insinuazioni, con più di un riferimento a un certo insistito eclissarsi di Harrison dalle luci dello star system («You wonder why I don’t hang »˜round much, I wonder how you can’t see..»), risalente ad esempio agli anni delle sue controversie giudiziarie della metà  del decennio precedente. Un pezzo che non avrebbe mal figurato in nessun’ opera del George migliore (1968- 1971), sia coi tre soci che in autonomia.

     

    L’eterea, soffice Breath Away From Heaven completa un quadro idilliaco, nel punto in cui inopinatamente è l’intera carriera solistica dell’ex beatle a chiudersi. Negli anni novanta per lui ci sarà  ampio spazio per collaborazioni di successo (L’avventura dei Traveling Wilburys e la riunione con Paul e Ringo per Anthology), ma a livello solistico non riuscirà  a portare a termine il lavoro per Brainwashed, i cui ritocchi saranno a cura dei suoi collaboratori e del figlio Dhani Anche alla luce di quest’ultimo lavoro, che uscirà  postumo nel novembre del 2002, Cloud 9 resta comunque il miglio disco di George dai tempi di All Things Must Pass. Con la sostanziale differenza che in quell’occasione il capolavoro scaturiva dall’amarezza, dalla disillusione, dal fatalismo. Qui siamo invece di fronte a toni rinfrancati, positivi, divertiti addirittura, e il materiale resta costantemente pressoché privo di sbavature. Una prova che svela una maturità  ormai metabolizzata, senza più risentimenti, giustamente premiata da critica e pubblico.

  • Amore non amore  // Lucio Battisti

    Amore non amore // Lucio Battisti

    La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l’estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E’ quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall’ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d’oro.

     

    Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d’apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall’inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock’n’roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l’urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c’è Una, dove il protagonista s’interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l’ abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d’oltreoceano.

     

    E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

     

    Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

     

    La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un’arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In “”Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania“”, il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

     

    Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell’ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles anch’io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

     

    Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s’inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest’ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile “”Anima Latina””.

  • Tormato // Yes

    Tormato // Yes

    Edito nel momento in cui la golden age del prog europeo (Italia compresa) andava malauguratamente sbiadendo, sfiancata dall’ ondata punk prima e disco poi, questo nono album degli Yes, Tormato, nasce con un doppio, ambizioso fine. Quello di proseguire comunque una tradizione che l’anno prima aveva inanellato un nuovo, considerevole tassello con Going For The One, senza rinunciare ad arricchire la fortunata vena di pezzi brevi e potenzialmente scalatori di charts, inaugurata da Wonderous Stories, estratta proprio da quel penultimo lavoro.

    Il primo di questi due passi viene portato a compimento aggiungendo alla sonorità  peculiarmente seventy della band una ventata di toni nuovi, che strizzano l’occhio alla new age, come salta all’ orecchio dall’ascolto della opener Future Times, creativamente l’ unica espressione collettiva del gruppo, quasi a dimostrare una precisa unità  d’intenti nel procedere verso una direzione del genere.

    Sempre in questo settore, più classicheggiante suona un brano come Circus Of Heaven, colmo di visioni oniriche, divinità , animali e personaggi fantastici, il «circo» del prog riproposto nella sua eccezione più tipica e forse talvolta un po’ kitsch.

    La più peculiare messa in pratica del secondo scopo è la presenza del potente stomp animalista di Don’t Kill The Whale, che gioca le sue carte in cento secondi, dando poi ampio spazio alle articolate scale di Steve Howe seguite dai gotici arzigogoli di Wakeman (e da un ridondante corettino inserito nel finale). Il rinnovamento in corso s’arricchisce d’un senso di «spazialità », che pervade l’intera opera, con particolare riferimento in alcuni testi (Arriving UFO o Madrigal) e in certi arrangiamenti (Future Times/Rejoice). Non mancano raccolti momenti di devoto lirismo, come la succitata Madrigal, nostalgica ode a un’ anima pura che «ci guidi verso un era nuova»(!), cui l’harpsicord e la chitarra spagnola forniscono un delicato tappeto pastorale. Oppure Onward, il momento in cui le luci convergono su Chris Squire per il suo raccolto canto di amore, dove non c’è nulla da sviscerare, da iperprodurre: solo una melodia riflessiva su poche semplici, intime righe.

    Spazio a parte per Release Release, atletico rock caratterizzato da nutrite variazioni di tempo, il cui refrain è introdotto da uno snello giro tricorde, e che avrebbe regalato agli Yes una hit minore in madrepatria. Atmosfere da stadio per un consistente solo del drummer Alan White, prima che Squire e Howe riportino il brano sui binari iniziali, una delle manifestazioni più convincenti di Tormato.

    Meglio anche del finale, On The Silent Wings Of Freedom, cooperazione Anderson/Squire, che associa frenetiche modernità  (con dilatato uso del wah-wah), ad un pensoso intermezzo che pare riecheggiare perdute tracce psichedeliche.

    All’epoca fans e critica avevano storto il naso sino quasi a spaccarselo di fronte a quest’album, adducendo ad esempio imprecisioni di produzione (come il timbro del basso di Squire, meno robusto del solito), oppure il mancato sviluppo, in qualche caso, delle buone idee che germogliavano in studio. In effetti certo materiale avrebbe potuto prendere una direzione più compiuta e omogenea, (Vedi Don’t Kill The Whale o anche Circus of Heaven). Senza contare che il 1978 vedeva serpeggiare piccole tensioni nell’ambito della band, che trovavano spunti di disaccordo persino sulla sede delle registrazioni. Il futuro riserverà  qualche mutamento nella line-up.

    Ma Tormato resta un’opera in grado di reggere il passare del tempo e delle mode; il gruppo si ricicla decorosamente da alfieri del rock progressivo al rock puro e semplice, (come diverrà  lampante negli anni ottanta) e il risultato è almeno discreto, purchè non ci si attenda più, in futuro, un nuovo Fragile o Close To The Edge. (La versione rimasterizzata »“ 2004 »“ di Tormato contiene ben otto canzoni aggiuntive, di cui la più pregevole è la deliziosa Abilene, all’epoca pubblicata come retro del singolo Don’t Kill The Whale).

  • ERM-78 // Invisibles

    ERM-78 // Invisibles

    Sarebbe facile liquidare la faccenda con un semplice «Bell’album, ma già  sentito», oppure tentare di spiegarsi il fascino del primo ascolto con un lapidario «Orecchiabile». Perché se l’impatto è quello di una musica piacevolmente familiare, le motivazioni non sono certo così superficiali.

     

    Quando ascolterete gli Invisibles non cercate di decifrare influenze, somiglianze, non tentate di incasellarli in definizioni di genere né di cadere nella facile tentazione di un paragone con una lunga serie di più celebri cugini d’oltremanica: potreste averli già  persi vista.

     

    Piuttosto bisogna lasciarsi trasportare dal timbro limpido e vibrante del vocalist e polistrumentista Vincenzo Firrera: fin dall’opener Gunny la linea della voce, staccandosi senza conflittualità  da una base elettronica di suoni aspri, distorti e all’occasione dissonanti, crea una sorta di rapporto confidenziale con l’ascoltatore; il finale swingato è una bella sorpresa a conclusione di un brano che già  non ne era privo.

     

    Away,, pop esemplare, scorre via con la più classica delle strutture compositive. Con Cabaà§a ci troviamo decisamente più ad est: le scale, sostenute dalle sonorità , si spostano su intervalli mediorientali mentre le chitarre si alternano ed intrecciano in arrangiamenti sofisticati.
    Per non farsi mancare nulla arriva anche la lingua francese su una vecchia giostra di valzer musette: «c’est finit» chiosa Vincenzo sullo spegnersi di Interludio.

     

    L’ascolto di Good Dream Bad Dream, brano notevole e ruffiano, è un piacere: doppia voce con salto in falsetto di un’ottava, aperture spudoratamente melodiche a pieni strings; e l’effetto è assicurato.

     

    Semplicemente chitarra acustica e due voci, passa senza dare troppo nell’occhio Frame. Nella successiva Looser, tra una strofa l’altra, mentre la linea melodica si muove su una struttura decisamente articolata, fa capolino addirittura una tromba, cui poi è affidato il finale: una sorta di botta e risposta free.

     

    MIDI file è una sorta di track-spia la cui unica funzione sembra essere sottolineare l’importante componente sintetica dell’album; subito dopo, il classico arpeggio di Leaf prepara al congedo finale. La voce di un homeless ringrazia per gli spiccioli e arriva l’effettiva conclusione con la ghost Brother

     

    Fortunatamente Simone Pomini, Matteo Marmonti e Vincenzo Firrera di cose da dire ne hanno ancora parecchie ed è così che trovano uno spazio bonus altre due tracce: la stupenda Emigration Song e una meno esaltante The Army.

     

    Ad accrescere il valore di questa scarna formazione, tuttavia, è un elemento che purtroppo non si puಠevincere dall’ascolto di un album: durante l’esibizione dal vivo le idee e i suoni degli Invisibles prendono forma con la massima naturalezza ed espressività  e il riscontro del publico ne è una prova più che soddisfacente.

  • Guitar Heaven // Carlos Santana

    Guitar Heaven // Carlos Santana

    Generalmente non vado matto per le operazioni sfacciatamente commerciali e questo Guitar Heaven: The Greatest Guitar Classics of All Time ha tutta l’aria di esserlo.

     

    Mettete insieme una leggenda vivente come Carlos Santana al suo diciottesimo album, un produttore come Clive Davis, vecchia volpe della Sony Music, una manciata di pietre miliari del rock contemporaneo coverizzate e giovani artisti emergenti della scena americana accanto a nomi noti a livello internazionale ma finiti un po’ nel dimenticatoio. Aggiungete poi un tour mondiale già in cantiere, che tra l’altro farà tappa anche in Italia il prossimo luglio, e la presenza, tra i credits, di alcuni individui usciti da popolari talent-show televisivi: il successo commerciale è servito!

     

    D’altra parte, la tentazione di ascoltare gente come Chris Cornell alle prese coi Led Zeppelin, Scott Wieland coi Rolling Stones o lo stesso Santana eseguire i leggendari riff di Whole Lotta Love, Back in Black, Sunshine of Your Love o Smoke on the Water è fortissima.

     

    Mi metto dunque all’ascolto e le sorprese certo non mancano. Innanzitutto Whole Lotta Love, l’opening track dell’album interpretata da Chris Cornell e pubblicata come singolo di lancio: una vera bomba. Poi Back in Black, rivisitata dal rapper Nas e sulla quale avevo alcuni pregiudizi sorti dopo aver appreso che questi è stato decretato, nientemeno che da MTV, il quinto miglior mc, ovvero “maestro di cerimonia” di tutti i tempi. Nonostante questa notizia e la presenza della sconosciuta vincitrice dell’edizione 2007 del contest “My Grammy Moment” Robyn Troup a far le veci Brian Johnson, questa Back in Black, grazie anche a un Santana molto rock, suona addirittura più esplosiva dell’originale. Infine, le altre due sorprese: While My Guitar Gently Weeps e Little Wing.

     

    La prima è una tanto intensa quanto coraggiosa rivisitazione del capolavoro dei Beatles interpretata dalla voce suadente della cantante soul India-Arie, anch’essa semi sconosciuta dalle nostre parti, e impreziosita dai sofferti assoli di chitarra del buon Santana e dall’emozionate violoncello del cinese Yo-Yo Ma. La seconda è una cover, decisamente più canonica ma sempre di grande effetto, di un altro mostro sacro come Jimi Hendrix; qui a farla da padrona è la voce, sempre più roca, di un Joe Cocker rispolverato chissà da dove ma sempre – tranne nel finale troppo ostentato – da brividi.

     

    Questi due pezzi, uno verso l’inizio e l’altro dopo la metà dell’album, hanno tra l’altro il pregio di spezzare il ritmo piuttosto sostenuto e un po’ monotono e concederci una boccata di ossigeno dal suono in alcuni casi ossessivo delle percussioni.

     

    Non vanno a podio ma meritano una menzione particolare, a mio avviso, Riders on the Storm, non tanto per l’interpretazione di Chester Bennington dei Linkin Park, ma per la presenza dell’originale Ray Manzarek alle tastiere, Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival per la voce di Scott Stapp (ex Creed) e Ain’t Superstitious, storico blues di Howlin’ Wolf su cui Santana può dare sfogo all’improvvisazione.

     

    Potrei anche continuare, citando tutti gli artisti che compaiono nelle quattordici tracce (12 più 2 bonus track nella Deluxe Edition), ma rischierei di togliere gran parte dell’interesse e del divertimento nell’esplorare questo Guitar Heaven. Un album, in definitiva, sicuramente di buon livello, certo non molto originale ma dagli altissimi contenuti tecnici e, nonostante questo, di facile e piacevole ascolto. Un album consigliato a tutti purché si stia al classico gioco di Santana, un gioco fatto di assoli incessanti e percussioni onnipresenti.

  • Blur // Blur

    Blur // Blur

    In caso sussistano ancora dubbi sul fatto che i Blur rappresentino una delle più creative bands provenienti dal regno di Sua Maestà  tra gli Ottanta e i Novanta, è vivamente consigliato l’ascolto dell’opera omonima del 1997, in genere poco celebrata ma imbevuta di variegate innovazioni che la distaccano dalla massa informe dei gruppi indie-rock dell’epoca.
    E’un piacevolissimo viaggio in un genere più colto, più maturo da parte dei quattro trentenni, evidentemente stufi dell’idolatria da teenager, sempre inversamente proporzionata alla considerazione degli addetti ai lavori, per quanto potesse importar loro.

     

    Si apre con il middle rock di Beetle Bum, che va oltre il risaputo omaggio ai fab four, creando una melodia coprente e affascinante che non avrebbe ad esempio sfigurato tra i solchi del White Album. Il trash metal di Song 2, la cui sequenza d’accordi ricalca tortuosi sentieri garage punk, e della gemella Chinese bombs, è un gancio sul muso a chi definisce Coxon e soci come i fratellini gentili degli Oasis. In verità , la crescita versatile dei ragazzi, l’ ampliamento della ricerca tecnica, è in quest’ opera lampante. MOR strizza l’occhio al glam epocale di vent’anni prima senza perdersi in vani scimmiottamenti. E dato che dalla casa discografica avranno fatto notare che per campare ci vuole l’hit single, il gruppo sforna l’allegro tricorde di On Your Own, con quel fare goliardico che trasforma il brano in inno nel refrain. Ironicamente sarà  Song 2 ad avere più successo.

     

    Il genio spesso sottostimato di Graham Coxon s’esprime nei 218 secondi di You’re So Great, ballata acustico-distorta interpretata in modo sinistramente anticonvenzionale dal chitarrista. Pare che lo stesso sia stato il più acceso promotore di un progresso stilistico non più rimandabile e questo suo pezzo ne rappresenta brillante prototipo. Per il resto, le caratteristiche melodiche insite nel complesso sono presenti in toto. Vedi la colorata fantasia degli arrangiamenti, la dissonanza delle armonie, talvolta agli antipodi delle basi melodiche del brano eppure sempre magistralmente funzionali, vedi la «spazialità » aggiunta al piccolo blues di Country Sad Ballad Man, o la macchina del tempo di Theme From Retro arricchita di un Hammond profumato di psichedelia, o i tocchi trip-hop e la fuzz guitar della malinconia ipnotica di Death Of A Party. Ancora, la dilatazione della pacata Strange News From Another Star, trasportata su un’altra dimensione da un tappeto d’ effetti sonori repentinamente disarmonici, che lascia campo al rock caustico di I’m Just A Killer For Your Love, con wah-wah, distorsioni e riffs gracchianti, cesellati insieme in una sorta di caos organizzato.

     

    Look inside America rischia uno stridente auto plagio tramite una strofa troppo ammiccante a Country House, prima di virare su un inciso di tutt’altro spessore musicale, corroborato da una piacente parte di piano e arpa nel bridge. Il finale è tutto nel rock elettrico di Movin on. E naturalmente nell’ossessiva Essex Dogs, che riduce a brandelli l’immagine della popband sorridente e inutile con una mini picture soundtrack in minore, che se aspettavano tre anni potevano chiedere ai Radiohead d’inserirla in Kid A, con tanto di ghost track finale.

     

    L’eclettismo della band permette ai quattro di evadere dal golden pop corner in cui lo stesso successo di Great Escape li aveva confinati e di assumere finalmente la meritata dimensione internazionale, a livello di critica intendo, perché di pubblico ce l’avevano già  da un decennio ormai, che meritavano. E il meglio doveva ancora venire, anche se sarebbe durato poco.

  • Ancient Heart // Tanita Tikaram

    Ancient Heart // Tanita Tikaram

    Una fiorente generazione di cantantesse ebbe il suo momento di gloria a cavallo tra gli ottanta e novanta da ambo le parti dell’ Oceano, includendo tra le altre Edie Brickell, Tracy Chapman, Michelle Shocked e l’anglo indiana Tanita Tikaram.

     

    Se consideriamo all’epoca dell’incisione aveva diciott’anni e mezzo, il lato più stravagante dell’ album di debutto di quest’ultima sta nel titolo dello stesso. Ma guai ad approciarsi con sufficienza ad Ancient Heart. Siamo infatti di fronte a un lavoro appassionatamente serioso, spesso cupo nei toni, e già  considerevolmente maturo, sia nei suoni che nei testi, in molte sue parti. In una parola sola, affascinante. Il tutto contraddistinto dal timbro profondo, quasi incavato, della Tikaram. A rappresentare l’ intero disco potrebbe essere chiamato il pezzo centrale, Twist in My Sobriety, che racchiude le peculiarità  stilistiche sopraccitate, con l’ oboe a dirigere le operazioni mentre il testo recita di libri, coscienza e figli di Dio, insomma non propriamente una Rihanna di vent’ anni prima. Oppure la tromba che domina la sonnolente For all these years, lunga e tortuosa espressione lento jazz ove, ammantata di precoce saggezza, la ragazza pontifica sul fatto che il proprio amore giovanile non è fatto per durare un’esistenza intera. Insomma un’opera prima grave e responsabile, e in questi casi il rischio maggiore è quello di un tedio sistematico, della ricerca della profondità  a tutti i costi a discapito della sincerità.

     

    Fortunatamente non è il caso di Ancient heart. Le meditazioni possono anche rivestite da ritmiche accattivanti, come nell’irresistibile twist di Good Tradition, opener e primo singolo dell’album, che annuncia «tradizioni familiari di amore e odio viste dall’angolo del focolare» e si risolve in un inno, malgrado tutto, alle intime gioie della vita domestica, celebrando la casa come un luogo «lontano da dove succedono le cose cattive». Così come nella spensierata He Likes The Sun, unica traccia del disco a svelare il teenagement dell’artista, che è esattamente come uno la immagina dal titolo: una pigra lode al sole alla quale l’autrice non si preoccupa nemmeno di conferire eccessivo senso compiuto.

     

    La Tikaram mostra già  abbastanza personalità  da pennellare una ballata irriverente a ritmo di charleston ed ingannare l’ascoltatore intitolandola Sighing Innocents. Ma è come un rigenerativo momento di ricreazione oltre il quale l’inglesina ripresenta materiale decisamente più ambizioso. Dove un’ombra di malinconia cala ad ispessire le trame di questo esordio sorprendente, Il livello aumenta in maniera sensibile. Ne è un esempio la delicatezza di Cathedral Song, elegia scortata da una chitarra acustica discreta e coprente allo stesso momento e da un intrigante video in bianco e nero. Il violoncello di Valentine Heart conduce attraverso un walzer pensoso, che svela sentimenti puri, disarmanti, non ancora avvelenati dal cinismo e l’amarezza («I want to see you »“ it’ s simple and plain...»), che fanno invece capolino nella più lugubre I love you, fino a definire quell’amore «impossibile». Scombussolamenti giovanili? Si, ma di classe, privi di gemiti, corettini stucchevoli o elettronica ridondante. Con Preyed upon la giovane si diverte a lanciare messaggi astrusi («Non dimenticare che sei solo, a meno che tutto sia solo.»). Schopenhauer, anche tu? Anche se il pezzo che non si stacca più dall’orecchio risponde al nome di World Outside Your Window, un rock istantaneo che parla di viaggi, partenze, mondi da scoprire (appunto).

     

    Forse è questo il vero manifesto di Ancient Heart. Mentre una frase tratta da Cathedral Song potrebbe assurgere a slogan del disco: «Serio come l’inverno». Parte da qui e da premesse eccellenti il viaggio di questa cantautrice seducente e raffinata, e legittimamente questo debutto sarà  premiato dal successo presso vaste frange di pubblico, particolarmente in Austria e Germania. Grazie anche alle impeccabili scelte dei singoli: Good tradition, Twist In My Sobriety, Cathedral song e World outside your window.

  • Back To The Light // Brian May

    Back To The Light // Brian May

    Se questa è stata un’operazione commerciale con molta lana di pelo sullo stomaco prima che un reale prodotto solista della chitarra dei Queen, da pochi mesi orfani del proprio carismatico leader, non sta a chi scrive giudicare. Quello che salta all’occhio, o meglio all’orecchio, è che questo è un disco davvero soddisfacente, con un unico protagonista conclamato, ossia l’hard rock nella sua forma più grezza e meno affettata possibile; priva d’elettronica e affrancata, nella sua semitotalità, da schemi logori e abusati.

     

    Gli esempi si succedono senza sosta, in un crescendo davvero entusiasmante. Dopo l’introduzione in chiaroscuro di The dark, la title track Back To The Light dispone chiarissime carte in tavola, col suo refrain corale e potente. Meglio ancora Love token, dall’originalità sorprendente e gli sviluppi intricati. Un divertissement dove tutto s’interseca alla perfezione, e il nostro si permette goliardie assortite (Mama’s hangin’ on to every word that’s spoken/ But Papa’s hangin’ on to his old love token). Tripletta completata da Resurrection, dove la “vittima della cospirazione” reitera assolini in scala su sequenze d’accordi spaziali, con coretti sepolcrali (Whitesnake? Ronnie James?) ad accompagnarli.

     

    E la carica non s’esaurisce col trascorrere dell’album. L’energica, scanzonata Driven by You guida l’ascoltatore lungo sentieri d’armonie elementari, forse troppo presto dimenticati, e rivitalizzati da un’ atmosfera frizzante, quasi naif. Brian stava lavorando alla canzone negli ultimi giorni di vita di Freddie, e la leggenda narra che Mercury urgesse l’amico a produrre in fretta il brano, la sua scomparsa l’avrebbe poi spinto enormemente come singolo… I’m Scared ammicca al trash nella strofa e diventa un r’n’r veloce nell’inciso, in efficace contrasto con le liriche che dipingono un May preda di paranoie assortite e contrastanti, con punte di divertita ironia (Scared of Steven Berkhoff). Se a livello emozionale il periodo non era dei migliori, il nostro, insomma, reagiva rocchettando. Verso la fine dell’opera, May si concede una parentesi piuttosto inusuale per lui, ovvero il bluegrass di Let your Heart Rule Your Head, con arguti suggerimenti affinchè il “ritorno alla luce” sia efficace e permanente.

     

    E’ quasi sorprendente la leggerezza che pervade i solchi di Back to the light, non v’è in esso ombra di lugubre negatività o sofferenza, che il nostro ha evidentemente deciso di lasciarsi alle spalle, e ne guadagna assai la qualità della proposta. Il rock party è chiusa da Rollin over, cover omaggio di Brian a due tra i suoi più cari amici, Ronnie Lane e Steve Marriot, prestante e vitale tributo a due musicisti che avrebbero meritato maggior visibilità in campo internazionale.

     

    Trattandosi di un album essenzialmente rock, poco spazio per le ballads, le quali però hanno il merito di mantenere elevato il livello. Too Much Love Will Kill You è la versione cantata da Brian del pezzo che apparirà tre anni dopo su Made in heaven con Mercury alla voce, forse meno solenne e più intimista, con l’intermezzo di chitarra classica a farla da padrone. Perla della sezione “soft” è però l’intermezzo strumentale di Lost Horizon, riff ardente di nostalgia, talmente pregno di significati scevri da parole ridondanti, che il ricciolone lo proporrà persino come singolo. E’ questa la sezione a più alto rischio emotivo, che comprende anche il sommesso ricordo di MercuryNothin’ but Blue, ove May è raggiunto da John Deacon al basso. Mansueta, desolata, fortunatamente priva di pompose celebrazioni, la canzone esprime il semplice rammarico (“No I can’t stop my wondering/’bout all those things that might have been…”), di un futuro negato sia umanamente e che artisticamente, appartenendo in tal senso a ogni fan dei Queen sparso in giro per la Terra. Sentimenti che si riverberano, infine, in Just One Life, che mantiene un tono sobrio e toccante nel portare a termine il primo viaggio solista di Brian. Viaggio invero notevole, che frutterà al suo autore meritati riconoscimenti di critica e pubblico, prima che lo stesso si ricongiunga agli altri due superstiti per la discussa operazione di Made in heaven.