Categoria: Recensioni dischi

  • What Price Paradise // China Crisis

    What Price Paradise // China Crisis

    I China Crisis rappresentano la tipica band per la quale l’essere nati e cresciuti negli eighties ha significato contemporaneamente la fortuna e la condanna. La fortuna perché con un paio di singoli ben azzeccati e l’aiuto della “heavy rotation” dei video channels, che conoscevano il boom mondiale proprio in quel momento, il loro nome è balzato velocemente alla ribalta internazionale. La condanna perché, proprio a causa di un’offerta enorme ma non necessariamente di qualità, il loro momento di successo non è durato quanto avrebbe meritato.

    “What price paradise” cattura il momento di maggiore esposizione dei ragazzi: oltre la scorza degli arrangiamenti “d’epoca”, che investono ad esempio la saltellante “Safe as Houses” , la sostanza dell’album si rivela di tutto rispetto. Il cavallo di battaglia di “What price paradise” è rappresentato da “Arizona sky”, che ad una strofa riflessiva ed attendista connette un refrain suadente e adatto a scalare le ritrose charts d’oltre oceano con una melodia davvero piacevole.

    Il tocco jazzato di “It’s everything” è buon biglietto da visita per questo nuovo album e ne sciorina tutti gli elementi distintivi: raffinatezza e moderazione su tutti, qualità che ritroviamo nel soul elegante di “Worlds apart”. Il brano pare scaturire direttamente da una session di “Our favorite shop”, di cui il disco dei China è pressochè contemporaneo, con quel sofisticato duetto di fiati a chiudere le danze. Altra gemma preziosa è la delicatezza di “Hampton beach”, dall’atmosfera eterea, minimalista ma tanto suggestiva, così ritmicamente variopinta nella sua totale assenza di strumenti a percussione. Anche la marcetta orientaleggiante di “Best kept secret” risulterà tra i numeri più apprezzati della raccolta, e con materiale di così buon livello si può anche chiudere un occhio di fronte all’easy listening di “The understudy”, che procede a scatti sfociando in un ritornello arricchito da un coro che lambisce il gospel, ma senza impressionare più di tanto.

    Il fresco semi-swing di “We do the same” porta nuova linfa all’opera, e le atmosfere del night club s’accendono. “A day’s work for the dayo’s done” ribadisce una linea stilistica similare, mentre “June bridge” è l’altra track del disco che maggiormente riecheggia il sound tipico del periodo in cui ha visto la luce, con quegli stacchi che caratterizzano strofa e middle- eight per poi sfociare in un inciso lineare e più orecchiabile. Alla appena più movimentata “Trading in gold” il compito di chiudere l’ album, con piccoli arzigogoli di chitarra che osa finalmente al di là dei soliti arpeggi.

    Oltre al successo di “Ariziona Sky”, altri due singoli vennero estratti dall’album, ossia “June bridge” e “Best kept secret”, il che permise di mantenere le vendite dell’opera su un livello confortante. Rispetto al precedente lavoro “Flaunt the imperfection” (che conteneva l’altro grande hit del complesso, “Black man ray”), il cambio alla produzione (da Walter Becker al duo Cliver Langer – Alan Winstanley) non ha affatto pregiudicato la qualità del prodotto. Anche il bassman Johnson e il drummer Wilkinson contribuiscono alla stesura dei pezzi con le menti storiche Daly e Lundon. L’operazione “What price paradise” si dimostrerà un successo sotto ogni punto di vista. Ciò nonostante, la band smarrirà progressivamente i favori del pubblico, e dopo un altro paio di lavori chiuderà quietamente la propria carriera, almeno per quanto riguarda pubblicazioni inedite, intorno alla metà del decennio successivo.

  • Abbi Dubbi  // Edoardo Bennato

    Abbi Dubbi // Edoardo Bennato

    Con Abbi dubbi, undicesimo album, Bennato sforna il prodotto più significativo della propria discografia da molti anni a questa parte, almeno da E’ arrivato un bastimento (1983) in poi.

    Abbi dubbi ammalia per versatilità di stili e potenza di suoni: l’ energica Sogni, opener che racconta a ritmo di rock aspirazioni e aspettative di giovani di belle speranze, ne è subito un brillante esempio (Senza tralasciare stilettate ad un ambiente che tali aspettative più di tanto non poteva forse assecondare: “L’Italsider mai/forse me ne andrò a Milano”…). Proprio il genere più amato dal poliedrico architetto partenopeo si prende tutti i primi piani del disco e lo contraddistingue appieno. La più trascinante espressione è la potentissima title-track, che strazia l’ inerzia della bollente estate in cui vede la luce con un “Hard’n’ roll” da capogiro. Strofe, ritornello, bridge, cori, assoli di chitarra metal e sax, il tutto nella più classica e rassicurante sequenza di accordi (quella di rock’ n’ roll appunto) per ribadire il ruolo che s’è costruito in una carriera (all’epoca) quasi ventennale. Metal, dicevamo? E metal sia, nella furibonda Zen, che nulla a che fare tiene con la filosofia, ma si riferisce a un quartiere di Palermo, tricorde secco, semplice e rimbombante. Violenza da quarantenne d’assalto? Non solo. Di grande effetto, per contro, anche un paio di slow anni sessanta, che Edo recupera dalle dance hall dei suoi quindici anni. Strepitosa Stasera o mai, arrangiamenti e coralità nero pece e batticuori da fine anno scolastico, con il finale lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore. Intrigante il blues sincopato di Vendo Bagnoli, che sciorina suadenti e sarcastiche considerazioni sullo stato urbano del suo quartiere natale. La vis polemica, fedele compagna delle opere del nostro, cresce e matura con lui: a metà disco il break è rappresentato dall’ oasi amorevole di Viva la mamma, twist ruffiano e perdonabile, vista la qualità del resto del disco. Bisogna pur campà, e a onor del vero le vendite dell’Edo negli anni ’80 non avevano rinverdito i fasti del decennio precedente. Ma restando nel campo dei buoni sentimenti, l’ ex ragazzo di Bagnoli se ne esce con un vero capolavoro: La luna.

    Esasperatamente romantico senza mai sbordare nell’attaccaticcio, il brano guida l’ascoltatore attraverso una melodia davvero affascinante, con tanto di chitarrina classica in assolo (perché non un mandolino?) che a chiudere gli occhi ti vedi a passeggio sul lungomare di Ischia rischiarato appena dal nostro satellite preferito (che “colora i sogni di chi la guarda e s’ innamora” – meglio di così!). Ne segue il funky lento de La chitarra, ode nostalgica allo strumento su cui Bennato ha imperniato la sua intera carriera. L’album è completato da un paio di brani, per così dire minori, che ne riaffermano i temi a livello stilistico e di contenuti: Mergellina è 100% r’n’r , e stavolta si tratta di un sincero omaggio ad un’altra zona caratteristica del napoletano, paragonata qui ad altre celebri mete d’estati ricche e celebrate dal jet-set internazionale, come San Tropez, Portofino,

    Acapulco, Ibiza. Il punto oscuro del disco è rappresentato da Ma quale ingenuità, dall’incedere stanco e il significato misterioso. Tirando le somme, la vitalità del disco risulta davvero confortante, al culmine di un decennio in cui pubblico e critica erano forse poco favorevolmente disposti nei confronti dell’artista. Lo spessore di Abbi dubbi ebbe il merito di introdurre al meglio la seconda parte della carriera di Bennato, che non si dipanerà sotto la luce abbagliante dello star system come la prima , ma non mancherà certo di offrire momenti dignitosi.

  • 5 brani per tre voci strumentali // STF

    Terza opera edita (su canali alternativi, ovviamente, come devono fare tutti gli aspiranti artisti che non possono passare attraverso i sentieri privilegiati della grande distribuzione) dal giovane autore/esecutore STF, “5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia” si segnala per le doti che avevamo già intuito dai lavori precedenti: eccentricità e disprezzo degli schemi.

    Partiamo con “La forma classica”, nel quale STF espone subito una propria peculiarità melodica, ossia la capacità di installare, su un giro base (parafrasando il titolo, un giro classico..) variazioni via via più discordanti che non minano, anzi arricchiscono l’idea principale che viene, come nelle migliori tradizioni, riproposta verso il finale. Ne “i cinque superstiti”, il tema si fa più complesso ed arzigogolato, con coprenti sezioni di basso ad immettere toni di gravità, conviventi in maniera efficace con le sonorità squillanti che caratterizzano la traccia. Molto meno immediato del pezzo d’apertura, segue andature frastagliate ed incerte, tratteggiate da mani insicure, che s’affidano al destino. Superstiti nel mondo, forse? La risposta arriva nella track successiva: “Diminuire con passione”. Comprende una serie di temi che si succedono fitti fino a metà esecuzione, dove troviamo un free groove che fa da spartiacque prima che gli stessi riappaiano nella seconda parte. Tutto va e tutto torna, dunque, e non è detto che sia poi un male.

    Risonanze gotiche, reminiscenze di un progressive à la Goblin, si palesano all’ascolto de “Il valore dell’uguaglianza”, colorazioni fosche e in continuo mutamento conducono ad una risoluzione fulminea, inattesa, a dimostrazione che STF ha ben in mente la lezione dei maestri del genere degli anni tra il ’68 e il ’76, portando avanti, con una propria impronta beninteso, la rivalutazione di uno stile architettonico che era già iniziata a metà degli anni ottanta con bands come i Marillion. Una proposta artistica che viene sviluppata e portata a compimento con il brano ultimo, “Moderatamente nostalgica”, sprigionante musicalità forse ancora più grevi, ma brillanti e genuine nel loro repentino trasformarsi.

    All’ascoltatore più attento non sfuggirà come il mood di “5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia” si modifichi in maniera costante nel corso del disco, come se l’umore dell’esecutore si obnubilasse, per poi rischiararsi ed offuscarsi nuovamente, seguendo sentieri d’ispirazione mutante: è l’idea della scala, il concetto base dell’opera intera.

    Possiamo anche fornirne una chiave di lettura a cura dell’autore stesso: “Come recita il proverbio “nella vita ci sono tante scale c’è chi scende e chi sale”; così anche in musica, uno dei cardini fondamentali è proprio l’immagine della scala. La scala è la dinamo che aziona il suono, un pensiero se vogliamo in contrasto con quello del grande Debussy. Questi brani, la loro sonorità, le dinamiche, gli strumenti utilizzati e perfino il tempo, cessano d’avere importanza. Quello che si vuole risaltare è l’idea di scala come portatrice di tutto il lavoro. E in questo caso ho utilizzato per la strumentazione tre strumenti a corda ma è soltanto una convenzione: possono essere eseguite infatti con qualsivoglia gruppo di strumenti. Anzi, invito gli ascoltatori a provarci e ad inviarmi le loro impressioni!!”

    Chi voglia raccogliere la sfida è ben accetto. Nel frattempo, per ascoltare il disco di STF: stf.restrorm.com/albums

  • Celebration Day // Led Zeppelin

    Celebration Day // Led Zeppelin

    Prima di decidere di scrivere davvero questa recensione ci ho messo alcuni mesi, mesi di riflessione. Cosa si poteva raccontare di un concerto atteso 26 anni? Cosa si poteva dire in più sulla rock band più influente della storia del rock? Cosa potevo dire di non banale?

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  • Use Your Illusion II  // Guns N’ Roses

    Use Your Illusion II // Guns N’ Roses

    L’importanza di questo disco, più significativo del pur ottimo Illusion 1, risiede nel fatta che è l’unico album nell’intera discografia dei Roses a racchiudere in sé interamente tutte le qualità e gli eccessi, lo straordinario talento e la fastidiosa ridondanza e autoindulgenza della band losangelina.

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  • Ram // Paul McCartney

    Ram // Paul McCartney

    Tra metà e fine 1970 il baronetto James Paul Mc Cartney, ex Beatle, non rappresentava di certo l’icona più amata del rock mondiale. Additato (a torto, almeno parziale) dall’opinione pubblica come responsabile dello scioglimento dei Fab, surclassato dagli sforzi solistici di Harrison e Lennon, che sarebbero stati tanto lodati quanto (specialmente il primo) venduti, Faccia d’angelo non stava probabilmente trascorrendo il suo momento migliore.

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  • Big Wiskhey And The Groogrux Kings // Dave Matthews Band

    Big Wiskhey And The Groogrux Kings // Dave Matthews Band

    Recensire il nuovo lavoro di un artista virtuoso e poliedrico come Dave Matthews è sempre un’impresa difficile se non altro per la varietà di suoni e sensazioni che riesce sempre a creare.

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  • Rodrigo y Gabriela // Rodrigo y Gabriela

    Rodrigo y Gabriela // Rodrigo y Gabriela

    Per quelli che non lo sapessero, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero sono due giovani chitarristi messicani che suonano un mix di rock acustico, flamenco e musica latina da lasciare esterrefatti, soprattutto pensando che il tutto è prodotto suonando solo due chitarre acustiche senza sovraincisioni o accompagnamenti.

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  • Death Magnetic // Metallica

    Death Magnetic // Metallica

    Dopo ben 5 anni di attesa e dopo un battage pubblicitario degno di un blockbuster di Hollywood, ecco finalmente uscita la nuova fatica dei Quattro Cavalieri di San Francisco, probabilmente la heavy metal band più influente, amata ed odiata della storia della musica.

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  • The Mind’s Eye // Stiltskin

    The Mind’s Eye // Stiltskin

    Il cantante e chitarrista Ray Wilson non è noto alle cronache (musicali…) solo per essere stato per una breve e trascurabile stagione il lead vocalist dei Genesis. Prima di ciò, aveva militato in un’altra band, gli Stiltskin. Sfortunatamente, per una stagione altrettanto breve e trascurabile. L’unico album pubblicato dalla band in formazione originale è questo The Mind’s Eye nell’autunno del ’94.

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